Panni in microfibra Clendy e l’interpretazione di femminicidio invece che assassinio

Dei pubblicitari hanno ideato la campagna pubblicitaria esposta a Napoli che ritrae un uomo in una immagine, e una donna in un’altra immagine, tenere in mano un panno per smacchiare le tracce di un presunto assassinio, invitando a usare il prodigioso prodotto che come è scritto sull’immagine “elimina tutte le tracce”.

Essenzialmente è stata fatta un tipo di accusa  a questa pubbilicità.

Poiché in una delle immagini c’è una donna uccisa, istiga anche al femminicidio.

A dimostrare questa ipotesi è stato usato il fatto che la pubblicità è stata distribuita in una nazione in cui le donne uccise sono molte, e dunque essendoci una predisposizione all’uccisione di donne, la visione di tale pubblicità può stimolare quella predisposizione all’uccidere donne per il motivo che sono donne (femminicidio) presente in una parte degli individui maschi di quella nazione.

Inoltre, sono stati sollevati anche altri problemi morali per cui è stato detto che è “offensiva”, e “ritrae le donne come oggetti sessuali da usare, per poi disfarsene”, che è una “violenza simbolica” e una “mancanza di rispetto”.

Per impedire l’evento tragico ipotizzato, (il femminicidio, ma anche lo stupro) il sito “il corpo delle donne” ha invitato i suoi contatti a segnalare la pubblicità allo IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria), così come hanno fatto molte altre pagine web femministe. Su Change.org (un sito per diffondere petizioni) è stata fatta una petizione chiamata “Clendy: ritira la pubblicità ispirata al femminicidio“, poi se ne è parlato al telegiornale, l’assessore comunale Pina Tommasielli ha convocato la Elpis, società partecipata che raccoglie la pubblicità per il Comune di Napoli, mentre i partiti politici Pd e Sel hanno chiesto un intervento del Presidente della Camera, Laura Boldrini, e infine il Ministro per le pari opportunità, Elsa Fornero, ha provveduto a chiedere allo IAP il ritiro della pubblicità.

Così, la pubblicità è stata ritirata, e sono stati criticati e insultati sui social network il pubblicitario e l’azienda che lo ha pagato. Alcuni utenti hanno dichiarato di aver segnalato la pagina fan di Facebook spuntando la casella di motivazione: “i contenuti incitano all’odio e/o alla violenza”, è stato proposto di boicottare tutte le merci dell’azienda, e del pubblicitario sono stati criticati pubblicamente anche i lavori precedenti, con la conseguenza di poter perdere nuovi ingaggi. E infine, la Clendy ha sostenuto inutilmente costi come il pagamento dell’agenzia, del fotografo, dei modelli, del set, della stylist e della truccatrice, l’affitto degli spazi pubblicitari, la stampa dei manifesti, il costo degli attacchini per oscurare manifesto per manifesto. E soprattutto l’immagine dell’azienda e del prodotto.

Poiché una penalizzazione del genere, per poter essere legittima, deve essere verificata, è necessario analizzare la verità delle motivazioni che hanno prodotto le azioni elencate. E per verificare certi giudizi è necessario farlo in modo razionale, logico, approfondito e scientifico.

ANALISI DELLE IMMAGINI PUBBLICITARIE

Poiché un’immagine non è una storia, cioè un insieme di eventi temporali, ma un singolo frammento temporale, alla cui visione  si può immaginare una storia precedente e successiva a quel frammento temporale, per comprendere quale fatto è rappresentato in una immagine è necessario ricostruire i fatti precedenti e immaginare quelli successivi allo stato delle cose visibili nell’immagine, e quindi ipotizzare in quale luogo si trovino i due, che relazione abbiano, e quale causa psicologica può aver prodotto le loro azioni visibili, ed è quindi necessario cercare negli elementi visibili delle immagini degli indizi. 

