Il/la fotografo/a è bravo/a oppure un/una idiota. La fotomodella è semprefiga-brava-bella, oppure vittima del/lla fotografo/a idiota (?)

ATTRIBUIRE RESPONSABILITà UNICAMENTE AL/LA FOTOGRAFO/A

“Bravo/a” significa “capace di eseguire abilmente i propri compiti”.

Nel valutare il lavoro di un/una fotografo/a e di una fotomodella c’è chi può arrivare alla conclusione che “non esistono cattivi soggetti ma solo cattivi/e fotografi/e”.

Il giudizio, su un soggetto o su un fotografo, può dipendere da un metro di misura che la maggioranza adotta per convenzione, oppure può dipendere da ciò che chi produce la foto o la vede, desidera vedere o non desidera vedere.

Nel caso dei desideri del singolo, poiché in base a alla persona che giudica una foto ritenuta brutta da qualcuno può essere ritenuta bella da qualcun altro, si può concludere che non esistono né cattivi soggetti né cattivi fotografi/e in assoluto, ma soltanto in senso relativo. Anche un autoscatto in bagno può essere bello se c’è chi lo apprezza.

Se invece si adotta un metro di misura condiviso possono esistere sia cattivi soggetti che cattivi fotografi/e.

L’idea che un/a “bravo/a fotografo/a” possa ricavare una buona foto anche da un pezzo di carta stracciata a terra e invece un/a “cattivo/a fotografo/a” non possa fare un bel ritratto, anche fotografando “la donna più bella al mondo”, implica che il/la fotografo/a può scegliere tra una miriade di possibilità fotografiche, in rapporto al soggetto, quella più adatta per lo scopo e far diventare così il soggetto un “buon soggetto” nella fotografia prodotta, quando invece se avesse scelto altre possibilità fotografiche sarebbe stato un “cattivo soggetto”.  Quindi la capacità di eseguire i propri compiti, ovvero la bravura, sarebbe l’adattamento all’ambiente presente in cui si trova anche il soggetto. Il/la fotografo adatta i propri desideri a ciò che trova e tenta anche di stupirsi osservando ciò che si è prodotto nell’incontro della fotocamera e del soggetto che non può prevedere completamente.

Modificando dei parametri della fotocamera, della propria posizione, della direzione delle luci, della posizione della fotomodella, adatta il risultato a ciò che desidera e più riesce ad arrivare vicino/a ciò che immagina più è bravo nel caso lo scopo delle fotografie siano una personale soddisfazione.

Ma come il fotografo può agire per avere un certo risultato fotografico, anche il soggetto può agire per avere un certo risultato fotografico, e assumere espressioni e conformazioni diverse in modo da diventare un “buon soggetto”, quando invece se avesse assunto altre espressioni e conformazioni diverse sarebbe stato un “cattivo soggetto”. Molte persone danno completa responsabilità al fotografo del fatto di piacersi nella foto che vedono. molti pensano che decidendo l’inquadratura si può far apparire sempre il soggetto molto più magro. dunque quando si giudicano grassi vedendosi in foto deducono che il fotografo non si sia impegnato a sufficienza per scegliere l’inquadratura giusta. tra l’altro in un matrimonio non si ha neanche il tempo per studiare l’inquadratura come in uno studio fotografico davanti a un soggetto fermo e con tempo a disposizione.

Il fatto che l’ultima scelta stia al/lla fotografo/a, poiché è lui/lei che visiona la foto dopo che la modella si è posizionata, e lui/lei ha scattato, non esclude che il soggetto non possa aver fatto, prima della scelta del/lla fotografo/a, degli opportuni adattamenti in quanto a pose ed espressioni.

Quindi la proprietà di essere “bravi” o “cattivi” la possono avere entrambi. Fotografo e fotomodella.

Una volta stabilito che possono averla entrambi si potrebbe voler sapere chi ne ha di più e chi di meno.

Per arrivare a saperlo bisognerebbe raccogliere le possibilità di adattamento che hanno fotografo e soggetto e confrontarle.

