LA CONFUSIONE TRA ARTE E VERITà E LA GERARCHIA DI FRUIZIONE

Gli umani nel corso del tempo hanno imparato a controllare e utilizzare la materia. Alcuni tipi di materia in particolare (la grafite della matita, la vernice, gli alogenuri d’argento, i pixel, i suoni prodotti da legno, gusci, corde metalliche..) sono stati utili per produrre moltissime cose con delle caratteristiche particolari indicate genericamente dalla parola “arte”: la pittura, il disegno, la musica, la fotografia, il cinema, i videoclip musicali, i cartoni animati e così via.
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Allo stesso tempo, strumenti come la penna,  l’inchiostro, le macchine da stampa, sono stati usati in contemporanea all’uso del linguaggio per scrivere opere: Romanzi, poesie, saggi scientifici, libri di storia, manuali e così via.

Quando nessuno sapeva scrivere era normale trascorrere un’esistenza che prescindesse da tale attività. Nelle regioni dov’è stata inventata la scrittura, però, è cominciata un’opera d’informazione e di formazione che ha portato i ragazzi ad apprendere molto presto i meccanismi del leggere e dello scrivere. Questa pratica, che coinvolge allo stesso tempo un apprendimento cognitivo esplicito e un apprendimento procedurale e irriflesso, si è così diffusa, mantenuta e propagata.
Oggi, tutti hanno la possibilità di leggere tutti i tipi di libri esistenti, vedere film, guardare dipinti e fotografie.

Per fruire dell’insieme di produzioni umane è utile riflettere sulle loro caratteristiche, sul loro effetto, e dunque la loro funzione, in modo da comprendere cosa aspettarsi da esse e cosa non aspettarsi, perché la mente umana ha il potere di aspettarsi certi risultati dove non si possono trovare, e dunque va corretta attraverso la conoscenza della verità.

STUDIARE L’ARTE PER GODERE DI PIù E MEGLIO

Studiare l’arte, fruire di molte opere, e rifletterci, naturalmente, nel tempo libero dagli impegni più urgenti, permette di discernere ciò che è meglio da ciò che è peggio cercando di capire perché qualcosa sia meglio o peggio, e serve sia a sé stessi che a gli altri. A sé stessi per goderne di più scegliendo i prodotti migliori e scartando quelli peggiori, e agli altri per poter consigliare consapevolmente prodotti artistici migliori.

Ad esempio si può indicare a un appassionato dove ci sono le ‘miniere’ che gli possono potenzialmente ‘dare’ di più. Se chi ha dedicato la vita per la musica venera Bach e non Britney Spears, questo vuol dire che probabilmente andando ad approfondire (con impegno ecc.) Bach si avrà molta più soddisfazione rispetto al fare lo stesso con Britney Spears. Probabilmente. Quando c’è qualcuno che un certo percorso lo ha già fatto edice certe cose ci si può affidare un pò e andare a verificare.

Naturalmente si può giudicare in moltissimi modi differenti. Superficialmente, come in modo esteso. Un film è composto da moltissime parti. Per scherzare e cazzeggiare, per simulare una finta voglia di litigare, ma in modo scherzoso, con un amico. Dire che un certo film fa schifo (da un punto di vista del montaggio o della trama o della scengiatura ecc) non significa non rispettare la libertà di qualcuno di goderne. Non è obbligatorio apprezzare qualcosa che è oggettivamente superiore. Significa parlare della parte oggettiva del film e non di quella soggettiva dell’altro (un film può piacere anche perché ricorda la persona con la quale lo si è visto). Come dire che le canzoni di sfera e basta non hanno dinamica, mentre quelle dei Pink Floyd sì. Questo è un dato oggettivo che si può leggere analizzando la canzone con un software. Non è una mancanza di rispetto. Anche perché sarebbe una mancanza di rispetto allora premiare un film e non gli altri, ritenendo che sono inferiori, e si dovrebbe dire che tutti sono belli, e nessuno è brutto.

Il vero problema del valutare un’opera è che invece alcuni negano l’idea di approfondimento (anche individuale) e intendono l’arte come un puro compiacere qui ed ora un certo pubblico, un pubblico che non cresce perché non vuole crescere e non è disposto a fare sforzi per ‘godere’ magari di più e in maniera più profonda.

Insomma, quando si confronta un prodotto artistico a un modello ideale, o a un altro prodotto artistico dello stesso genere, non si tratta di vincere un premio (il famoso mongolino d’oro) di chi è più bravo a capire cosa è bello, e di entrare in competizione, addirittura infastidentosi, sul giudicante migliore. Anche perché si trata di opere, e dunque non sono fondamentali per rimanere vivi e sereni, al punto da giustificare tanto scontro. Ma semmai si tratta di decidere con responsabilità cosa evidenziare e tramandare ai posteri (o anche solo ai propri amici e conoscenti) nel loro interesse, nell’interesse di un loro potenziale arricchimento e profondo ‘godimento’. Ovviamente, trattandosi di qualcosa di cui solo alcuni elementi sono oggettivi non si deve pretendere la certezza ma comunque utilizzare tutti gli indizi di cui si dispone per fare la scelta che sembra probabilmente più sensata. E ovviamente quando si scherza dicendo che qualcuno che apprezza qualche opera che si ritene brutta non capisce nulla non si deve prendere sul serio.

Proprio per questo è bene che si dedichino all’approfondimento quante più persone è possibile, o comunque molte persone. Ciò però cozza con l’idea che l’approfondimento (che è cosa che spesso costa fatica) non serva o non abbia senso (ad esempio perché nell’arte “tutto è soggettivo e quindi sentiti Britney Spears se ti piace senza sforzarti per poter apprezzare il compositore Ligeti”).

In altri casi stabilire cosa sia meglio o peggio, cosa sia brutto o bello, non è d’importanza personale, cioè finalizzato al goderne di più scegliendo i prodotti migliori, e consigliando prodotti migliori agli altri.
Include infatti motivazioni che hanno a che fare col denaro, col successo, con le pari opportunità e la lotta di classe. Persone che ritengono di fare musica, cinema migliore si sentiranno sminuite dall’avere guadagni minori, successo minori, opportunità minori, e dover fare sacrifici per continuare, o addirittura rinunciare. In questo caso si tratta di un discorso politico e non estetico.

LA FUNZIONE DELL’ARTE

La funzione dei prodotti artistici (compresi romanzi, anche storici) non è quella di descrivere come sia il mondo, quali siano le sue leggi conoscibili tramite la mente, e lo studio della natura, e i mezzi adatti per studiarla, cosa sia accaduto nel passato, cosa potrebbe accadere nel futuro, ma ha la funzione di provocare in chi fruisce di queste opere sensazioni, cioè stimoli provenienti dall’ambiente, ed emozioni, cioè sensazioni prodotte dalla memoria.

Tutta l’arte, letteratura compresa, è un prodotto che non serve per operare sulla realtà in modo utile al miglioramente della vita, come può esserlo la ricerca scientifica, ma è qualcosa di più un passatempo. Infatti, anche giocare con lo jo jo può essere un passatempo, ma l’arte è una forma che permette vivere il tempo libero godendoselo in modo tecnicamente e tecnologicamente massimizzato, e permettendo di provare emozioni utili a contrastarne delle altre che nel momento presente non si riesce a silenziare.

Poiché la nostra mente è incapace di fare il silenzio per troppo tempo, e quando è in condizioni prive di stimoli si annoia, o addirittura si deprime giudicando e valutando i ricordi degli episodi della propria vita che casualmente tornano in mente, pensando ai rimpianti, agli errori, confrontandosi coi propri coetanei amici e vedendo che loro hanno ottenuto molto di più, si sente spenta, si ha spesso un bisogno di riempirla con qualcosa che possa di nuovo esaltare l’ego e distrarre.

E i prodotti artistici (letteratura, cinema…) i contenuti presenti sul web (blog, video, immagini) sono fatti apposta per riempirla, un fenomeno analogo a quello della masturbazione genitale, ma a livello mentale, con annessi orgasmi, durante i picchi di piacere, ad esempio quando si ascoltano delle note particolarmente toccanti di una canzone, o si vedono scene particolarmente segnanti di un film, di un videoclip musicale o di un film pornografico. Avere una passione permette di fuggire temporaneamente dalla percezione della realtà, e come le fughe dalla realtà che si fanno con alcol e droghe, si può diventare musicodipendenti/filmdipendenti e quietofobici.
Anche se pochi sono disposti ad ammettere che si è svi­luppato una dipendenza dalla musica, dalla tv, dalla radio, dai social ecc. e che ne vogliamo sempre un po’ di più. Più canali, uno schermo più grande, il volume più alto, più film e telefilm. Ma tutti dicono di non avere nessuna dipendenza e che potrebbero smettere quando vogliono, anche se non lo fanno mai.

Per questo, una persona che lavora, e torna a casa talmente stanca da non sentirsela di uscire per cercare di godere relazionandosi con gli altri (nei pub, sulle panchine, o camminando in giro per strada con gli amici) con tutta la fatica che questo comporta e i rischi che la relazione si trasformi in una fonte di sofferenza e violenza, può di tanto in tanto preferire starsene a casa, sul letto o sul divano, a dimenticarsi della propria vita e del proprio ambiente circostante e immergersi in qualche film, pur potendo di tanto in tanto riflettere su alcuni elementi della propria vita in sintonia con ciò che si vede sullo schermo. Una vita vissuta in condizioni restrittive e di sussistenza, probabilmente richiede appunto l’evasione almeno temporanea nell’irrealtà per la sua sopportazione, come sedativo. la cosa interessante è che la virtualità sembri più diffusa oggi e nelle società avanzate, che ieri o nelle società sottosviluppate (non in quelle in via di sviluppo, purtroppo): il che fa temere che, dal punto di vista psicologico, anche una vita in cui i bisogni materiali primari sono stati soddisfatti, non appaia più facilmente sopportabile di una di pura sussistenza.

Tutte queste cose sono una terapia temporanea per la nevrosi di chi è incapace a fare il vuoto mentale, ad esempio usando la tecnica buddhista di fare dieci respiri profondi fino a calmare il respiro ed eliminare il bisogno di fruire di certe cose quando si capisce che si sta esagerando.

In certi casi può aiutare ad abbassare la tensione provocata da traumi esterni (si è disoccupati, senza risparmi, senza famiglia e si ha una tremenda paura di finire male, un parente è malato e potrebbe morire e si pensa ossessivamente a questo fatto, il fidanzato o la fidanzata ha rotto la relazione esprimendo giudizi orribili, un amico ha rimproverato dandoci dell’egoista, scorretto eccc).
Stando attenti a non abusarne. In certi casi può diventare un motivo d’isolamento che produce ancora più paura degli altri e abbassa la resistenza al sopportare il loro essere diversi da come si vorrebbe e da come dovrebbero.

La musica modifica l’andamento delle onde cerebrali causando un calo di concentrazione; ma allo stesso tempo, fa crescere la motivazionee il buon umore rispetto all’assenza di suoni. L’effetto positivo sull’umore è dovuto, in misura più o meno decisa, a un aumento delle frequenze beta (quelle tipiche dello  stato di veglia e delle intense attività mentali) nelle regioni frontali e centro frontali della corteccia cerebrale. La spinta neurale della musica potrebbe essere sfruttata nelle situazioni di poca costanza o riluttanza a compiere attività fisica: con il pezzo giusto arriva anche la motivazione.

Quando ascoltiamo un brano musicale che conosciamo poco, e all’improvviso arriva un accordo ancora più piacevole di quello che ci aspettavamo, proviamo quasi un brivido di piacere. In ambito musicale, l’inatteso attiva i centri della ricompensa nel cervello, un meccanismo che facilita l’apprendimento del brano che stiamo ascoltando.

Un processo che i neuroscienziati ritengono essere una componente chiave dell’apprendimento, noto come errore di previsione della ricompensa. In pratica, l’attivazione neurale derivante da una ricompensa inattesa rinforza lo stimolo che ha provocato quella ricompensa, ci porta perciò a ricercarlo più e più volte e a imparare come ottenerlo.

Performance sportive. Non è un semplice sottofondo di accompagnamento: la musica può fare la differenza nella buona riuscita di una performance sportiva. Secondo uno studio della Georgia Southern University, aiuta a controllare i livelli di attivazione fisiologica (arousal) prima e dopo la gara, aiuta gli atleti a concentrarsi in vista della performance e crea il giusto spirito di squadra nel corso di essa. Una ricerca della Brunel University (Londra) stima che la musica giusta possa aumentare la resistenza fisica del 15%. E un altro studio britannico del 2005 ha dimostrato che l’ascolto di musica può migliorare del 20% le prestazioni sportive (con una sorta di effetto dopante, ma legale).

Collante (o repellente). La musica funziona da catalizzatore sociale, regalando un’identità comune a molti gruppi di giovani. Questo è noto da tempo, ma forse non tutti sanno che può sortire anche l’effetto opposto: può anche allontanare dai luoghi in cui risuona chi non apprezza quel tipo di melodia. Lo sanno bene alcuni negozi eleganti, biblioteche silenziose e hall degli alberghi che attraverso la musica classica allontanano la clientela indesiderata (per esempio un audience troppo giovane che non sempre gradisce il genere). Quando il cervello ascolta qualcosa che non apprezza, inibisce la produzione di dopamina, un ormone che ci fa sentire appagati. Così, si andrà a cercare altrove melodie che ci facciano stare bene.

È stato dimostrato che una musica rilassante può risultare utile nella convalescenza di pazienti che hanno subito operazioni cardiache o sono reduci da infarto, perché abbassa la pressione sanguigna, riduce il battito cardiaco e aiuta a ridurre l’ansia. Una musica allegra e dinamica, specie se gradita, fa espandere i vasi e intensifica la circolazione del sangue, favorendo la salute del cuore.

Anche se l’arte (letteratura e cinema) può fornire di tanto in tanto qualche informazione reale sul mondo (tipo che è la terra a girare attorno al sole e non il contrario), queste informazioni sono davvero ridotte all’osso e le esperienze dei personaggi sono descritte inframezzate di fantasia finalizzata al godimento e non alla conoscenza veritiera del mondo, e quindi sono lontane dalla realtà e inaffidabili.

Cosa ci possono dire un romanzo, o una sinfonia, sul mondo? nulla che non abbia a che fare con l’uomo, cioè con una insignificante particella cosmica. E tutto ciò che possono dire agli uccelli i loro canti, o ai cobra i loro sputi: tutte cose con lo stesso interesse relativo e soggettivo, che interessano agli uccelli o ai cobra, e solo a loro, così come i romanzi e le sinfonie interessano solo agli uomini, e nemmeno a tutti, ma solo a loro.

Se anche boltzmann, come qualunque altro scienziato, non fosse esistito, prima o poi qualcuno avrebbe trovato la sua costante, e si chiamerebbe diversamente (soggettivamente), ma sarebbe pur sempre la stessa (oggettivamente).

mentre se Robert Smith o Elizabeth Fraser non fossero esistiti nessuno avrebbe fatto esattamente quello che hanno fatto loro perché è espressione della loro soggettività.

Ci sono infiniti Robert Smith e infinite Elizabeth Fraser che non sono esistite, e tutti vivono bene senza di loro. Se non fossero esistiti tutti sarebbero vissuti bene senza. Ma dal momento che sono esistiti, se li si conosce, e li si apprezza, è una goduria vivere con i loro prodotti artisti. Quasi un bisogno. Quasi una dipendenza.

Se uno non apprezza la differenza con la scienza, che invece parla di cose oggettive che interessano a tutti coloro che hanno la capacità di interessarsene, compresi gli alieni di ogni ordine e luogo, allora le discussioni saranno sempre dialoghi fra sordi.

Gli scienziati non tirano fuori la calcolatrice per conoscere se sono innamorati di una donna, come i pianeti non fanno calcoli complicati per girare attorno al sole.
Ma se si vuole capire cosa succede all’uomo o alla donna che si innamorano senza capire perché, o al pianeta che gira attorno al sole senza sapere di farlo ci sono due vie contrapposte:
L’umanesimo tira fuori, ad esempio, in un caso le motivazioni filosofiche o psicologiche, e nel secondo le gerarchie angeliche.
La scienza, invece, nel primo caso le spiegazioni evoluzioniste o fisiologiche, e nel secondo quelle gravitazionali.

L’umanesimo descrive in maniera confusa e allusiva ciò che non capisce, la scienza in maniera precisa e dettagliata ciò che capisce. La differenza è tutta qui.

Lo scienziato è tanto programmabile quanto l’artista, e nasce per combinazione nello stesso modo. Solo, i due rivolgono la loro attenzione in direzioni diverse.
Tra l’altro, all’inizio dell’impresa “conoscitiva”, millenni fa, non era affatto chiaro quale sarebbe stata la via corretta e proficua da seguire: se la scienza, o l’umanesimo. aveva dunque perfettamente senso provarle entrambe, per vedere come andava.
Ma oggi sappiamo che sulla via scientifica si va verso una conoscenza oggettiva e verificabile, mentre sulla via umanistica, soprattutto nella filosofia e nella teologia, si va a perdersi in un pantano senza raggiungere nessun risultato concreto.

Tra due musicisti che parlano di musica c’è un’assoluta mancanza di temi quali “comprensione della realtà” o “rappresentazione della vita”. anche beethoven ha usato solo eccezionalmente titoli come “eroica” o “pastorale”, e solo in senso allegorico.

i “significati” nella musica e nell’arte in genere li cercano, e credono di trovarli, gli analfabeti musicali e artistici, che non hanno idea di cosa stia dietro la musica o l’arte. in particolare, i giornalisti e i filosofi, che purtroppo sono però coloro che imperano nei media sedicenti culturali, e diffondono immagini infantili su ciò che non capiscono.

detto altrimenti, coloro che vedono l’inspiegabile o l’inesperibile nella musica sono coloro che non sanno vederci la musica stessa, che infatti rimane inspiegabile o inesperibile DA LORO, ma non certo dai musicisti.

CONOSCERE L’INCONOSCIBILE
Alcuni affermano che abbiamo la possibilità di conoscere attraverso l’arte qualcosa dell’inconoscibile che ci circonda. Ma non comprendo che se qualcosa è inconoscibile, è inconoscibile. Così come se qualcosa è indimostrabile, è indimostrabile. Ma è tipico di un certo pensiero, il credere o l’illudersi di poter superare l’inconoscibile e l’indimostrabile, senza capire che la cosa è impossibile PER DEFINIZIONE.

Sentire che “l’inconoscibile è conoscibile” è abbastanza strano, per uno che usa le parole nel loro senso comune e stabilito (il linguaggio è uno strumento di comunicazione, e per poterlo essere non può usare le parole a capocchia, pena l’incomunicabilità).

molta della filosofia degenere si basa appunto sull’uso insensato delle parole, o sullo stravolgimento del loro senso. ovvio che poi si può dire cosa si vuole, al proposito.

EMOZIONI E FILM

I film possono innescare sensazioni, emozioni e riflessioni. Per quanto riguarda le emozioni essendoci una vasta e articolata gamma di stati emozionali, tra loro sovente sovrapposti e mescolati (apprensione, inquietudine, attrazione, brama, passione, astio, livore, melanconia, nostalgia) ogni genere produrrà prevalentemente un certo tipo di emozione (l’horror la paura, il thriller l’inquietudine, il giallo la curiosità e lo stupore, l’azione l’adrenalina, l’erotico e il pornografico l’attrazione e l’eccitazione). Fisiologicamente, si tratta di sensazioni prodotte da percezioni che si originano nel sistema nervoso centrale, la conseguenza di particolari ormoni sui neurotrasmettitori.

Non si vive l’esperienza di un film, o di una fotografia, solo attraverso gli occhi quando si guarda lo schermo, e in contemporanea attraverso le orecchie ascoltando l’audio che esce dagli altoparlanti, ma si vive anche attraverso le altre parti del corpo (il cuore aumenta il suo battito, i muscoli erettori fanno drizzare i peli, si hanno i brividi, si trema, si urla, dopo aver visto il film si hanno incubi la notte mentre si sogna, si ride, si emettono fluidi corporei come lacrime e sudore, avviene una erezione o una lubrificazione delle pareti vaginali e una dilatazione del clitoride e caso di film fortemente erotici e sessuali e della pornografia, se ci si masturba il maschio emette sperma e nella femmina l’utero, la vagina e i muscoli pelvici hanno una serie di contrazioni ritmiche), producendo così delle esperienze corporee che non sono come vivere esperienze reali ma neanche come stare davanti a una parete bianca. Quando guardiamo un film con un alto contenuto emotivo, il nostro cervello rilascia anche ossitocina, un potente neurotrasmettitore che ci aiuta a connetterci con gli altri e ci permette di essere più comprensivi, amorevoli, affidabili e disinteressati.
Vedere un film o una fotografia significa esperire in modo mentale e non fisico l’esperienza che si vede coinvolgendo tutto il corpo dello spettatore. E questo vale in particolare per quei generi di film e fotografie che hanno una particolare capacità di far reagire la carne dello spettatore: melò, horror, porno.
Questo è tanto più vero quanto più una persona è empatica, e dunque riesce a immedesimarsi negli altri, che siano persone reali, o attori in un film. Al punto che alcune persone non vogliono vedere certi generi per evitare di provare emozioni troppo coinvolgenti (come se non avessero semplicemente visto un film ma avessero subito un’esperienza traumatica reale, come quella che vive il protagonista di un film horror, o un film melodrammatico molto triste). Chi da piccolo si abitua di più a vivere queste emozioni in modo sufficientemente distaccato, ricordandosi della finzione anche quando s’immedesima, riesce anche da adulto a vedere certe cose senza soffrirne. A volte certe emozioni forti ma negative che producono i film possono anche essere in grado di liberarsi da esperienze traumatizzanti o da situazioni conflittuali.

Dal momento che generi diversi innescano emozioni e riflessioni diverse, in base a cosa si ricerca si può scegliere che genere di film vedere (stasera non ho voglia di pensare troppo, voglio ridere vedendo un film comico. stasera non ho voglia di ridere, voglio piangere vedendo un film drammatico…).

HORROR E PORNO
Secondo la morale va bene aver voglia di spaventarsi ma non di eccitarsi, e si spendono tantissimi soldi per fare film horror ma non per fare film porno.

“La paura è un’emozione che fa sentire bene fisicamente e può anche rendere più forti”La paura è la reazione innescata dall’amigdala, la parte del nostro cervello che gestisce le emozioni, quando ci troviamo in situazioni di rischio. È uno stato fisico e psicologico che può portare a due reazioni: fuggire o attaccare. Esistono due tipologie di paura: la “paura piacevole” (controllata) e la “paura reale” (incondizionata). Se il nostro cervello capisce che il tipo di paura che stiamo provando deriva da una situazione sotto controllo, la paura può essere piacevole. Questo è il caso di un film horror, un’attrazione in un parco divertimenti o una festa di Halloween.

La “paura reale” invece è strettamente collegata a un sensazione di dolore, fisico o mentale. Quando il timore viene percepito dal nostro cervello come legato ad una situazione che non possiamo controllare, come un lutto, una strage o un incidente, non proveremo certamente piacere, e in quel caso proveremo un terrore fuori controllo. Il terrore, inoltre, è qualcosa di molto soggettivo. A seconda del nostro livello percepito di sicurezza e di controllo avremo reazioni differenti da persona a persona. È per questo motivo che alcuni di noi adorano guardare film horror e altri invece non li considerano nemmeno, evitandoli.

In particolare, quando si tratta di un film horror, alcuni teorie stabiliscono che ciò che davvero ci spaventa è qualcosa che, più o meno inconsciamente, ci turba nella vita reale. Dalla più banale paura della morte, alle fobie più diffuse (animali esotici, sangue, malattie), fino ai timori più inconsci come la paura del buio, la solitudine notturna, i luoghi abbandonati e per chi è superstizioso le leggende sui fantasmi. Eppure, anche quando chiudiamo gli occhi davanti a scene spaventose, abbiamo sempre la curiosità di farci raccontare come sia andato a finire quell’episodio. Questo a dimostrazione che queste esperienze ci turbano tanto quanto ci fanno piacere, perché nel momento in cui esorcizziamo un nostro timore più recondito, la nostra autostima cresce.

Altri studi psicologici, invece, sostengono che quando decidiamo di guardare un film piuttosto che un altro si innesca un meccanismo di difesa. Così, chi è stato vittima di violenza troverà più interessanti i film splatter, ad esempio. C’è anche chi sostiene che se i nostri film preferiti sono quelli sui serial killer è perché vogliamo reprimere inconsciamente il nostro desiderio di ferire il prossimo. Quest’ultima teoria è senz’altro la più inquietante.

I film horror mettono in moto impulsi, innescando un aumento della frequenza cardiaca, quando l’impulso accelera e il sangue pompa più velocemente, monta l’onda di adrenalina. Questo mediatore chimico prodotto da intenso stress – in questo caso dalla paura – che già sappiamo che abbassa l’appetito, aumenta il metabolismo e consente al corpo di bruciare una gran quantità di calorie.

L’ESPERIENZA DI FRUIRE UN FILM: CINEMA E CASA
Ci sono due modi differenti di fruire di un film: a casa o al cinema.
Ma andare al cinema a vedere un film differisce dal vedere il film a casa per molti motivi. Dunque, avere maggiori servizi a basso prezzo a casa non compete col cinema nella parte di servizi che solo il cinema offre.

Già solo il tragitto da casa al cinema può essere un pretesto per uscire quando ci si annoia di andare in giro e non si sa dove andare.
Poi prima di entrare nella sala se è estate, l’aria condizionata può dare sollievo e anche attendere 15 minuti prima di fare il biglietto seduti sui tavoli a bere o mangiare qualcosa può dare piacere.

Inoltre, diverte i figli, che possono mangiare caramelle, bevande zuccherate, e giocare ai videogames all’ingresso.

Inoltre, è utile per un appuntamento sentimentale in cui ancora non ci si conosce e si mantiene una certa distanza psicologica, per una serata con gli amici (stare tutti in casa può diventare ingombrante se si è tanti, o se si vive con i genitori che non vogliono rumore o dormono presto) ecc, chi ci rimette con lo streaming è chi noleggia.

la gente al cinema ci andrà anche se può vedere il film a casa, così come al bar non ci si va solo per il caffé, e quindi ci si va anche se si ha il caffé a casa.
o al pub non ci si va solo per la birra, e quindi ci si va anche se si ha la birra a casa.

Non solo vedere un film coinvolge molte parti del corpo, ma coinvolge anche gli altri. Vedere un film con gli altri può amplificare il piacere di vederlo se si sa che anche loro apprezzano quel film, come può invece disturbare questo piacere, ad esempio se si sa che a loro non piace quel film e vorrebbero fare altro e magari si stanno forzando attendere la fine solo per farci contenti.
E gli effetti positivi della condivisione di un film sono uno dei motivi per cui si va al cinema, anche se il principale è la qualità dell’esperienza, e il fatto che si possa vedere subito un film che si dovrà attendere un pò anche solo per vederlo decentemente in streaming.

Al cinema si condivide una stessa esperienzai in massa. Si è tutti al buio, tutti seduti e voltati nella stessa direzione. E ad esempio, se si guarda un film comico, in sala risuonano risate a ogni geniale battuta. La risata è infatti contagiosa. I suoni gradevoli come le risa (ma anche una semplice risatina) innescano un’attività neuronale due volte maggiore dei suoni sgradevoli. E poiché la corteccia premotoria controlla i muscoli facciali, preparando il nostro viso alla risata (o alla smorfia di disgusto nel caso di suoni sgradevoli), i ricercatori hanno ipotizzato che rispondere alle risa, ridendo o sorridendo, potrebbe essere automatico. Un meccanismo, insomma, che non siamo in grado di controllare: ridere di fronte a una risata è un impulso.
Mentre se si guarda un film drammatico, o comunque serio, anche fosse di fantascienza, la gente che lo commenta, o chiede al vicino spiegazioni, o anticipazioni su quello che accadrà nella storia invece che attendere siano le immagini a rivelare la storia, o che si alza e copre la visione, o fa rumori può disturbare molto. Anche l’effetto di un film horror può essere disturbato da un pubblico che lo percepisce diversamente, ad esempio ridendo a certe scene che fanno paura e distruggendo così le emozioni ricercate.
E infatti molti preferiscono andare al cinema senza amici o altre persone, a orari in cui la maggioranza delle persone non ci va.  quando ci impegniamo in attività di gruppo come concerti o film, le nostre onde cerebrali si sincronizzano: l’attenzione rapita del pubblico significa che gli spettatori elaborano allo stesso modo il finale sinfonico o una scena d’amore o di lotta.

L'interazione sociale e i cervelli sincronizzati

I concerti sono un tipico caso in cui l’attenzione focalizzata su un evento sincronizza tra loro i cervelli degli spettatori.

Per alcuni il piacere di andare al cinema consiste proprio nel fare battute con amici e amiche, ridere, commentare il film. Soprattutto tra giovani si organizzano comitive per andare al cinema e fare così. Cosa che con il cinema porno era differente, perché andare insieme a un cinema porno era considerato strano, e magari ci si voleva masturbare senza avere un amico o un amica accanto, e infatti li hanno chiusi.

Il problema è che in questo modo non si rispettano gli altri che vanno al cinema solo per il film e non per la socialità. E dunque se si hanno tali istinti sarebbe più corretto organizzare queste cose in casa, acquistando un videoproiettore, delle buone casse audio, e un grande divano.

Si può sempre cercare di far somigliare la casa a un cinema: uno schemo molto grande con una buona risoluzione e un buon comparto audio, installare l’aria condizionata, e cucinarsi da soli qualcosa di buono e andando a comprare qualche bibita zuccherata. si spengono le luci, e pur essendo diverso, diventa simile, e si risparmia denaro vedendo molti più film. Ma al contrario del radunarsi in un cinema, frammentarsi nelle abitazioni, dove ognuno vede un film differente su di uno schermo, col suo home enterntainment center produce effetti differenti. Invece di interagire con il cassiere, l’addetto che strappa il biglietto e il venditore di bibite e alimenti, si scarica il film da Netflix, si paga con la carta di credito e si prepara qualcosa da bere o mangiare in cucina. Si svolge da soli il compito del proprietario del cinema (che acquista il film e il posto dove proiettarla), quello del bigliettaio (quando si paga), quello del proiezionista (occupandosi della riproduzione del film) e quello del bar (preparandosi i popcorn), e non si ha contatto con gli altri, quindi non si può essere coinvolti dalle loro risate in modo positivo, ma neanche essere disturbati.

COINVOLGIMENTO TECNOLOGICO

Da un punto di vista esperienziale, il cinema è quasi sempre qualitativamente migliore della visione in casa.

Il cinema offre un’esperienza più intensa dell’opera cinematografica, rispetto a quella che normalmente si ha nella propria abitazione, principalmente perché offre un’immagine cinematografica molto più grande: fino a qualche decina di metri di larghezza. Per ottenere queste dimensioni dell’immagine cinematografica, normalmente nei cinema si usa la proiezione cinematografica. In particolare l’immagine cinematografica viene visualizzata sullo schermo cinematografico mediante uno o più proiettori cinematografici e lo schermo cinematografico è uno schermo per proiezioni. Un proiettore cinematografico in grado di visualizzare immagini cinematografiche di tali dimensioni, con una qualità soddisfacente, può costare anche centinaia di migliaia di Euro. Normalmente quindi, per le abitazioni private, ci si affida ad impianti home theater, molto più economici, ma in grado di offrire un’immagine cinematografica molto più piccola.