Nell’immagine femminile  l’uomo è vestito e a terra in una stanza e la donna è seduta su una sedia posta davanti al corpo dell’uomo. Il fatto che sia vestito fa dedurre che non c’è un messaggio esplicito che prima ci fosse stato un rapporto sessuale, anche se non è da escludere perché un uomo può avere un rapporto sessuale con una donna anche soltanto abbassando la zip e le mutande e tirando su la gonna di lei, ma è poco probabile.
In questo caso si può notare che c’è una pavimentazione elegante, delle lampade incastrate a muro che difficilmente si trovano nelle case, e una sedia trasparente particolare sulla quale poggia la donna, quindi potrebbe essere un ufficio, ipotesi confermata dal vestito fatto con tessuti eleganti sia della donna che dell’uomo che è vestito di nero al contrario dell’altro che ha la camicia bianca e i jeans, simbolicamente ritenuti più informali dei pantaloni neri di raso. Ci sono poche informazioni rispetto a quelle necessarie per fare collegamenti logici, quindi potrebbe averlo ucciso per qualsiasi motivo, ma dei motivi probabili sono il mobbing sul lavoro, senza escludere l’odio nei confronti del genere maschile.

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Nell’immagine maschile, la donna è sul letto, sotto le coperte dalle quali escono le gambe nude ma non il sedere, quindi per quanto ne sa l’osservatore potrebbe trovarsi in mutande o essere nuda, e il ragazzo non ha ne scarpe né calzini, e la camicia che indossa è sbottonata e  acciaffata, come se si fosse rivestito da poco. Rimanda quindi con sicurezza ad un rapporto sessuale. Invece, ci sono più possibilità interpretative sul tipo di relazione tra i due: forse sono una coppia, oppure è un incontro di sesso occasionale. Nel caso siano una coppia il motivo della morte non è comprensibile. L’ipotesi che lui sia stato lasciato da lei e abbia reagito con l’assassinio è improbabile poiché lei non avrebbe fatto sesso con lui dichiarandogli di lasciarlo. Quindi, rimane lo stupro come giustificazione del luogo e del modo in cui si trova la donna. Nel caso fosse un incontro di sesso occasionale, lui si sta rivestendo per andarsene, e dovrebbe eliminare ogni traccia di liquidi maschili o femminili, o make up di lei, per non far sapere alla sua fidanzata di averla tradita. L’ipotesi del sesso occasionale però è contrastata dall’ombra sulla parete in cui sembra in modo confuso che il ragazzo stia impugnando un coltello, e quindi la paraola “tracce” nello slogan “cancella tutte le tracce” collegata a questo elemento assume il significato di indizi che possono portare a identificare il colpevole di un assassinio, e quindi “le tracce” sarebbero fatte di sangue. L’ombra non corrisponde al ragazzo, quindi o è un’ombra di una persona nascosta o è un simbolo applicato all’immagine appositamente per descrivere come interpretare l’immagine.
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Per comprendere se queste accuse corrispondono alla realtà è necessario fare delle verifiche:
1. Vedere una rappresentazione di un omicidio provoca lo stimolo a uccidere o influenza il pubblico sul tema dell’omicidio.
2. L’immagine rappresenta un femminicidio ( è necessario comprendere se nelle immagini delle pubblicità ci sono indizi secondo cui la donna rappresentata sia stata uccisa in quanto appartenente al genere femminile).
3. Se il numero di donne uccise nella nazione in cui è presente la pubblicità di una donna morta è alto, la pubblicità non deve essere esposta.

1. ISTIGAZIONE ALL’OMICIDIO O ALL’INDULGENZA SULL’OMICIDIO

Per quanto riguarda l’omicidio i pubblicitari giustificano la scelta dicendo che non c’è sangue sui cartelloni, che quindi il messaggio è ‘dolce’ e che per di più hanno anche pensato la versione, nella quale chi pulisce le presunte tracce è una donna, e per terra c’è un uomo, e che quindi non è femminicidio. Ma Stefano Antonelli, ideatore della campagna pubblicitaria, si difende: “Non mi spiego tanto clamore. Nè capisco perchè ci si accusa di spingere al femminicidio, visto che che abbiamo peparato anche la versione in cui è l’uomo a essere disteso. Una pubblicità vive anche di allusioni e di ironie”.” se quella del maschio deve stare, allora è giusto che stia anche quella della femmina.

Le campagne pubblicitarie, per far parlare i prodotti che reclamizzano usano tutto ciò che può essere usato indipendentemente da quanto il popolo giudichi giusto tale uso. Ad esempio, temi drammatici come i disturbi alimentari, la violenza della polizia, lo stupro, o l’assassinio. Poiché le singole persone possono errare involontariamente, o compiere del male volontariamente è necessario che qualcuno esterno alle agenzie pubblicitarie analizzi le scelte e scelga se censurare o permettere la pubblicità. La maggior parte delle pubblicità censurate vengono accusate di non cogliere l’influenza che la pubblicità ha sulla società e dunque di non prendersi la responsabilità di autocensurarsi e scegliere altri modi di fare pubblicità.