Può accadere che nella relazione tra modelle totalmente incapaci e fotografi/e molto capaci vengano prodotte foto splendide, come può accadere che fotografi/e incapaci producano foto brutte anche con le donne più brave e belle. Ma questi fatti non implicano che sia esclusa la possibilità che fotografi molto capaci producano foto orrende e fotografi molto incapaci producano foto splendide. Infatti una foto è determinata da molti fattori che il fotografo non controlla, e quindi quei fattori possono produrre una bella foto. Inoltre un fotografo incapace non è detto che lo sia sempre a ogni movimento e a ogni scelta che prende.
Quindi non si può stabilire a priori che le uniche responsabilità di una fotografia ricadano sul fotografo/a.  Anche perché la fotografia non è il solo prodotto del ragionamento e delle abilità manuali, ma è anche frutto del caso sia per i/le fotografi/e incapaci che per quelli/e capaci.

Dire “non ci sono cattive modelle” significa dire che un soggetto può fare qualsiasi qualsiasi tipo di foto e non può mai essere giudicata non brava, e che quindi non ci possono neanche essere gradazioni di bravura tra una modella e un’altra. O che la modella non ha nessun compito e quindi nessuna responsabilità, si trattiene passivamente davanti all’obiettivo per permettere al fotografo di utilizzare la sua immagine.

Se si dice che ovviamente il fotografo può adattare lo scatto, l’ambiente, le pose alla conformazione della modella, e riprendere il soggetto in modo pertinente allora diventa un’affermazione ovvia. ma sarebbe come dire “non esistono modelle che non si possono incasellare in qualche stile fotografico, ma solo fotografi che non sanno riconoscere in quale stile fotografico incasellarle o non sanno creare nuovi stili non ancora esistenti”. è vero che una modella può essere utile per alcuni stili e non per altri, ma questo non implica che le uniche responsabilità le abbia il fotografo, se non avessero nessuna responsabilità non ci sarebbe motivo di pagarle se non per il loro atto di sostare passivamente davanti alla fotocamera, né di fare loro complimenti se non per il fatto di essere nate con una certa conformazione estetica o di essere intervenute volontariamente sui loro muscoli e grasso e pelle. Secondo tali persone, se utilizzano uno stile aggressivo che da valore all’insulto, il fotografo è idiota e la modella invece non subisce epiteti ingiuriosi. E quindi i loro compensi dovrebbero essere molto diversi, e il fotografo dovrebbe sempre guadagnare molto di più.

bisogna anche considerare che la modella  può rifiutare delle pose oppure proporle. La maggiore libertà di scelta della modella sta soprattutto nella fotografia gratuita in cui avviene uno scambio reciproco come il tfp.
Nel caso in cui la foto sia brutta la fotomodella sarebbe vittima del fotografo incapace, nel caso in cui la foto sia bella la fotomodella sarebbe figa o brava. Il concetto di bravura di una fotomodella non dovrebbe esserci in chi pensa ciò, e quindi chi pensa ciò non dovrebbe neanche dire che non esistono cattivi soggetti, dato che non esistono perché non possono essere giudicati tali.

Quindi, non si può dire che “non esistono cattivi soggetti ma esistono solo cattivi fotografi”. Può essere un’affermazione confortante per alcune ragazze che vorrebbero posare ma si sentono inibite dalle loro preoccupazioni sull’essere adeguate o inadeguate, ma non corrisponde alla realtà, oltre al fatto che comporta l’impossibilità di giudicare una fotomodella.

Cosa fa diventare appartenente alla categoria delle fotomodelle una ragazza?

La definizione di qualcosa consiste nell’individuazione e nella spiegazione delle sue proprietà essenziali. La parola “fotomodella” è composta dalla parola “foto” che in termini fisici indica la “luce” e modella che in termini fisici indica un “manichino” quindi, considerando il processo fotografico, la si può tradurre in modo esteso con l’espressione “forma umana usata attraverso la luce per produrre una fotografia”. per essere una fotomodella è quindi necessario possedere una forma che può essere vista alla luce, ma non è sufficiente, perché una forma la possiedono tutte le ragazze e non tutte sono fotomodelle. L’identità indica una ricorrenza o una sorta di stabilità. Siamo soliti infatti dare un grado di all’essere appartenenti a una categoria in base alla quantità di volte e quindi di tempo in cui ripetiamo un’azione. Se qualcuno fa una pizza una sola volta in vita non lo si può chiamare pizzaiolo ad esempio. E se qualcuno ha fatto più di un centinaio di volte la pizza, anche un miliaglia, ma da molto tempo, anni, non la fa più non si può dire che è un pizzaiolo, ma che lo è stato. Quindi alla forma si aggiungono stabilità, e attività presente. Che questo processo avvenga in modo retribuito e che quindi sia una professione non è necessario alla definizione di “fotomodella”, infatti, se vivessimo in un sistema diverso da quello monetario, lo stesso processo di produzione fotografica attraverso ragazze che posano potrebbe avvenire lo stesso, e potrebbero comunque essere chiamate fotomodelle.