Per quanto riguarda il sonoro cinematografico, il discorso è diverso. Un ampio spazio necessita di elevata potenza acustica. Elevata qualità del suono, unita ad elevata potenza acustica, comporta, da un punto di vista economico, ingenti spese per l’impianto sonoro. La stanza di una normale abitazione privata necessita invece di una potenza acustica sensibilmente inferiore. Ottenere una elevata qualità del suono nella stanza di una normale abitazione privata comporta, da un punto di vista economico, una spesa sensibilmente inferiore. In altri termini, ottenere una buona qualità del suono in un piccolo ambiente è alla portata della maggior parte delle persone, se si considera i Paesi economicamente più sviluppati. Spesso il sonoro cinematografico è trascurato nei cinema. Perché l’esercente non può permettersi di investire ingenti somme di denaro in tale settore, oppure perché non lo ritiene importante. Almeno nei cinema più moderni, non è raro trovare una buona qualità del suono. È invece molto raro trovare un’eccellente qualità del suono anche nei cinema più moderni. Oltre a ingenti spese economiche, sono necessarie competenze tecniche non comuni.

Naturalmente, i cinema con tanti posti e giganti sono più a vantaggio di chi strappa i biglietti che per chi vede. Se un film è pieno, e tu ti ritrovi all’ultimo posto all’angolo a destra o sinistra fai fatica a godertelo e a immergerti. Perché non solo vedi lo schermo piccolo, ma vedi un sacco di gente sotto lo schermo, che un po’ ti distrae, e in più l’audio ti arriva sbilanciato. Per questo si può andarci gli ultimi giorni in cui il film viene proiettato e possibilmente all’ultima proiezione (22.00-23.00 per capirci). Trovando così numerosi posti disponibili.

Anche se in base al sistema di riproduzione audiovisiva che ci si ritrova a casa si può avere una esperienza più o meno distante da quella del cinema. A casa infatti si può avere un videoproiettore molto potente, e una parete molto ampia su cui proiettare, e si può avere un sistema audio molto potente, anche se non si può eccedere col volume a causa dei vicini.
Infatti, il principale motivo per cui non si sceglie di andare al cinema non è che la qualità del cinema sia inferiore a quella degli apparecchi che si hanno in casa, ma il costo dei film (dai 7 agli 11 euro l’uno) oltre agli orari prestabiliti, e alla necessità di spostarsi da casa al cinema, e di pagare di più se si vuole bere o mangiare qualcosa.

Naturalmente, la lettura di una storia di fantasia o la visione di un film, nonostante produca sensazioni tramite la memoria, rispetto a mangiare un dolce o un gelato, ha delle particolarità. Costringe a un impegno immaginativo, per il quale il nostro cervello pare molto versato: uno studio di risonanza magnetica funzionale ha infatti mostrato che sono sufficienti brevissime frasi descrittive (come “un tappeto blu scuro”) per portare l’ippocampo – una regione del cervello associata con l’apprendimento e la memoria – ai livelli massimi di attività.

Questo­ sottolinea il potere della mente di chi legge e come gli scrittori non abbiano bisogno di descrivere le scene in modo esauriente per accendere la fantasia del lettore: basta che le suggeriscano.

RAPPRESENTAZIONI DEL MONDO

realtà_oggettiva

Esiste una realtà oggettiva e una rappresentazione mentale della realtà costruita attraverso la comunicazione e l’interazione sociale.
La rappresentazione mentale della realtà può non coincidere con la realtà.
La soggettività della percezione porta fatalmente all’autoinganno: le convinzioni, le aspettative e i pregiudizi, influenzano la rappresentazione e dunque le scelte, le preferenze e le azioni che si compiono ma possono farlo sulla base di qualcosa che c’è realmente o sulla base di qualcosa che non c’è (ad esempio, la magia).

Il problema è che l’uomo ha da sempre il vizio di sovrapporre i propri desideri alla realtà, ovvero di cercare di vedere le cose come vorrebbe che fossero piuttosto che come sono. Questa, in fondo, è la differenza fra scienza e religione o, più in generale, tra scienza e ideologia. Sta tutto nella capacità di riuscire a vedere il mondo qual è o «accomodarlo» invece a nostro piacimento: se ne fossimo in grado non esisterebbero mitologie o religioni oppure radicate posizioni ideologiche, per le quali l’uomo si farebbe uccidere piuttosto

Nessuno (a parte i postmoderni) nega che ci sia una realtà, e che sia quello che è.
Ma quello che le analisi provano è che spesso ciò che si dice della realtà non è corretto. ad esempio, nessuno nega che esistano sistemi politici nei quali viviamo. quello che si nega è semmai che essi soddisfino le caratteristiche che dicono di avere: ovvero, ciò che si dice, non sempre coincide con ciò che è. anzi, spesso è esattamente il contrario, visto che i politici (e i media) parlano non per dire la verità, ma per fare propaganda. ad esempio, chiamare “repubblica democratica” o “democrazia cristiana” uno stato o un partito, non faceva automaticamente della germania est un paese democratico, o della dc un partito democratico e/o cristiano.

Una volta compreso che la rappresentazione della realtà può non coincidere con la realtà bisogna capire perché sia importante che esse coincidano.
C’è l’idea che all’aumentare della conoscenza del mondo aumenti l’infelicità, e che ignorare come funzionino le cose porti alla felicità, ma è una falsità. Avere una rappresentazione del mondo incompleta o falsa può produrre emozioni, scelte e comportamenti dannosi. Come spendere soldi per merci che si crede servano a qualcosa che non servono, oppure pensare sia giusto reagire con emozioni negative di fronte a eventi che in realtà non richiedono certe emozioni, affidarsi alla magia e non curarsi, non vaccinarsi e morire, compiere un’azione e commettere un reato senza saperlo e così via.

Come un interior design progetta, disegna e fa costruire un arredamento esteticamente coerente e funzionale per un locale, così una persona può analizzare la rappresentazione delle cose del mondo che ha e ridisegnare ciò che non corrisponde alla realtà, o i valori che non basandosi sui fatti risultano scorretti. Esattamente come un programmatore riprogramma un codice scritto male. Tuttavia lo sforzo di obiettività è una delle più significative forme di repressione degli istinti.

Con il progressivo aumento dello sviluppo del sistema nervoso, molti animali sono in grado di formarsi un’idea delle variazioni del mondo in cui vivono e di sviluppare forme di previsione e di progettazione. Tutto questo permette loro di elaborare forme avanzate di interazione sociale, finalizzate al controllo delle istanze aggressive dei diversi individui, alla collaborazione e alla concertazione di azioni comuni, mirate a una migliore sopravvivenza degli adulti e della prole. Fra queste funzioni spicca per le specie più evolute la capacità di «capire» e prevedere le intenzioni altrui, immedesimandosi nell’altrui «mondo mentale». Al culmine di tale processo compare una specie bipede e priva di pelliccia che è in grado di raffigurarsi efficacemente il mondo e la psiche degli altri e di darsi una rappresentazione mentale di tutto questo, anche quando gli oggetti di questa raffigurazione sono lontani o assenti: questi siamo noi.

Le caratteristiche biologiche che ci contraddistinguono permettono la nascita di una «cultura» in senso lato e lo sviluppo di un’evoluzione culturale che affianchi e potenzi quella biologica comune a tutti i viventi. L’uomo, animale tra gli animali, comincia a vivere così in un suo mondo, a servirsi di strumenti e a modificare il mondo in cui vive.

COS’è LA SCIENZA

Per comprendere la differenza tra l’arte e la scienza bisogna sapere cos’è la scienza: “Scienza” è una parola molto antica e indica un insieme strutturato di conoscenze consolidate e relativamente affidabili. Può esistere perciò una scienza delle finanze, ma anche una scienza della pesca o una scienza della acconciatura dei capelli, o della conciatura delle pelli.
Con il passare del tempo, però, la parola ha acquisito un significato sempre più specifico, per quanto più problematico, soprattutto per la collusione con il concetto di “verità”.
In Occidente, infatti, la scienza s’identifica sempre di più con un processo di ricerca della verità dei fatti.
Anche grazie al fondamentale apporto della matematica, discipline come la fisica, la chimica e la biologia, come pure la geologia e l’astronomia, l’informatica, negli ultimi decenni sono letteralmente esplose giovandosi del continuo aumento dei ricercatori e dei tecnici coinvolti nel loro sviluppo.
La parola “scienza” è andata così acquisendo un significato sempre più preciso e mirato: quando si parla di scienza senza altre specificazioni si intende oggi quasi sempre quel complesso di cose e di persone specializzate e impegnate a tempo pieno nella grande ricerca scientifica e operanti in grandi strutture con l’aiuto di apposite e costosissime strumentazioni d’avanguardia.

Al contrario delle sensazioni e delle emozioni la “conoscenza” è “sapere che le cose stanno in un certo modo”: cioè, la conoscenza è fattuale, ed è ciò di cui si interessa invece la scienza. L’arte si interessa invece dei valori, che sono tutt’altra cosa dai fatti: ad esempio, sono soggettivi, invece che oggettivi.

Le parole sono essenzialmente immagini(i caratteri dell’alfabeto) alle quali si affiancano dei suoni, prodotti dalla bocca quando le si legge ad alta voce, e simulati dalla mente quando le si legge in silenzio, che hanno un significato, ovvero non somigliano a ciò che rappresentano ma fanno pensare a qualcosa nel mondo (un oggetto, una proprietà, un’azione). La corrispondenza tra le parole e il mondo viene chiamata verità, e la non corrispondenza viene chiamata falsità.

DIFFERENZA TRA LETTERATURA E SCIENZA
Quindi, dal fatto che esistono rappresentazioni della realtà fedeli e con lo scopo primario di trasmettere conoscenza su di essa ed altre distorte e fantasiose, con lo scopo di evadere ed emozionare, deriva il fatto che alcune produzioni degli umani si possono distinguere sulla differenza tra il grado di realtà realtà e finzione.

Anche i generi più aderenti alla realtà sono comunque prodotti artistici, fatti per emozionare e non far conoscere la realtà, e non scientifici. Il cinema mostra continuamente una rappresentazione falsata della realtà. Già solo il modo di parlare dei personaggi è quasi sempre così preciso, senza cadenze, senza balbettamenti e tempi morti. Doppiato da persone che hanno studiato per parlare così bene, e che hanno il tempo di ripetere le battute se non vengono bene e mostrare solo la battuta migliore. Gli attori sono truccati a ogni scena, sempre ben pettinati.

Testi e prodotti audiovisivi come saggi, interviste, biografie, libri di storia, documentari, interviste, telegiornali, fotografie giornalistiche o scientifiche si differenziano da testi e prodotti audiovisivi come romanzi, film, telefilm, docufiction, videoclip musicali, fotocomposizioni, fotomontaggi per l’aderenza alla realtà di ciò che viene descritto a parole o mostrato attraverso le foto e i video.Come un pittore può fare un ritratto fedele di un paesaggio o una persona, o un fotografo può scattare una foto (senza rielaborarla) oppure può fare un’opera astratta cubista.

I romanzi, come le poesie, con i testi utili e necessari per tramandare la conoscenza della Natura attraverso la scienza, hanno in comune il linguaggio, e il fatto che descrivono qualcosa attraverso di esso (un evento, un oggetto, un concetto…), infatti anche la scienza si racconta attraverso il linguaggio.
Ma non hanno in comune la veridicità, perché una descrizione scientifica è diversa da una descrizione letteraria, dunque il racconto e il linguaggio scientifici sono tutt’altra cosa da quelli letterari, e non vanno confusi.
La differenza tra i due usi del linguaggio è che la scienza cerca di descrivere e comprendere il reale, la letteratura inventa l’immaginario.

Le emozioni e le cognizioni sono cose differenti, e dunque suscitare emozioni non è produrre cognizioni. Se l’arte permettesse di conoscere il mondo, per superare gli esami basterebbe ascoltare centinaia di canzoni, guardare film, e leggere romanzi. Tuttavia, chi fa così, finisce col non passare nessun esame, perché appunto per conoscere il mondo serve altro, anche se potrebbe vincere dei quiz su film, telefilm, romanzi.

Ci sono storie, nei romanzi e nei film, che non possono essere aderenti alle leggi della natura per poter essere appunto “fantasy”. Se il personaggio compie magie e si vuole appunto una storia fantasy sulla magia non si può eliminare questo fenonmeno perché non rispetta le leggi della natura. Dunque, ci sono generi dai quali non si può per loro natura imparare molto della realtà.

Mentre, ci sono altri generi, in cui non è necessario inserire elementi che non rispettano la realtà, storie di romanzi o di film, che possono essere scritte con aderenza alla realtà (alle leggi della natura, ai fatti storici, alle teorie scientifiche) oppure senza aderenza alla realtà (a varie gradazioni fino all’estremo).
Ci sono romanzi, film e telefilm in cui nonostante ci sia dell’immaginazione che rappresenta eventi non accaduti o che non si può sapere se accadranno ma plausibili sono al servizio della realtà.

In definitva, la buona arte dovrebbe, dove non è necessario dimenticarsi della realtà, rispettare le verità scientificamente confermate, e dovrebbe essere una esaltazione della forma espositiva della scienza. In questo modo si potrebbe conoscere molto di più del mondo rispetto alle opere in cui non si rispettano le leggi della natura e i fatti storici.

Ma in ogni caso anche questo tipo di opere più aderenti alla realtà, se si ha lo scopo di conoscere la realtà così com’è, rimarrebbero di un grado inferiorie rispetto ai saggi scientifici.

La TV e Hollywood ci hanno bombardato di acquisizioni o copie di hard disk effettuate in pochi minuti, agganciando l’hard disk a cavi che ricordavano quelli per le batterie delle automobili e mostrando il flusso dei dati come cascate di zeri e uno stile Matrix, recuperi di file ed informazioni nascoste tramite coloratissimi software in pochi minuti, cracking di password complesse con la semplice pressione compulsiva di tasti;  addirittura in un famoso (e bruttino) film l’operatore agiva mentre aveva una pistola puntata alla tempia e una gentil signorina che si prodigava in pratiche abbastanza distraenti nei bassifondi del povero hacker.

Nella fantascienza in cui permane un collegamento con la realtà si drammatizza semplicemente la scienza immaginando un futuro possibile e probabile, e si cerca di stare il più vicino possibile a ciò che si sa al proposito, fondando le invenzioni su solide basi scientifiche, e questo tipo di storie è molto diverso da quelle in cui si mette un pò di scienza e un pò di scienziaggini e fantasie come X-Files, in cui sono presenti  creature leggendarie, teorie del complotto, percezioni  xtrasensoriali, psicocinesi, UFO che non sono di certo fatti scientifici.
Ad esempio, una eccezione è “interstellar”, in cui il premio nobel per la fisica Thorpe ha fatto da consulente.  Gli scienziati di Interstellar hanno pubblicato sulla rivista Classical and quantum gravityun articolo in cui descrivono il codice informatico usato per generare le spettacolari animazioni di Gargantua, l’enorme buco nero rotante, e spiegano come il proprio lavoro al film ha portato a nuove scoperte scientifiche.

HORROR E METAFORE
L’horror è distante dall’orro reale. Gli stessi registi affermano di essere più spaventati dalla realtà e che non girerebbero film sui veri orrori della realtà, come le guerre di chi fa cadere armi chimiche sulla testa dei bambini.

Nell’horror ci possono essere metafore relative a come funziona la società, la politica, la psicologia che collegano la realtà a quella fantasia. Ad esempio in Night of the Living Dead e Dawn of the Dead Romero tratta rispettivamente il fenomeno del razzismo negli Stati Uniti, e Zombi è una critica della società dei consumi. Il luogo dove gli zombie decidono di radunarsi è quello che resta di un centro commerciale.

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Una schiavitù edulcorata, con l’umanità prigioniera dei meccanismi di un mercato che essa stessa ha creato. Nel significato originario della magia voodoo, “zombie” è infatti questo: un soggetto che non appartiene più a se stesso, privato della propria volontà individuale, insomma uno schiavo. Questa cretura priva di volontà e coscienza, che si aggira spinta da una cieca brama di divorare è una impietosa metafora della condizione umana attuale.

Oppure The Last House on the Left di Wes Craven: «Ho parlato del Vietnam senza mai nominarlo», diceva Craven a proposito del film del 1972

Alcuni considerano male prevalentemente alcuni prodotti horror. Quelli ad esempio poco credibili a cominciare dall’interpretazione degli attori, dai dialoghi, ma anche dal fatto che alcuni vogliono far credere allo spettatore che certe cose siano reali anche nella realtà al di fuori del cinema. Oppure quei film privi di qualsiasi riflessione sulla realtà ma puramente emotivi, fatti di continue tecniche banali volte a spaventare lo spettatore con un evento improvviso o inaspettato, a cominciare dai suoni forti improvvisi dopo lunghi silenzi. Altri horror invece sono credibili nelle interpretazioni, nei dialoghi, e oltre alle tecniche per suscitare emozioni di paura, hanno metafore relative a come funziona la società, la politica, la psicologia che collegano la realtà a quella fantasia e vengono apprezzati molto di più, come Get Out.

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Peele arriva a inventarsi una dimensione onirica tutta nuova, il “Sunken Place”, lo sprofondo della coscienza per le vittime, spettatori passivi del proprio body invasion, dell’horror che stanno vedendo, vivendo e subendo, consapevoli di quello che accade, ma incapaci di opporsi alle altrui intrusioni, incapaci di fare la cosa giusta.
Il Sunken Place è una metafora fulgida dell’oblio della negritudine (ammesso che essa sia mai esistita), un atto di accusa tremendo alla pax di Obama, la pace sociale che per molti resta una resa sociale, l’oblio volontario delle discriminazioni multirazziali ancora, drammaticamente, in essere.  È il film stesso a indicare il tema con le sue imbeccate nascoste/esposte nella sceneggiatura («Avrei votato Obama per la terza volta se avessi potuto», dice il padre) e indurre così un dibattito sovrainterpretativo potenzialmente infinito (il dopo Obama, l’America di Trump, i vecchi e nuovi razzismi ecc.).

Ma il fatto che in certi Horror ci siano riflessioni indirette sulla realtà non toglie che si tratta di una conoscenza del mondo molto indiretta che è meglio raggiungere direttamente con documentari e critiche saggistiche.

FANTASCIENZA
Jules Verne è uno dei pochi romanzieri, per non dire l’unico, che ha fondato le proprie ardite invenzioni letterarie su solide basi scientifiche. A volte è addirittura arrivato a inserire nei suoi libri non solo formule isolate, ma interi capitoli di divagazioni matematiche, che per la maggioranza alfabetizzata dei suoi lettori costituiscono probabilmente soltanto degli ostacoli da saltare a piè pari, ma per una minoranza numerizzata forniscono sicuramente un valore aggiunto ai suoi Viaggi straordinari.

Tra il 1863 e il 1905 Giulio Verne pubblicò per l’editore Hetzel una collana di 54 romanzi, ai quali si aggiunsero tra il 1905 e il 1919 altri 8 titoli postumi, curati e completati dal figlio Michele. Questi 62 Viaggi straordinari costituiscono un genere d’avventura unico e a sé stante, più affine alla divulgazione scientifica che alla fantascienza letteraria, perché sempre saldamente ancorato alla realtà e alla ragione. Verne infatti non inventava, ma ricamava accuratamente su ciò che leggeva, ed estrapolava coscienziosamente da ciò che esisteva, richiedendo spesso la consulenza degli esperti.

Benché sia stato considerato uno scrittore per ragazzi, i suoi lettori erano piuttosto gli adulti affascinati dalla geografia, dall’astronomia e dalla tecnologia: un pubblico che amava i libri di avventura ma non disdegnava i capitoli di approfondimento, regolarmente inseriti come divagazioni all’interno delle storie. Anche le avventure non erano comunque fini a sé stesse, e miravano invece a far conoscere ambienti estremi (circoli polari, oceani, isole sperdute, grandi fiumi, deserti, giungle), luoghi esotici (Transilvania, Africa Nera, Amazzonia, Patagonia, Polinesia, Australia), paesi allora misteriosi (Stati Uniti, Russia, India, Cina), mezzi di trasporto avveniristici (palloni aerostatici, chiatte fluviali, transatlantici, sottomarini, locomotive, elicotteri, cannoni) e fenomeni spettacolari (raggi verdi, aurore boreali, notti polari, eclissi, eruzioni, terremoti e impatti cosmici).

L’interesse maggiore di questi romanzi sta però nella sapiente mescolanza di invenzione e scienza. Quest’ultima interviene nelle conversazioni dei protagonisti, negli articoli di giornale che Verne riporta come rassegna stampa sugli avvenimenti descritti, e addirittura in specifici capitoli, quali “Il romanzo della Luna” o “Variazioni sul tema delle comete”, che Verne inserisce nei suoi romanzi, a testimonianza del suo meritorio e fortunato impegno divulgativo.

Verne usava consulenti di ottimo livello. Uno dei quali era un famoso matematico, di nome bertrand, che ha legato il suo nome al “postulato di bertrand”: il fatto, cioè, che fra un numero intero e il suo doppio ci sia sempre almeno un numero primo (oggi è un teorema, visto che lo si è dimostrato). E alcuni dei calcoli che verne usava (di seconda mano) erano ottima fisica-matematica.
ci sono una mezza dozzina, o forse una dozzina, di romanzi che hanno una forte componente scientifica, e fanno pensare parecchio, se uno vuole soffermarsi sui dettagli. che coinvolgono la balistica, l’astronomia, la geodesia, e persino la crittografia.
Alcune cose sono corrette al millimetro: ad esempio, i calcoli per il rinculo del cannone che dovrebbe raddrizzare l’asse terrestre.

La cosa più straordinaria, è vedere come in molti romanzi verne drammatizza semplicemente la scienza, e cerca di stare il più vicino possibile a ciò che si sapeva al proposito. Molto diverso dalla fantascienza, che spesso inventa a ruota libera, con poche eccezioni: ad esempio, “interstellar”, in cui il premio nobel per la fisica Thorpe ha fatto da consulente.

Perciò si potrebbe anche dire che alcune opere artistiche hanno in percentuale la funzione di esprimere conoscenze più elevata di altre.
Ci possono essere quindi libri che mescolano molta avventura, ma impartiscono sempre anche lezioni di scienza, di geografia, di storia e di altro.
ma anche quando le storie sono scritte (o girate nel caso del cinema) con aderenza alle leggi della natura (ad esempio nella fantascienza) o ai fatti della storia (nei romanzi storici), sono comunque costruite non per far conoscere il mondo ma per far fare un viaggio mentale al lettore (e ricavarne un gran successo mediatico ed economico), e quindi la conoscenza che ne può trarre è ridotta, indiretta e marginale rispetto a un saggio divulgativo, che va dritto alla conoscenza eliminando la fantasia, perché comunque la storia di fantasia seppur corretta scientificamente e storicamente è inframezzata da invenzioni necessarie (per lo meno i personaggi, le azioni e gli effetti che compiono e così via).

SCORRETTEZZA FATTUALE
se un romanziere scrive sgrammaticato, e fa errori a ogni pagina, e non perché vuole prendersi “licenze poetiche”, ma perché è un analfabeta, dovrebbe essere buttato nel cestino, perché l’uso corretto della lingua è un presupposto necessario, anche se non sufficiente, non solo per i romanzi, ma per qualunque scritto degno di questo nome.

però la lingua è in fondo una questione convenzionale, e uno potrebbe anche lamentarsi di essere giudicato perché non segue regole convenzionali, che infatti a volte possono essere condonate: ma come eccezioni, ovviamente, e non come regola.

Allo stesso modo se scrive falsità senza sapere che lo sono non è un grande scrittore. la correttezza fattuale è invece una questione oggettiva, e non si vede perché un romanzo dovrebbe essere scritto correttamente, ma debba poter dire falsità.

Che poi i lettori non si accorgano né degli errori grammaticali, né delle scorrettezze fattuali, è ciò che permette a molti non-romanzieri di prosperare. d’altronde, ognuno ha il suo pubblico.

Le storie della letteratura, anche quelle che presentano tutti eventi che rispettano le leggi della natura, sono costruite in un modo molto semplificato e diverso dalla realtà, a volte più bello della norma, a volte più brutto della norma.
La descrizione dei comportamenti umani da parte dei letterati non è una descrizione scientifica, e dunque “veritiera”, ma aneddotica e personale.

Per fare un esempio più semplice, se qualcuno fa interviste a elettori scelti a caso, o peggio ancora si inventa cosa possano pensarne uno o due personaggi di fantasia, non sta descrivendo il comportamento politico oggettivo di una nazione, ma un “cherry picking” soggettivo: questo corrisponde appunto alla descrizione umanista del comportamento umano, fatta ad esempio attraverso romanzi.

Se invece fa sondaggi su campioni significativi, o meglio ancora si riferisce ai risultati di un’elezione, allora sta raccogliendo dati obiettivi, che corrispondono a una raccolta di dati scientifica. Se poi fa una teoria in grado di descrivere il comportamento della popolazione in base ai vari fattori coinvolti (genetici, psicologici, ideologici, eccetera), allora questo corrisponde al passo finale scientifico.

Che non si possa (ancora) fare una tale descrizione è un fatto. Ma questo non significa che la verità sull’uomo la danno i romanzi o le sinfonie, ma che non è ancora possibile, e forse non lo sarà mai, parlare di “verità” a proposito del comportamento umano.

LE CONSEGUENZE NEGATIVE DELLA CONFUSIONE TRA LA FUNZIONE DELL’ARTE E LA FUNZIONE DELLA SCIENZA

Una persona potrebbe anche dire “ok, può anche essere che arte e scienza siano differenti, ma non m’interessa comprendere chiaramente la cosa, perché tanto non mi fa nessun effetto negativo”.

Confondere la funzione dell’arte con la funzione della scienza produce alcune conseguenze dannose alle persone che sentono l’esigenza di conoscere il mondo, ovvero cercare conoscenza e saggezza nei film, telefilm, e romanzi, perdendo quindi tempo che potrebbe invece utilizzare per cercare realmente la verità, e allo stesso tempo occupando memoria inutilmente.

Se non si sa che non ci si può affidare alla finzione per cercare verità sulla vita si può arrivare a dare un valore così alto alle affermazioni dei personaggi di film, telefilm o romanzi da scriversele, dirle agli amici, pubblicarle sui social, senza sapere e capire che sono scorrette o false e pericolose per la propria salute e quella altrui.
La credenza che si possa trovare conoscenza e saggezza nei romanzi porta a credere che non ci sia bisogno di altri testi, oppure a ignorare che esistano altri testi da leggere, dunque credendo che si stia seguendo la via giusta per ottenerle, non si leggono saggi.

I bambini leggono per identificarsi nei personaggi, gli adolescenti per imparare qualcosa, gli adulti per capire come un libro è costruito.
C’è un’attrazione infantile per le storie, una pretesa adolescenziale di chi pensa che la letteratura serva a conoscere qualcosa del mondo e un atteggiamento adulto di chi legge per conoscere l’autore o come l’opera è costruita.

Quindi la conoscenza che se ne trae non è funzionale a crearsi una rappresentazione mentale corrispondente alla realtà, quando si va a mettere in pratica ciò che un personaggio inventato ha fatto, al contrario dei saggi scientifici sui problemi della vita, che possono includere anche i problemi psicologici. E si finisce con l’ottenere fallimenti, perché la vita non è un romanzo o un film.

Quindi, la gente fa male a cercare conoscenza e saggezza nei romanzi, così come nei film, perché conoscenza e saggezza non è lì che si trovano.
Per capire il mondo e per cambiarlo si potrebbe fare a meno della letteratura, non della matematica. Nell’antichità c’è stata molta matematica prima ancora dei grandi poemi: la letteratura è una riflessione, quindi è posteriore.
Le arti in senso lato, a differenza dalle scienze, hanno uno scopo diverso dalla conoscenza, semmai c’entrano con l’estetica, e invece, spesso rivendicano per sè anche questo, nel loro istinto monopolistico della cultura.
Le letterature sono legate ai luoghi e ai tempi, e sono potenzialmente infinite, così come i giochi.

Confondere le due tipologie di produzioni ha provocato nella storia che alcune persone sapessero come funziona il mondo e che altre non lo sapessero, in base alle loro letture.
Nel Medioevo nessuno credeva che la terra fosse piatta, eccetto coloro che lo credono anche oggi. Che fosse rotonda si sapeva dai tempi dei greci: bastava guardare le eclissi di luna, o viaggiare da nord a sud e notare che le costellazioni cambiavano. E già eratostene, 300 anni prima dello 0, aveva esattamente calcolato la lunghezza del raggio della sfera terrestre.

Inoltre, che l’America esistesse, e che si estendesse all’incirca dal polo nord al polo sud, si sapeva da altrettanto tempo: l’aveva dedotto ipparco, confrontando i dati sulle maree nelll’oceano indiano e nel mare del nord.
Dunque, chi leggeva i libri giusti (di scienza) per comprendere il mondo sapeva come stavano le cose, e chi leggeva i libri sbagliati (di teologia, filosofia o letteratura) credendo di poter comprendere il mondo doveva prendersela solo con se stesso. E la stessa cosa rimane vera oggi, come ieri.

Dal fatto che la scienza cerca di descrivere e comprendere il reale, mentre la letteratura inventa l’immaginario, deriva una delle differenze tra i due tipi di testo è che nel leggere ci si può disinteressare della vita personale di uno scienziato, quando si leggono i suoi lavori. E questo perché essi hanno un contenuto oggettivo, indipendente dalla soggettività di chi li ha prodotti.

Ma questo non è vero per la letteratura, dunque non è così evidente che si possano separare lo scrittore dal suo lavoro. Ad esempio, Tolstoj non la pensava così, a proposito di Dostoevskij, e Saint Beuve ha scritto opere memorabili proprio legando l’uomo e l’opera.

Questo non vuol dire che esiste un isomorfismo tra la vita dell’autore letterario e la sua opera: solo un omomorfismo. E quindi non si deve pensare che si debba o si possa scrivere una biografia di un autore basandosi sulle sue opere, ma il contrario, invece: che si possono capire le opere di un autore basandosi sulla sua biografia.

Sartre, ad esempio, ha provato a mostrare quanto di “Madame Bovary” fosse una conseguenza “necessaria” della vita di Flaubert, usando tutti i mezzi a sua disposizione (storia, sociologia, psicologia, psicanalisi, eccetera). Il risultato è stato un altro libro straordinario, delle stesse dimensioni della “recherche” e di “port royal”, dal titolo “l’idiota di famiglia”, e dice altrettanto su Sartre (appunto) di quanto dica di Flaubert e di “Madame Bovary”.

Nella letteratura, sapere qualcosa dell’autore, può servire a sapere qualcosa dell’opera. Ad esempio, se gli adolescenti (di una volta) avessero saputo qualcosa della vita di Dostoevskij, non avrebbero preso troppo sul serio le sue opere, e sarebbe stato meglio.

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Fortunatamente per vedere certi film non è necessario credere nelle idee di chi li gira (al contrario di altri in cui è più difficile gustarseli pensando che sono solo fantasia come Hereafter). Quindi ci si può vedere un Alien senza dare conto alle corbellerie antiscientifiche e antidarwiniste che può dire Ridley Scott come “Non credo nel fatto che siamo “semplicemente” il risultato di un incidente biologico. Credo in uno spirito supremo, c’è chi crede nell’esistenza di Dio e chi, come me, in altre specie viventi. Per me è più facile credere alla possibilità dell’esistenza di milioni di pianeti come il nostro, che alla teoria dell’evoluzione”. Il problema nasce quando dei ragazzi appassionati del film, o del genere, leggono certe interviste e si fanno sedurre da certe idee allontanandosi sempre di più dalle verità scientifiche.

Split: James McAvoy in un momento del film

Nel film Split di M. Night Shyamalan l’attore James McAvoy interpreta un personaggio che ha decine di personalità diverse.

Il confondere la funzione dell’arte con la funzione della scienza, che produce alcune conseguenze dannose, sia a chi fa questa confuzione e fruisce delle opere, sia agli altri che vengono in contatto con queste persone che hanno fatto questa confusione dentro di sé.