Nel caso dei panni in microfibra Clendy, la domanda essenziale alla quale rispondere per poter sapere come giudicare certe pubblicità e come agire una volta giudicate è: è giusto o sbagliato usare rappresentazioni di accadimenti spiacevoli o tragici per pubblicizzare una merce? Se è ingiusto, lo è in tutti casi?

Esistono altri casi di pubblicità in cui viene usato l’omicidio. Ad esempio l’Eastpak, in cui è una donna ad aver ucciso un uomo. L’Association des Professionnels pour une Publicité Responsable (BVP) ha ritirato la pubblicità per contenuto violento.

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Si deve partire dal dato che sin dai tempi più antichi la morte e la violenza, hanno ispirato le rappresentazioni del mondo nell’arte, nella poesia, e nella letteratura e questo è un fatto accettato. Quindi, alla luce delle proteste per la pubblicità dei panni in microfibra si può implicare che secondo le persone ci sono differenze tra le arti e la pubblicità che eliminano la giustificazione dell’uso di certi temi drammatici delle vite delle persone di una società per una pubblicità.

Tuttavia in pubblicità l’umorismo è generalmente accettato. Allora si deve dedurre che c’è una differenza tra questo umorismo e altri umorismi.

La parola “umorismo” deriva dal latino ‘humorert-em’ o ‘umorert-rem’ (umidità, liquido), che si avvicina al greco ‘yg-ròs’ (bagnato, umido), e sembra quindi derivare il suo significato dalle teorie della medicina ippocratica, che attribuiva a dei fluidi (umori appunto) l’influenza sulla salute e l’indole degli esseri umani. Infatti, il fenomeno della risata si presenta come una modificazione del ritmo respiratorio, sospensione dell’aspirazione, scosse che si ripercuotono nella laringe, contrazioni concatenate di molti muscoli (in particolare facciali e addominali), scopertura dei denti, e talvolta lacrimazione.
Quindi, è una serie di espressioni linguistiche che una volta ascoltate producono degli stati emotivi piacevoli e spesso delle risate.
Come sia possibile questo effetto tentò di spiegarlo Aristotele, dicendo che il ridicolo sarebbe “ciò che è fuori tempo e fuori luogo”. In seguito, il filosofo Henri Bergson nel saggio “Il Riso”, del 1900, aggiunse che l’apprezzamento della situazione comica prevede «qualcosa come un’anestesia momentanea del cuore»: l’empatia, l’identificazione con la persona oggetto del riso è bandita.
In modo più specifico l’espressione umorismo nero (o humour nero) si riferisce a un sottogenere di satira e di comicità che tratta di eventi o argomenti generalmente considerati molto seri o addirittura tabù, come la guerra, la morte, la violenza, la religione, la malattia (e quindi la disabilità), la sessualità, la diversità culturale, l’omicidio e così via. Sebbene l’umorismo nero possa essere fine a se stesso, e avere l’unico scopo di causare l’ilarità attraverso la violazione di regole non scritte di buon gusto, è stato anche usato in letteratura e in altri campi con l’intento di spingere l’ascoltatore a ragionare in modo serio su temi difficili. Esistono tanti esempi di umorismo nero nella letteraturea e nelle opere televisive e cinematografiche.

Infatti, la paura di chi giudica negativamente l’umorismo su fatti drammatici in pubblicità è che produca nelle persone indulgenza a certi eventi, e quindi li accetti, non li contrasti, e porti le persone a imitarli e realizzarli.

Questa paura si basa sulla teoria del funzionamento mentale chiamata “teoria ipodermica” (Bullet Theory), chiamata anche teoria dell’ago ipodermico (dall’inglese Hypodermic Needle Theory) che è una teoria che considera i mass media come potenti strumenti persuasivi che agiscono direttamente su di una massa passiva e inerte.