Poi, si può pronunciare questo termine inserendoci implicitamente dei giudizi di valore che riguardano le qualità delle azioni che compie chi fa la fotomodella, e quindi chiamare fotomodella qualcuna e non qualcun’altra se soddisfa dei parametri di qualità, o di suddividere per gradi questa soddisfazione (troppo poco, poco, sufficiente, abbastanza, molto, moltissimo) in base alla quantità di caratteristiche esistenti nel parametro di brava fotomodella, che sono in gran numero. Ma questo non è l’uso letterale del termine. E infatti, in questo caso, ci si dovrebbe chiedere cosa fa diventare brava una fotomodella?

Prima di chiedersi come valutare una fotomodella è necessario chiedersi qual’è lo scopo del valutare una fotomodella, perché non esiste una valutazione se non è in relazione a qualche bisogno o scopo, e quindi si cercherebbe una risposta senza poterla trovare perché la domanda è mal posta.

C’è chi può dire che una fotomodella “è scarsa” o “è brava”.

Ma detto così non si sa in relazione a quale bisogno essa sia scarsa o brava, anche se spesso si possono ipotizzare i riferimenti impliciti ad esempio (in base a quello che la maggioranza delle persone crede sia una belle foto, come le foto che si vedono di più, quelle pubblicitarie). A causa di questa ignoranza nei confronti del riferimento, o incertezza nel caso lo si ipotizzasse come riferimento sottinteso, è quindi necessario aggiungere un riferimento esplicito. Non esiste un solo modo di valutare una fotomodella, ma molti modi. E inoltre si può valutare una fotomodella prima di aver fatto un set e dopo aver fatto un set. Dopo un set si hanno informazioni che non si possono avere nel valutare il set fatto da qualcun altro, perché solo se si è presenti si può sapere se si è corretto la modella, quante volte, e in che quantità la si è corretta e determinare quindi la sua capacità di interpretare in modo autonomo le indicazioni del fotografo. Allo stesso modo non si può valutare la capacità di comunicare ciò che immagina il fotografo e quindi la fatica fatta dalla fotomodella per comprendere ciò che deve fare.

Lo scopo del valutare una fotomodella prima di fare un set fotografico che può essere comune a tutti quelli i fotografi/e che lo fanno può essere il fare un lavoro per cui una volta finito non si si è scontenti del risultato ma contenti.

Perciò è necessario sapere come si fa a essere contenti del risultato. Ma per averne la certezza si dovrebbe riuscire a riprodurre esattamente il risultato che si immagina, e non accade mai questo.

Perciò, questa previsione è sempre una approssimazione.

Se si intende valutare la qualità di una fotomodella in base alla sua corrispondenza con il concetto di quella che alcuni chiamano fotografia professionale e altri artistica, è necessario valutare un insieme di parametri senza i quali non si distingue uno scatto fotografico in cui il caso determina in una percentuale vicina alla totalità il risultato di una foto da uno scatto fotografico in cui si ricerca qualcosa che si immagina in modo dettagliato.

Questi parametri possono essere: L’espressività del viso, la flessibilità del corpo, la fotogenia, l’aspetto estetico.

Nella fotografia professionale, per essere coerenti con un certo canone fotografico (fashion, glamour, ritratto) già proposto e tramandato nelle sue caratteristiche essenziali da chi ha fotografato in un tempo precedente ai nuovi fotografi, è necessario valutare la fotomodella in base a quei canoni.

Ma questa valutazione può anche non essere fatta, ed è per questo che spesso l’effetto che certe foto hanno su altre persone è fastidioso o buffo. Infatti, in base alle esigenze personali che possono essere del tutto indipendenti con le aspettative di chi osserverà la foto e con i canoni estetici fotografici si può preferire una caratteristica piuttosto che un’altra.

Se si valuta la fotomodella ai fini della performance durante il set si può considerare che più facilmente la fotomodella riesce a capire cosa il fotografo vuole ottenere e meno stress e più empatia sentirà il fotografo, ma questa caratteristica è impossibile da conoscere osservando un portfolio, ma forse qualcosa della personalità si può comprendere dalla descrizione di sé, oppure intrattenendo dialoghi prima di scattare.