Per quanto riguarda i danni personali, nel cercare conoscenza e saggezza nei film, telefilm, e romanzi, credendo di trovarla perdono tempo che potrebbero invece utilizzare per cercare realmente la verità nei luoghi in cui essa si trova, inoltre occupano inutilmente una memoria limitata.

Per quanto riguarda i danni indiretti verso gli altri, alcuni, come psicologi, e malati di disturbi della personalità affermano anche che la visione cinematografica di persone affette da disturbi della personalità rappresentate in modo falsato (ad esempio come se fossero persone pericolose, che rapiscono le teenager), per chi non ha una chiara differenziazione tra arte e scienza, renderebbe difficile far capire a chi incontra persone reali affette da quel tipo di disturbi che non sono come vengono rappresentate nei film, folli o pericolose. E quindi chi rivela la propria condizione, potrà incontrare persone che reagiscono con stupore e un certo grado di orrore perché credono che il cinema fornisca loro una rappresentazione reale.

Ma le persone che soffrono di un disturbo dissociativo non sono, in generale, raccapriccianti o ingannevoli, non sono rapitori che rinchiudono teenager in cantina, e sicuramente non sono assassini. Invece sono mariti e mogli, padri e madri, amici e vicini di casa che soffrono in silenzio di una condizione dolorosa, paurosa e spesso debilitante in cui il concetto di chi sono è diviso in parti frammentate. La nostra condizione è causata da una storia di abusi gravi e ripetuti vissuti da bambini. In verità siamo vittime di una violenza impossibile da immaginare. Avere più personalità, come la depressione, lo stress post traumatico e i tentativi di suicidarsi sono solo sintomi di infanzie terribili.

Quindi si può leggere romanzi, guardare film, ascoltare musica, giocare con i videogames, mangiare dolci, masturbarsi, fare sesso, ma in nessuna di queste cose pretendere di vedere “come stanno le cose”. Se si vuole saperlo, bisogna rivolgersi alla scienza, alla matematica e alla logica, che sono le uniche discipline dove si possono ottenere risposte alle relative domande.

LA PRETESA DELL’UMANESIMO DI AVERE LA VERITà

Alcuni cercano di negare l’esistenza di distinzioni tra rappresentazioni realistiche e finzioni. Ma le distinzioni esistono, in particolare quella fra realtà e finzione, e chi cerca di negarlo, è perché in fondo vuole appunto che la finzione acquisti la stessa valenza storica della realtà. cosa comprensibile, ovviamente, soprattutto riguardo la valenza storica dei vangeli, che invece sono film o quadri, ma certo non documentari o fotografie. Cioè, non descrivono una parte, sia pure parziale, della realtà, ma inventano una storia, più o meno realistica, e per niente verosimile

L’umanesimo non ha a che vedere con il vero e il falso. Ma il suo grande equivoco sta proprio nel pretendere di avere la verità, invece per giunta, “assoluta”, o “superiore” (rispetto a quella della scienza, che pure l’umanesimo arriva a capire essere diversa dalla sua).

Il motivo è che la verità fa gola a tutti, così come la scienza, e secca lasciarla ad altri. Per questo si parla di “scienze teologiche”, o “scienze sociali”. E, naturalmente, di “verità religiosa”, o “verità artistica”.

Gli umanisti più svegli ovviamente lo sanno benissimo. Ad esempio, Platone diceva che l’opera d’arte è una “doppia falsità”: la prima, perché gli oggetti sarebbero false immagini (simulacri) delle idee, e la seconda, perché le opere d’arte sarebbero false immagini degli oggetti (simulacri di simulacri). Picasso probabilmente l’avrebbe definito una “tripla falsità”, visto che il suo genere di arte è una falsa immagine di un quadro (simulacro di simulacro di simulacro).

EFFETTO SOCIALE E PSICOLOGICO DELLE PRODUZIONI AUDIOVISIVE
I giudizi estetici riguardano il come le cose vengono dette o fatte, nella letteratura, nel cinema e nella fotografia. Un film, ad esempio si può valutare sotto moltissimi punti di vista: trama, recitazione, fotografia (composizione fotogafica, le dimensioni che un oggetto ripreso occupa all’interno di un fotogramma che fornisco informazioni sull’importanza che quell’oggetto ha nella storia), montaggio, sceneggiatura, musica, movimenti di camera (static, pan, dolly zoom), angoli di ripresa (livello occhi o gambe, dutch angle, low angle, high angle), messa a fuoco (rack focus, shallow focus, deep focus), colori, suoni di scena.

Ma pretendere di giudicare letteratura, cinema e fotografia, solo in base a criteri estetici, (nel caso del cinema sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia, scenografia, recitazione, effetti speciali) significa chiudere gli occhi di fronte al loro effetto sociale e psicologico. Sarebbe come giudicare gli spot televisivi di un politico famoso solo in base alle luci e alle riprese, dimenticando il messaggio che vogliono far passare.

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Grafica, fotografia, scrittura creativa, videomaking e così via sono spesso al servizio della pubblicità. Pubblicità e divulgazione sono esattamente agli antipodi: la pubblicità non mira affatto a far conoscere un prodotto, descrivendone le caratteristiche, bensì a solleticare i meccanismi psicologici inconsci per far sì che il prodotto venga ricordato, indipendentemente dalle sue caratteristiche. la fotografia di una donna nuda su una macchina o una moto non dice nulla sulla macchina stessa, e molto sulla testa del potenziale compratore. e potrebbe essere usata esattamente allo stesso modo per un’altra macchina, o un altro prodotto.
Se la pubblicità spiegasse le caratteristiche di un prodotto, e le differenze con altri prodotti simili, sarebbe invece parte del prodotto, così come lo è un manuale di funzionamento. E sarebbe anche un servizio, perché un prodotto che non si conosce, spesso è inutilizzabile, o non utilizzabile al meglio.
Un conto è annusare i profumi in profumeria, e scegliergli in maniera parzialmente inconscia in base alle caratteristiche del prodotto. e un altro vedere le foto di modelle truccate su un giornale, o in un video, che non hanno nessuna connessione col prodotto stesso: e infatti, passano tranquillamente dalla pubblicità di un profumo all’altro, e non certo perché hanno scoperto una fragranza nuova, ma perché gli è stato fatto un contratto più lucroso.

Non solo, la pubblicità non informa, ma a volte cerca di far credere cose impossibili e quindi controinforma, come quando dicono che esistono grassi più leggeri e più pesanti, e per questo vengono sanzionate, o prodotti bruciagrassi, anche quando sei seduto davanti alla tua scrivania o al volante della tua auto.

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Essi Vivono di John Carpenter non critica solo le forme spettacolari di intrattenimento, ma in generale la riduzione di tutto a pura apparenza per scopi commerciali.

Il regista è nemico di quello che uno dei cattivi del film chiama “la nostra continua ricerca di espansione multidimensionale”. Il film affronta ciò che un altro personaggio definisce “l’annientamento della coscienza”, e con questo Carpenter intende anche la coscienza di classe. Roddy Piper interpreta un operaio edile disoccupato di Los Angeles che trova degli occhiali da sole in grado di rivelare quello che manifesti, riviste ed etichette dicono in realtà – “obbedisci”, “sposati e riproduciti”, “consuma”, “guarda la Tv” – e il vero aspetto dei capi supremi che ne sono responsabili (sembrano teschi di metallo con il parrucchino). Gli esseri umani sono, in realtà, extraterrestri che cercano di condizionare l’umanità con messaggi subliminali. Carpenter ha affermato che “Essi Vivono fu una richiesta d’aiuto, un grido di dolore contro la Reaganomics. Un grido contro gli Yuppies, la cupidigia, il Capitalismo e tutti quei miti diffusisi negli anni ’80. I cattivi erano gli alieni, ma non rappresentavano altro che i banchieri ed i Repubblicani”.
Sono stati la Tatcher e Reagan a quei tempi a iniziare una corsa al ribasso delle aliquote massime, che in qualche decennio le ha fatte scendere a picco.
Il Rapporto Oxfam identifica appunto nella detassazione selvaggia la causa dell’iniqua disuguaglianza odierna, tuttora in crescita e potenzialmente esplosiva.

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Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek analizzò il film scrivendo: “Essi Vivono è definitivamente uno dei capolavori dimenticati della Hollywood Sinistra. Gli occhiali fungono come una critica dell’ideologia. Ti consentono di vedere il vero messaggio sotto tutta la propaganda, lo sfarzo, i cartelloni e così via… Quando indossi gli occhiali intravedi una dittatura nella democrazia, l’ordine invisibile che sostiene la tua apparente libertà”.

L’ACCUSA DI VOLER SMINUIRE L’UMANESIMO DICENDO CHE NON HA LA VERITà
Una volta detto che arte e scienza hanno funzioni ed effetti differenti, e che non bisogna confonderle per evitare di sbagliare a fruire qualcosa che non può portare all’effetto desiderato, per correggere certe credenze bisogna chiarire il dire che l’arte non ha a che fare con la conoscenza non la sminuisce in nessun modo, non più che se si dicesse che non è verde. Semplicemente, è un tentativo di usare le parole in maniera corretta.

Tante cose non hanno niente a che fare con la verità, oltre all’umanesimo. Anche la cucina non ha nulla a che vedere con la verità, ma almeno i cuochi e gli chef hanno il buon senso di non pretendere che sia il contrario. E ovviamente nessuno “disprezza” la cucina: si mangia per necessità, per dovere e per piacere, non per decidere la verità delle cose. Ma sembra che questi ovvi concetti non vengano capiti, dagli scrittori e da alcuni loro lettori.

Ovviamente si dice “in vino veritas”, ma questo non significa che il vino abbia a che fare con la verità. solo con la caduta dei freni inibitori, che a volte impediscono di mentire e fanno dire per sbaglio la verità.

 

IMMAGINI O VIDEO UNITI ALLE PAROLE
Le immagini statiche, che siano disegni, illustrazioni, grafiche digitali, fotografia si possono unire alle parole in molti modi.

Nei disegni e nei dipinti disegnando e dipingendo delle parole insieme a delle figure, nelle fotografie scrivendoci sopra con un pennarello se stampate o attraverso i programmi di fotoritocco, o fotografando parole scritte o stampate insieme ad oggetti del mondo, così come nei fumetti si possono inserire all’interno delle vignette, e per quanto riguarda le immagini in movimento, definiti come “letteratura disegnata” da Hugo Pratt, fumettista autore di Corto Maltese.campagne-pubblicita-progresso--6-

La Pubblicità Sociale (o campagna di utilità sociale) è quella forma di pubblicità che sfrutta le proprie caratteristiche principali con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica su problematiche di carattere morale e civile riguardanti l’intera comunità.

Nei film e nei telefilm, l’audio permette alle persone videoregistrate di dire parole e frasi complesse, così come nella musica  si può cantarle.

Un disegno, una illustrazione, una fotografia, un video, un film possono essere un supporto utile da affiancare a delle parole che cercano di rappresentare la realtà in modo fedele, e comprendere verità leggendo pensieri, anche se brevi, come una didascalia, una nota, un commento, una descrizione in un pagina facebook, e anche se nel produrla oppure osservarla si può arrivare a scoprire alcune verità della vita. Anche nel caso in cui le parole non siano fisicamente affiancate all’opera, ma siano inserite nell’opera, come nel caso dell’opera di Magritte “Questa non è una pipa”, in cui l’immagine aiuta a comprendere ancora di più la differenza tra immagini e percezioni reali, differenza che può essere descritta e spiegata anche con le sole parole.

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Oppure come dimostrano Le immagini della scienza di John Barrow e Bolle di sapone di Michele Emmer. Benché accomunate dall’uso sapiente e accattivante delle immagini, queste loro due opere sono comunque antitetiche. Le immagini della scienza è un libro da leggere e meditare, oltre che da sfogliare, perché in maggioranza le sue altrettante illustrazioni richiedono una spiegazione o un inquadramento, senza cui sarebbero difficilmente comprensibili.

VIDEO E PAROLE NELLA PORNOGRAFIA

Nella pornografia, ciò che gli attori fanno non è fatto in computer grafica come in molti film di fantasia. Infatti non sarebbe bello vedere due fare sesso in computer grafica, e non ci sono artifici per far credere di fare ciò che non si sta facendo, non ci sono stuntman, e non è il montaggio che fa credere che ciò che si vede stia accadendo, gli attori compiono realmente atti sessuali. Proprio perché faranno realmente sesso nei porno donne e uomini spesso iniziano a fare questo lavoro per l’amore incondizionato che provano per il piacere sessuale.

Un pornoattore o una pornoattrice, che agisca per farsi fotografare o per farsi videoregistrare, a differenza di una semplice persona che fa sesso per soldi, o di un/una fotomodello/a che si posa davanti alla fotocamera nudo/a, è una via di mezzo fra un performer e un attore. In un certo senso è più di un attore, poiché è chiamato a muoversi sul confine tra rappresentazione e performance, la quale è l’esecuzione di un determinato insieme di azioni da parte dell’esecutore di fronte ad un pubblico, anche non fisicamente presente ma indirettamente presente tramite foto e video e a volte presente dal vivo come nelle fiere della pornografia. Il porno è il sesso visto pubblicamente dalla prospettiva della razionalità tecnica. Laddove l’erotico è istinto, implicito e inconscio, il porno è meccanica, coscienza esplicita e calcolo, una meccanizzazione interpretata come un’esperienza meravigliosa.

I requisti possono essere tanti. Alcuni porno mainstream (non ad esempio quelli amatoriali) presentano persone attentamente selezionate (che il loro aspetto sia naturale o creato in modo artificiale con chirurgia non importa) da qualcuno per le loro caratteristiche estetiche conformi, scartando tante altre persone difformi.

Tra i vari requisiti che deve avere una persona che produce pornografia per poterci riuscire è che ritenga etico (cioè non dannoso per gli altri) e salutare (cioè benefico per la propria emotività) fare sesso per produrre pornografia. Oltre al fatto che è necessario abbia un rapporto coi propri genitali di tipo strumentali e non metafisico. Deve avere un rapporto coi sentimenti di amore-sessuale di tipo non infantile, quindi non bisognoso di una figura paterna/materna esclusiva alla quale attaccarsi e nella quale sperare per una felicità costante e completa, ma che contempli la separazione tra sesso e amore, e dunque la possibilità di trovare soddisfazione in anche altri corpi senza compromettere il rapporto di amore-sessuale che si ha col partner.

L’attore è il praticante ortodosso che replica più o meno bene, più o meno nobilmente, sempre il medesimo rito scenico. Mentre il performer è l’eretico, il fuorilegge che introduce una variante imprevista, che segna uno scarto, una infrazione alla norma.

Il pornoattore improvvisa in alcuni momenti, e in altri muove il corpo secondo un piano prestabilito, ad esempio posizionandosi davanti alla videocamera in modo che la ripresa permetta di vedere chiaramente i genitali, o la penetrazione, ma soprattutto non simula il rapporto sessuale, ma vive realmente il godimento sessuale, anche quando è sia regista/fotografo che filma l’accadere del presente che performer che usa il suo corpo in modo controllato e con lo scopo di produrre un buon risultato estetico. Infatti spesso è chi ha una forte passione per il sesso non finalizzato al fidanzamento e all’affetto che ama questo tipo di attività e dunque entra nel porno retribuito sia per il mero atto di guardare rapporti sessuali e goderne o viverli.  E lo sceglie anche per la qualità dei rapporti. Infatti possono fare sesso sicuro con niente addosso che attenua le sensazioni (come i profilattici) perché i controlli sono strettissimi. Proprio perché è importante il realismo, al fine dell’eccitazione di chi vede, occorre essere naturali in quello che si fa, se non lo si è poi viene fuori nei film e le persone lo percepiscono.

Un/a prostituto/a viene pagato/a da X per fare sesso con lo stesso X, dunque in tal caso c’è uno che compra sesso per sé stesso, che paga per fare sesso; nel caso invece di un pornoattore maschio o una pornoattrice femmina o un transex che lo fanno per mestiere, possono:
1. essere entrambi pagati dalla produzione per fare sesso e provare piacere l’uno con l’altra e avere orgasmi mentre vengono fotografati e videoregistrati per poi vendere foto e video ad altre persone che amano guardarle, e dunque nessuno di loro fa sesso con qualcuno che paga per fare sesso al fine di provare piacere per sé stesso. Chiunque ottiene un introito da tale attività (regista, sceneggiatore, produttore, distributore etc.) guadagna sul film in sé, sul prodotto finale, e non sulla prestazione sessuale che un soggetto (prostituta) deve compiere nei confronti di un altro soggetto (cliente).
2. solo l’lattore o l’attrice può essere pagato dal fotografo o dal regista per fare sesso con lui (POV) il quale poi potrà tentare di vendere il materiale e ripagarsi le spese o anche guadagnarci.

Il sesso, e il godimento sessuale, tra i due che fanno sesso (che siano entrambi attori, o fotografo/regista e attrice) non è evidentemente il fine del rapporto economico, che invece è il produrre foto e video contenenti corpi che fanno sesso, al fine di soddisfare delle esigenze di chi vedrà quelle foto e quei video. Ad esempio generare fantasie sessuali e soddisfare curiosità sessuali. Fantasie che eventualmente possono essere utili a masturbarsi con piacere ed efficacia, indipendente dal come sia stata prodotta la fotografia (ad esempio, se con le luci che causalmente si sono ritrovate nella stanza in cui sono state fatte foto e riprese o con luci artificiali appositamente posizionate e regolate per creare precisi effetti sui corpi).

Ma il piacere di fare sesso mentre si viene fotografati e videoregistrati esiste ed è ricercato dagli stessi lavoratori sia per interesse personale sia perché è utile alla soddisfazione dello spettatore che entrambi abbiano voglia di fare sesso, e che questa voglia sia visibile e credibile, si eccitino e abbiano orgasmi. Sarebbe infatti ipocrita dire che non c’è piacere e lo si fa solo per il fine di produrre il materiale (foto e video). I due non vendono sesso l’uno all’altro al fine di dare soddisfazione sessuale all’altro ma al fine di produrre registrazioni di performance di rapporti sessuali, con le quali si darà soddisfazione a chi vede quelle foto e quei video. Infatti, il rapporto sessuale, durante le fotografi e le riprese, può essere frequentemente interrotto per sistemare il trucco sbavato della pornoattrice, o per posizionarsi in modo esteticamente migliore alla ripresa, cosa che non accadrebbe se il fine fosse il piacere dei due, perché sarebbe un disturbo. A differenza della pornografia amatoriale, soprattutto POV (la tecnica di ripresa cinematografica, molto utilizzata nei film per adulti, che consiste nell’effettuare inquadrature e riprese con la fotocamera posizionata in prossimità del volto di chi riceve le pratiche sessuali, dal punto di vista di chi utilizza la fotocamera o la videocamera) in cui chi fotografa o videoregistra il rapporto sessuale tra lui e un altro corpo può essere anche colui che paga l’altra persona per realizzare foto e video che magari terrà per sé, oppure condividerà gratuitamente, oppure metterà online con accesso a pagamento.

ACCETTAZIONE SOCIALE DEI PROPRI IMPULSI SESSUALI
Una delle grosse differenze tra la pornografia e il genere erotico o di nudo è che si compiono azioni che connettono i propri corpi, e nel momento in cui si fanno ci si deve sentire al sicuro, rilassati, e contenti. Non le si può fare avendo il dubbio che magari quella persona sta segretamente giudicando negativamente ciò che si mostra di voler efare e apprezzare. Chi lo fa si aspetta di liberarsi dalla paura di essere incolpati e giudicati insani o egoisti e non etici nel vivere il sesso in modi socialmente non accettati dalla maggioranza, e mostrarlo apertamente senza bugie e insicurezze.
Sesso senza affetto e con una moltitudine di persone, anche in contemporanea, e mostrarlo apertamente, desiderio e godimento sessuale privo di affetto, a chiunque. La maggioranza del mondo è contraria al vivere il sesso in tale modo, e diffonde anche false informazioni negative, ad esempio facendo ricerche su Pubmed e non si nulla di scientificamente accreditato sulla dipendenza da porno di cui tanto parlano. Il porno in sé non causa dipendenza, non è una sostanza come la morfinaIn genere, le persone che tendono ad essere dipendenti dal porno, sono persone che hanno problemi a socializzare o a scopare e si rifugiano nella pornografia…ma potrebbero rifugiarsi anche in Uomini e Donne e per questo la diffusione della pornografia negli spazi pubblici— nello spazio comune, usuale— viene fortemente limitata (in nessun paese del mondo, nemmeno in quelli occidentali più avanzati, sarebbe ad esempio accettata la proiezione di un video di sesso esplicito su un pannello gigante in una piazza importante della capitale). Essere porno dovrebbe voler dire innanzitutto disinteressarsi di un certo tipo di ‘socialità’ convenzionale, essere contro la cosiddetta privacy sessuale. I rapporti basati sull’esclusività sessuale sono rapporti animaleschi nei quali il sesso viene confuso con l’amore. Certo, l’amore implica il sesso perché l’amore è anche cura e soddisfazione dei bisogni dell’altro; ma il sesso non implica e non c’entra in alcun modo con l’amore. La giusta domanda dunque non è come facciano le persone che fanno porno, ma come facciano gli altri che confondono l’amore con le tempeste ormonali e gli istinti bestiali legati al possesso fisico. Nel nudo e nell’erotismo, una ragazza che posa può essere evidentemente eccitata e lasciare evidenti tracce di eccitazione vaginale nelle mutadine ma anche su poltrone, divani e quant’altro. Ma tutto questo venie nascosto perché “non professionale” e al massimo può affermare “è stato bello”. C’è una scissione schizofrenia. Si pretende che si diventi dei robot, interessati puramente alla luce, alle forme, alle pose, perdendo la capacità innata di riconoscere che quello è un essere umano, nudo, in pose eccitanti e con il quale si è portati naturalmente a volerci fare sesso. Cosa che invece non accade con l’amore.

Chi fotografa baci, sorrisi, carezze, cerimonie, non è necessario che assuma un atteggiamento distaccato e dichiari di essere interessato solamente alla luce, all’inquadratura, alle forme senza provare trasporto emotivo per qualcosa che definisce bello: l’amore. O con le foto ai bambini, o agli animali domestici. In tutti questi casi, il contenuto della foto, al di là delle modalità con la quale è stata realizzata, non è tabù.
Si può dichiarare apertamente un interesse verso l’oggetto o il soggetto: “mammamia che bello, mi fa venire una voglia di abbracciarlo e stritolarlo” riferendosi a un bambino.
Allora, in contesto culturale del genere riuscire a produrre pornografia in una condivisione e comunione d’intenti è una sorta di cambiamento psicologico e una psicoterapia resa necessaria da un’eccessiva limitazione e repressione nell’espressione delle emozioni umane. Un riappropriarsi del diritto di godere senza vergogna che in qualche modo è stato tolto tramite il senso di colpa.

LIBERAZIONE DALLA PAURA DELLE MALATTIE

Inoltre, c’è una liberazione della paura di contrarre malattie difficilmente ottenibile nella vita quotidiana. Infatti nella maggioranza dei luoghi le persone non vanno molto preparate a fare sesso sicuro, portandosi preservativi e dental dam, e quindi si è costretti a rifiutare i rapporti se non si è portato il materiale. Mentre nella quasi totalità delle case di produzione più importanti richiedono i test. In alcuni casi però di fatto il controllo viene lasciato ai performer: può capitare di dover controllare io in prima persona i test di persone con cui si lavora. In genere però vengono presentati al momento della firma del contratto. Negli Stati Uniti inoltre hanno un’app per verificare lo stato (testato e negativo / non testato o positivo) di tutti i performer del settore.

TECNICA SUPERIORE
Uno dei motivi per cui uomini e donne entrano nel mercato del porno professionale (sia come attori, che come registi/fotografi) deriva dalla passione per il sesso privo di affettività, perché l’industria del porno fornisce la possibilità di vivere un tipo di sessualità diversa dalla media, più creativa, più intensa, più articolata, e sicura, difficile da ottenere nella vita comune: è difficile che un soggetto nella vita comune, di sesso maschile o femminile, svolga attività sessuali con una moltitudine di partner in una gang bang, che siano maschi o femmine o transessuali, e senza faticare per trovarli, perché è la produzione che li trova, e controlla le loro analisi del sangue, e non si ha bisogno di farlo nel tempo libero, perché il proprio lavoro corrisponde con la propria passione.
Alle femmine a cui piace sia il sesso spinto, violento, che quello soft, o le ragazze, i ragazzi, i trans, possono vivere facilmente queste esperienze senza dover impiegare energie per cercarle, perché ci pensano produttori, regista e staff a procurare le persone adatte per fare sesso e a chiedere loro se sono disponibili a fare certe pratiche.

Naturalmente, a volte si cade nella routine. Se ci fossero più soldi, ci si potrebbe prendere più tempo per fare un film, produrre di meno e realizzare prodotti tutti radicalmente diversi tra loro.

La tecnica pornografica può infatti amplificare il godimento in un modo in cui non fa durante i rapporti normali, applicando azioni da ginnasta alla ricerca della bellezza e della capacità di eccitare di un gesto pubblico. Il pornoattore deve essere un po’ come un maestro di sushi o come un qualsiasi artigiano che lavori con la gestualità: deve provare e riprovare, vedere cosa viene fuori, modificare un po’ i particolari, cercare allo stesso tempo il movimento sintetico e la potenza dell’immagine trasmessa.
A differenza, del sesso basilare, l’attività sessuale per produrre pornografia richiede conoscenze scientifiche per evitare gravidanze e malattie ma anche ferite, richiede conoscenze tecniche, fotografiche, e capacità ginniche, ma anche motivazione: L’agente pornografico americano Mark Spiegler ad esempio prese Sasha Grey nel suo gruppo perché lei gli scrisse una lettera in cui appariva una persona determinata e dotata dei tratti psicologici di una persona di successo.

Spesso si pensa che fare sesso sia più facile di altre attività. Ma si dimentica che ci sono moltissimi modi per farlo, e alcuni rendono l’esperienza più intensa a livello di sensazioni, e magari fanno attenzione anche all’estetica del gesto percepita dall’altro mentre guarda.

La tecnica del pompino non è affatto più banale della tecnica del gioco delle bocce.
La tecnica del pompino è estremamente “difficile”, interessante, complessa, profonda, dotata di infinite possibilità di approfondimento.

Il movimento coordinato del corpo, delle labbra e della lingua di un/una grande pompinaro/a può essere altrettanto preciso e raffinato del movimento coordinato del corpo, delle labbra e della lingua mediante cui un grande flautista produce suoni dal timbro inconfondibile. E dietro ci può essere altrettanta ricerca teorica e pratica.

Per prima cosa è necessario comprendere che non tutti i genitali sono uguali, né vulve né peni. Dunque se un pene produce godimento in certe precise parti, con una certa velocità e direzione dei movimenti, un altro funzionerà diversamente. Alcuni peni sono più sensibili di altri, ad esempio quelli circoncisi sono in genere meno sensibili degli altri, e dunque hanno bisogno di stimoli più o meno forti. Arrivare fino in fondo e con forza, e con molto più velocità, stringere su un determnato punto, piuttosto che un altro.

Lo sperma diventa un liquido utile al godimento estetico, e per questo le attrici lo usano in modo creativi rispetto al sesso della vita quotidiana, ad esempio mostrando alla camera che lo sperma si trova nella loro bocca.

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Le eiaculazioni in faccia o facial con cui si concludono quasi sempre le scene di sesso nei film porno sono una venerazione allo sperma. La risposta della donna di spargere lo sperma sul suo corpo o di gustarlo e ingoiarlo vorrebbe semplicemente dimostrare che anche lei è presa entusiasticamente, pazzamente, dal rapporto sessuale.
L’eiaculazione può essere interpretata come l’elemento di una venerazione che si instaura tra l’uomo e la donna, in cui si lega in un gioco di specchi un rapporto tra l’adoratore e l’adorato. L’eiaculazione può essere intesa anche come un’offerta che l’uomo fa alla donna che adora.

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Grazie alla scoperta degli anticoncezionali di Carl Djerassi che sintetizzò in Messico il 15 ottobre 1951,  insieme al messicano Luis Miramontes e al messicano-ungherese George Rosenkranz, il primo contraccettivo orale, da quel momento il sesso fu ufficialmente svincolato dalla procreazione, e oggetti è possibile senza conseguenze la rappresentazione estetica di un particolare atto sessuale, nominato dalla parola creampie. Nel titolo o nella confezione del supporto dei film pornografici, che indica la presenza di una scena in cui il pene del protagonista rimane dentro la vagina della partner nel momento dell’eiaculazione e, subito dopo l’orgasmo, quando l’attore rimuove il suo pene, solitamente il cameraman effettua un primo piano della vagina per filmare la fuoriuscita dello sperma (per evidenziare che l’attore non stava simulando il rapporto).

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Negli anni Novanta, se tagliavi, era dato per scontato che stavi mettendo qualcosa di falso al posto dello sperma negli orifizi. L’importante è non perderti il momento in cui lui viene. Ci indugi per un paio di minuti. Devi proprio vedere lo sperma uscire. È questo che rende un creampie tale.

Il sesso anale delle scene di anal hardcore non è quello pacato, lento e di breve durata che sperimentano molti nella vita reale. Nella maggior parte dei casi, quello su un set porno è al contrario forte, ritmato e prolungato.

Le Anal Queen—ovvero pornostar specializzate nel sesso anale, spesso anche in maniera esclusiva devono avere una preparazione impensabile per i “turisti” del sesso anale, (soprattutto) grazie a un retto quasi soprannaturalmente resiliente.

In genere il canale anale è molto più delicato di una vagina. Più teso e con uno strato epidermico più sottile, oltre che più breve e leggermente incurvato, secco e meno sensibile, il retto spesso non è in grado di tollerare la frizione e la forza di una penetrazione intensa. Ogni guida al sesso anale raccomanderà di aspettare finché il partner non è completamente rilassato, per poi procedere lentamente e gradualmente onde evitare di forzare i limiti di uno sfintere particolarmente stretto. Da lì, sono richieste l’individuazione della giusta angolazione, lubrificante e una comunicazione costante.

Per questo, molte, consapevoli dei rischi, preferiscono procedere con calma, perfezionando la pratica del sesso anale fuori dal set prima di specializzarvisi nel porno. Altre, come Charlotte Sartre, diventano anal queen perché già interessate ed esperte di sesso anale estremo nella vita privata.

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La penetrazione diventa un atto ginnico, per cui viene visualizzata la doppia penetrazione, anale e vaginale. A volte risaltando il colore della pelle della ragazza bianca facendole fare sesso con ragazzi neri e viceversa.

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Per le anala queen, esperte in sesso anale, come Proxy Paige la penetrazione può diventare anche tripla nello stesso orifizio anale.

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L’ano di femmine e maschi viene leccato con tranquillità e senza disgusto.

 

 

 

 

 


Gli atti sessuali mostrati così come avvengono senza censure rifiutando il vedo non vedo. Sono il contrario di costruire e sovrapporre delle idee astratte e magiche alla realtà dei fatti per cui gli umani si uniscono in rapporti sessuali per il potere del godimento.
una delle regole è che il montaggio non poteva avere tagli.

La bellezza dell’ano femminile viene amplificata da molte opere, e anche nella pornografia, nella quale a volte con un clistere a pompa viene introdotto del latte, oppure del burro, oppure della panna, e la ragazza poi spinge fuori il latte, a volte con un’altra ragazza con la bocca aperta per introdurre il latte espulso.

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Oppure si usa la panna spray, unita anche a una fragola. Le fragole rappresentano il frutto che segna l’inizio della bella stagione. Sono buonissime consumate da sole con la panna. Una ragazza può poggiare la fragola sotto l’ano, in attesa della fuoriuscita della panna sulla fragola, e poi può mangiarla e mostrarsi compiaciuta alla videocamera.