La teoria ipodermica è il primo tentativo di comprendere il funzionamento della comunicazione interpersonale in maniera sistematica, sviluppata negli anni quaranta negli Stati Uniti nel periodo tra le due guerre mondiali (1920-1930) per mano di Harold Lasswell capostipite della communication research (corrente di studio della mass communication) sulla base delle ricerche della psicologia comportamentale, e in base a questo filone psicologico vede la comunicazione come un processo diretto di stimolo e risposta automatica del ricevente, in cui il messaggio viene ricevuto senza alcuna intermediazione e, importante da sottolineare, gli effetti sono dati per scontati, e quindi nemmeno analizzati.
Come si evince dalla traduzione letterale, il termine bullet sta a significare la parola “proiettile” ovvero il messaggio mediale che colpisce direttamente un soggetto, evidentemente senza possibilità di opporsi. I messaggi colpiscono personalmente gli individui, in modo diretto e immediato, modificandone opinioni e comportamenti.
In altri termini, il messaggio “sparato” dal medium viene “iniettato” direttamente nel cervello del ricevente, il quale ha un ruolo del tutto passivo.
La Bullet Theory ha ancora oggi un valore schematico che illustra un particolare aspetto dei media. Ad esempio il concetto di target (letteralmente: bersaglio), usato in pubblicità per indicare i destinatari di un annuncio, deriva da questa teoria.

Oggi sta ad indicare il fenomeno con cui gli Stati Uniti d’America e gli altri stati capitalisti usano gli attuali “potentissimi” mezzi di comunicazione (la televisione e internet, ad esempio) per inviare i loro messaggi di propaganda, tramite messaggi subliminali e pubblicità indiretta.
La teoria ipodermica sostiene una relazione diretta tra stimolo (esposizione al messaggio) e risposta (comportamento). Nella pratica intende dimostrare che se una persona è raggiunta da un messaggio di propaganda, quest’ultima può essere manipolata a proprio piacimento e indotta ad agire secondo il proprio volere.
La teoria ipodermica ha come suo fondamento e giustificazione la teoria della “società di massa”. Quest’ultima deriva dalla trasformazione della società preindustriale in società industrializzata e dalla conseguente crescita della divisione e specializzazione del lavoro. In particolare, la società di massa è composta, secondo tale pensiero, da individui: indifferenziati; isolati e atomizzati; anonimi e poco colti; senza organizzazione e leadership ; facilmente suggestionabili; contraddistinti da comportamenti collettivi uniformi. Di conseguenza tali individui sono il bersaglio ideale per i messaggi propagandistici, che mirano ad ottenere dalla massa un dato comportamento. Inoltre, a rafforzare ancora di più le conclusioni della teoria ipodermica, c’è, nel clima culturale del periodo, la “teoria dell’azione”, elaborata dall’approccio comportamentista della psicologia behaviorista, che studia il comportamento umano attraverso l’esperimento e l’osservazione. Secondo la teoria dell’azione la società di massa risponde in modo uniforme ed automatico allo stimolo ricevuto dai media e questo meccanismo è descrivibile da un semplice modello comportamentale di questo tipo:
stimolo del messaggio -> risposta dell’audience.

Ciò esalta ulteriormente l’idea di reazioni meccaniche e condizionate ai messaggi. Di opinione diversa erano i teorici della cosiddetta scuola di Chicago, che rifiutavano la rappresentazione di una massa indifferenziata ed attribuivano ai mass media appena nati grandi potenzialità per la democrazia (ad esempio per dare voce alle minoranze degli immigrati), sia pure sempre nell’ambito di un’audience ritenuta passiva. In seguito sono state prese in considerazione due variabili precedentemente trascurate: le caratteristiche psicologiche dell’individuo; i fattori sociali di relazione e di differenza (età, sesso, classe sociale, razza, etc…).
Si giunge pertanto alla conclusione che la risposta allo stimolo non è passiva, immediata e meccanicistica, ma è mediata da una certa resistenza dei destinatari del messaggio e si configura quindi in questo modo:
stimolo -> resistenza -> risposta.

Due sono le teorie che vengono elaborate all’interno di questo nuovo approccio: la teoria della persuasione e la teoria degli effetti limitati.

Quindi, poiché l’immagine è interpretabile in più modi non si può incolpare gli utenti per aver scelto una interpretazione della storia piuttosto che un’altra. Ma si può criticarli per non aver  scelto l’interpretazione ironica, anche se in un contesto in cui si è bombardati da anni di fatti di cronaca dove di ironico non c’è proprio nulla, perché è palesemente infondata l’ipotesi che i pubblicitari avessero potuto avere interesse nel legittimare l’omicidio o il femminicidio, e stimolarlo, dato che in realtà l’interesse di un’azienda è sempre il guadagno e non la stimolazione di pensieri o inclinazioni che sono reato. Oltre a ciò li si può incolpare per la discriminazione fatta tra uomo e donna nel prendere posizione e invitare a eliminare la pubblicità.