Un altro elemento è la percezione del suo interesse e piacere a farsi fotografare, che può assicurare che ci sarà un impegno a creare configurazioni col proprio corpo e viso adatte alle richieste del fotografo, ma questo non assicura che l’impegno si traduca nelle azioni desiderate.

Oppure valutare il compenso, quanto è giusto spendere per il suo servizio e se è giusto spendere soldi oppure lavorare gratuitamente come scambio in TFCD.

Se si vuol valutare la fotomodella in base al sue abilità per avere un controllo cognitivo su quello che ci si può aspettare da lei diventa difficile la valutazione.

Poiché una fotomodella non può vedere la sua immagine senza un supporto riflettente, deve immaginare la propria immagine dall’esterno immedesimandosi nel punto di vista del soggetto che coincide con la fotocamera. In base a questa identificazione sceglierà di socchiudere gli occhi, alzare le sopracciglia, aprire la bocca o fare altro, piegare gli arti. Tanto più riesce a comporre configurazioni che indicano uno stato emotivo che non ha realmente dentro di sé, tanto più è capace di soddisfare le richieste del fotografo/a.

Ma per poter affermare che una fotomodella X abbia Y capacità di interpretare, bisogna prima identificare quante e quali responsabilità ha la fotomodella nel risultato di una fotografia per poter valutare la sua capacità di comportarsi durante il set in un modo giusto per la riuscita delle foto.

Infatti, la responsabilità maggiore di ciò che si vede in una fotografia è del fotografo/a, perché è lui/lei che controlla cosa è riuscita a fare la fotomodella con la propria capacità di utilizzare il proprio corpo muovendo muscoli e arti, che è la stessa capacità allenata dagli attori di cinema, e quindi è lui/lei che può chiedere di rifare la posa.

Inoltre, la fotomodella può muovere i muscoli del proprio corpo in modo da configurare espressioni che indicano la presenza di emozioni e che tipo di emozioni sono presente nel soggetto osservato. La contrazione di una serie di muscoli insieme avviene in modo spontaneo nella vita quotidiana e quindi si è inconsapevoli del modo in cui si arriva a contrarli in quel modo. Per questo a volte nel cinema, l’emozione viene ricreata a partire dal riprodurre i comportamenti che in una condizione naturale sarebbero gli effetti sul suo organismo. Ma raramente una fotomodella arriva a usare tecniche sofisticate come quelle cinematografiche.

La valutazione del realismo di una configurazione esteriore è un processo semivolontario nel fotografo, lo si percepisce, intuisce, sente, quindi non c’è un metro di misura preciso.

Tuttavia il risultato finale può essere frutto del caso, o della selezione di tanti scatti e non della volontà della fotomodella, e dunque ciò che ha ottenuto un fotografo può non riuscire a ottenerlo un altro fotografo. Il portfolio nel caso di fotomodelle che lavorano con fotoamatori per soldi può essere il frutto delle insistenze dei fotoamotori o del desiderio di non far dispiacere loro delle fotomodelle o della paura che se non si caricano tutte le loro foto comincino a sparlare dicendo cose anche false alle quali però la gente crede. Dunque nel vedere pose malfatte la causa potrebbe essere solo una distrazione della fotomodella e la scelta di tenere uno scatto non buono del fotografo inesperto.

Il fotografo come può sapere con sicurezza se la configurazione che ha nelle foto è frutto del caso, o della selezione di tantissimi scatti, e non della volontà della fotomodella?

Come può essere sicura che al movimento di qualche parte del suo corpo corrisponda una configurazione reale che immagina essersi attuata? memorizzando l’immagine del proprio corpo con una certa posizione, ripetendo l’atto del guardarsi allo specchio mentre ci si muove o posando e ricevendo una risposta positiva dal fotografo.

Moltissime configurazioni possono dipendere dal caso e non dalla corrispondenza dei movimenti con l’immaginazione dalla corrispondenza dei movimenti fotomodella. cioè, per dare un merito o un demerito a qualcuno, quel qualcuno deve essere responsabile delle proprie azioni. un fotografo può fare uno scatto e ottenere una foto che non si aspettava assolutamente. quindi dove sta il merito in realtà? è come fosse una specie di incidente. la foto è un misto tra impegno, intenzione e caso.

Lascia un commento

Archiviato in Fotografia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...