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O viene unito un elemento di fantasia creato appositamente, come un finto Biberon gigante, riempito di latte da inserire nel retto.

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PAROLE E DISCORSI NELLA PORNOGRAFIA
In tutte le riprese video in generale gli attori possono fare affermazioni, oppure possono farle le voci fuori campo, oppure possono comparire delle scritte sul video che descrivono un fatto, e dunque possono essere scorrette (non c’è un nesso logico tra premesse e conclusioni) o false (nella realtà non esiste ciò che si sta dicendo che esiste).
Ma l’uso del linguaggio nella pornografia non è finalizzato a rappresentare il mondo e le sue leggi, infatti i personaggi non enunciano teorie sull’al di là, sui poteri paranormali, sulle leggi della natura, sulla politica, l’economia ma si limitano a descrivere ciò che sentono e vogliono (“mi piace”, “voglio che fai più forte e più veloce” o “voglio che me lo metti nel culo”) o a chiedere all’altro di dire ciò che sente e vuole (“vuoi scoparmi?” “vuoi mettermelo nella fica?”) e implicitamente mettere nella condizione chi li guarda di dedurre che ritengono moralmente giusto, cioè un comportamento che non provoca danni agli altri, il fare sesso e farsi riprendere e farsi guardare da donne e uomini che si masturbano. E guardando un porno ambientato nella classe di una scuola non meglio identificata non ci si chiede se quella formula piena di numeri e lettere sulla lavagna sarà corretta o è stata scritta a cazzo di cane tanto per dare una parvenza di realismo.

PORNOGRAFIA POP
La parola pornografia è un concetto vago in cui possono rientrare tantissime cose diverse tra loro: dal romanzo l’Ulisse di James Joyce (accusato dal tribunale di New York, nel 1920, di pornografia) agli hentai giapponesi, cartoni animati e fumetti giapponesi a carattere porno, da Made in Heaven dell’artista Jeff Koons (una serie di foto hard di Koons e Cicciolina) a Animal Trainer di Rocco Siffredi, dall’incompiuto Porno-Teo-Kolossal di Pasolini. La pornografia popolare è il porno visivo di massa fatto per guadagnarci che incorpora, nella fiction, l’atto reale del rapporto sessuale. Si tratta di un tipo di porno che segue le richieste della massa per assicurarsi entrate economiche. Nel mercato ciò che diventa comune e diffuso è ciò che viene più richiesto, e questo dipende dal fatto che ci sono più persone disposte a pagare in ciò che è diffuso e meno in ciò che non è diffuso.

La videoregistrazione di atti sessuali reali, in cui non c’è montaggio, né trucco, né luci professionali, né attenzione alle inquadrature e alle pose dei corpi, ha un valore conoscitivo dell’atto sessuale.
Proprio perché la visione di un atto sessuale privo di artifici è una forma di conoscenza utilizzare un video pornografico amatoriale anche preso dai motori di ricerca pornografici, che spesso viene caricato online gratuitamente per il puro gusto di condividere una riproduzione della propria realtà vissuta, potrebbe essere sensato per spiegare scientificamente come funzioni un rapporto sessuale, ma non un video pop porno, in proporzione al suo grado di distanza dalla realtà.

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Guardando i rapporti sessuali si conosce l’aspetto dei corpi, le loro modificazioni, come il diverso colore di vulve e peni irrorati di sangue, si scoprono le possibilità d’interazione tra genitali, gli effetti di certi gesti, come il fare bolle con la saliva accumulata dal succhiare un pene, l’esistenza di certe reazioni come l’eaiculazione maschile e femminile, e si può imparare a fare sesso imitando ciò che si è visto.

L’erotismo, riguardo all’atto sessuale, è subdolo, falso, edulcorato, pudico. Chi ha quest’atteggiamento ha paura anche solo pronunciare la parola “scorreggia vaginale” e ha bisogno di edulcorarla con inglesismi seducenti quali “queefing” che appunto è “emissione rumorosa di aria dalla vagina” e ha timore di stare a pecora perché c’è la possibilità che la vagina emetta scorregge e cerca metodi per evitare rumori, anziché lasciarsi andare al godimento e farsi sbattere in tranquillità.
Si evitano certe posizioni per evitare di mostrare la struttura interna della vulva o l’ano, ci si copre durante il sesso.

Al contrario la pornografia, anche quella pop, riguardo alla visione dell’atto sessuale tra corpi è invece sincera, mostra tutto (labbra della vulva, ano, rumori di aria dalla vagina” senza vergogna, senza sovrastrutture. C’è una completa liberazione dalle limitazioni mentali estetiche. Mostra il sesso fatto di corpo, non di mente. La mente viene prima, con la conoscenza della persona, con lo scambio degli sguardi. Ma a letto si è pelle e sudore, non sinapsi e neuroni.

Le immagini pornografiche, soprattutto fotografiche, che si distinguono proprio per la loro ipnotizzante capacità di “tenere dentro” lo sguardo dello spettatore, di non farlo uscire dalla cornice.

Si distingue da quella erotica perché, mentre quest’ultima costringe a intuire, solletica la libido senza mostrare ciò che si desidera vedere, suggerisce brividi di piacere che non stanno nell’immagine, ma li aggiungiamo noi pescandoli dai nostri ricordi, dalla nostra cultura, dalle nostre esperienze, la foto pornografica fornisce immediatamente ed esplicitamente tutto quello che serve per la soddisfazione del desiderio, senza che lo spettatore debba cercare altro uscendo dalla cornice.

FANTASIA NELLA FICTION PORNOGRAFICA
Nel porno di massa, al contrario di quello amatoriale, c’è la ricostruzione simulata di situazioni simili alla vita, ma non c’è una simulazione della penetrazione e delle altre pratiche sessuali.
Esempi di esperienze di fantasia sono che, il fim mostra un’amica che si annoia e per uscire dalla noia chiede di far sesso, al contrario di quanto accadrebbe nella realtà in cui magari chiederebbe una sigaretta, o di andare a bere degli alcolici in un locale, e così i due fanno sesso senza ulteriori spiegazioni e senza dirsi “siamo amici, non possiamo farlo” come invece succede nella maggioranza dei casi nella vita reale.
Una ragazza vede un ragazzo carino su un social gli chiede di fare sesso e si reca a casa sua per farlo vestita in modo provocante, e loro lo fanno, al contrario della realtà, in cui semmai è il ragazzo a contattare, e a recarsi dalla ragazza, e solo dopo lunghe verifiche di requisiti, sempre se imprevisti non interrompono le conversazioni senza nessuna spiegazione e senza nessuna possibilità di capire perché.
La fidanzata una volta trovato il fidanzato che fa sesso con un’altra in casa decide di fare sesso con loro due, e magari competere con lei per farlo godere di più, invece di insultarlo, lanciare oggetti, prenderlo a schiaffi, dargli calci, minacciarlo col coltello e diffamarlo sui social, come molto probabilmente accadrebbe.

Nelle situazioni di fantasia della pornografia pop i rapporti sessuali non finalizzati all’amicizia, al fidanzamento, alla procreazione, all’affetto, occasionali, promiscui, ludici, materiali sono normali, naturali, e apprezzati. Si vede la donna che ha un uomo che si dedica alla vagina, un altro a una mammella, un altro la bacia e nessuno che è geloso dell’altro. E magari ha anche una compagna che l’aiuta a dividere la fatica di fare un pompino col fidanzato, e non è gelosa della compagna. E così, grazie all’amica che spompina non si deve preoccupare di perdere l’attimo perché si ha bisogno di prendere fiato. A molti uomini serve un pò di stimolazione allo scroto e al perineo per venire copiosamente, e col pompino a due si risolve la scelta costretta quando la donna è una sola: “gli succhio il pene o gli lecco le palle?”.

Nella realtà, benché non siano impossibili queste situazioni, sono decisamente improbabili, soprattutto senza alcol e droghe pesanti. Nella realtà le donne single dicono frequentemente “il sesso senza amore non mi da niente, è squallido, mi lascia vuota, se voglio ne trovo milioni e non vedo perché dovrei accettare uno a caso che me lo chiede solo perché è bello e attraente”, oppure prendono psicofarmaci che azzerano il desiderio, o sono state violentate e non riescono a farlo a causa dei ricordi passati, e gli uomini vengono colpevolizzati e puniti quando hanno i loro normali impulsi maschili e per questo hanno paura di essere additati come maniaci se sono sinceri e finiscono per dire bugie alle ragazze che non hanno sufficiente libido da slegare l’amore dal sesso, mentre al contrario nei porno i loro impulsivi vengono compresi, condivisi, accettati e soddisfatti.

Queste non sono rappresentazioni di come la realtà vada nella maggioranza dei casi, anche se possibili. Infatti, è quasi una figura mitologica la donna che la da facilmente, senza valutare una marea di particolari (compresa la bellezza della voce, l’intelligenza, il conto in banca, la somiglianza nei valori e nelle idee e nei modi di parlare, nei gusti estetici) a tantissimi e gratuitamente perché le piace scopare. Sembrano più la rappresentazione del paradiso ideale così lontano dal mondo reale. Il maschio si masturba guardando la pornoattrice, identificandosi nella situazione e fuggendo dalla realtà frustrante della sua vita, e quando viene per pochi secondi sogna, ed esorcizza la sua grande insoddisfazione. Poi, se non gli è sufficiente aver avuto un orgasmo guardando un porno va a pagare una ragazza che fa sesso per soldi per poter rivere quel tipo di sessualità priva di bisogno di essere amati.

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Gli attori devono teoricamente incarnare la proiezione di mascolinità degli uomini che vedono i porno. E l’ideale nel corso degli anni, è passato dal culturista all’uomo più snello ma comunque ben definito e convenzionalmente bello. Ma soprattutto grazie al MILF porn si è creato un mercato per uomini poco mascolini in senso tradizionale, e molti uomini si trovano più coinvolti nelle scene in cui non compare un corpo ideale e idealizzato. Per l’industria del porno usare uomini di tutti i tipi è un plus. Perché lo scopo è che più consumatori possibile si proiettino nella fantasia che si propone, e si considerino il più simili possibile a chi vedono sullo schermo, in modo da soddisfare la propria fantasia. Ad esempio, il desiderio di fare sesso con una propria amica, una conoscente, una ragazza incontrata al cinema e così via. Masturbarsi e tentare di immedesimarsi in un corpo totalmente diverso dal proprio potrebbe far sentire inferiori e pensare “è inutile che mento, non ce la farò mai a far sesso con una ragazza così bella che vuole uomini così belli”.

Nel voyeur porn, gli attori fingono di non sapere di essere ripresi.
Di solito i titoli sono: “Camera nascosta sull’armadio riprende mia madre che ci dà dentro.” “Ho spiato mia sorella mentre si masturbava”. “Culo sexy filmato per strada”. “Doccia rubata”. “Un guardone becca una coppia scopare nel bosco”. “Sega su moglie ignara”.

L’attrattiva di questo tipo di pornografia sta nella sua (apparente) autenticità: il voyeur porn, come suggerisce il nome, ha come obiettivo di far apparire spontaneo il girato, come se non ci fosse il consenso dei protagonisti, anche se è spesso poco chiaro se questo sia vero o meno—dato che i registi hanno i loro stratagemmi per far sembrare una scena “rubata”. In altre parole, i video e le immagini che sembrano riprese “in segreto” potrebbero non esserlo.

Ci sono molti appassionati di porno a cui i prodotti ingessati e patinati non piacciono per niente. Anche nei porno amatoriali a volte è evidente che chi è davanti alla telecamera recita: i gemiti sono un po’ troppo drammatici, le posizioni un po’ troppo azzardate, gli sguardi in camera un po’ troppo ammiccanti.

Ma inoltre è una rappresentazione che mostra realtà che vengono in tantissimi modi nascoste e censurate. Considerando, ad esempio che lo sperma è un liquido accuratamente nascosto. Ad esempio, nella vita quotidiana ci si inventa la scusa dello yogurt caduto sugli abiti scuri, piuttosto che dire “mi sono masturbato e non mi sono accorto di aver eiaculato sui vestiti” o “ho fatto sesso e non mi sono accorto che lei mi ha lasciato secrezioni vaginali addosso”.

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Inoltre, spesso i soggetti si rivolgono allo spettatore, mentre si masturbano, o si fanno penetrare, e a volte invitando lo spettatore a masturbarsi mimando il gesto, interrompendo così l’illusione che egli stia vedendo un fatto realmente accaduto ripreso da qualcuno di invisibile all’insaputa delle persone coinvolte.

Nei filmati chiamati JOI (Jerk Off Intruction) la donna è l’unica protagonista, può essere anche completamente vestita. La cosa eccitante è che fa finta di fare sesso con lo spettatore, emettendo gemiti, e soprattutto simulando il gesto della masturbazione di lui, cioè guidandolo, virtualmente, con la mano. Fino all’esplosione finale

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In alcuni casi, quando la ripresa video avviene da sotto, e una ragazza sta facendo una fellatio può scendere della saliva, o lo sperma mescolato alla saliva, sull’obiettivo, o su un vetro trasparente posto sopra l’obiettivo della videocamera, e quindi comparire sullo schermo questo impedimento a vedere la scena, che non accadrebbe mai nel cinema, e la ragazza può quindi leccare via o succhiare la saliva dall’obiettivo, premendo anche le labbra e la lingua sulla superficie, e mettendo quindi lo spettatore nella condizione di sapere che una lente di vetro c’è, e che sta accadendo realmente.

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POV letteralmente Point of view. E’ la tecnica di ripresa che si utilizza quando il regista vuole simulare la vista dell’attore maschile. Lui non viene mai inquadrato, ma solo le sue parti intime . Questo genere sta prendendo piede in quanto fa sì che chi visiona il filmato si renda partecipe dell’atto.

La quarta parete è un “muro” immaginario, posto di fronte al palco di un teatro, attraverso il quale il pubblico osserva l’azione che si svolge nel mondo dell’opera rappresentata.
L’idea che l’attore si debba immaginare un muro che lo divide dagli spettatori si trova così formulata nel saggio De la poésie dramatique (1758) di Denis Diderot, e anche precedenti trattati sull’arte drammatica avevano già specificato la necessità di una recitazione più realistica che presupponesse che l’attore dimenticasse la presenza degli spettatori.

Il termine “rompere la quarta parete” viene usato in cinema, teatro, televisione e nelle opere letterarie, prendendo origine dalla teoria di Bertolt Brecht del “teatro epico”, sviluppata partendo da (e in contrasto con) la teoria del dramma di Konstantin Stanislavski. Essa fa riferimento ad un personaggio che si rivolge direttamente al pubblico, o che riconosce attivamente (tramite un personaggio di rottura o tramite il dialogo) che i personaggi e l’azione non sono reali.

Non è affatto impossibile far belle foto mentre si interagisce con un soggetto. si possono fare foto bellissime anche interagendo col soggetto, anche facendoci sesso, e non solo col soggetto che interagisce con altri soggetti, ad esempio facendo sesso. è solo molto difficile rispetto a quando le mani sono impegnate entrambe sulla fotocamera, e non in tutti i casi. ci sono foto molto più difficili da fare. semplicemente la difficoltà sta nel fatto che il soggetto è molto ravvicinato, e le mani non sono impegnate entrambe sulla fotocamera, questo vale anche se ci si fotografa mentre ci si masturba il pene o la vagina, e magari essendoci movimento del soggetto sul corpo del fotografo bisogna utilizzare tempi sufficientemente corti se si vuole evitare il mosso e dunque avere condizioni di luce adeguati. ad esempio mettendo un pollice nella bocca del soggetto è molto facile fotografarlo con un obiettivo sufficientemente corto e mettere a fuoco, stessa cosa se si tocca il seno o le natiche. diventa difficile in posizioni particolari. Nel fare foto di rapporti sessuali in P.O.V. la difficoltà maggiore è quella di lasciarsi andare al godimento col soggetto con il quale fare sesso, ma allo stesso tempo mantenere l’eccitazione che può essere ridotta dalle risorse mentali richieste nel controllare la direzione della fotocamera e la messa a fuoco, le espressioni del soggetto col quale si sta facendo sesso. La distrazione può limitare l’erezione, anche se nel momento in cui si è sdraiati e il movimento lo compie il soggetto, praticando sesso orale o la penetrazione è molto più facile, rispetto a fotografare mentre si muvoe il bacino penetrando o facendosi penetrare. Fare video in P.O.V. è più facile rispetto a far foto, perché non si deve prendere il pulsante di scatto, e la messa a fuoco è molto più stabile, anche se la visuale del corpo col quale si fa sesso è coperta dalla fotocamera, e in molti casi le sensazioni non bastano per mantenersi eccitati, o non si può toccare il seno, la vulva, le natiche con entrambe le mani. Diverso è usare la gopro sulla testa. Si ha modo di avere le mani libere e godersi il sesso.

Inoltre, per aggiungere realismo, si può girare il video in piano sequenza è una tecnica cinematografica che consiste nella modulazione di una sequenza (un segmento narrativo autonomo) attraverso una sola inquadratura, generalmente piuttosto lunga, senza fare tagli, e studiare diverse inquadrature.

  • Se si noleggia la gopro ed è nuova bisogna ricordarsi di caricare la batteria e inserire la microsd, anche perché non hanno un display e non si può controllare se effettivamente la registrazione è avvenuta. In questo modo si rischia di fare sesso ed eiaculare senza aver registrato niente.

Nel rompere la barriera che separa i performer ripresi da chi li riprende (e in generale chi lavora sul set), si può coinvolgere tutta la troupe nelle scene: tutti i presenti sul set (regista, direttore della fotografia, cameraman ecc.) potrebber essere ripresi.

STORIE PORNO IMPOSSIBILI
C’è un altro tipo di fantasia che riguarda l’impossibile, e non semplicemente l’improbabile.
Ad esempio, gli attori possono rappresentare personaggi di fantasia dei fumetti. si può vedere batman o harley quinn fare sesso, o biancaneve con i sette nani.

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Riguardo all’impossibile nella pornografia basta pensare a un film porno storico come Gola profonda del 1972, in cui la storia è quella di una donna (interpretata da Linda Lovelace) che non riesce a godere fino a quando non scopre, grazie a un medico solerte, di avere il clitoride in fondo alla gola. Naturalmente il medico provvede a curare la donna mostrandole come trarre godimento da questa singolare malformazione, tramite la pratica di fellatio battezzata deep throat in cui il pene penetra fino in fondo alla gola della donna. Ora, anche se non è possibile che una donna abbia un clitoride nella gola non è che allora ci si deve indignare e rifiutare di vederlo. Semplicemente quel film non lo si usa con un certo scopo: Conoscere il mondo.

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CINEMA E FALSITà
Nel film Fight Club ci sono parecchie bufale, ma sono inserite appositamente per far capire a quante stronzate la gente creda senza controllo. Per esempio, anche la questione della pubblicità subliminale, alla quale hanno creduto in molto in passato, sfruttata anche da un famoso episodio di Colombo. Poi nel film alcune sono esplicite, scritte sottoforma di manifesti stampati, come il manifesto-bufala affisso dai membri del «Progetto Mayhem».

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MUSICA, PAROLE E VIDEO

I testi cantati aggiungono alla musica un significato che non ha, e infatti “la creazione” del compositore austriaco Haydn si apprezza perfettamente, anche senza capire una parola del testo (come d’altronde molte opere, e anche le canzoni di musica leggera cantate in lingue che non si conoscono, o non si capiscono del tutto).

La musica non veicola un contenuto, perché è fatta di suoni e non di parole significanti. Dunque, un musicista può credere quello che vuole sugli alieni, sull’omeopatia, o sull’anima senza veicolare le sue credenze tramite le sue opere. E non è quindi necessario appartenere a una ideologia specifica per apprezzare la musica. Al contrario di un regista o un romanziere che invece inseriranno le loro idee nelle loro opere.

 

 

La musica “descrittiva” non può arrivare lontano, e le note non hanno un “significato”, nonostante ciò che ne pensano i critici musicali e i filosofi della musica. Nemmeno la “pastorale” di Beethoven riesce a suggerire immagini precise, anche ammesso che esse ci fossero nella mente del compositore, e non siano soltanto un’aggiunta successiva.

La musica è come l’arte astratta. Uno può anche intitolare un suo quadro “ragazzo con zaino”, come fece Malevich, ma rimane il fatto che dipinge “soltanto” due quadrati.

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IL LINGUAGGIO NELLE OPERE
Ogni parte della struttura logica del discorso si presta ad abusi retorici. Ad esempio, le premesse possono essere questionabili, o addirittura false, sulla base del principio che da queste si può derivare qualsiasi cosa (ex falso quodlibet). Per questo ogni affermazione che si legge va valutata secondo le leggi della logica.

Il linguaggio, si presta a essere frainteso, nel senso di immaginato come carico di contenuto, anche quando non lo è, molto più che la grafite della matita, la vernice o i suoni. Di conseguenza sono le opere che contengono linguaggio quelle che vanno fruite in modo più critico, come i romanzi, i testi filosofici, quelli religiosi.

E spesso molti/e ragazzi/e fanno l’errore di costruirsi una rappresentazione della vita, soprattutto sentimentale, basandosi sulle canzoni che amano, arrivando a perdere la complessità, e spesso anche illudendosi di bellezze che non ci sono se non nel momento in cui ascolti la musica e immagini di vivere relazioni con qualcuno.

LINGUAGGIO  E MUSICA

Parole e musica sono due cose separate, al punto che si possono raccogliere musiche dello stesso genere, cioè con formalità, stili, strumenti, simili, ma con tematiche espresse a parole diverse tra loro.
Ad esempio, le canzoni in cui la voce canta di felicità e amore, quelle che cantano di mancanza d’amore, di tristezza, di confusione, di rabbia e così via del genere Hard Rock, caratterizzato da una chitarra elettrica che viene spesso enfatizzata tramite la distorsione e altri effetti, sia durante l’uso come chitarra ritmica, sia come chitarra solista, la batteria che sovente viene usata in ritmi che guidano gli altri strumenti, il basso che viene solitamente usato insieme alla batteria e così via.
E raggruppando si può ottenere un insieme di canzoni con le stesse tematiche testuali ma di generi musicali diversi, e ottenere gruppi totalmente diversi. La stessa tematica cantata a parole può infatti ritrovarsi in ogni tipo di genere musicale delle centinaia di generi (Blues, Classic Rock, Country, Dance, Disco, Funk, Grunge, Hip-Hop, Jazz e così via).

CONTENUTO POSITIVO E NEGATIVO
A causa della proprietà del linguaggio di veicolare un contenuto attinente alla realtà, il suo uso può portare chi lo ascolta esprimere a pensare che ogni suono che sia una parola, o una frase, abbia un senso e porti una conoscenza. Per questo nella musica in cui ci sono parole c’è il pericolo di credere in falsità (come ad esempio “il pianeta terra è piatto”).
E ci possono essere quindi testi di canzoni che veicolano falsità, stupidaggini, scienziaggini, espressioni metafisiche e illusorie.
Ma c’è anche la possibilità di dire verità nelle canzoni (come ad esempio “il pianeta terra è ellittico” o “i fantasmi non esistono”), anche se brevi, generiche, vaghe a causa della necessaria brevità di una canzone che dura pochi minuti.
E per questo, indipendentemente da quanto importante sia l’autore e quanto complessa sia la composizione, sono una scemenza anche le parole della canzonetta sulla quale Bach ha basato l’ultima delle sue variazioni Goldberg, e non solo le parole della musica leggera come alcuni penserebbero.

Quando alla melodia si aggiunge la voce, oltre a “potenziare” la musica stessa – la quale assume così una complessità differente per la sintesi tra il suono strumentale e quello vocale –, essa dà modo di rappresentare un significato molto più preciso. Non si ha più la sola allegria delle note, ma anche delle parole che esplicitano a tutti quale fosse la specifica allegria che l’autore, nell’atto del comporre, avesse in mente. In questo senso, la canzone – composta di melodia e parole – permette agli artisti di esprimersi meglio, con molta più efficacia, rispetto a una melodia “semplice”.

Naturalmente i testi possono esprimere verità o falsità, valori giusti e sani o sbagliati e insani, essere di una pochezza disarmante, deleteri per chi li ascolta e da essi impara, a volerli prendere sul serio: esaltazione di violenze, di egoismo e sopraffazione per il denaro; trattazioni poverissime di nobili questioni come amore, amicizia, società, etc.

LUNGHEZZA DEL TESTO
La lunghezza del testo determina la quantità di informazione che si può comunicare.

Nel rock tendenzialmente le strofe delle sue canzoni sono molto brevi e sintetiche, e permettono di portare in luce un concetto in modo poco esaustivo. Ovviamente ci sono dei brani meravigliosi, tanto nel rock quanto nel pop, che spiccano per la loro potenza concettuale.

Ad esempio degli Smiths, in Meat is murder:

« And the flesh you so fancifully fry
Is not succulent, tasty or kind
It’s death for no reason
And death for no reason is murder
And the calf that you carve with a smile
Is murder
And the turkey you festively slice
Is murder
Do you know how animals die? »

[E la carne che friggi con fantasia
Non è succulenta, gustosa o simpatica
È morte senza ragione
E la morte senza ragione è assassinio
E il vitello che tagli con il sorriso
È assassinio
E il tacchino che gioiosamente affetti
È assassinio
Lo sai come muoiono gli animali?]

Il rap, come l’hip hop, o il sottogenere trap, ha una caratteristica ineguagliabile: quella di riuscire ad essere estremamente discorsivo. Perché consiste essenzialmente nel “parlare” seguendo un certo ritmo. Una sequenza di versi molto ritmati, incentrati su tecniche come rime baciate, assonanze-consonanze ed allitterazioni. Inoltre il rap e l’hip hop, tendenzialmente parlano in modo molto veloce, al contrario di altri tipi di canto che prolungano spesso le ultime lettere delle parole rendendo tutto molto più lento, e questo permette di dire molte più parole, cosa necessaria per pararle di argomenti complessi, e inoltre non hanno un forte bisogno di piegarsi alla musicalità e fare pause e i ritornelli necessari per entrare in testa.

Tutto questo rende più facile l’argomentazione, così come è facile per chi fa una conferenza e parla davanti a un pubblico. Infatti, ci sono limiti alla comprimibilità delle argomentazioni e dire in 140 caratteri ciò che uno spiega diffusamente, cercando di offrire non slogan ma ragionamenti, si configura nella migliore delle ipotesi come leggerezza colposa.

Gli MC, i Masters of Ceremonies, erano proprio coloro che potevano intrattenere i ragazzi dei block party newyorkesi a colpi di rime e flow, accompagnati da basi composte da dj.
Così, se il movimento hip-hop affonda le sue radici nell’intrattenimento spensierato di chi ballava a quelle feste, si è poi sviluppato nella piena coscienza del suo mezzo potentissimo: quel ritmo incalzante aveva la costante di dover comunicare qualche cosa; perciò, ci si rese conto (chi più chi meno) che qualcosa di significativo poteva essere comunicato, e che tutta quella voce poteva non essere sprecata in idiozie.

la musica può dare molta importanza all’uso delle parole, e utilizzarle per sensibilizzare su certe problematiche, e addirittura incentivare cambiamenti sociali e politici. Ad esempio parlare di povertà, disuguaglianze, o di tabù per sfatarli e mostrare come invece certe pratiche siano buone e apprezzabili come il sesso fatto per puro gusto, o la normalizzazione del lavoro sessuale. Dunque anche chi non ha una bella voce può utilizzarla per fare musica orecchiabile e utile in certi generi. Non è solo la melodia di un brano a sortire effetti positivi. Anche il suo contenuto può dare benefici importanti. Uno studio inglese del 2008 ha dimostrato come l’ascolto di brani con un messaggio sociale positivo (come “Heal the World” di Michael Jackson) incoraggi comportamenti collaborativi negli adolescenti (che durante l’esperimento si prestarono più volte a raccogliere una matita lasciata “accidentalmente” cadere dagli sperimentatori). Lo stesso effetto non si ottiene con brani “neutrali”.

Il rap e l’hip-hop e il sottogenere trap, confrontati col rock o il pop, generi nei quali al contrario tendenzialmente le strofe sono molto brevi e sintetiche, e permettono di portare in luce un concetto in modo poco esaustivo, avrebbe la possibilità di restituire valori e riflessioni espressi nel rock e nel pop in termini meno impliciti: potrebbe, volendo riproporre gli stessi temi, sviscerare meglio le questioni e, data la lunghezza e la possibilità di veicolare delle parole “rappate”, portare argomentazioni vere e proprie; potrebbe dare un senso reale al suo parlato. Infatti, ci sono professori che fanno rap e inseriscono citazioni di filosofi e letterati nei loro testi, e disapprovano il dissing.

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Ogni genere musicale può contenere un testo dal contenuto negativo e distruttivo e superficiale, tuttavia alcuni generi vengono decisamente più utilizzati di altri a conterne, perché magari le soronità che hanno scatenano emozioni molto più aggressive che rilassanti (difficilmente si sentiranno esaltazione di droga, crimini, e senso di superiorità economica e intellettuale in canzoni rilassanti chillout). Finché si ascolta il cantato in una lingua che non si capisce non c’è nessun effetto negativo, i rapper/trapper stranieri di cui non si capisce la lingua li si può ascolta senza spesso capire cosa dicono, e apprezzarne la musica, che può essere molto bella, ma l’effetto negativo c’è nei confronti dei rapper/trapper di cui si capisce la lingua.

Nonostante rapper e trapper, grazie alle caratteristiche discorsive del loro genere, potrebbero inviare messaggi positivi, etici, altruistici, sia maschi che femmine, riempiono i loro testi con un contenuto negativo, non etico, egocentrico, criminale, autodistruttivo: mostrano il loro piacere di fare uso di droghe pesanti (le quali sono dannosissime, soprattutto per gli adolescenti) e sfoggiano il loro potere economico (ad esempio nei videoclip con delle inquadrature ravvicinate sull’orologio d’oro, o sull’auto di lusso) esaltando positivamente il loro desiderio di un eccesso di denaro (“pacchi di soldi da contare”, “voglio essere ricca come Bill Gates”), denaro che nel caso delle donne vorrebbero guadagnare competendo con la genetica (la seduttività del corpo e il fatto che si possa guadagnare dalla vendita della sua visione), o che vorrebbero guadagnare a danno degli altri, ad esempio tramite evasione fiscale, che fa danni enormi alla collettività, (nei testi dicono “soldi meglio in nero, nero, nero, cash black”) o di truffe e rapine (“Mamma non voleva fare una piccola criminale”) di illegalità (“amo i diamanti, tranne quelli blu che è il colore della polizia”, “mi piacciono i tipi che sembrano dei malviventi”) e tutto ciò, non per cambiare il mondo e migliorare le vite delle persone, ma per accedere a beni di lusso “mi piace Valentino e Prada”, “Giro con Louis Vuitton sulle lenti. Apro un Dom Pérignon con i denti” e droghe “fumo cookies, mi arriva col taxi”, “mi piaccioni cristalli”.