Le persone che hanno protestato hanno commesso con certezza due errori:
1. La discriminazione tra uomo e donna nella scelta di protestare
2. La scelta interpretativa infondata di femminicidio invece che assassinio

DISCRIMINAZIONE TRA UOMO E DONNA NELLA SCELTA DI PROTESTARE

Questo fatto fa notare una discriminazione tra il genere maschile e femminile. Infatti, benché siano presenti entrambi i generi sessuali nella pubblicità, ed entrambi siano stati uccisi, le proteste, compresa anche quella di un’autorità come il ministro delle pari opportunità che per definizione deve essere tenuto/a a rispettare entrambi i generi sessuali senza privilegiarne nessuno, ha parlato soltanto di donne. Elsa Fornero ha dichiarato che “pubblicità siffatte, che prendono spunto dal drammatico fenomeno del ‘femminicidio’, oltre a svilire l’immagine della donna, istigano ad ingiustificati e gravissimi comportamenti violenti. L’attenzione per le donne ed i loro diritti passa anche attraverso una pubblicità corretta che non svilisca la loro dignità”.

Inoltre, se chi crede che la pubblicità influenzi le persone in un modo così pervasivo da portarle a compiere ciò che vedono oppure a portarle a inserire nella categoria delle cose di cui non occuparsi ciò che vedono, allora dovrebbero protestare anche per la rappresentazione dell’uomo che in entrambe le pubblicità commette qualcosa di ingiusto, l’omicidio, e nell’altro si può immaginare che le persone possano avere la propensione a immaginare che sia mobbing o molestie sessuali.

Per comprendere i motivi di questa omissione si può ipotizzare una differente attribuzione di valore alla morte del maschio e della femmina da parte di chi ha omesso. Per cercare dimostrazioni oggettive si può analizzare il contesto sociale in cui questo fatto è accaduto. Per impostazioni culturali la maggioranza delle persone che si sacrificano in guerra sono uomini, e infatti, è spesso usata l’espressione “ha ucciso donne e bambini” per disprezzare l’opera di un esercito, omettendo l’uccisione di uomini, e ai bambini maschi si regalano da generazioni giochi che rappresentano guerrieri, e alle bambine femmine giochi di principesse. Infatti, la donna veniva tenuta lontana dal fronte, per tutelare la minore capacità riproduttiva femminile, poiché le donne possono fare una o due decine di figli mentre gli uomini potenzialmente migliaia, e per tutelare la cura dei figli.
Essendo quindi la morte di una donna una perdita notevole in termini di nuovi nati per la società allora la morte di una donna è sempre stata ritenuta più preoccupante di quella di un uomo. Esiste anche il detto diffuso “una donna non si tocca neanche con un fiore”, a dimostrare la credenza tramandata della differenza di valore tra la sofferenza e la morte e maschile e quella femminile.
Ma poiché non essendoci più guerre continue, soprattutto in Italia, e la mortalità infantile è a una percentuale bassissima rispetto al passato, questa scelta interpretativa non è più necessaria. E dunque è un concetto controproducente e sessista. Ma questo dato di fatto non basta per spiegare l’omissione della pubblicità maschile. Infatti, si deve considerare il bombardamento mediatico sui temi della difesa delle donne, che influenzano la selezione automatica dell’attenzione degli individui della società odierna.
Infatti, tutte le proteste sono state fatte da donne: il sito il corpo delle donne di Lorella Zanardo, Laura Boldrini, Elsa Fornero, le pagine femministe, e anche chi ha fatto la petizione su Change.org era una donna.
La maggioranza dei commentatori uomini sui social network e dei blog in cui è girata la notizia non si sono espressi negativamente sulla pubblicità in cui c’è l’uomo, ma solo su quella in cui c’è la donna. Solo pochissimi hanno sottolineato la discriminazione tra le due pubblicità. Si può ipotizzare che non lo abbiano fatto perché non si siano sentiti colpiti da certe immagini, forse perché non sono portati a dare tanta importanza a certe immagini che rappresentano il genere maschile, al contrario delle donne.