Nelle interviste giustificano il loro egocentrismo e senso di superiorità dicendo “perché se vieni dal niente e sei riuscito a fare i soldi devi mostrarlo, dato che è raro che una persona che viene dal niente ce la faccia”. Come se la soluzione alla povertà sia prendersi beffa degli altri poveri che però non ce l’hanno fatta, invece che lamentarsi del fatto che la natura, con la sua casualità (fortuna e sfortuna) può premiare casualmente qualche povero che è più adatto degli altri a fare molti soldi anche senza dare alcun servizio di qualità, e che quindi la civiltà non sta vincendo la sua battaglia di raddrizzare le storture della natura che si basa sulla legge della giungla. Coi loro testi e i loro video vogliono dire che li hanno guadagnati diventando rapper/trapper famosi, seducendo i loro fan con l’estetica, il linguaggio semplicistico comprensibile a tutti gli ignoranti, e idee non etiche sul rapporto col mondo molto più facile da seguire perché coincidenti con gli istinti animali, e vogliono dire che quindi sono stati più intelligenti di chi non ha fatto il rapper/trapper e per questo si vantano, sfoggiano la loro superiorità economica, e i fan acclamano il potente.
A volte danno una descrizione colorata e positiva degli psicofarmaci e delle droghe pesanti (md, cocaina, ketamina, crack…), elogiando il desiderio di usar pasticche, e abusarne, anche 5 al giorno. Come a dire: “prendetevi le pasticche che vi fanno bene”.

Soprattutto a fare sfoggio del loro aver ottenere denaro e potere (“mi invidiano i ragazzi”): i maschi avrebbero ottenuto denaro e potere o tramite il crimine o tramite la vendita in massa di musica vacua, autocelebrativa che istiga all’uso di alcol e droghe. in alcuni casi la loro fama può essere permessa da una eredità disparitaria (ad alcuni i genitori comprano strumenti musicali costosi, pagano gli studi di registrazione per incidere, l’affitto per le sale prove, i videoclip musicali ecc mentre ad altri no e dunque sono costretti a rinunciare a fare musica e a veder altri “fare successo”). e nei loro videoclip musicali sfoggiano montagne di soldi (nella finzione dell’interpretazione i personaggi interpretati si possono permettere di bruciare montagne di soldi, per motivi non specificati) e riescono ad avere la simpatia di grandi quantità di strafighe che twerkano le loro fantastiche natiche nude, e sono sessualmente disponibili perché attratte dal potere economico alle quali dicono “Fuck with me and get some money”, perché questi uomini ricambiano la disponibilità sessuale con merci, servizi, o denaro contante, infatti si mostrano riempite di soldi. Mentre le femmine avrebbero ottenuto potere monetizzando la visione di seno, natiche, vulva e ano nei più disparati modi.

I testi e le espressioni di trapper e rapper sembrano un sintomo di poca autostima che viene nascosta con un senso di superiorità immotivata e sfoggiato al fine di far sentire inferiori gli altri (come se dicessero continuamente “io sono meglio di te/voi” “guarda qua quanto sono superiore”).

La dimostrazione di prontezza e superiorità d’intelligenza nel rispondere la offre una qualsiasi commedia o sitcom, o qualsiasi film: familiari, amici o collegi sembrano solo intenti a dare risposte efficaci, intelligenti e anche sarcastiche in pochissimo tempo e in modo impeccabile, con una perfetta dizione. Sottolineando così la stupidità delle affermazioni dell’altro, e la propria superiorità, senza insegnargli realmente nulla.

E questo accade ache nella Trap, tramite il Dissing, o Beef, è un termine di slang afroamericano derivante dalla parola disrespecting (mancare di rispetto). I cui testi esprimono frequentemene egocentrismo e prevaricazione, per prevalere, offendere o sfidare un altro artista/crew; per comparare il proprio talento.

Oltre a essere distruttivo, c’è il fatto che nella vita reale le persone non hanno un copione a disposizione. A quei dialoghi pronti ed efficaci lavora tutta una serie di bravi sceneggiatori, senza contare che poi le scene vengono riprese nel corso di giorni e giorni da abili registi in modo che alla fine appaiano del tutto naturali, fluide e veloci.

Questo tipo di abilità dialettica, messa in scena in modo impeccabile, è inarrivabile, e dunque il tentativo di raggiungerla è frustrante e deludente.

Le ragazze esprimono consapevolezza di essere “un sacco pieno di soldi” grazie al loro corpo che ha un aspetto tale da poter attrarre e motivare i maschi etero a barattare il tempo che hanno impiegato per guadagnare denaro con qualcosa del corpo delle ragazze, anche solo vederlo in foto, e infatti i maschi che vengono considerati “sacchi pieni di sperma” (dove lo sperma è il carburante naturale che li motiva a sborsare soldi e determina il loro guadagno) e nel contempo, pur guadagnando, si beffano del desiderio maschile insosddisfatto, sfoggiando il loro potere di non concedersi fisicamente ma limitarsi a mostrarsi esteriormente (anche solo in modo parziale) con “è la tua mano l’unica fica che scoperai”. Nonostante usare i genitali per guadagnare denaro o favori è giusto tanto quanto usare braccia, gambe e mani, non ci si dovrebbe mostrare superiori ad altri per questo, e tentare di instillare invidia e senso di inferiorità. hai ottenuto potere in modo del tutto fortuito perché non c’è nessuno che te lo impedisca? almeno non sfoggiarlo. Ma le rapper e le trapper spesso si vantano di aver ottenuto grande potere tramite una pura fortuna genetica (essere donne ed essere belle, ed essere belle anche sensa un’attività fisica volontaria e un controllo volontario dell’alimentazione) che è esattamente un esaltare il principio base della natura “non c’è giustizia, il caso impera, chi nasce con caratteristiche sfavorevoli viene schiacciato da chi nasce con caratteristiche favorevoli”.

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Un guadagno legittimo quello ottenuto tramite l’esposizione del corpo, o tramite il sesso, ma quando dal guadagno si passa allo sfoggio di potere da parte delle ragazze diventa una beffa nei confronti di chi non è figa e non può guadagnare tramite la visione della sua sessualità ma è costretta a fare la cameriera o di chi non alcolizzandosi e non drogandosi e avendo dei gusti estetici più ricercati non può fare questo tipo di rap e diventare famoso ottenendo così i soldi per comprarsi la disponibilità delle fighe ma è costretto ad accettare lunghi rituali di fighe di legno nella speranza di una concessione.

Per quanto riguarda lo stile musicale del cantato, indipendentemente dall’eticità del contenuto, spesso le parole delle canzoni trap sembrano pescate a caso da un sacco della spazzatura ripieno di foglietti con singoli vocaboli che spesso contengono parole inglesi, ma volendo anche cinesi, oltre a quelle della propria lingua che messe insieme formano frasi senza senso che provocano anche un certo mal di mare al contrario di chi per motivi artistici sceglie di usare una lingua incomprensibile ma estremamente piacevole all’ascolto (glossolalia). Nessuna parola ha una connessione con la precedente “spendo soldi, ho le stigmate, eretico, siete tutti morti, fritti, kentucky” a volte somigliano più ai versi dei bambini piccoli che non sanno parlare “ya ya ya”, “frate” o la compulsione a dire le parolacce che si ha da bambini “bitch, bitch, bitch”, “kiss my ass”. Poi esternazioni del tutto non interessanti “non esco mai di casa perché odio le persone” e nei videoclip sono le mammelle e le natiche a dare piacere, ma nient’altro.

Uno dei primi fenomeni musicali afro-americani furono i gospel e gli spiritual, canti consolatori di ispirazione religiosa. I testi delle canzoni spiritual trattavano argomenti presi dalla Bibbia, con un intento di immedesimazione nelle vicende di Gesù e degli ebrei, in modo da poterne trarre consolazione e forza di sopportazione.

Bob Marley
La musica di Bob Marley è fortemente dedicata al tema della lotta contro l’oppressione politica e razziale e all’invito all’unificazione dei popoli di colore come unico modo per raggiungere la libertà e l’uguaglianza. L’aspetto politico della sua vita è stato più importante di quello artistico. Marley divenne un leader politico, spirituale e religioso. Nel 1978 gli fu conferita, a nome di 500 milioni di africani, la medaglia della pace dalle Nazioni Unite.

Un linguista, filosofo, teorico della comunicazione e anarchico statunitense come Chomsky, fa critiche molto più pregnanti al sistema americano, armi e pena di morte comprese, con discorsi da intellettuale, Rispetto a cantati che le fanno a un livello di profondità disarmante, tipico appunto dei canzonettari alla Bono Vox.

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Nel 1985 aderì al progetto Artists United Against Apartheid. In particolar modo scrisse e registrò la canzone Silver and Gold per l’album Sun City, registrato per protestare contro la politica dell’apartheid tenuta dal Sudafrica. Nel 2009 registra un video in cui ripresenta la cover della canzone War di Bob Marley. Tale brano ha la particolarità di essere interpretato da musicisti provenienti da diversi paesi del mondo. Ciascun contributo è dato dall’artista direttamente dal proprio paese sotto l’insegna del progetto Playing for Change.

Naturalmente, non ci si aspetta che le parole di Bono possano cambiare alcunché, e infatti non lo fanno.

Diverso era il caso del primo Bob Dylan, ad esempio, o del secondo Lennon. Perché invece di rivolgersi al congresso riunito e averne gli applausi, si rivolgevano ai giovani e li stimolavano a una reazione concreta e reale. Al punto che l’america “bruciò”, ai tempi della guerra in vietnam. E che Lennon arrivò a essere considerato da Nixon una minaccia per il paese. Il che dimostra che le parole delle sue canzoni erano meno vuote e più efficaci di quelle “disarmanti” di un Papa.

I fondamentalisti statunitensi si scatenarono e organizzarono roghi di dischi dei Beatles, moderna versione dei roghi dei libri del passato. Il Ku Klux Klan ne crocifisse addirittura uno su una croce di legno. Molte radio imposero un bando alle canzoni del quartetto. La protesta si estese anche all’estero, dal Messico alla Sud Africa.

La sua canzone God, dall’album Plastic Ono Band, elenca una lunga lista di “non credo”: in particolare, nella Bibbia, in Gesù, in Buddha, nei mantra, nello yoga e nei Beatles. E Imagine, dall’omonimo album del 1971, fra le sue varie proposte oniriche ci chiede di immaginare che non ci siano né paradisi né inferni, e nemmeno religioni.

Niente di così offensivo e oltraggioso come la sua altra dichiarazione sulla fine di Gesù e del cristianesimo rilasciata Nel marzo 1966 John Lennon concesse un’intervista a Maureen Cleave che comunque non era stata dimenticata. Uno dei matti a cui continuava a dar fastidio si chiamava Mark Chapman, un cristiano “rinato” che la considerava blasfema. E gli davano fastidio anche God e Imagine, tanto da arrivare a cantare quest’ultima con il verso alterato: “immagina John Lennon morto”.

L’8 dicembre 1980 il matto realizzò, a un tempo, la propria immaginazione, e la profezia del cantante in The ballad of John and Yoko del 1969: “finiranno per crocifiggermi”. Invece dei chiodi, Chapman gli piantò quattro pallottole in corpo, e chiuse così un conto che era rimasto aperto con il fondamentalismo per quattordici anni.

al contrario della musica in cui ci sono parole, e frasi comprensibili, nella musica in cui non ci sono parole, o non ci sono frasi comprensibili, la possibile scemenza inserita nelle frasi dette cantando (e di conseguenza il pericolo di credere in falsità, o di ricordare inutilità veicolate dal linguaggio) scompare, e non lascia traccia, al contrario della letteratura e del cinema.

Un esempio di testo con sequenze di parole incomprensibili e il cui senso si può quindi tralasciare per soffermarsi sull’evocazione delle immagini e la musicalità sono i testi cantati dalla voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, che risente l’influenza della glossolalia, ovvero la pronuncia di ciò che può essere o una lingua esistente ma ignota a chi parla (xenoglossia o xenolalia), o le parole di un linguaggio mistico sconosciuto, o semplici vocalizzi e sillabe senza senso. Il suo stile vocale e i suoi testi, astratti e indecifrabili, enfatizzati, che passano da una voce appena sussurrata a picchi vocali e grida angosciate, insieme alle musiche lente e psichedeliche hanno dato vita al dream pop. In quel caso non c’è pericolo di credere in qualcosa di falso ascoltando il testo cantato.

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Allo stesso modo, la particolarità dell’album dei Sigur Rós, dal titolo composto da due parentesi, una aperta e l’altra chiusa, ( ), è proprio nei testi, che in realtà non esistono, dato l’esclusivo utilizzo del vonlenska o speranzese, una sorta di lingua artificiale inventata dal gruppo stesso.

Bisogna ricordare che un tempo la cerimonia di iniziazione era sempre accompagnata con la musica, e anche in psicoterapia la si utilizza come mezzo di suggestione. Quello che in psicoterapia, o in musicoterapia, si vuole realizzare infatti è un processo di sensibilizzazione dell’inconscio, allo scopo di memorizzare grossi depositi emotivi. In modo simile a quello che avviene in una cerimonia sacra di grande intensità. Infatti, è il mistero, quello che crea la sacralità e la magia, e nei canti gregoriani, proprio perché in latino, non ci si capisce niente. Si tratta della stessa ragione per cui la Messa in latino era più efficace.

Le parole delle canzoni, pur non essendo utili a conoscere il mondo per motivi intrinseci, possono avere altre utilità. Possono comunque essere associate a un evento appena vissuto, a dei desideri che si tengono dentro, delle proprie sofferenze. Piuttosto che dare una conoscenza del mondo, possono fornire una conoscenza delle emozioni del cantante, conoscenza utili a identificarsi in certe emozioni che si ritiene simili alle proprie, in una empatia indotta e astratta, ascoltando dire al/alla cantante che si sente in un certo modo (“mi sento vuoto/a, perso/a, triste, o felice, sorpreso, ansioso”) e pensando “anche io mi sento così, capisco cosa vuol dire il/la cantante che sto ascoltando. Mi sento a casa, compreso/a”.
Le parole delle canzoni possono essere utili per piangere e addormentarsi sul letto con le cuffie in testa, per poi risvegliarsi con meno tensione, stanchi, ma pronti a rigenerarsi. Utili a trovare la forza di svegliarsi al mattino e affrontare l’egocentrismo e l’egoismo delle persone e delle difficoltà della natura come Robert Smith canta in “Gone” dei The Cure
“Black clouds and rain and pain in your head
And all you want to do is stay in bed
But if you do that you’ll be missing the world”

Si può trovare sollievo dai testi anche facendo un lavoro mentale di interpretazione, prendendo in considerazione solo alcune parti del testo più utili ai propri desideri, decontestualizzandole. E provare così emozioni piacevoli, dare sfogo a frustrazioni, ed effettuare un riequilibrio emotivo. Oppure qualche strofa può dare lo spunto per effettuare riflessioni più lunghe e profonde. Ed è per questo che le canzoni con testi semplici possono comunque rimanere in memoria ed essere canticchiate molto spesso nel corso del tempo.

Ma, spesso gli artisti invece pretendono di non dedicarsi a passatempi, oppure al semplice stimolare riflessioni serie da fare però autonomamente una volta stoppata la canzone con altri strumenti più seri (la logica, la scienza, l’esperienza), ma vogliono dedicarsi alla descrizione del mondo esterno in maniera veritiera con un metodo che non è consono all’impresa. Forse perché ritengono, inconsciamente, che quell’aspetto sia l’unico degno di attenzione e di valore. Ma così facendo non fanno che creare una gran confusione a proposito della “verità” e della “conoscenza del mondo”. E chi ne fruisce deve quindi avere chiara la differenza di funzioni tra arte e scienza, e andare a verificare ciò che ha sentito dire dai personaggi del film, o ha letto sullo schermo, dal momento che anche le date degli eventi possono essere false.

Naturalmente gli artisti sono spesso consci di questo aspetto dell’arte: che la si fa per motivi estetici (qualunque cosa ciò significhi), e non per motivi epistemologici.
Anzi, sono i ciarlatani, fra gli artisti, a pretendere il contrario, e cercare di assegnare all’arte valori e fini che non può avere. Naturalmente, i maggiori ciarlatani si trovano fra i letterati, perché il mezzo che usano, cioè il linguaggio, si presta a essere frainteso, nel senso di immaginato come carico di contenuto, molto più che la grafite della matita, la vernice e i suoni, e anche perché, rispetto alle canzoni in cui ci sono parole, che durano in genere dai 4 ai 10 minuti, nei romanzi il linguaggio ha un più ampio spazio, in cui dura anche 1500 pagine.

Nel documentario “imagine”, John Lennon, quando gli portarono un fan che si era introdotto nel suo parco, e che gli disse che alcune parole di una sua canzone (in realtà, per colmo dell’ironia, si trattava di una canzone di Paul McCartney, invece) gli avevano cambiato la vita, Lennon gli rispose appunto che non aveva senso prendere le parole di una canzone seriamente. Si trattava di parole che suonavano bene insieme, e che non si doveva cercare nessun messaggio dietro di esse.

Aggiunse anche che non solo lui (e i Beatles) componevano così, ma anche Bob Dylan: significativamente, perché Dylan era invece identificato come il “poeta della ribellione” e il “profeta di una generazione”. Ma lui stesso aveva già confermato preventivamente la posizione di Lennon, rifiutando entrambi i ruoli e rivendicando la libertà di scrivere cose che suonavano bene, musicalmente e letterariamente, senza che necessariamente contenessero un contenuto.

Infine, si può citare Robert Smith, che per scrivere le sue canzoni a volte ha racchiuso all’interno di un sacco centinaia di parola scritte su foglietti, poi inserendo la mano e tirando fuori parole a caso, ha tentato di costruirci delle strofe.

DIVULGAZIONE SCIENTIFICA
Dire nel linguaggio comune, cioè attraverso una narrazione, cosa significhi una formula è difficile. Naturalmente, questa sarebbe la vera divulgazione. La quale, non solo non è affatto uno svago, ma una cosa serissima. E non ha niente a che vedere con la letteratura, perchè questa non ha il monopolio del letterario.

Tra l’altro, per fare questo tipo di divulgazione ci vuole uno che sappia di cosa parla, e riesca a tradurre da un campo all’altro.
E’ per questo che alla divulgazione si sono dedicati fior di scienziati e di matematici. Il resto è giornalismo, semmai. E fa più male che bene.

Fin dal mito fondativo della sua storia, l’attività matematica si è suddivisa tra la ricerca e la divulgazione. Nella Vita di Pitagora, infatti, Porfirio racconta che “il maestro impartiva il proprio insegnamento a due categorie di persone: matematici e acusmatici. I matematici studiavano la parte più importante e approfondita della dottrina, mentre gli acusmatici si accontentavano dei fatti senza le spiegazioni”.

Il “matematico” era in greco un letterale “apprendista”, che imparava attivamente il mestiere: l’analogo dell’odierno laureando, dottorando, ricercatore o assistente. L’“acusmatico” era invece un letterale “uditore”, che ascoltava passivamente l’insegnamento: l’analogo dell’odierno fruitore delle conferenze, degli articoli e dei libri di divulgazione. Una distinzione che Aristotele espresse concisamente nella dicotomia tra chi si preoccupa di “capire perché”, e chi si accontenta di “sapere che”.

Le prime testimonianze scritte di questa doppia attività di insegnamento ce le hanno lasciate Platone e Aristotele. Il primo ha scritto solo opere divulgative, per i motivi spiegati nella sua Settima lettera: sostanzialmente, per una diffidenza nei confronti della scrittura, che gli faceva relegare l’insegnamento profondo all’oralità. Il secondo ha invece scritto sia opere divulgative che testi di ricerca, ma le prime sono andate perdute e ci sono rimasti soltanto i secondi.

E’ interessante che entrambi i filosofi abbiano ritenuto di dover adottare, nella loro attività divulgativa, la forma dialogica: cioè, qualcosa di intermedio tra il coro del teatro greco e il monologo della prosa. Anche se spesso il dialogo platonico è fittizio, e l’interlocutore di Socrate è più una spalla che un comprimario: come l’ignaro schiavo al quale viene impartita, nel Menone, quella che è la prima testimonianza storica di una dimostrazione matematica che ci sia pervenuta. Non sappiamo invece come fossero i perduti dialoghi aristotelici, ma possiamo immaginare cosa ci siamo persi dal fatto che fu la lettura del Protrettico a convincere Cicerone a diventare un filosofo.

Anche la scienza, fin dal suo avvento, adottò la forma dialogica per la propria divulgazione. Il Dialogo scientifico più famoso e importante è probabilmente l’omonima opera che Galileo Galilei pubblicò nel 1632, “dove ne i congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano, proponendo indeterminatamente le ragioni filosofiche e naturali tanto per l’una, quanto per l’altra parte”. Come già i dialoghi platonici, però, anche quelli galileiani non sono affatto discussioni fra interlocutori alla pari: al contrario, uno dei due contendenti (Filippo Salviati) è il ventriloquo dell’autore, mentre l’altro (Simplicio) rivela fin dal nome il suo ruolo di utile idiota da mettere alla berlina.

In teoria Galileo pretende di mantenere un fittizio equilibrio, e inserisce fra i due protagonisti principali un supposto moderatore (Giovanni Francesco Sagredo), che rappresenta anche il pubblico colto ma non specialista al quale la divulgazione del Dialogo è indirizzata. In pratica però il copernicano Salviati fa sempre la figura del saggio, e il tolemaico Simplicio sempre quella del tonto, mostrando chiaramente da che parte propendesse l’autore. Galileo incautamente mise in bocca a Simplicio alcune idee del papa Urbano viii, che ovviamente si infuriò e gli diede il benservito con il famoso processo del 1633, tra le accuse del quale c’era anche quella di “haver scritto in dialogo”, oltre che in volgare, affinché tutti potessero capire.

All’epoca il Dialogo fu dunque letto e percepito non soltanto come una disputa scientifica, ma anche e soprattutto come uno scontro fra la scienza e la religione. La stessa cosa successe nell’Ottocento a proposito del dibattito su evoluzionismo e creazionismo, anch’esso passato alla storia per un dialogo: questa volta reale, e non fittizio. Lo scontro si tenne in pubblico a Oxford il 30 giugno 1860, tra il biologo Thomas Huxley e il vescovo anglicano Samuel Wilberforce. Quest’ultimo provò a buttarla sul ridicolo, chiedendo al primo se non si vergognava ad avere una scimmia tra i suoi avi. Ma il cosiddetto “mastino di Darwin” lo mise a tacere, rispondendo che si sarebbe piuttosto vergognato se avesse avuto un avo ottuso come il vescovo.

Oggi i religiosi meno ottusi di Wilberforce preferiscono saggiamente dirottare i dibattiti fra scienza e religione su livelli più astratti, e mantenerli su toni più amichevoli. Il campione di questi dialoghi interdisciplinari è il Dalai Lama, che incontra regolarmente scienziati delle discipline più disparate, a Dharamsala in privato e altrove in pubblico, per discutere di possibili punti di convergenza tra il buddhismo tibetano e la scienza occidentale. A partire dal 1987 si sono ormai tenuti una trentina di questi dialoghi: una dozzina di essi sono stati trascritti in libri che spaziano dalla cosmologia e la biologia alle neuroscienze e l’economia, con titoli che vanno da Ponti sottili (Neri Pozza, 1998) e Il sonno, il sogno e la morte (Neri Pozza, 2000) a Emozioni che curano (Mondadori, 1998) e Emozioni che distruggono (Mondadori, 2003).

A volte il dibattito fra fede e scienza può avvenire direttamente tra scienziati, credenti e non. Un esempio di questo tipo di incontro è La variabile Dio. In cosa credono gli scienziati? (Longanesi, 2008), che registra il dialogo fra l’astronomo gesuita George Coyne, per venticinque anni direttore dell’Osservatorio Vaticano di Castelgandolfo, e Arno Penzias, premio Nobel per la fisica nel 1978 per la scoperta della radiazione di fondo.

Altre volte gli umanisti non sono necessariamente religiosi, e il dibattito si sposta in questo caso sul confronto fra le “due culture”: scientifica, da un lato, e umanistica, dall’altro. Uno stimolante esempio è il Dialogo tra Primo Levi e Tullio Regge, tenuto nel 1984 e ripubblicato da Einaudi nel 2005. Anche se in questo caso sarebbe difficile confinare i due interlocutori nei ruoli di letterato l’uno, e scienziato l’altro: Levi lavorò infatti per tutta la vita da chimico, come testimoniano i racconti del suo famoso Sistema periodico, e Regge si divertì per decenni a produrre opere di arte computerizzata. Semmai, il loro Dialogo serve a sfatare il luogo comune che esistano appunto “due culture”, e che la scienza sia contrapposta, invece che complementare, all’umanesimo.

Il massimo esempio contemporaneo di scienziato-umanista è forse Werner Heisenberg, premio Nobel per la fisica nel 1932, che divenne uno dei padri della meccanica quantistica solo perché dovette decidersi a scegliere fra la musica, la filosofia e la fisica, tre discipline in cui brillò per tutta la vita nello stesso modo. Per quarant’anni egli ha avuto dialoghi con molte menti brillanti come la sua, a partire da Einstein, e fortunatamente ne ha raccontati alcuni in Fisica e oltre. Incontri e conversazioni (Boringhieri, 1984). Quelli riportati spaziano dalla fisica alla religione, e il loro interesse anche umanistico è sottolineato dall’attenzione che ha dedicato al libro di Heisenberg un teologo come Joseph Ratzinger in Fede, verità, tolleranza (Cantagalli, 2003).

Chi non desidererebbe esser “sesto fra cotanto senno”, quando si svolgono incontri di questo genere? La televisione potrebbe offrir molto al riguardo, ma all’atmosfera rarefatta dei dialoghi d’autore purtroppo preferisce l’aria fritta dei dibattiti fra attori. A volte i festival e le manifestazioni culturali regalano al pubblico qualche rara occasione. Ma la rete permette ormai di osservare da vicino addirittura i dialoghi che si tengono fra i ricercatori, nel momento stesso in cui producono i loro risultati: medaglie Fields come Terence Tao e Timothy Gowers, ad esempio, gestiscono da anni dei blog nei quali discutono in chiaro problemi aperti, che a volte vengono risolti collettivamente con la partecipazione attiva del pubblico. O, almeno, di quella parte che non si accontenta di “sapere che”, e pretende anche di “capire perché”.

Oggi gli scienziati scrivono testi tecnici “esoterici” per i colleghi e gli addetti ai lavori, e testi divulgativi “essoterici” per il pubblico, prendendolo spesso per i fondelli: si può vedere, ad esempio, il libro di rovelli sul tempo, nel quale si legge:

“il mondo senza tempo non è un mondo complicato. è terso, ventoso, pieno di bellezza, come la bellezza arida delle labbra screpolate delle adolescenti”.

gli allocchi sono sensibili a queste scemenze/furbate, e sono simili ai fedeli che si bevono e si beano delle analoghe scemenze/furbate che i papi rivolgono loro nell’insegnamento divulgativo-essoterico: quello, per intenderci, impartito quando indossano “gli abiti da clown” dei quali parlava ratzinger nella “introduzione al cristianesimo”, che essendo invece un testo esoterico usava un linguaggio e un pensiero di ben altra natura.

“business is business”, e poiché dicendo cose serie si può aspirare ad avere al massimo 25 lettori o 25 fedeli, se uno vuole le masse, deve scendere al loro livello. ad esempio, raccontandogli le favole sull’inferno e sul paradiso, che poi racconta diversamente ai propri pari, per non essere dileggiato dalle persone che hanno sale in zucca

FILOSOFIA

Non c’è niente di male a speculare e creare, anche la letteratura lo fa, basta che non si sostenga che le affermazioni della filosofia sono vere o addirittura più vere di altre.
La si può rispettare (nel senso di lasciare liberi di studiarla come si fa con chi studia libri di occultismo), ma non di più, se non facesse invasioni di campo e si occupasse solo di problemi diversi da quelli della scienza, come etica, estetica, politica.
In estrema sintesi: La filosofia ha rallentato e rallenta lo sviluppo delle scienze naturali e ha fatto morire sul nascere le scienze sociali.
Hanno dovuto fare moltissima fatica la fisica e la biologia degli ultimi due secoli per superare i preconcetti filosofici di cui siamo tutti intrisi. Riguardo alle scienze sociali, che sono ancora sotto il dominio della filosofia, si può pensare alla fine immonda che ha fatto la psicologia.

La filosofia è più che altro un deposito di citazioni e di confuse anticipazioni di idee che poi la scienza rende precise, spesso senza nemmeno conoscere le suddette anticipazioni. Brani che non significano letteralmente nulla che mascherano il vuoto dei loro discorsi.

Anche quando un testo di filosofia espone molte cose sensate, come La “critica della ragion pura” le espone in una maniera assurdamente arzigogolata.

In realtà, l’impianto del libro si può veramente dire in due parole: se la ragione pretende di essere completa, allora finisce col parlare di cose come dio, il mondo e l’anima (le tre “idee trascendentali”). Ma tutte queste cose sono contradditorie (per le “antinomie della ragion pura”). Dunque, la completezza della ragione porta alla sua inconsistenza.

Equivalentemente, si può dire che se la ragione vuol essere consistente, e non cadere in contraddizione, allora non può essere completa. In particolare, non può parlare di dio, del mondo e dell’anima.

Godel riformulò questa intuizione nel suo famoso teorema: se un sistema formale è consistente, allora è incompleto. E ci sono proposizioni delle quali non si può affermare né la dimostrabilità, né l’indimostrabilità.

Sull’insegnamento della filosofia nelle scuole, bisogna stendere un velo pietoso. Chi sceglie il classico spesso non è consapevole di ciò che fa (a 13 anni difficilmente si sarà consapevoli di cos’è la vita quando si compiono 18 anni e magari i genitori non sono disponibili a continuare a mantenere).

Ma per quanto riguarda i licei scientifici, è un vero scandalo che a essere propaga(n)data sia sempre e solo la filosofia continentale, che è per natura ANTIscientifica!

Anzitutto, infatti, l’insegnamento viene fatto in maniera storica, invece che organizzato su problematiche specifiche: il che è già, di per se, una presa di posizione a favore della filosofia continentale, invece che di quella analitica.

è più utile procedere per argomenti, e affrontare problemi specifici: ad esempio, una storia della filosofia dal punto di vista della logica, etica, estetica, epistemologia, eccetera.. Poiché in genere i filosofi si interessano di tutto, studiarli sistematicamente in ordine cronologico rischia di non portare da nessuna parte, a meno che uno faccia filosofia.

E poi, i libri di testo sono di filosofi continentali: in particolare, il polveroso abbagnano, il reale, il severino. Quando esiste almeno il geymonat, che si proponeva appunto di istituire un corso nuovo di filosofia che fosse sensibile alla scienza anzitutto, e poi alla filosofia della scienza. La “storia del pensiero filosofico e scientifico”, è un ottimo testo di riferimento, che contiene molti capitoli scritti da specialisti su argomenti vari. E, soprattutto, come già il titolo annuncia, aggiorna il pensiero filosofico alla luce di quello scientifico. è sempre di un filosofo, ma meglio che niente.

Ma fino a quando qualunque laureato in filosofia potrà insegnare la materia nei licei scientifici, ci sarà poco da fare. Bisognerebbe separare le cattedre, e impedire questo scandalo. ma sarebbe come proporre l’abolizione dell’ora di religione. è tutto ovviamente funzionale al “pensiero” dominante in questo strano paese.

FANTASIA REALISTICA: DIFFERENZA TRA DOCUMENTI STORICI E LETTERATURA E CINEMA STORICO O REALISTICO

Nel riconoscere la differenza tra le varie opere che utilizzano il linguaggio ci possono essere complicazioni. La letteratura ci ha abituati alla dissolvenza del confine che separa la realtà e la finzione, con opere che si presentano come realiste, pur essendo completamente fantastiche, a differenza delle opere fantastiche che si presentano come fantastiche. Uno degli esempi più vistosi è Il codice Da Vinci di Dan Brown, che ha fatto cascare molti nella rete degli amori di Cristo, del simbolismo di Leonardo e di Rennes le Chateau.

La distinzione tra racconto e linguaggio scientifici è ancora più necessaria quando si paragonano alla letteratura fantastica denominata come “storica” o “realistica”. Perché nei casi in cui si denomini la letteratura come “storica” o “realistica” è più facile credere che non ci sia differenza tra realtà e finzione.