SCELTA INTERPRETATIVA INFONDATA DI FEMMINICIDIO PIUTTOSTO CHE ASSASSINIO

L’uso di un termine per categorizzare un evento implica la verifica della corrispondenza tra le caratteristiche dell’evento e il significato della categoria.
Il modo sensato di usare il termine “femminicidio”, prevede che l’evento giudicato tale sia un evento in cui c’è l’uccisione di una donna “in quanto donna”. Quindi, poiché una uccisione può essere o femminicidio o assassinio, il problema nasce nella verifica della corrispondenza tra l’evento giudicato e il giudizio, che non può essere data per scontata e pensata come autoevidente.

Se il “femminicidio” è “l’uccisione di una donna con la motivazione che appartiene al genere sessuale femminile”, non ci sono informazioni nell’immagine per poter dire che quello è un femminicidio invece che un assassinio, cioè una uccisione fatta al di là di motivi che hanno a che fare col genere sessuale.
Tuttavia, alcune persone fanno confusione, e utilizzano altri significati della parole.

Ad esempio:

  1. “uccisione di una donna”
  2.  “uccisione di donne che hanno relazioni affettive con fidanzati o mariti”.
  3. “insieme di uccisioni di donne avvenute in un arco di tempo ristretto e di grande quantità”

Poiché le persone vengono a conoscenza delle parole tutte in modi diverso l’una dall’altra, e quindi anche in tempi diversi, è possibile che una persona comprenda il significato della parola femminicidio un giorno, e una la comprenda due anni dopo. Ma ci sono persone invece che anche dopo anni ancora non hanno compreso questo significato, e magari sono persone che agiscono nelle denunce di questi eventi, portando a caso come quello della Clendy. Infatti, il caso della Clendy, mostra come anche a livello politico e legislativo influiscano gli errori sedimentati nell’opinione comune.

Solo se si considera con la parola “femminicidio” un “insieme di uccisioni di donne avvenute in un arco di tempo ristretto e di grande quantità” lo si può chiamare “femminicidio”.
Ma questo uso del termine è improprio, poiché è l’altro uso quello ufficiale, e va quindi esplicitato che si usa la parola in quel senso, perché se non viene esplicitato ci si trova davanti a due possibili interpretazioni tra le quali non si può scegliere con sicurezza. L’uso di questo termine senza esplicitazione denota un’attribuzione di maggiore rilievo a ogni assassinio che accada su una donna rispetto a un uomo. E quindi un’altra discriminazione.

Poiché nell’ambito degli omicidi, hanno denominazioni particolari l’omicidio del padre (parricidio), della madre (matricidio), del coniuge (uxoricidio), di bambini (infanticidio), del fratello o sorella (fratricidio) e del sovrano (regicidio) che riflettono la particolare riprovazione riservata dalla generalità delle società verso chi uccide queste persone, si può intendere femminicidio anche come “uccisione di una persona verso la quale si tiene una considerazione particolare rispetto ad altre” (ad esempio i maschi, poiché il termine “maschilicidio” non è usato). Ma anche questo uso del termine deve essere esplicitato per poter essere compreso.

Gli errori di assegnare significati a questo termine, ripetuti nel tempo, influenzano i significati degli altri, e portano a denunciare fatti che non rientrano nel significato.

Si può spiegare il fatto che certe persone abbiano giudicato con sicurezza che quello visto fosse un femminicidio inteso nel senso di “uccisione di donne in quanto donne” a causa dell’utilizzo di un metodo ingenuo che non prevede verifiche. Le basi logiche della scienza forense sono utili per giudicare una immagine pubblicitaria. Alla scienza forense, per analizzare immagini pubblicitaria, vanno eliminate le sperimentazioni fisiche, che non si possono compiere vedendo un’immagine.
L’atteggiamento logico è ogni traccia analizzabile dell’immagine può essere utile per creare/scartare ipotesi.
Per procedere a creare scartare ipotesi è necessario caratterizzare gli elementi visibili: cos’è? chi cosa l’ha prodotto? che correlazioni ci sono? e poi si deve passare dalle ipotesi al giudizio. Un atteggiamento rivolto all’oggettività quantifica la delimitazione del campo di indeterminazione.