Con la penna, la tastiera del pc, la telecamera si può produrre scritti e video che rappresentino il passato. Ma ci sono molti modi per rappresentare il passato. L’autobiografica, la biografia, il saggio di storia, il romanzo storico, il documentario, il film basato su fatti storici e così via.

Quello che viene chiamato romanzo storico descrive alcuni eventi reali ma non tutti gli eventi descritti in esso sono reali, e a volte pochissimi, e dunque non è attendibile come una verità storica di un libro di storia.
Se si vuole conoscere la storia, invece che leggere romanzi o guardare film su base storica, è meglio leggere direttamente i libri di storia o guardar i documentari di storia, che già di per sé, poiché si basano su testimonianze di varia mano, relative a fatti unici e non riproducibili, che storici e registi hanno raccolto, non possono mai avere il grado di affidabilità delle verità scientifiche, per non parlare di quelle matematiche, le quali sono più attendibili di quelle scientifiche e di quelle storiche.

Il principale motivo per cui una persona possa desiderare che una produzione/regista produca film realistici-scientifici-medici su un determinato problema è per lo stile visivo che un film ha. Se non fosse così basterebbe guardarsi un documentario. Ma è risaputo che pochissima gente guarda documentari, e non solo perché la tv ne fornisce di banali e non interessanti per la propria vita umana, sulle tombe degli egizi, o sui leoni che si mangiano le gazzelle, ma perché sono fatti con una tecnica (fotografica, registica, musicale) molto scarsa, che non suscita le emozioni che suscitano i film. Nessuno invita a casa gli amici il sabato sera per farsi una maratona di documentari.

Allora forse sarebbe meglio che i documentari usassero una tecnica molto più coinvolgente e continuassero a descrivere la realtà, come fanno, e che i film, usassero la tecnica che usano, ma si limitassero a descrivere la fantasia, come invece non fanno.

Allo stesso modo se la scuola fosse come sono molte conferenze di divulgatori, maestri colti, capaci di parlare, che mostrano immagini, video, c’è qualcuno che suona, qualcuno che recita poesie inerenti all’argomento, allora sarebbe molto più coinvolgente, e i ragazzi vorrebbero spontaneamente parteciparvi, come vogliono volontariamente guardare serie tv e giocare ai videogames.

La trascrizione della storia della propria infanzia fatta da adulti ha qualcosa di simile con la ricostruzione della storia sociale fatta dagli storici. Pochi adulti ricordano episodi dei loro primi tre anni di vita, e la memoria inizia a svanire già per quelli avvenuti dai sette anni in giù. E così come lo storico non ha vissuto direttamente i fatti che racconta, l’adulto sembra non aver vissuto quei fatti perché non li ricorda. A parte quei pochi ricordi di prima persona sedimentati in memoria che un adulto ha della sua vita dell’infanzia, si basa su testimonianze di varia mano, relative a fatti unici e non riproducibili, che non possono mai avere il grado di affidabilità delle verità scientifiche.

Poiché il passato infantile non lo si ricorda facilmente, e dunque non si può semplicemente passare a trascriverlo, se prima non si entranti in contatto con le fonti necessarie per conoscerlo, dunque è necessario indagare, attraverso le fonti primarie (genitori, nonni, fratelli, parenti, amici di tutti loro, e le fotografie scattate da loro).  Tra l’altro le fotografie, col tempo, possono essere andate perse. Un pò come conoscere la vita di qualcun altro, mettendo insieme i dati a disposizione. Così, a volte, il ricordo del proprio passato, e dunque anche il racconto che si fa del proprio passato agli altri (orale o scritto che sia) somiglia più a un romanzo, con elementi inventati.

Innegabile, che il metodo storiografico si trovi in netto svantaggio, rispetto al metodo scientifico, nell’accertamento della verità e nella determinazione della realtà. Ci si deve affidare a fonti casualmente disponibili, che risentono dell’aleatorietà delle informazioni e della soggettività delle testimonianze. Inoltre, non esistono ancora veri e propri laboratori di storia, nei quali si possano fare esperimenti riproducibili e ottenere risposte verificabili. Anche se si stanno diffondendo le simulazioni al computer, che si configurano invece come veri e propri esperimenti di laboratorio: ad esempio, quelle degli scenari di guerra.
Dunque, un romanzo storico ha una attendibilità inferiore sia a una verità storica, sia una verità scientifica, sia a una verità matematica, e proprio per l’inaffidabilità delle verità storiche si dovrebbe moltiplicare l’attenzione, per evitare di credere falsamente che siano esistite persone inesistenti, o accaduti eventi immaginari, sulla base di testimonianze insufficienti o documentazioni fantasiose.

Si studia ancor oggi il teorema di pitagora, e si ride dei miti raccontati su di “lui” (tra virgolette, perché non se ne sa ovviamente niente) perché il teorema di Pitagora è un fatto, e i miti sono finzioni, appunto.
Naturalmente, qui casca l’asino, perché su Gesù di fatti non ce ne sono, e il resto è appunto finzione. Su Giulio Cesare e i romani un po’ meno, come basta a testimoniare anche solo una passeggiata nei fori. Ad esempio, il Colosseo è un fatto, anche se le storie sui gladiatori sono finzioni.

Il dovuto distacco dovrebbero averlo coloro che usano due pesi e due misure. come quelli che dicono che i testi antichi sono pieni di miti e di storie fantastiche: tutti, MENO i vangeli, ovviamente.

L’autobiografia è un testo che contiene la ricostruzione complessiva della vita di una persona che è lo stesso autore dell’autobiografia, mentre la biografia è un testo che contiene la ricostruzione complessiva della vita di una persona reale fatta da qualcun altro, mentre un libro di storia è un testo che contiene la ricostruzione complessiva degli eventi più influenti del passato.
C’è una distinzione tra autobiografie, biografie, libri di storia (basate sui fatti) e romanzi (basati sulle finzioni che non hanno riscontro con la realtà). Un’autobiografia, una biografia, un libro di storia dice solo cose vere, ma non le dice tutte. Se non dice cose vere, non è una biografia, ma un romanzo. E in tal caso non parla della persona a cui sembra riferirsi, ma di una inventata. Naturalmente ci sono gradi di irrealtà, ma perché una biografia sia tale il grado di realtà dev’essere totale: cioè, la biografia deve solo riportare fatti veri, se no non è una biografia, esattamente come un modello della natura, se no non è un modello.

Detto altrimenti, la realtà viene parzialmente descritta nei modelli, così come le persone sono parzialmente descritte dalle biografie. questo non significa, ovviamente, che tutti i modelli o tutte le biografie siano descrizioni della realtà o di persone reali. ma significa ancora meno che non ci sia nessuna realtà, o nessuna persona, dietro i modelli o le biografie.

L’esempio della fotografia è perfetto, perché corrisponde appunto all’autobiografia, alla biografia, al libro di storia: fotografa una parte della realtà, anche se non tutta. cosa peraltro impossibile: anche le fotografie a colori non registrano le onde radio, o i raggi x, o gli infrarossi. e infatti oggi, ad esempio, l’astronomia usa tutte queste lunghezze d’onda per osservare l’universo, non solo la luce visibile, colorata o no.

naturalmente, anche le fotografie si possono falsare, al giorno d’oggi, anche se questo è un altro discorso, perché le fotografie falsate non sono fotografie, ovviamente, anche se ci assomigliano.

MA i quadri o i film, sono un’altra cosa, e corrispondono ai romanzi. ovvio che anche i quadri e i film possono essere realistici, nel senso di dipingere una parte della realtà, ma possono anche inventarsi persone o scene mai esistite. e non è un caso che un conto sono le “prove fotografiche”, appunto, e un altro gli schizzi che un testimone ad esempio può fare per spiegare una situazione.

Proprio perché ci deve essere solo la verità è molto difficile scrivere biografie, e in genere non abbiamo che romanzi.

ANNA FRANK

la fondazione frank, che non credo sia negazionista, ha dichiarato che il diario è stato “editato”, e che dunque non sarebbe autentico: almeno, non nel senso in cui era stato presentato finora.

e si riferiva anche, credo, al fatto che qualcuno ha reagito dicendo che la fondazione avrebbe fatto meglio a non dir niente, perché questo avrebbe dato adito a polemiche negazioniste. veda il link già postato sopra:

https://en.wikipedia.org/wiki/The_Diary_of_a_Young_Girl#Authorship

ovviamente tutto ciò non ha nulla a che vedere con cosa hanno fatto i nazisti. che il diario sia vero o falso, non cambia una virgola per il nazismo. ovviamente la cambia per l’editoria.

una testimonianza rimaneggiata a tavolino non è così’ “valida” come una non rimaneggiata. siamo sempre al solito discorso: un film o un romanzo “basati sui fatti” valgono quanto un documento storico, o no? in fondo, tutto dipende da quanto larghe sono le maglie della propria nozione di “validità”.

fu la stessa anna frank a riscriverlo e a editarlo, fin dagli inizi, dopo aver sentito alla radio che bisognava lasciare testimonianze.

in altre parole, fin da subito il diario ha cessato di essere un’opera spontanea, scritta per uso personale, ed è diventato un libro costruito, fatto per la pubblicazione. con tutti gli svantaggi che questo comporta, rispetto ai documenti storici. poi si è aggiunto l’editing del padre, del quale abbiamo parlato ieri.

alcuni affermano che la letteratura inventa, ma dice comunque la verità. il problema sta appunto nel fatto che è vero il contrario: nel momento in cui si inventa, si cessa di testimoniare la realtà e si incomincia a raccontare la fantasia.

la famosa polemica a proposito delle camere a gas, l’argomento è che molti  si sono fatti un’idea di certi fatti storici basandosi su opere letterarie e cinematografiche, delle quali dicono “non sarà proprio andata così, ma comunque quella è la verità”. ma il problema è: se le cose non sono “proprio andate così”, come si fa a sapere come sono proprio andate?

la risposta è ovvia: bisogna rivolgersi altrove, ai documenti storici e ai libri di storia. ma la maggior parte della gente non lo fa, e dunque la maggioranza della gente non sa come sono andate le cose, ma ne ha solo un’idea vaga e distorta, che scambia per una rappresentazione precisa e puntuale. naturalmente, tra quella maggioranza ci sono anch’io: e infatti io l’ho detto, e per questo sono stato linciato, perché non si può dire di non sapere ciò che invece “bisogna” sapere comunque.

naturalmente, e a scanso di equivoci, la cosa è vera non solo per la seconda guerra mondiale, ma per qualunque altro avvenimento storico, dalla rivoluzione russa alla guerra in vietnam, tanto per fare esempi contrapposti. tutte cose che noi registriamo in memoria sulla base di notizie sparse e frammentarie ricevute dai media, da un lato, e da opere di fantasia che dicono di essere “basate su fatti veri”, dall’altro. naturalmente, anche le notizie che raccogliamo dai libri di storia sarebbero sparse e frammentarie, ma almeno avrebbero la pretesa di raccontare per davvero la verità, e non una libera variazione sul tema costruita ad uso e consumo del pubblico.

i media possono reagire male, se si mette in discussione il fatto che essi contribuiscano a dirci come siano andate o come vadano le cose, e sottolineato invece il fatto che essi fanno esattamente il contrario: cioè, intralciano il processo di raccolta oggettiva dei dati che dobbiamo mettere insieme per sapere come sono andate o come vanno le cose.

in una parola, la storia non la raccontano i giornali, i romanzi e i film, che fanno un altro lavoro.

primo levi era perfettamente cosciente di aver scritto romanzi, e non libri di storia, e infatti li presentava come tali. il mio punto è che se uno legge un romanzo, o guarda un film, deve sapere che sta leggendo un romanzo, o guardando un film. e che ottiene stimoli che sono diversi da quelli che ottiene quando legge un libro di storia. basta che lo sappia, e che tragga le dovute conseguenze. ammesso che possa, perché la mente umana funziona in un modo, e non in un altro: cioè, si lascia più suggestionare dai racconti, che dalle relazioni. e infatti le classifiche dei saggi vengono tenute accuratamente distinte da quelle dei romanzi, perché hanno pubblici e successi diversi.

è un po’ ingenuo dire “è andata proprio così”, come disse giovanni paolo ii quando vide il film di mel gibson “la passione di cristo”. uno spettatore credente, ma un po’ più sofisticato del papa, dovrebbe sensatamente dire “non è andata affatto così”, senza per questo perdere la fede in cristo.

in un romanzo o in un film, anche quando si dice espressamente che “è basato su una storia vera”, lo scrittore o il regista si prendono “licenze poetiche” e cambiano a loro piacere i fatti, adattandoli alle esigenze della narrazione, o anche solo al loro ghiribizzo. a volte sono solo dettagli, e la sostanza rimane più o meno intatta, e altre volte i fatti vengono completamente traviati, e avviene una “transustanziazione” dei fatti.

chi legge un romanzo o guarda un film, tende a far coincidere il racconto con i supposti fatti. immagino che la maggior parte dei lettori e degli spettatori non si prenda mai la briga di andare a verificare quali sono stati i cambiamenti, rispetto alla realtà: io lo faccio sistematicamente, e spesso mi sorprendo delle discrasie, e altre mi domando perché mai si siano dovuti cambiare i dettagli, o anche la sostanza, quando sarebbe stato più semplice non pretendere neppure di raccontare una storia vera, cambiando nomi o ambientazioni. ma tant’è.

tra l’altro, è ancora più stupefacente che i “fatti” si cambino anche quando si fa un film tratto da un romanzo: e non solo di uno scalzacane, ma anche di uno dei grandi della letteratura. chissà perché uno deve raccontare a modo suo “anna karenina” o “guerra e pace”, per dire. ma tant’è, di nuovo.

rimane il fatto che, anche sapendo come i fatti differiscono dalla realtà, sono le rappresentazioni romanzesche o cinematografiche a rimanere impresse più vividamente nella memoria: come d’altronde succede anche nei paradossi visivi, in cui uno può anche sapere qual è il trucco, ma continua comunque a non vederlo. e infatti credo che il motivo per il sottile ma persistente cambiamento dei fatti sia proprio questo: scrittori e registi sanno che alla fine sarà quello che hanno raccontato loro, e non ciò che è veramente successo, a rimanere impresso.

la cosa ha poca importanza se l’argomento è qualche oscuro o marginale angolo della storia. ma per gli avvenimenti cruciali, che definiscono la visione collettiva di un popolo o di una nazione, lo stillicidio dei piccoli cambiamenti che si effettuano in centinaia di romanzi e migliaia di film, finisce per produrre una visione sostanzialmene distorta di ciò che è successo. e spesso la cosa è fatta ad arte: in fondo, hollywood è la vera fucina dell’ideologia occidentale, e ha speso (oltre che guadagnato) fortune a mostrare la sua visione di ciò che sono state la guerra civile americana, le guerre contro i nativi americani, la prima e la seconda guerra mondiale, la guerra in vietnam, eccetera.

ma non solo: basta pensare a tutta l’agiografia religiosa proposta da rai1 in italia: gesù, la sacra famiglia, i primi cristiani, via via fino a lourdes, fatima, padre pio, papa giovanni, giovanni paolo ii, eccetera. tutti quegli sceneggiati contribuiscono a formare la percezione collettiva del cristianesimo, fondendo ad arte fatti più o meno storici con invenzioni belle e buone, e tutto confluisce nella fede popolare, che crede che “tutto è successo proprio così”, come dicevo appunto sopra a proposito di giovanni paolo ii e il film di mel gibson.

RAPPRESENTAZIONI REALISTICHE A CONFRONTO CON RAPPRESENTAZIONI DI FANTASIA CHE FINGONO DI ESSERE REALISTICHE

Molte persone, anche se leggono libri, non sanno dell’esistenza di tipi particolari di libri chiamati saggi. Magari hanno visto le copertine dei saggi entrando in libreria ma le hanno ignorate ritenendo che non fossero interessanti e utili, come gli adulti ignorano i libri per bambini, e si sono rivolte direttamente nel reparto romanzi, cucina, moda e altro, pensando che gli altri fossero testi inutili, che leggono solo persone che hanno dei motivi lavorativi, scolastici, universitari o a loro sconosciuti per leggerli.

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Infatti, se qualcuno usa la parola saggio per indicare un certo tipo di testo chi ascolta, se non ne conosce l’esistenza, ad esempio perché ha frequentato una scuola che non fornisce molta cultura, come l’alberghiero, la può interpretare nell’altro senso con il quale si utilizza questa parola, cioè qualcuno che nell’agire e nel parlare dimostra prudenza, comprensione, moderazione, conoscenza ed esperienza della vita. Pensano quindi a un signore anziano con la barba bianca che dice aforismi sulla vita e non a un tipo di testo, o a Yoda, il personaggio immaginario della saga fantascientifica di Guerre stellari. Uno che dice cose sagge: mettere la maglia di lana, attenzione alle curve, non ubriacarsi, lavarsi i denti prima di andare a dormire.
Questo problema non c’è nella lingua inglese, dove il saggio inteso come libro è essay, e il saggio come persona è wise.

Ma la verità è che certi testi non servono solo per dare esami e veder riconosciuto dai datori di lavoro che si ha una laurea per svolgere professioni, ma anche per scegliere cosa fare e non fare nella vita personale o semplicemente per comprendere che succede e osservare. E questo è il motivo per cui ci si può appassionare profondamente a leggerli, e si può trovare soddisfazione, commozione, piacere, godimento.

Tuttavia, ci sono opere di fantasia che si presentano come rappresentazioni della realtà e opere che non si prendono sul serio.
Se si legge libri di fantasy, dove appunto succedono quotidianamente cose che nella propria esperienza reale di oggi non accadono mai, non ci si pone nemmeno il problema che possano essere reali, e si accetta senza tante storie il fatto che si tratti di fantasy. A meno che non si sia ancora arrivati all’età della ragione, e non si abbia dunque sviluppato il principio di realtà: come infatti accade ai bambini, che hanno difficoltà a distinguere i due piani della finzione e della realtà.
i vangeli sono un esempio di fantascienza quando pretendono di spiegare in maniera fantastica i miracoli di natura fisico-chimica (ad esempio, la moltiplicazione dei pani e dei pesci), fantastoria quando parlano di personaggi la cui esistenza è altamente sospetta, e fantabiologia quando riportano fatti fantastici di natura biologica (le resurrezioni, di lazzaro o di cristo).
Per cui nelle opere che si presentano seriamente chi ne fruisce per poterle apprezzare deve quasi necessariamente credere nelle teorie divulgate nel romanzo o nel film, in cui spesso crede lo scrittore o il regista ed è per questo che ne ha scritto, come ad esempio in Here After di Clint Eastwood che racconta la storia di uno che parla con le anime nell’aldilà. Mentre nelle seconde non è necessario crederci per apprezzare l’opera, come ne Il corvo, per cui si può vederlo senza credere che chi viene ucciso ingiustamente possa resuscitare e vendicarsi. Il feilm L’esorcista (1973) era basato su una relazione dei gesuiti relativa a un supposto fatto accaduto nel 1949 nel Maryland e da loro dichiarato come curato: non stupisce dunque che fu mostrato nelle parrocchie.

Gli artisti, letterati o registi, producono ibridi che in inglese vengono chiamati docufiction, “docufinzioni” o mockumentary, “falsomentari”.
L’esempio più noto ed eclatante è forse l’isteria scatenata nel 1938 da Orson Welles, che si limità a leggere alla radio un brano del romanzo La guerra dei mondi del suo quasi omonimo Herbert Welles (1898), senza avvertire gli ascoltatori che non si trattava di una radiocronaca.

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Il quarto tipo (The Fourth Kind) è un film del 2009 scritto e diretto da Olatunde Osunsanmi che mescolando elementi in stile falso documentario (mockumentary), narra i misteriosi eventi che si verificano da oltre quarant’anni in una città legati ai rapimenti alieni.

Nel film si vede il regista (Osunsanmi) intervista la dottoressa Abigail Tyler. La dottoressa spiega come abbia provato su di sé gli effetti della regressione ipnotica grazie al suo amico dott. Abel Campos. Quest’ultimo si era offerto di ipnotizzarla per farle ricordare informazioni sull’identità dell’assassino del marito, ucciso proprio di fianco a lei nel letto durante la notte e senza che la dottoressa potesse muoversi (come ricorda, non riusciva nemmeno a girare la testa). Dopo il fallimento della sessione di regressione ipnotica, il dott. Abel tenta di convincere Abigail a prendersi una pausa da questi ricordi dolorosi e pensare ad altro, ma ovviamente il tutto risulta uno spreco di parole. La dottoressa allora continua il suo lavoro da psicologa praticando sempre più ipnosi regressive sui pazienti che soffrivano di disturbi del sonno e verrà a scoprire che ogni notte i pazienti si svegliavano e si accorgevano di essere fissati fuori dalla finestra da un gufo bianco.

La dottoressa Abigail Tyler è in realtà un personaggio fittizio proprio come tutti gli altri; tuttavia, per rendere l’effetto dello stile mockumentary, Milla Jovovich è stata ingaggiata per la parte della “presunta” ricostruzione cinematografica, mentre allo spettatore viene lasciato intendere che la vera dottoressa Tyler sia la donna intervistata dallo stesso regista. In realtà anche quest’ultima è un’attrice di nome Charlotte Milchard e la sua scheda è presente su IMDb. Nei titoli di coda si può trovare il suo nome, accreditata fra gli abitanti di Nome. Ma alcune persone non vanno a informarsi e possono credere che le interviste siano tutte vere, e credere che siano una prova dei rapimenti alieni.

Ci sono film di fantasia e horror che si discostano da quei film horror che per suscitare forti emozioni tentano di far credere allo spettatore che certi fenomeni paranormali esistano anche al di fuori dei film.
Negli anni 90 ill Seme della follia di John Carpenter e Nightmare – Nuovo incubo e la serie Scream di Wes Craven smontava il genere horror con film che trattano il cosa sono i film, come si fanno, che effetto fanno quali dicendo che appunto sono finti.

In Nightmare – Nuovo incubo c’è un Freddy Krueger che diventa “reale” eliminando l’unica barriera fra noi e (il suo) orrore: il mezzo cinematografico. Un mostro che è anche critico d’Arte e tralascia gli artefici dei (suoi) seguiti per turbare i sogni degli autori del primo capitolo (definito il migliore dall’autista della limousine), fra cui i produttori della New Line Cinema e il regista stesso, con cui la pellicola instaura un geniale “colloquio”, rivelando retroscena e script in lavorazione.

Nel film Il Seme Della Follia, l’agente investigativo d’assicurazioni John Trent (Sam Neill) deve indagare sulla scomparsa di un celebre autore di best-seller “orrorifici”, Sutter Cane. Si tratta di uno degli scrittori più venduti al mondo, i cui romanzi generano nel pubblico effetti di delirio collettivo. Ma le ricerche di Trent, condotte assieme alla dipendente della casa editrice Arcane, Linda, avranno esiti nefasti. Non solo infatti lo condurranno in quegli stessi mostruosi luoghi descritti da Cane nei suoi romanzi, ma lo faranno precipitare – come titola l’ultimo, inedito libro dell’autore – nellefauci della follia.

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il seme della follia - 4La discesa nella follia di John Trent, il protagonista del film. Inizialmente, egli si presenta come un uomo sicuro di sé, pragmatico. Alla fine del film verrà rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Carpenter però “ribalta” la storia, facendola iniziare proprio nell’istituto di cura. Ciò sancisce un’ambiguità interpretativa di fondo non troppo distante dal capolavoro dell’espressionismo tedesco Il gabinetto del dottor Caligari [Das Cabinet des Dr. Caligari, 1922], di Robert Wiene.

Le livre à mourir.

È diventata ormai una convenzione affermare che ogni racconto fantastico è veridico; il mio, tuttavia, è veridico.
– J. L. Borges, Il libro di sabbia.

Quasi nessuno ha mai conosciuto di persona Sutter Cane. Eppure, il mistero che lo avvolge non sembra in alcun modo incidere sul clamoroso successo dei suoi romanzi. Al contrario, i suoi libri, popolari, immediati ed incisivi nella scrittura – ma, a dire di Trent, nemmeno poi così originali –, sono diventati, letteralmente, un fenomeno di massa.

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il seme della follia - 6Sopra, Trent in una libreria letteralmente “invasa” dai romanzi di Cane. Sotto, il misterioso autore di best-seller.

La figura di Sutter Cane si rifà dichiaratamente a quella del noto scrittore Stephen King3. Il parallelo è d’altronde esplicitato in una delle prime sequenze del film. Come afferma infatti Linda durante il suo primo incontro con Trent, il successo di Cane è stato tale da aver battuto in vendite «anche lo stesso King». I suoi libri vengono diffusi in tutto il mondo; di conseguenza, la sua influenza sull’immaginario collettivo è inimmaginabile. Si tratta di un potere di suggestione smisurato, paragonabile forse solo a quello della religione. «Sono più quelli che credono alla mia opera che quelli che credono nella Bibbia», dichiara Cane, non senza una punta di orgoglio. Non può allora non tornare alla mente quanto affermato da Clive Baker, scrittore e regista horror, proprio in relazione all’incredibile successo di King: «Pare che in ogni casa americana ci siano due libri: uno è la Bibbia e l’altro probabilmente è Stephen King.»

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il seme della follia - 8Sutter Cane e il suo ultimo inedito romanzo, “In the Mouth of Madness“.

Dunque, Il seme della follia si concentra sul potere di fascinazione che la narrativa di genere, in special modo quella fantastica, può avere nel mondo. Ma non solo. Più profondamente (e politicamente), il film di Carpenter ragiona sulla necessità inesauribile – e a tratti inquietante – da parte della popolazione di farsi raccontare storie, di lasciarsi suggestionare. Una sete insaziabile di immagini mostruose e aberranti che, poco alla volta, rimpiazzano la monotonia del reale. Il nostro pensiero non può che ricondurci, ancora una volta, all’autore di It.
Esistono probabilmente precise ragioni sociali e storiche – e dunque, non solo qualitative o di natura economica – che hanno contribuito alla formazione del «mito» di Stephen King (e, nel caso de Il seme della follia, di Sutter Cane). Scrive lo studioso David Skal a tale proposito:

Sebbene Ronald Reagan sia stato celebrato come il Grande Comunicatore della penultima decade del secolo, questo titolo appartiene probabilmente allo scrittore Stephen King, che, almeno secondo i numeri, è emerso come il cantastorie di maggior successo della storia dell’uomo. Di giorno, il presidente raccontava alla nazione le storie di prospettive sociali che questa voleva sentire. Di notte, King narrava storie molto diverse che la gente non voleva ascoltare direttamente, ma che avrebbe divorato se presentate nelle immagini velate di vampiri, licantropi, cani rabbiosi, automobili demoniache, […].5

La ficcante analisi di Skal propone dunque una lettura psicanalitica “di massa” del fenomeno-King. Ne emerge un «inconscio sociale» a cui la letteratura mostruosa di King – e quindi di Cane – si rivolgerebbe. Ma se in King, seguendo le intuizioni di Skal, ciò ha probabilmente una funzione catartica, in Cane le cose sono decisamente più problematiche. E ovviamente fantastiche. Coi suoi romanzi, infatti, Cane vuole condurre il mondo «al di là dello specchio» – pensiamo ancora al Signore del male –; ad una nuova realtà della quale egli è l’artefice, il demiurgo.

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il seme della follia - 10Varchi per altri universi: sopra, Il signore del male; sotto, Il seme della follia.

Ma procediamo con ordine. Come Stephen King, Sutter Cane è innanzitutto un nome, un “marchio”, un brandsubito riconoscibile: dunque, un segno. Il suo nome, «Sutter Cane» – riprodotto con un font che richiama direttamente quello dell’autore di Pet Cemetery –, ritorna con insistenza per l’intera pellicola. All’assenza fisica del suo autore si sostituisce una presenza (o forse potremmo dire, una onnipresenza) segnica. Difatti, «per restare unagriffe, egli deve paradossalmente deterritorializzarsi nel senso più elementare: prendere congedo e sparire.»6
La scomparsa dell’autore in favore del testo non è però più quella auspicata, quasi due secoli fa, dal poeta Stéphane Mallarmé («Il poeta sparisce sotto la pressione dell’opera, secondo lo stesso processo che fa sparire la realtà naturale», affermandosi «nel (suo) sparire e nel divenire di quella scomparsa […]»7). Essa si inserisce piuttosto in un generale processo di globalizzazione e di appiattimento dei gusti e dei significati che investe anche i campi artistici – come quello della letteratura –, e che conduce irrimediabilmente in un universo di significanti senza referenti8.

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Il seme della follia conferma difatti l’interesse, da parte di Carpenter, per un mondo che precipita sempre più in un non-luogo fatto di segni, simulacro di se stesso9, e che questa letteratura di consumo contribuirebbe a diffondere in maniera esponenziale. Hobb’s End, la città inesistente descritta da Cane nei suoi romanzi e visitata “realmente” da Trent dopo averne scoperto la localizzazione tramite le copertine dei suoi libri, ne è un perfetto esempio.
Il luogo si presenta ai nostri occhi come una sorta di terrificante Disneyland: uno spazio che sancisce, secondo Jean Baudrillard, l’ultimo stadio di contraffazione del reale (l’iper-realtà) a favore del simulacro, non possedendo più elementi di contrasto col falso ma inglobando in sé ogni possibile referente10. Da questa nuova realtà, in cui possiamo “vivere” i romanzi di Cane, Trent non sembra più essere in grado di uscire. I suoi tentativi falliscono miseramente, come ci mostra la sequenza in cui, come in un loop, egli si ritrova sempre al punto di partenza.

il seme della follia - 13La signora Pickman. Oltre ad essere un personaggio dei romanzi di Cane, il nome si rifà dichiaratamente ad un celebre racconto di H. P. Lovecraft, Il modello di Pickman.

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il seme della follia - 15Mentre Trent legge ad alta voce il romanzo, ciò che legge si visualizza letteralmente davanti agli occhi dei due protagonisti.

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il seme della follia - 17Trent cerca di scappare da Hobb’s End in macchina, ma ogni volta viene ricatapultato nella piazza della città.

Scaturigine di questa nuova (ir)realtà è Cane. Egli, infatti, si presenta come una sorta di «passaggio» per questo non-luogo che va sostituendo il reale. «Un corpo/testo […] attraverso la cui lacerazione è possibile aprire il varco verso un oltre lovecraftianamente non nominabile […].»11 Non sono solo i suoi romanzi a costituire un’ideale apertura verso l’immaginifico: il film ci mostra piuttosto come egli si presenti cronenbergianamente come varcofisico, come fessura organica. Al suo incontro con Trent, lo scrittore si “squarcia” letteralmente come la pagina di un suo stesso romanzo, facendo fuoriuscire da sé l’universo che contiene.

il seme della follia - 18il seme della follia - 19il seme della follia - 20il seme della follia - 21il seme della follia - 22

Di questa nuova realtà egli è il demiurgo. Parola di origine greca (δημιουργός), per demiurgo si intende più propriamente un artefice, un ordinatore, un «essere divino dotato di capacità creatrice e generatrice»12. E cos’è Il seme della follia se non un film sulla capacità di evocazione creativa? Ancora una volta King ci viene in soccorso, avendo più volte riflettuto, attraverso i suoi romanzi, sul (pericoloso) potere in mano allo scrittore. Con opere qualiLa metà oscuraMiseryShining, o nel racconto Finestra segreta, giardino segreto contenuto in Quattro dopo mezzanotte egli ha difatti mostrato l’altra faccia della medaglia, il prezzo da pagare per questo dono.
Al pari, Carpenter realizza un film tutto imperniato sui pericoli del racconto, della narrazione e della suggestione13.Il seme della follia è costellato da elementi che richiamano direttamente l’atto di narrare. Non è un caso che il film inizi con il racconto di Trent, imprigionato in una cella d’isolamento di un ospedale psichiatrico. Ciò che seguirà sarà un lungo ed articolato flashback spesso soggetto a flash-foward improvvisi e a scene che si ripetono con minime, inquietanti variazioni.

il seme della follia - 25il seme della follia - 24Sutter Cane scrive, inventando una nuova realtà.

il seme della follia - 23Trent che racconta la propria storia.