La replica dell’azienda. “Credo che siamo dinanzi alla classica tempesta in un bicchiere d’acqua. C’è stata una lettura distorta del messaggio. Certo è che non c’è alcuna ispirazione al femminicidio: chi lo afferma lo fa in maniera davvero impropria”. Così, il consulente marketing dell’azienda, Stefano Antonelli. “La ditta – spiega – voleva far leva sull’ironia del messaggio: sul manifesto si vantano le doti del nuovo prodotto che, assicura, ‘ammazza’ lo sporco”. “Ci dispiace che ci sia stato questo clamore mediatico – aggiunge Antonelli – è semplicemente un messaggio pubblicitario, come tanti altri, che serve a richiamare l’attenzione. Nessun intento offensivo verso le donne, come dimostra anche la doppia versione del manifesto (quella in cui si vede una donna con Clendy in mano e un uomo stesso sul letto sullo sfondo n.d.r). Anzi da ieri sera siamo noi ad essere oggetto di messaggi offensivi”.

Il rappresentante dell’azienda ha risposto con un comunicato scritto e pubblico :

Costernato di fronte alla lettura assolutamente negativa, eccessiva se si considera la volgarità ed aggressività di altre pubblità, data all’affissione pubblicitaria “ELIMINA TUTTE LE TRACCE” relativa al kit in microfibra “Elite” commercializzato dalla società che rappresento e alla conseguente speculazione mediatica che ne è seguita, voglio, con questo breve comunicato, chiarire, una volta per tutte, che non era assolutamente nelle nostre intenzioni lanciare alcun messaggio di violenza contro le donne che, al contrario, rappresentano per la nostra azienda un punto di riferimento per lo sviluppo e la creazione di prodotti di qualità.
Nel rispetto di quanti hanno colto un messaggio offensivo nella campagna pubblicitaria, certamente di natura involontaria e nel contempo, in ottemperanza a quanto disposto dal Comitato di Controllo dell’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, comunico che provvederemo all’immediata rimozione di tutti i manifesti pubblicitari affissi.

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OGGETTIFICAZIONE
Da notare come sia pervasivo il concetto di donna-oggetto da esser stato nominato anche in questa pubblicità a proposito delle gambe della ragazza. Ma c’è da dire che si vedano le gambe è certo, che in questo ci sia un significato no. Se si attribuisce un significato nel fatto che le gambe della donna presente nelle due immagini siano scoperte si deve considerare che nell’immagine in cui è la donna l’assassina le gambe sono scoperte perché ha la gonna, ma sono in una posizione simile a quella dell’uomo, quindi non c’è una differenza rispetto all’uomo data dal pubblicitario.
E nell’altra immagine, se non si fossero viste le gambe sarebbe stato difficile capire che era una donna, a meno che non avessero fatto vedere soltanto il viso, o una mano col suo braccio, ma in quel modo l’indizio del rapporto sessuale sarebbe stato minore, e magari non volevano che si pensasse che il sesso non ci fosse di mezzo. In ogni caso non dimostra nulla. Inoltre, s
e si considera che le gambe dell’uomo non vengono mostrate perché sono pelose e meno delicate e non apprezzabili quanto quelle delle donne è un vantaggio in meno per lui e uno in più per lei.Le persone che criticano questo fatto non si accorgono che sono loro stesse a spiegare che non è l’atto in sé di mostrare delle gambe o altre parti del corpo in una immagine pubblicitaria che secondo loro rende irrispettoso quell’atto dicendo “della donna si vogliano mettere in evidenza SOLTANTO PARTI DI CORPO”. Ma se si afferma che il problema delle gambe scoperte è l’unicità del tipo di rappresentazione femminile presente in grande quantità nelle pubblicità non si può dire che non va bene mostrare le gambe, o altre parti del corpo ancora più conturbanti come il seno o i glutei. ma dovresti dire che IN RELAZIONE alla quantità di immagini dello stesso tipo quella immagine è di troppo. Ma si deve anche considerare che, se ci fosse un modo per ridurre la quantità di immagine in cui le donne vengono rappresentate per la loro bellezza estetica o per la loro caratteristica sessuale, come si potrebbe pretendere che una pubblicità a caso tra le tante venga eliminata. Non è il singolo elemento che fa la quantità, ma tutti gli elementi insieme. Quindi criticare la singola pubblicità dicendo che quella visione di gambe è irrispettosa è falso, e confonde le idee. Dovresti criticare lo stato delle cose in generale e non l’atto in sé.SESSISMO NELLE POSE E NELLA NUDITà
Che il corpo di una donna sia l’unico a essere bello o sessuale e lo abbia deciso una cultura maschilista è una idea falsa. Benché nel processo storico ci possa essere stato il predominio delle scelte maschili nella creazione dell’idea di bellezza appartenente al genere femminile, non è possibile che sia l’unico fattore. Infatti, le donne fotografate non solo non rifiutano questo modello, ma ne traggono vantaggi, e competono tra loro per avere più vantaggi delle altre, e allo stesso molti uomini traggono svantaggi da questa unidirezionalità della bellezza nei confronti delle donne. Inoltre, è anche una questione percettiva geometrica. Le donne possiedono linee più circolari, e gli uomini linee più squadrate, e alla circolarità sono attribuiti concetti come “bellezza”, “dolcezza”, “Morbidezza” ecc. Tutti concetti che contribuiscono a far dire a molte persone che “è più bella una donna che un uomo”, o che “la bellezza appartiene soltanto al genere femminile”. Quindi non è possibile identificare la causa dell’attribuzione di bellezza, sensualità, sessualità al maschilismo. Come alcune persone hanno fatto notare rifacendo in modo parodistico certe pubblicità inserendo i maschi al posto delle femmine per rispondere alla domanda “E se gli uomini posassero come fanno le donne?” il risultato è ridicolo. Questo è il motivo per cui le aziende non scelgono uomini per fare certe pose e mostrare certe parti del corpo.Dire che il motivo per cui si trovano ridicoli gli uomini in certe foto che sono state fatte sotto il nome di “e se gli uomini posassero come le donne?” deriva dal fatto che l’uomo non voglia essere reso oggetto sessuale ma voglia farlo fare soltanto alle donne è ridicolo, oppure nessun uomo si farebbe trombare rendendosi oggetto sessuale. In questo caso la metafora “oggetto” inganna. Infatti, poiché non si tratta di rappresentazioni in cui c’è costrizione, si intende con oggetto come “obiettivo” o come “contenuto dell’attenzione”.