Ma Il seme della follia, più che mostrare, suggerisce. Ad esempio, la visualizzazione del “mostro” è spesso parziale, composta principalmente da dettagli: questo, forse per lasciar spazio alla capacità dello spettatore di immaginare, di completare da sé l’orrore. Similmente, ciò che si presenta ad una prima visione come “normale” può subire, in seconda istanza, un processo di deformazione, di riscrittura fantastica del reale.

il seme della follia - 28il seme della follia - 29

il seme della follia - 30il seme della follia - 31

il seme della follia - 32il seme della follia - 33Esempi di riscrittura “mostruosa” sul reale.

Parimenti, l’orrore si manifesta spesso in qualità di rappresentazione: pensiamo alla ricorrente sequenza del poliziotto che pesta il senzatetto. A pensarci bene, si tratta di una scena idealmente incorniciata in profondità di campo, realizzata forse solo per gli occhi di Trent.

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Tutto il film si presenta, quindi, in qualità di grande messa in scena “mentale”. E di questa messa in scena, Sutter Cane è il regista. Come spiega difatti a Trent, egli vuole far vivere al lettore le proprie storie «dal di dentro»: una immedesimazione totale che investa tutti i suoi sensi e che lo conduca ad una nuova realtà. Ironicamente, il titolo originale del film, In the Mouth of Madness, è lo stesso dell’ultimo romanzo di Cane: quel romanzo ancora da pubblicare e che completerà la sua opera. Tutti lo leggeranno, e «chi non avrà letto il libro, guarderà il film». Il finale del Seme della follia sancisce questo oscuro presagio. In un mondo ormai deserto simile a quello descritto da King nell’Ombra dello scorpione, Trent entra in una sala cinematografica. Stanno proiettando In the Mouth of Madness. E qui si siede, per guardare e riguardare se stesso, forse all’infinito, in quel film che noi spettatori abbiamo appena visto.

il seme della follia - 35Il mondo ormai deserto, nelle ultime immagini del film.

il seme della follia - 36il seme della follia - 37il seme della follia - 38il seme della follia - 39

La bibbia e i libri religiosi in generale raggiungono il livello massimo di presa in giro, dal momento che se uno va a informarsi non si trova che in realtà l’autore ha inventato tutto, ma si trova che è tutto vero.

Aristotele spiega nella “poetica” che la letteratura si basa sulla “sospensione dell’incredulità”, perché per godere di una storia fantastica non si può ovviamente metterla in discussione su basi razionali. Ma si deve trattare appunto di una sospensione, e non di una rinuncia.

Tra l’altro, Aristotele aveva vita facile, perché nella sua epoca l’andare al teatro era un avvenimento eccezionale, e tutto era comunque segnalato esplicitamente: gli attori sulla scena, le maschere, il coro, eccetera. Oggi il mondo è permeato di fantasia, giovani e adulti spesso vedono un film al giorno o anche due, ingurgitano tonnellate di pubblicità che viene trasmessa senza neppure un distacco scenografico dal programma che interrompono, eccetera.

“Il mondo si è fatto favola”, diceva il motto di Cartesio nel seicento. figuriamoci nel duemila, dove la maggioranza della gente “conosce” i fatti della storia attraverso le versioni cinematografiche, televisive o giornalistiche e non capisce neppure dove stia il problema. Per questo è necessario comprendere che molte dichiarazioni degli autori sui propri romanzi sono false, ad esempio che riportano fatti reali.

Proprio perché la scienza è diversa dalla finzione, la scienza non si studia come la filosofia o la letteratura, sui classici, ma sui testi moderni che raccontano le cose nella maniera più aggiornata, corretta, rigorosa e generale. Mentre i lavori originali sono spesso complicati e tortuosi, e spesso gli autori non capivano ancora completamente tutte le implicazioni di ciò che stavano facendo.
Sarebbe pazzesco ripercorrere la genesi delle scoperte, e porterebbe via un sacco di tempo, che si può spendere meglio imparando altre cose. Ma quando si studia la storia della matematica o della scienza, si scoprono cose meravigliose, e si apprezza molto meglio la genialità che, col senno di poi, può apparire quasi banale.

FILM DRAMMATICI

Il genere drammatico, a differenza della maggioranza dei generi (fantasy, commedica, azione…) è molto aderente alla realtà seppur sia sempre una realtà semplificata e modificata per essere esteticamente interessante, e la visione di film di questo genere può avere una funzione terapeutica, quando mostra i personaggi fanno fronte ai loro problemi, le sfide, ed essere in un certo modo in grado di far identificare lo spettatore con i personaggi. Perché si basa sullo sviluppo dei personaggi, dell’interazione tra essi e che tratta temi di impatto emotivo, con toni essere seri e problematici, non leggeri come nei film commedia; i sentimenti sono spesso centrali, ma non devono essere eccessivi come nel melodramma; non devono prevalere né l’azione (come nei film d’azione) né l’intreccio (come nel cinema giallo), e così via.

DOCUMENTARI E FILM STORICI

Il nome di Hollywood, la Mecca del Cinema, è solo un adattamento di ciò che un immigrato cinese rispose nel 1886 in broken english al proprietario dell’appezzamento da cui nacque la città: “I haully wood”, “Raccolgo legna”.
E molta della legna prodotta dall’industria del cinema che si installò nel 1911 nel nuovo sobborgo di Los Angeles era effettivamente da ardere. Hollywood è infatti diventata il “mistero della Propaganda” del modo di vita statunitense, e ha bombardato il mondo con tempeste di colossal realizzati con grandi finanziamenti, grandi trucchi, grandi divi e grandi pubblicità, ma con piccole ambizioni intellettuali e artistiche.
Il risultato è stato un festival di stupidaggini da Oscar: dal fantasy degli stupidi extraterrestri all’horror degli stupidi vampiri, dall’azione degli stupidi inseguimenti d’auto alla violenza delle stupide sparatorie. Il che ha prodotto la nascita di cinema indipendenti e nazionali in reazione al cinema di massa.

A Hollywood, ovviamente vi si producono film di tutti i generi, ma rimane il fatto che il loro scopo è commerciale e propagandistico. Esiste anche un cinema d’autore, negli stati uniti, ma è purtroppo di nicchia, così come sono di nicchia alcune reti televisive. Ed è sempre bene tenere in mente, quando si guardano certi film e certi programmi televisivi, che si sta guardando pubblicità, per evitare di caderne troppo facilmente preda.
In particolare, tutta la saga western, è una propaganda per mascherare quello che viene chiamato “l’olocausto americano”, di sterminio dei nativi. O tutta la saga sulla seconda guerra mondiale, che è ovviamente la rappresentazione in bianco e nero (anche quando è a colori) della lotta del bene e del male. Anche la saga sulla guerra in Vietnam è in buona parte la stessa cosa, con la lotta contro i “musi gialli”, eccetera. E non è affatto “finzione aderente alla realtà”.

I documentari si differenziano dai film basati su eventi realmente accaduti per il fatto che consistono in riprese video dei fatti reali o interviste video a chi quei fatti li ha vissuti, e cercano di rappresentare la realtà fedelmente senza inventarsela.

Anche se non esistesse un solo film biografico aderente alla realtà, non si potrebbe comunque dire che non sia possibile fare un film che rappresenti i fatti così come sono realmente accaduti. Se un film biografico non rappresenta i fatti reali è solo per volontà di chi lo ha fatto non perché i mezzi non lo permettono.

È noto che gli artisti, con la scusa della “libertà di espressione”, pretendono di poter raccontare ciò che passa loro per la testa, anche quando rappresentano personaggi realmente esistiti e descrivono eventi realmente accaduti.

Questo viene fatto anche per rendere più appetibile, scorrevole, guardabile e acquistabile il film. Ma quelli sono interessi di chi ci guadagna e non di chi lo vede, che invece ha l’interesse di vedere qualcosa di bello ma utile ai fini conoscitivi. Dunque è un atto alquanto egoistico.

Il risultato di queste libere modifiche ai fatti è spesso una distorsione della verità, tanto più colpevole quanto più gratuita. E tanto più grave, quanto maggiore è il successo dell’opera.

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Nel caso di Turing nel film The imitation game è già falsa la prima immagine del film, che anticipa senza motivo di un anno l’arresto. Falsa la rappresentazione dell’effetto della sua castrazione chimica, che non lo privò dell’abilità matematica. Falsa la sceneggiata che lo presenta come la parodia di un autistico. È falsa la storia dell’inchiesta su un suo presunto spionaggio russo. Falsa la restrizione a una mezza dozzina di ricercatori di un gruppo che ne comprendeva migliaia. Falsa la storia che fosse quel gruppo a decidere l’uso bellico delle intercettazioni tedesche. È vero solo il nome di Turing.

Purtroppo il cinema può essere influenzato dalle pressioni mediatiche del femminismo e inserire a forza e in modo insensato delle donne in quanto donne. Così come agli Oscar vengono premiati film in cui ci sono attorni neri in quanto neri, anche se il film è decisamente mediocre. Una discriminazione positiva a volte insensata. Soprattutto se per elogiare una donna del passato s’inventano falsità storiche.
Ad esempio nel film Agora a Ipazia D’Alessandria le sono attribuiti risultati sulle coniche che sono invece dovuti ad Apollonio, più di mezzo millennio prima.

Essere John Malkovich, sin dal titolo, utilizza il nome e il cognome di una persona reale, un famoso attore. E mostra anche degli eventi realmente accaduti, come lui che recita in Essere John Malkovich. Ma il film, pur utilizzando elementi reali, non è una biografia, e non ha la pretesa di esserlo. In quel caso la fantasia è giustificata e non crea nessun problema a chi ne fruisce, perché ricordando il film saprà bene che non è reale. Invece con altri film, anche quando si parla tra amici si finisce per attribuire azioni a personaggi che però non sono mai state compiute, sulla base del film.

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Al contrio di film storici pieni di falsità il film L’uomo che vide l’infinito, tratto dall’omonimo libro di Robert Kanigel, ripubblicato per l’occasione dalla Rizzoli narra la vita del matematico indiano Srinavasa Ramanujan, uno dei geni del Novecento, che vedeva le formule che lo resero famoso sulla lingua della dea Namagiri, quando si recava al suo tempio nella città di Madras. Dopo averne raccolto un buon numero, Ramanujan inviò le formule a Godfrey Hardy, che lo invitò in Inghilterra.
Il film fa un ottimo lavoro nel raccontare i pensieri dei due matematici, perché uno dei suoi produttori è Manjul Bhargava: un matematico statunitense di origine indiana, che ha vinto la medaglia Fields nel 2014. Il risultato è il film che rende maggiormente giustizia alla matematica, molto più di altri bestseller più hollywoodiani, quali il famoso A beautiful mind su John Nash.

Il film di martone su leopardi “Il giovane favoloso” è esattamente il contrario di quelli di benigni. anzi, semmai rischia di essere anche troppo didascalico e “noioso”, ma è interessante e istruttivo. in particolare, mostra i luoghi leopardiani con ambientazioni e citazioni reali, invece che inventate (come di solito fanno i film che pretendono di essere storico-biografici).

Si possono fare film biografici utili alla conoscenza reale dei fatti e film biografici falsi e inutili alla conoscenza dei fatti. Ma la tendenza è alla falsità, perché il cinema è un’arte che richiede un grosso ritorno economico a causa dei grossi costi, se il film non fa grossi incassi il regista rimane fermo per molto tempo non trovando finanziatori, e deve presentare qualcosa di gradevole, non troppo complesso, attraente, e quindi modificato, mentre i libri avendo dei costi decisamente minori (prevalentemente stampe e pubblicità) pretendono una certa cultura, necessaria anche solo per capire quello che stai consumando

Per quanto riguarda le verità importanti, le varie scienze (umane, sociali, naturali e fisiche) si interessano dell’essere umano e dell’ambiente in cui egli vive (la società, il pianeta, il cosmo): non è dunque sorprendente, ed è anzi prevedibile, che esse possano comparire nelle descrizioni che l’essere umano fa della sua esistenza e nelle riflessioni che egli fa su di essa, e quindi in letteratura, in filosofia e nel cinema, attraverso racconti fantastici ad esempio, in cui i protagonisti delle storie possono pronunciare verità scientifiche o vivere situazioni realistiche.

Ma se anche ci fossero delle verità poste nelle opere letterarie o cinematografiche, non c’è nessun motivo di impiegare le proprie energie per leggere un poema epico, un romanzo, un racconto o vedere un film per arrivare a conoscere una verità in modo parziale e metaforico e vago che può essere tramandata attraverso il linguaggio senza aggiungerci elementi di fantasia e in modo completo, come un personaggio, una storia, elementi magici e altro, e quindi essere letta su un saggio o un manuale. Significherebbe fare un percorso più lungo per ottenere di meno, e in alcuni casi per ottenere falsità.

Se ci si vuole svagare e provare emozioni diverse da quelle attinenti alla propria realtà è meglio leggere letteratura di fantasia o vedere film di fantasia. e se si vuole conoscere il mondo è meglio leggere scienza senza fantasia.

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“Imagine”, il documentario su John Lennon o “Glass, un ritratto di Philip in dodici parti” del 2007 che spazia tra vita familiare, creazione artistica e ricerca spirituale, arricchito dai racconti di artisti e collaboratori quali il pittore Chuck Close e i registi Woody Allen e Martin Scorsese sono diversi da rappresentazioni come “A beautiful mind”, “Turing” o “Jobs”.

I GIORNALI

Uno dei prodotti umani volti a rappresentare la realtà, insieme ai saggi scientifici, e i libri di storia, è il giornale. Una pubblicazione periodica avente come finalità la raccolta, il commento e l’elaborazione critica di notizie di attualità dirette al pubblico. Il termine deriva da “giorno”, che indica l’originaria frequenza giornaliera di pubblicazione (oggi non è più una caratteristica dirimente).

L’evoluzione tecnologica ha fatto che sì che oggi molti giornali non sono più cartacei, ma sono fruibili sulla rete internet: in questo caso si parla di giornale online.

Il giornale è fatto non solo di parole, ma anche di immagini (disegni e fotografie).

La lista dei premi Pulitzer assegnati a fotografie che colgono l’istante della sofferenza o della morte violenta di una vittima è impressionante, dalla bambina del napalm di Nick Ut al vietcong giustiziato di Eddie Adams all’avvoltoio che punta il bambino denutrito di Kevin Carter.
Al contrario, di un libro d’arte, non importa se sia un’immagine d’autore o una registrazione automatizzata, anche un video, o il fotogramma di un video, girato dalle telecamere di sorveglianza è un documento, che fa parte della notizia di un giornale.

Anche il video amatoriale di Abraham Zapruder non aveva nulla di autoriale, e mostra un pezzo del cervello di John Kennedy che schizza via dalla sua testa, e fa parte del patrimonio visuale della storia contemporanea.

Le immagini raggiungono il lettore in un altro modo, del tutto diverso rispetto alle parole, non sovrapponibile, anche quando sembrano raccontare la stessa storia e contengono molti più dettagli di quelli che qualsiasi scrittore possa elencare.

Ma soprattutto le immagini non si rivolgono alla nostra attenzione razionale come fa la narrazione verbale, per quanto emotivamente carico possa essere il suo stile.

Le immagini coinvolgono il sapere del corpo, attivano quell’apprendimento empatico, quasi fisico, dove è il nostro organismo a “leggere” e a “sentire sulla pelle” l’oggetto della visione, in un modo che forse ci potrebbero spiegare i neurologi che studiano i neuroni specchio.
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Tuttavia, quand’ancora i giornali erano agli albori, Montesquieu li teneva già d’occhio nelle Lettere persiane (1721), notando che “la pigrizia si sente lusingata leggendoli: si è entusiasti di poter scorrere trenta articoli in un’ora”.

Quanto alle pagine culturali, aggiungeva che “il gran torto dei giornalisti è di parlare troppo dei libri nuovi, come se la verità potesse mai essere nuova. Così facendo essi si impongono la regola di essere noiosi”.

Quand’ormai la televisione era il nuovo mezzo di comunicazione di massa, Marshall McLuhan analizzava Gli strumenti del comunicare (1964) e spiegava che i giornali stanno all’origine di un’inversione di tendenza culturale che ci sta portando a ridivenire “selvaggi in un villaggio globale”. In particolare, lo sfogliare parallelo e distratto di giornali ha soppiantato la lettura lineare e concentrata dei libri.

Sfogliare i giornali, cartacei o online, non sarebbe comunque di per sé stupido, se essi si limitassero a riportare i fatti e a dare informazioni. Molti fatti che accadono interessano direttamente le persone: un evento nella propria città al quale si può partecipare, l’inagurazione di un nuovo centro commerciale, l’introduzione di una nuova legge.

Ma non bisogna esagerare con l’informarsi su fatti che non riguardano direttamente. O si rischia di passare ogni giorno diverse ore a informarsi di cosa si dicono i politici tra loro, le tragedie di ogni parte del mondo, senza averne alcuna utilità, e quindi sprecando tempo e riempiendo la memoria.

Ma diventa stupido quando invece si allargano a fornire opinioni e a fare disinformazione, a vantaggio degli investitori e dei proprietari. E poiché una parte notevole dei giornali è pubblicità palese o propaganda mascherata, bisogna mantenersi allerta per non cascarci come polli.

Tra le regole della democrazia c’è la separazione dei poteri, secondo il quale le inchieste, i processi e le condanne sono di pertinenza del potere giudiziario. Così come fare le leggi è potere del legislativo, ed eseguirle quello dell’esecutivo.

Il cosiddetto “quarto potere”, cioè la stampa, e più in generale i mezzi di informazione, dovrebbero fare informazione, appunto, e non sostituirsi al legislatore, al governo o alla magistratura.

la democrazia è quella. poi, se non piace, si può far finta di niente. e infatti, ad esempio, il governo si preoccupa non solo di fare le leggi, addirittura ponendo il voto di fiducia su di esse, ma addirittura di fare le costituzioni. e la stampa si preoccupa di sostituire la magistratura.

il motivo per cui non è democratico che lo faccia, è che l’equilibrio dei poteri è organizzato in modo da offrire garanzie al cittadino: ad esempio, non si possono fare intercettazioni senza un mandato del giudice. l’imputato ha diritto a difendersi, e a non venir considerato colpevole fino alla sentenza, eccetera. tutte queste garanzie, e molte altre, vengono violate dalle cosiddette “inchieste giornalistiche”.

d’altra parte, i giornalisti non fanno il loro lavoro, più in generale, nemmeno quando danno le loro opinioni negli editoriali.  i mezzi di informazione dovrebbero informare, e non cercare di orientare l’opinione pubblica, sostituendosi addirittura alla politica, oltre che alla magistratura.

le fake news sono il pane dei media, per definizione. anzitutto perché già la scelta tra una notizia e l’altra è per sua natura fake: attira l’attenzione su qualcosa, distogliendola da tutto il resto. e poi perché sarebbe ingenuo pensare che i grandi imprenditori siano dei filantropi che sostengono attività benefiche, di notevoli proporzioni, alla luce di un umanitarismo vagamente religioso o filosofico, e comprino i giornali perché amano diffondere la “verità” astratta: ovviamente, vogliono diffondere la propria “verità” concreta, e allertare alle falsità altrui.

detto altrimenti, non è buona politica leggere un solo giornale, e credere che quello che dice sia la verità. così come non è buona politica ascoltare un solo leader: ogni leader dice la verità a proposito degli altri, ma mente su sé stesso. possiamo credere ai leader quando sparlano degli altri, ma non quando parlano di sé.

Bisogna considerare che sugli avvenimenti contemporanei abbiamo solo cronaca, e non ancora libri di storia. Si può provare dunque a immaginare cosa si avrebbe pensato di Mussolini e Hitler da un lato, e su Churchill e Roosevelt dall’altro, formandosi sulla cronaca disponibile nel proprio paese e sui suoi alleati, e si potrà capire.

Oppure si può provare a immaginare cosa avrebbe pensato della guerra in vietnam, dopo l’incidente del golfo del tonchino. Per fortuna non tutti i giovani statunitensi si sono fidati così ciecamente dei media, all’epoca. E hanno fatto bene, visto cosa poi si è scoperto al proposito trent’anni dopo.

O si può provare a immaginare cosa si sarebbe pensato della guerra in Iraq, dopo la faccenda delle “armi di distruzione” di massa. Per fortuna, molti nel mondo non ci sono cascati, benché questo sia stato inutile ai fini della guerra. Ma se si prova a rileggere le cronache dell’epoca, si potrebbero avere delle sorprese.

Detto altrimenti, si dovrebbe essere molto critici nei confronti della cronaca mediatica, e che è preferibile andare coi piedi di piombo, quando si leggono titoli a tutta pagina, invece di abboccare come pesci alle esche che ci vengono gettate.

RACCONTI DEL FUTURO
Nel 1926 Hugo Gernsback, nell’editoriale del primo numero della prima rivista di fantascienza, Amazing Stories, poteva permettersi di dire: Per “fantascienza” intendo storie alla Jules Verne, alla H.G. Wells, alla Edgar Allan Poe… romanzi affascinanti mescolati a fatti scientifici e visioni profetiche (Hugo Gernsback, 1926) facendo riferimento praticamente a gran parte della fantascienza pubblicata fino ad allora citando solo tre autori, il genere, tendente per sua natura a uscire dagli schemi, ha fatto di tutto per apparire inclassificabile.

L’espressione “un visionario tra i ciarlatani” è di Stanislav Lem, autore di Solaris, ed era riferita a Philip Dick: un autore che si distinse, nel ciarlatanesco mondo della fantascienza, appunto per le sue visioni di mondi alternativi al nostro. Come lui stesso diceva: “se credete che questo mondo sia fuori di testa, aspettate di vedere gli altri”. Anche se poi tutto ciò che ci fu dato di vedere di questi mondi sono state le versioni forniteci dal non meno ciarlatanesco mondo del cinema, da Blade Runner a Truman Show a Minority Report.

Blade Runner è un film di fantascienza che ottenne ben poco successo nei cinema, ma in seguito la sua notorietà crebbe incredibilmente fino al punto di essere definito “il cult movie degli anni ’80!”.

L’ERRORE DI CREDERE DI DOVER ELIMINARE L’ARTE DALLA VITA POICHè NON VEICOLA VERITà E CONOSCENZA DEL MONDO

Alcuni sono spaventati dall’affermazione che non si debba cercare verità nell’arte perché, sbagliando, credono che questo implichi il dovere di eliminarla, e inconsapevolmente tendono a rifiutare quest’affermazione per proteggere il loro senso di leggittimità nel fruire dell’arte.

Ma deve essere chiaro che affermare l’assenza di verità nell’arte non implica il doverla eliminare dalla propria vita, perché è ovvio che nella vita non tutto è ragione e conoscenza, e avere a che fare con la verità delle cose è solo uno dei possibili aspetti di ciò che facciamo, e non è necessario limitarsi a quello. La maggior parte delle cose che si fanno è relativa alla ricerca del piacere e non alla verità, e la maggior parte di quelle cose fa parte della nostra vita, e non ci dovremmo affatto rinunciare. Non è che perché un gelato non ha un contenuto di verità, allora non lo si mangia, o non ci si ricava anche più piacere di quando si capisce o dimostra un teorema. Si può addirittura mangiare un gelato tenendolo con una mano mentre si legge un saggio scientifico tenendolo con l’altra mano. Neanche un frigorifero, un fornello, delle pentole, delle posate, dei sacchetti dell’immondizia veicolano verità, ma senza non non si può mangiare e vivere. Dunque dalla verità che “la letteratura non veicola verità” non deriva che si debba rimanere con solo i saggi di scienza e logica e gettare tutto il resto.

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Se non altro, perché il tempo dobbiamo pur farlo passare oltre a soddisfare i bisogni fisiologici. In fondo, la vita intera è appunto un “passatempo”, che è una definizione migliore, o almeno più allegra, del “vivere che è un correre alla morte”.

I punti sono due: è che ciò che non è verità, non lo è, e dunque affermare questo implica invece il non confondere le due cose, pur continuando a viverle entrambe, perché il confonderle porta a conseguenze negative, come false credenze, ignoranza, falsi problemi, preoccupazioni e sofferenze inutili, preclusioni ingiustificata di piaceri e così via.
E l’altro punto è che ci sono delle priorità, e questo lo capisce bene ad esempio chi rimanendo disoccupato, finendo i risparmi, e non avendo aiuti deve scegliere se dedicare più tempo a studiare qualcosa che possa renderlo più competitivo sul lavoro e rispondere agli annunci di lavoro sul lavoro, magari spendendo soldi, o dedicarsi al piacere, dal giocare ai videogames al fruire di opere d’arte.

L’INFONDATA ACCUSA DI INUTILITà DI FOTO E VIDEO DI NUDITà E SESSO (ad alta tecnica e bassa tecnica) DELL’IDEOLOGIA SESSUOFOBA 

Molti sottolineano che si debba scegliere se fare qualcosa, soprattutto se ha un costo economico, in base all’utilità che ha, alla formazione che trasmette, e così via.

“Andare a vedere” in discoteca, un partecipante a una trasmissione televisiva, il cui ruolo consiste nel sedere su un trono e nello scegliere il partner o la partner tra un gruppo di corteggiatori o di corteggiatrici, in genere lo si fa perché piace esteticamente, ma non si fa solo quello durante la serata, quello è un’incentivo. Come è un’incentivo andare in discoteca perché “c’è la fica”, o perché “ci sono le ballerine”.

Perciò se pagando per vedere (anche) il tronista di turno non c’è speranza di progredire, non c’è speranza di progredire neanche se si paga per vedere le ballerine, o le ragazze che si vestono a puntino per essere guardate.

Se si vuole essere seri e si vuole capire quante esperienze “formative” si perdono spendendo soldi in altre che hanno “meno valore”, beh in discoteca ci sono tante cose su cui riflettere. A partire dalla discoteca stessa. Che è formativo pagare per ascoltare musica mixata da un dj, vedere luci in movimento, e volendo bere drink, fumare, e prendere droghe? Tutte cose che messe insieme hanno un costo molto più alto di una singola serata in cui c’è un tronista. Considerando anche che le donne pagano ridotto, e spesso non pagano affatto.

Cioè, effettivamente se ci si dovesse limitare a esperienze formative di cose da scartare ce ne sarebbero, il 90%, compreso l’uso di facebook, ma neanche mangiare gelati è formativo.

La fruizione di sculture, dipinti, romanzi di grandi artisti non apportano utilità inerenti alla conoscenza delle verità sul mondo (sapere com’è fatto, come funziona, quali sono le sue legge, la sua storia), e neanche utilità inerenti alle necessità della propria vita, pertanto non si capisce come possa nascere una gerarchia della fruizione emozionale che distingua immagini che possono suscitare sensazioni erotiche ed eccitazione sessuale da immagini che non le suscitano. Tra tutte le produzioni visive che ci sono, quelle erotiche e pornografiche sono quasi le uniche a essere delegittimate e svalorizzate dalla maggioranza.

Uno che ha letto Flaubert avrà qualcosa di più di chi non l’ha letto. Cioè, appunto, l’averlo letto: ma solo quello. Così come uno che ha visto la Gioconda avrà qualcosa in più di chi non l’ha vista. Cioè, appunto, l’averla vista: ma solo quello. Infatti, anche chi non gioca a scacchi, o non tira di coca, o non fa il sub, ha simili vuoti, ma non è obbligato a colmarli. E non è obbligato a escludere altri tipi di divertimenti credendo che ce ne siano altri oggettivamente più utili e migliori senza una dovuta dimostrazione. Ad esempio si può dire che tirare di coca fa male, e guardare la Gioconda o delle foto di nudo no.

Sia foto prodotte con lo scopo di eccitare e masturbarsi, con una tecnica base, sia opere pittoriche non prodotte con scopi sessuali hanno in comune il produrre sensazioni ed emozioni, e si distinguono da oggetti che servono a produrre conoscenza e saggezza, come i saggi scientifici e storici. In questo insieme di oggetti tesi a produrre sensazioni ed emozioni alcuni provano a stabilire una gerarchia.

Per sapere se qualcosa è utile o no bisogna prima conoscere il significato che si dà alla parola “utilità”. Un vaso, un piatto, una ciotola, una coppa, devono certamente assolvere lo scopo a cui sono destinati, e questo ne determina le dimensioni, il peso, la modalità di impugnatura, la stabilità sul piano, la possibilità di essere ripuliti.

Altri oggetti, come le foto, producono effetti piacevoli e ricercati sul proprio corpo. Negli umani, si riscontra una vasta e articolata gamma di stati emozionali, tra loro sovente sovrapposti e mescolati. Fisiologicamente, si tratta di sensazioni prodotte da percezioni che si originano nel sistema nervoso centrale.
Chi fa l’obiezione di non ci sia utilità nelle foto di ragazze seminude o nude, dovrebbe fare la stessa obiezione, chiedendo quale sia l’utilità della Gioconda, a parte far guadagnare chi vive di turismo, o chi fa romanzi e film su di essa, e perché dovrebbe essere più utile la Gioconda rispetto a una foto di una ragazza nuda, e perché le sensazioni e le emozioni prodotte dalla Gioconda sarebbero migliori di quelle prodotte dalla visione di una bella ragazza nuda.
Quando in verità una persona può essere totalmente disinteressata al mistero del sorriso della gioconda (ed essere interessata ad altri misteri, dal momento che di misteri la scienza ne mostra di ben più importanti) ed essere invece più interessato alle forme e i colori di una ragazza nuda.
Magari a qualcuno fa effetto la Gioconda, e gli provoca emozioni rare, tanto d’appendersela in camera, ma ad altri non fa nessun effetto, come ad esempio a chi è asessuato non farà nessun effetto una Suicide Girl. Ma di sicuro una utilità ce la può avere. O quale sia l’utilità che hanno la fanta e la coca cola, o quale sia l’utilità di una ferrari, o che utilità abbia un DJ dal momento che si potrebbe mettere in play una traccia già mixata senza la presenza del DJ in moltissimi casi.

Non è che perché un gelato non è fatto con tecniche elevatissime tanto quanto la Gioconda, allora non lo si mangia, o non ci si ricava anche più piacere di quando si vede la Gioconda, eppure le persone sembrano voler dire questo delle fotografie di corpi nudi e della pornografia.

C’è chi distingue due gruppi di foto, le foto che non contengono nudità da quelle che contengono nudità, accettando le prime e svalorizzando le seconde così come c’è chi distingue foto di nudo fatte con particolari tecniche da fotografi esperti da quelle fatte in automatico dai soggetti stessi, come se fossero più utili le prime, ma questa distinzione non è assolutamente vera.

C’è chi giudica l’atto come se guardare certe foto impedisse di godere dell’arte, ma il guardare foto di corpi nudi non preclude il fruire di opere d’arte. Si può addirittura guardare una foto di un corpo nudo fatta senza nessuna tecnica particolare ascoltando una sinfonia di Beethoven, anche sarebbe meglio non farsi distrarre. Ma non è neanche necessario fare le due cose in contemporanea, perché il tempo permette di fare più cose, e dunque si può fare prima una e poi l’altra.

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Se non hanno nessuna utilità, e come dicono le detrattrici di portali di foto di nudo erotico nessuno dovrebbe fare lavori che non hanno utilità, allora nessuno dovrebbe fare make up, anelli e piercing dal momento che non servono a soddisfare i bisogni primari.