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Questi confronti non mostrano che le pose siano derisibili, imbarazzanti o non dignitose, e quindi una sottomissione esercitata dal genere maschile su quello femminile, concetto definito con l’espressione “ecco come ci mettono!” dove il ci si riferisce ai maschi, ma mostrano in realtà come i maschi vengano considerati inadeguati all’atto di mostrarsi in quanto estetica, sensualità e sessualità, e invece adeguati in quanto a forza fisica, che può anche essere estetica in certe pose. Infatti mostrati focalizzando l’attenzione sulla sessualità fanno ridere, al contrario delle femmine che invece non fanno ridere, ma piacciono. E inoltre anche se le pose sono diverse e ciò che mostrano i maschi è diverso, l’atto di posare e mostrare lo compiono anche loro. Pettorali e bicipiti in genere. I pettorali non possono mostrarli le femmine, e il seno non possono mostrarlo i maschi. Quindi la differenza di opportunità è data dalla natura in questo caso.
Alcune persone contestano il fatto che le parti del corpo che vengono messe in risalto attraverso le pose sono diversi nelle donne e negli uomini giudicandola come una discriminazione a svantaggio delle donne operata dal genere maschile e a vantaggio del genere maschile. Ma il parallelo tra le parti del corpo maschili e femminili è sbagliato. Ad esempio quello tra il sedere maschile e quello femminile è scorretto, perché dato che le pubblicità sono prevalentemente dirette a eterosessuali, è difficile che il sedere maschile attiri sessualmente le donne, perché bisogna considerare che soltanto gli omosessuali usano il sedere nei rapporti sessuali, le donne al massimo lo toccano, e anche a livello estetico indipendente dalla sessualità il sedere maschile non è considerato bello o non quanto quello femminile nella maggioranza dei casi, per la sua forma e per i peli. Infatti la maggior parte delle fotografe donne fotografano altre donne. Inoltre, il genere maschile non ha vantaggi nel non mostrare il sedere. Forse lo svantaggio è che per questo motivo non può ricoprire rappresentazioni fotografiche in cui è il sedere a essere importante, né essere pagato per queste prestazioni fotografiche a scopo commerciale. Questo è possibile perché le differenze di trattamento non sono automaticamente discriminatorie.
Inoltre, se fosse giusta una critica del genere, la sua soluzione sarebbe paradossale. Cioè o imporre una inversione di pose, quelle maschili fatte su quelle femminili e quelle femminili fatte su quelle maschili, oppure un’assenza di pose sessualizzate per le donne e per parità un’assenza di pose eroiche per gli uomini.

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