Alla pornografia, al contrario della letteratura e del cinema, si può e nella maggioranza dei casi si unisce la masturbazione, che ha un’utilità fisiologica, al contrario di conoscere la vita di un autore di un dipinto o di un romanzo, e come lo ha fatto.

Dunque secondo l’ordine d’importanza dato dai bisogni primari, farsi una sega o un ditalino, dovrebbe essere più importante che guardare arte, e dunque masturbandosi guardando foto di Suicide Girls rispetto al guardare la Gioconda di Da Vinci potrebbe avere una utilità maggiore.

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Se per “utilità” si intende, la capacità di soddisfare i bisogni primari (mangiare, bere, dormire, mantenere la temperatura corporea…) allora di fuori di un insieme numeroso ma limitati di oggetti e strumenti (come le gli abiti, le scarpe, le pentole, la lavatrice, i detersivi per i piatti, i sacchetti dell’immondizia…) c’è uno un molto più vasto insieme di oggetti e strumenti che non soddisfano i bisogni primari, come i gelati, il colorante usato per colorare gli abiti, le stampe sulle T-Shirt, così come gli anelli, gli orecchini, i tatuaggi e tutto il resto, non soddisfano i bisogni primari, e dunque sarebbero inutili.
Anche le chiese, le cattedrali non hanno un’utilità finalizzata ai bisogni fisiologici, soprattutto per gli atei non hanno utilità neanche al di fuori dei bisogni fisiologici, dato che non credendo non possono comprendere cosa si dice e si mostra all’interno delle chiese, e per i religiosi sono un effetto negativo sul loro senso di realtà. Gli umani sarebbero potuti sopravvivere e si sarebbero potuti riprodurre senza cattedrali e monumenti.

Ed è paradossale che spesso ragazze che criticano chi fa certe cose dicendo che “non hanno un’utilità” non si limitino a utilizzare pentole e lavatrici escludendo tutto il resto, ma utilizzino coloranti per capelli, piercing, vestiti colorati, scarpe colorate, tatuaggi, anelli, collane, bracciali senza negativizzarli e dicano di dover escludere solo le foto di corpi nudi senza tecnica e la pornografia.
Da questo si deduce che in realtà, queste persone non vogliono dire che non ci si dovrebbe interessare di certe cose perché non hanno una utilità, ma perché eccitano sessualmente e ci si può anche masturbare guardandole.

Se invece con “utilità” s’intende soddisfare altre esigenze e desideri, allora”una che si fa le foto nuda” soddisfa eccome certe esigenze e desideri, oppure Suicide Girls non avrebbe migliaia di membri da ragazzi e ragazze che pagano per entrare nel sito.
Se uno prendesse un sacchetto, lo chiudesse lasciandoci l’aria dentro e poi tentasse di vendere l’aria, non si stupirebbe che nessuno lo contatti via mail per acquistarla, e nessuno gli direbbe “devi farti pagare!”, proprio perché l’aria non può essere suscettibile di scambio di soldi dato che non c’è nessuno che abbia bisogno di pagare per averla (a meno che non si tratti della bombola dell’ossigeno), al contrario delle foto di nudo delle Suicide Girls.

L’errata gerarchia di superiorità tra opera e opera secondo si debba escludere le fruizioni inferiori dalla propria lista di fruizioni capita anche con i fumetti (soprattutto all’aumentare dell’età), ma ritenere a priori migliore guardare film o telefilm rispetto a leggere fumetti è solo un fraintendimento che si basa sul falso pensiero che guardare film o telefilm abbia una utilità pratica. Film e fumetti hanno la stessa utilità per comprendere il mondo: nessuna.

LA SVALUTAZIONE DELLA RICERCA SCIENTIFICA COME GRATUITA RISPETTO ALLE ESIGENZE UMANE

Uno dei motivi per cui la gente preferisce romanzi e film a saggi e documentari è che i saggi e i documentari non vengono fatti in modo seducente quanto romanzi e film.
Un altro motivo è che a volte chi pensa alla scienza pensa che descriva cosa che non interessano, e si chiede, ad esempio, cosa gliene possa importare della drosofila. Ma questo tipo di atteggiamento può lasciare stupiti se si considera che la stessa domanda, a ben maggior ragione, si può fare per le opere artistiche. Che ce ne può importare, ad esempio, di una storia inventata da qualche romanziere?

Interessante come, a volte, la gratuità dell’arte venga portata come un esempio della sua superiorità (morale, estetica, umana) rispetto alla scienza, e altre volte la gratuità della scienza venga invece imputata come un esempio della sua inferiorità (rispetto agli stessi parametri).

Nel caso della drosofila, però, così come del batterio escherichia coli, o del verme c. elegans, o della cavia da laboratorio, la loro importanza sta nel motto coniato da Monod, che è in realtà un inno all’unità della natura: “come per il batterio, così per l’uomo”. Perché, a proposito di “misteri”, quello che si è scoperto è che lo stesso codice genetico è funzione in TUTTI gli organismi viventi, dai più “semplici” ai più “complessi”. E dunque, studiando la drosofila, o il verme, o il batterio, stiamo in realtà studiando noi stessi. Molto di più di quanto non studiamo noi stessi leggendo le gesta di un personaggio immaginario in un romanzo.

Meno genericamente, gli studi sulla drosofila hanno ormai portato a una dozzina di premi nobel in medicina (appunto), e stanno alla base della genetica moderna. il libro “e dio creò la mosca” narra appunto questa saga.

L’IMPORTANZA DI LEGGERE E STUDIARE
Chi pensa che l’attività intellettuale sia diversa dall’attività fisica è un antiscientista, fermo all’anacronistica divisione Cartesiana fra anima (o mente) e corpo. Mentre, attraverso chi ha studiato il cervello possiamo sapere (se si studia, ovviamente) che tutto è corpo, anche se naturalmente i muscoli e il cervello sono cose diverse. Ma pur sempre materiali entrambe.

Le cose stanno come stanno, e per sapere come stanno non basta una testa, per quanto brillante, ma ci vuole un esercito di teste che procedano in maniera coordinata e sensata. Il che è appunto ciò che fa la scienza. E per conoscere il mondo si devono utilizzare certi oggetti, che siano libri cartacei o digitali, nei quali i risultati di certe ricerche sono scritti.

Non sarebbe possibile un progresso nella conoscenza se ogni nuovo essere umano nato si limitasse a ciò che scopre da solo, perché nessuno, usando semplicemente i propri sensi, la propria memoria, e la propria ragione, singolarmente, può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, né riesce a immaginare l’esistenza delle cellule e degli atomi, o di un cervello, o i tempi dell’evoluzione biologica, ma ha bisogno dei risultati del collettivo umano.

Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra umani e fra umani e cose. Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno è perfettamente logico.

Se uno vuole avere una visione del mondo, e se la fa da solo nella sua testa, può al massimo produrre quello che producevano i presocratici. E infatti i filosofi fanno così, e credono di dire chissà che, e non fanno che fare il primo passo nella costruzione della visione. Il caso tipico è Wittgenstein, che si gloriava appunto di non leggere ciò che avevano scritto gli altri, e di pensare con la sua testa. Ma che, a conti fatti, non ha prodotto cose così originali, e al più ha ritrovato le cose già dette millenni prima, con qualche nuovo “twist”.

Se invece uno vuole farsi una visione del mondo basata sui fatti, sperimentali e teorici, che sono stati trovati nel corso della storia, almeno della scienza, non può che fare appunto una sintesi. cosa che d’altra parte hanno fatto anche i grandi filosofi, d’altronde. Ad esempio, aristotele tra il divenire di eraclito e l’essere di parmenide. e kant, tra l’empirismo di locke e hume, e il razionalismo di cartesio e leibniz.

Non c’è bisogno che un nuovo nato si limiti a sé stesso e riscopra il teorema di Pitagora, né che si metta personalmente a scavare per ricostruire di nuovo la storia geologica del pianeta o della propria regione, né che che apra crani per scoprire che dentro c’è il cervello.
Per questo il punto di vista di ognuno è frutto di miriadi di teste, e c’è la necessità di leggere i testi giusti per conoscere. I sensi offrono la loro versione della realtà, l’unica possibile per ciascuno, se non ci si confronta con gli altri e con gli strumenti che la collettività umana ha approntato.

LA GERARCHIA D’IMPORTANZA DELLA FRUIZIONE TRA ARTE (LETTERATURA, CINEMA, MUSICA) E SCIENZA

Si è sollecitati all’acquisto di libri in molte occasioni. Ci sono librerie anche nella grande distribuzione, non solo negli ipermercati, ma anche nei punti vendita di vicinato, dove, non lontano dalle casse, in genere tra il banco dei surgelati e le scatolette di cibo per cani e gatti, è collocato un espositore con i successi editoriali del momento. Si trovano libri all’ufficio postale, pronti ad approfittare della noia. E grazie all’e-commerce il lettore non deve nemmeno metter piede fuori casa.
Ma non tutti i libri valorizzano il denaro, il tempo, la concentrazione e la memoria impiegate per acquistarli e leggerli, ma anche lo spazio per riporli. purtroppo, come tante altre forme di piacere, anche il piacere che dona l’acquisto e il possesso di libri può diventare compulsivo, soprattutto quando si cerca un senso di sicurezza o fuga, e portare ad accumulare libri inutili, o che contengono informazioni false e dannose. perciò si dovrebbe monitorare le motivazioni che spingono all’acquisto di libri.

Le persone possono riconoscere che arte e scienza sono cose diverse, che hanno effetti diversi, e limitarsi alla fruizione dell’arte ignorando la scienza, credendo che la scienza non sia importante.

Tuttavia, nonostante sia importante provare piacere per vivere una vita buona, e quindi anche tramite l’arte, che ha la proprietà di suscitare sensazioni ed emozioni, si devono considerare dei fatti tramite i quali fare alcun deduzioni.
Gli umani hanno dei bisogni primari che devono soddisfare, e per soddisfarli devono conoscere il mondo. E hanno energie limitate che devono razionare, e hanno un tempo limitato di vita che devono gestire.

Poiché la vita è un “gioco” estremamente complesso, le cui regole sono le leggi naturali e sociali, e le cui mosse sono i possibili comportamenti legali, individuali e collettivi.

Da questo deriva che il corpo da solo non basta per agire e raggiungere un risultato, bisogna anche usare la mente per conoscere il mondo e poi muovere il corpo in base alla conoscenza del mondo acquisita che permette di prevedere il possibile ed evitare pericoli, difendersi da aggressioni, risolvere problemi e raggiungere gli elementi che danno sopravvivenza e piacere.

Ma poiché si è suscettibili a sensi di colpa e vergogna è necessario conoscere anche cosa sia giusto fare e cosa sia giusto non fare: L’etica.

Dunque è necessario rappresentarsi la realtà in modo fedele, e rappresentarsi la realtà nel modo in cui dovrebbe essere per tendere a comportarsi in quel modo, e a modificare il mondo in quel modo.

RappresentazioniREaltà

Per questo sorge la “cultura” (definizione e conoscenza), e a causa di questa necessità sin da bambini si è costretti a imparare a risolvere problemi, difendersi dagli altri e dall’ambiente circostante. Ed è per questo che la crescita da bambini ad adulti consiste sostanzialmente nell’imparare le regole del gioco della vita e praticare le possibili mosse in modo da memorizzarle istintivamente.

Da questa constatazione si può concludere che è meglio capire il mondo (ad esempio perché le mele cadono, o perché le persone muoiono) piuttosto che non capirlo, e utilizzare il proprio tempo, le proprie energie per studiarsi non la mitologia, o la letteratura e la cinematografia fantastica che insegna falsità, ma la scienza o le opere d’arte che portano a riflettere sulla realtà.

OPERE ANTISCIENTIFICHE
Dal momento che la verità è una necessità e la falsità un pericolo tutto ciò che descrive ciò che non c’è e non ci potrà mai essere spacciandolo per reale come angeli, demoni, spiriti, fantasmi, fate, streghe, maghi, elfi, gnomi, folletti, fauni, satiri, vampiri, zombies, babbo natale, la befana, i supereroi con superpoteri e così via, non rientra nelle cose più importanti da conoscere, anche se può essere molto piacevole conoscerle.

SELF HELP
Molti manuali di self-help per ritrovare la motivazione sono un mix tra l’etica protestante, il disturbo narcisistico e un’overdose di nadrolone, e trattandosi di un concetto nato negli Usa, patria del capitalismo, è facile capire qual è il suo scopo primario: far soldi.
La tesi di tutti i libri sulla Motivazione è che se alla terza settiman del mese si è già in bolletta è solo perché senza comprenderlo è quello che si vuole. Tuttavia, se ad affermarlo fosse il proprio vicino di casa lo si prenderebbe a malparole, ma quando ad assicurarlo è un Formatore Motivazionale è diverso. Titoli strillati come Ricco sfondato!, Quattrini a palate!, Smetti di essere povero se solo lo vuoi! Tu puoi calamitare il denaro! sono irresistibili mantra fonte di speranza. Secondo The Secret il segreto per ottenere tutto ciò che si vuole è ricordarsi che l’Universo esiste per rendere felici, basta chiedere e credere.

Si può creare una gerarchia della fruizione e dello studio di opere umane, pensando che prima si dovrebbe mettere la soddisfazione i bisogni ai quali non si può rinunciare e poi il piacere non necessario se pur utile e desiderabile, dunque prima i risultati dello studio del mondo tramite il metodo scientifico, per rappresentarsi il mondo com’è fatto e acquisire la capacità di poter agire nella realtà in modo efficace e in sintonia con la realtà, per risolvere i problemi della vita e procurarsi godimento, e poi le rappresentazione di fantasia, l’arte, i giochi (che siano gli scacchi, bridge o videogiochi), e dunque, da questo punto di vista preferire in modo esclusivo l’arte o dare maggiore importanza all’arte o dare uguale imporanza all’arte, dimenticando tutto ciò che è utile a conoscere la realtà, è da considerare dannoso. Pertanto non ci si dovrebbe scandalizzare se qualcuno non gioca a scacchi, o a bridge, o ai videogames, o non vede film fantasy e horror, e non studia letteratura, ma ci si può scandalizzare se qualcuno non ha letto le teorie di Galileo o Darwin: lì non c’è invenzione, si tratta di conoscere e capire il mondo. Mentre leggere un romanzo ha a che fare col conoscere e capire un autore, cioè una persona come tante.

Ai fini del proprio benessere e di quello di chi interagisce con sé e con gli effetti pratici delle proprie credenze, che possono danneggiarlo ingiustamente se false, si dovrebbero giudicare anche le proprie scelte di lettura e di studio, creando una gerarchia della lettura.

Il successo delle star della musica, del cinema, della letteratura è un indebito eccesso di attenzione per gli artisti musicali, ma anche più forse per quelli cinematografici, e per la letteratura basato su una errata gerarchia della fruizione scollegata dalle reali esigenze umane.

Già il fatto che per “scrittore” si intende sempre un romanziere e non un saggista si vede come sia imperante la letteratura. Ovviamente, estendendo l’uso del termine si rischia che poi scrittore diventiamo tutti, solo perché scriviamo, e la parola finisce per non indicare più nessuno, quindi una delimitazione è necessaria, ma non circoscritta solo a chi scrive romanzi.

Il piacere che producono le opere di fantasia, siano romanzi, poesie, musica, film, fotografie, non implica che queste opere abbiano una importanza tale da studiarle a scuola, o durante le ore libere della vita.
Ci sono tantissime cose più importanti, che se non si conoscono si finisce per sapere tutto di romanzi, poesie, musica, film, fotografie, e niente della vita. E se si vive non sapendo niente della vita ci si ritrova costretti imparare da soli, invece che con l’aiuto di esperti che la vita l’hanno già vissuta e hanno utilizzato le conoscenze accumulate di chi l’ha vissuta prima di loro, e in fretta tentando di trovare un pò di spazio nella testa sottratto da romanzi, poesie, racconti, musica, film, arte, fotografie per memorizzare informazioni reali.

L’ignoranza su certi argomenti provoca moltissimi problemi nel vivere la vita, mentre l’ignoranza di altri argomenti non provoca nessun problema. Ad esempio, continuamente le persone violano la legge e i loro diritti vengono violati senza nessuna consapevolezza che questo avvenga perché non conoscono la legge, questo perché solo chi conosce le leggi può sapere che i suoi diritti sono violati o sta violando quelli altrui. Per tanto bisogna dedicare più tempo alla conoscenza del mondo che alla fantasia.

Il problema nasce dal fatto che ci devono essere delle persone più adulte a insegnare ai più giovani man mano che essi crescono. Alcune persone, in parte acquisiscono certe conoscenze tramite i genitori, ma non tutti i genitori le insegnano. Chi ha i genitori giusti acquisirà le conoscenze giuste, mentre chi non li ha sarà svantaggiato. Mentre dovrebbe essere obbligatorio che i giovani le imparino, al contrario dell’imparare il greco e il latino che non servono a chi non deve usarli per mestiere: tradurre testi in cambio di soldi.

Una volta finita la scuola superiore non si può imparare nell’arco di una giornata tutto ciò che serve per vivere e soddisfare i propri bisogni primari, da cosa è necessario mangiare, come si cucina, come si ordina casa, come si fa un contratto d’affitto, cosa si deve fare se si vuole andare via di casa prima della fine del contratto, come si fa una ritenuta d’acconto, come si trova lavoro quando gli annunci online e le agenzie risultano inutili, come si gestisce la gelosia in un rapporto di coppia in cui l’altro fa o dice cose che la stimolano e così via in una lunghissima serie di conoscenze necessarie per vivere sapendo risolvere i problemi che mano a mano si presentano nel vivere.

Ci dovrebbe essere una istituzione che insegna a vivere, a soddisfare i propri bisogni primari, a vivere in tranquillità e sicurezza. Dunque a tramandare informazioni inerenti a tutto ciò, invece che lasciare siano i genitori se sono in grado, se vogliono, se si ricordano. E in questo campo le cose da conoscere sono davvero tante.

IL TEMPO DA DEDICARE ALLA CONOSCENZA DELLE COSE IMPORTANTI DELLA REALTà

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Il tempo ha un numero finito di ore giornaliere, duneque impiegare del tempo in qualcosa implica il sottrarlo a qualcos’altro. L’idea che sottratte le ore dedicate alla professione, tutte le altre rimanenti siano ore totalmente libere, e quindi si abbiano 14 ore giornaliere libere in cui fare qualsiasi cosa, è falsa.

Per prima cosa si ha bisogno di dormire 8-10 ore (quindi 10 ore di lavoro + 8/10 di sonno = 18/20 ore e 24 – 18/20 ore = 4 ore rimanenti. Naturalmente non tutti, tutti i giorni, si ha bisogno di dormire 10 ore. In certi casi si può aver bisogno di dormire 10 ore. tra l’altro, non siamo macchine che hanno un tasto di accensione e spegnimento, quindi abbiamo bisogno di un tempo di attesa per addormentarci, più o meno variabile. perciò se sanche stiamo sul letto 9 ore magari ne dormiamo 7 e 42. inoltre, stare sul letto non serve solo a dormire, ma anche a riposare muscoli, ossa e schiena. e una persona può avere dolori muscolari e alla schiena, oltre che sonno, e quindi può aver bisogno di stare sul letto anche più di 10 ore.

ad esempio, a volte tornati dal lavoro, si ha talmente tanto dolore a gambe e schiena, che si ha la temperatura alta, e solo per attendere di tornare a uno stato normale/rilassato ci si deve sdraiare 1 ora e mezzo, senza dormire, magari guardando passivamente qualcosa di rilassante o ascoltando musica. e poi magari rialzarsi e cucinare.

Inoltre, si ha bisogno di dedicare una parte di tempo giornaliero a delle attività necessarie e non liberamente eliminabili:

1. spesa: recarsi al supermercato, selezionare i prodotti, fare la fila, tornare a casa, riporre nei ripiani e in frigo i prodotti (circa 50 minuti)
2. alimentazione: cucinare, mangiare, lavare piatti, fornelli e a terra, lavarsi i denti (circa 65 minuti x 2 volte al giorno),
3. mettere fuori la spazzatura una volta al giorno,
4. farsi la doccia e asciugarsi i capelli,
5. fare la lavatrice, stendere i vestiti, piegarli e riporli nell’armadio,
6. pagare le bollette, fare visite mediche, attendere l’assistenza per la lavatrice ecc),
7. riflettere su sé stessi (i propri problemi relazionali, le proprie paure…), e studiare quelle porzioni della realtà che riguardano i bisogni primari (compreso il libretto delle istruzioni della lavatrice).

Nel tempo che rimane si ha libertà di scegliere cosa fare.

 

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A causa di questo se non ci si limita a fare le attività non necessarie solo nel resto del tempo che rimane sottraendo il tempo in cui fare attività necessarie ma si usa anche il tempo da dedicare a quelle necessarie, non si avrà più tempo per quelle necessarie. inoltre, il problema d’indirizzare la propria attenzione su qualcosa piuttosto che su qualcos’altro non c’è solo perché il tempo è limitato, ma anche perché anche l’energia da impiegare nelle attività è limitata. più attività dispendiose si fanno in una giornata più stanchi si è a fine giornata, e difficilmente nelle ultime ore della giornata che rimangono si studierà logica, scienza, matematica. il risultato di tale dispendio di tempo ed energie saranno delle carenze nella soddifazione delle proprie necessità. Dunque esistono persone che si dedicano solo a cose futili e non sanno nulla della realtà, e persone che invece non si dedicano mai a cose futili e sanno moltissimo della realtà.

Il tempo libero lo si può dedicare a tantissime attività, e alcune di queste, se ci sono i presupposti, potrebbero anche diventare delle professioni, e dunque avrebbe senso dedicarci più tempo. Ad esempio, il tempo libero lo si puà dedicare in parte alla fruizione di opere di fantasia, e in altra parte ad esempio a modificarsi esteticamente o a fare sesso, o lo si potrà dedicare anche totalmente alla fruizione delle opere di fantasia, ma rispettando la quantità giusta per rientrare nei tempi di apprendimento delle cose realmente importanti. E per dedicare il tempo e energie necessarie alla conoscenza del mondo si deve imparare a tenere sotto controllo il piacere che produce il compiere tutte le altre attività non necessarie non attinenti alla conoscenza del mondo. Tra queste, il fruire dei prodotti di fantasia, ma anche la cura della propria estetica.

Dedicare molto tempo all’estetica non impedisce automaticamente di dedicarsi alla propria conoscenza del mondo e alla propria cultura. Tuttavia è vero che chi ha come interesse primario la propria mente, la propria conoscenza e la propria cultura sarà avvantaggiato nell’accumulo di conoscenza rispetto a chi ha molti altri interessi.
Ed è vero che ci sono persone che si dedicano solo alla loro esteriorità. Ci sono ragazze che si dedicano la totalità del loro tempo all’estetica (cercare abbigliamento, make up nuovi, belli e creativi per poterli comprare e utilizzare, farsi tinte, farsi tatuaggi, truccarsi ore ogni giorno, mettersi creme, farsi trattamenti ecc) e alla fruizione di prodotti di fantasia che non accrescono la propria conoscenza della realtà, o al distacco temporaneo dal cervello tramite alcol e droghe, trascurando totalmente la conoscenza del mondo.

Di conseguenza non avranno alcun allenamento alla lettura prolungata e complessa, o alla pazienza che ci vuole nel comprendere e memorizzare la complessità della realtà. Per i giovani soprattutto è importante capire che devono dedicare più tempo e maggiore priorità alla conoscenza del mondo, e allo studio delle discipline che permettono una fonte di guadagno piuttosto che alla fantasia dei telefilm, film, videogames e quant’altro. Per certe persone, soprattutto in giovane età, la fantasia può diventare un impedimento per lo studio della realtà. Moltissimi bambini e adolescenti, lasciano i libri da studiare sulla scrivania e passano le giornata a vedere film e telefilm, leggere fumetti, leggere romanzi, col risultato di sapere tutto su autori di romanzi, cinema e le storie di fantasia, e pochissimo sul mondo reale. il pomeriggio e la sera si distraggono con musica, fumetti, telefilm, film, videogiochi e poi il giorno dopo a scuola quando vengono interrogati prendono brutti voti. fondamentalmente perché vedono la scuola come una stupida tortura in cui sono obbligati a stare. Se non comprendono la priorità passeranno l’adolescenza a non studiare e fruire di tutte queste cose, ritrovandosi da adulti, quando si diventa responsabili di tanti problemi e si è costretti a risolverli senza che ci siano altri a risolverli, con grossi problemi di ogni tipo (sociale, occupazione, mantenimento della casa, cucina ec). L’obiettivo non è studiare e conoscere il mondo entro qualsiasi data, perché a un certo punto si muore, e prima di morire s’invecchia. ci sono cose che si devono conoscere entro un certo periodo di tempo. entro i 18 anni si devono avere le conoscenze necessarie per sopravvivere da soli, mentre si possono aspettare i 25 per conoscere altre cose, i 30 per altre ancora. perchè se non si fa così si vivranno moltissimi problemi e sofferenze, e si impareranno certe cose a 30 anni invece che a 18.

Due ore al giorno è più o meno il tempo libero che abbiamo a disposizione per vivere, e questo per il semplice fatto che lavoriamo. Tolto tutto ciò che dobbiamo fare, compreso prepararci, spostarci ed eseguire commissioni più o meno importanti, rimane veramente poco tempo da trascorrere come desideriamo, più o meno, appunto, due misere ore.

E poi c’è qualcuno che dice che ci dobbiamo godere la vita spendendo e divertendoci, ma basta riflettere un secondo per capire, molto semplicemente, che non c’è un bel niente da godersi, visto che la nostra vita, quella vera, sostanzialmente, non esiste.

Non Dare il tuo Tempo a chi Non lo Merita

I nostri giorni sono miraggi che svaniscono uno dopo l’altro senza poter essere afferrati, per questo siamo costretti a comprimere tutto nel weekend, cioè (per la maggior parte delle persone) un sabato trascorso tra letto, centro commerciale e aperitivi, e la domenica accalcati nei luoghi che tutti frequentano, bloccati nelle code dei rientri, in preda all’angoscia del lunedì che incombe.

In economia ciò che è scarso ha più valore, per questo il nostro tempo (già preziosissimo) oggi non può nemmeno essere stimato, perché è la risorsa più scarsa a disposizione. Purtroppo ignoriamo questa triste realtà vivendo con il pilota automatico, non ci poniamo domande, e sprechiamo anche il poco tempo libero in luoghi dove non vorremmo stare, facendo cose quasi per inerzia e in compagnia di persone delle quali ci importa poco. Questo è un grave errore.
Non è particolarmente saggio donare la cosa più preziosa che abbiamo a chi non lo merita, persone con le quali non stiamo bene, lontane dai nostri valori, che non ci arricchiscono, su cui non possiamo contare e che non ci capiscono.

Può sembrare paradossale, ma se ci riflettiamo bene, se pensiamo a chi frequentiamo, ci rendiamo conto che di molti di loro ci importa poco e probabilmente tale sentimento è reciproco. Quando non ci sono non perdiamo occasione per giudicarli e parlarne male, e loro fanno altrettanto.

Non è particolarmente saggio frequentare determinati luoghi solo perché ci sentiamo obbligati a farlo, per accontentare qualcun altro, magari proprio quelle persone che non ci interessa frequentare. Eppure quando è stata l’ultima volta che siamo andati in luoghi dove davvero desideravamo stare, non per noia, non per mancanza di idee o per non deludere qualcun altro, ma spinti dal vero desiderio? Raramente accade, ma non perché quei luoghi non esistano, semplicemente perché siamo disabituati a seguire i nostri bisogni e per questo imitiamo o accontentiamo gli altri, ritrovandoci poi insoddisfatti.
Non è particolarmente saggio fare cose che non vogliamo fare solo perché tutti le ritengono giuste o normali. Se non ci va di fare qualcosa non ci dobbiamo sentire in colpa, non dobbiamo per forza soddisfare le aspettative o accondiscendere alle idee altrui, per paura di essere giudicati, perdere la stima o risultare strani. Quante volte non abbiamo nemmeno espresso la volontà di fare qualcosa solo per paura del giudizio altrui? Quante volte non abbiamo dato seguito ad un nostro desiderio solo per non sembrare stupidi?

Bene, è arrivato il momento di cambiare, perché questo è il nostro tempo, l’unica risorsa di cui siamo veramente padroni, scarsissima e preziosissima, che dovremmo dosare come doseremmo le ultime gocce d’acqua se fossimo dispersi nel deserto. Mandiamo a quel paese chi non ci interessa veramente, scegliamo di vivere ogni istante esattamente come lo desideriamo, con chi lo desideriamo e nei luoghi che amiamo. Facciamolo adesso, a partire dalle due misere ore d’aria che abbiamo a disposizione ogni giorno, e se gli altri non capiranno, ci giudicheranno e si allontaneranno, significherà solo che non erano le persone giuste per noi. Meglio così, non avrebbero mai compreso i nostri bisogni e non ci avrebbero mai potuto dare quello che stiamo cercando. Con loro sarebbe stato tempo mal impiegato.

Basta trattenersi, basta rinunciare, iniziamo a viverla davvero questa vita, come abbiamo sempre desiderato, cioè usando bene il tempo. Chi segue i suoi veri desideri non sbaglia mai. Certo, incontrerà difficoltà e problemi, esattamente come li incontrerebbe trascorrendo il tempo in un modo che non sente suo, ma almeno, sfruttandolo nel modo giusto, seguendo il suo cuore, potrà dire di aver vissuto veramente. Questo sì lo potremmo chiamare: godersi la vita.

ANSIA DI SAPERE

Giungere alla conclusione che per vivere meglio si deve imparare molte cose, può portare all’ansia d’imparare connessa alla frustrazione di non star imparando abbastanza.

Se si ha poco ordine sul come procedere, si finisce col vagare. Sono talmente tante, e spesso noiose, che si può non riusire a farsi una tabella di marcia, e attendere con pazienza di impararne una alla volta giorno dopo giorno. anche perché, se si fa una tabella di marcia dividendo le cose da cercare e memorizzare, si può comunque vivere situazioni inaspettate. ad esempio: si decide che un giorno ci si deve concentrare su un certo tema, ma accade un problema inaspettato di tutt’altro tipo, e dunque si avrà voglia di riflettere su quell’altro tema.

nella propria vita però possono accadere anche 5 o 10 problemi differenti in un solo giorno, e quindi finire col non avere né tempo, né voglia di analizzarli tutti. così si va in panico e si comincia a fare ricerche un po’ casuali, e mentre si legge o ascolta si può pensare penso “ma questa cosa non mi serve di saperla urgentemente, sto perdendo tempo” e così viene l’ansia.

 

CONOSCENZA INUTILE

Harry-Meghan

Con il termine divo ci si riferisce perlopiù ad un personaggio reale la cui caratteristica principale sia una indiscussa notorietà mediatica. L’attuale uso deriva dal fatto che in antico il termine aveva un significato religioso e veniva riferito a personaggi divinizzati. In senso proprio, infatti, “divo” e il corrispettivo femminile “diva” derivano dagli omologhi termini latini divus e diva, cioè “divino” e “divina”.
In senso figurato oggi l’epiteto divo (o diva) è impiegato per indicare una personalità famosa, del mondo dello spettacolo particolarmente, che si distingue nel suo campo ed è molto amata.
Il termine si riferisce al fatto che tali personaggi sono tanto amati che, in determinati contesti, sono considerati come delle divinità, pur con le dovute proporzioni. Se un tempo veniva usato con una certa parsimonia, solo nel caso di personalità particolarmente di spicco, oggi tende ad essere un corrispettivo del termine inglese “star”.

Non si capisce perché, tra tante cose importanti che ci sono alle quali interessarsi, alcuni s’interessino alla vita personale dei divi, se si sposano, se fanno figli, se tradiscono l’esclusività sessuale del partner, e non alle loro opere (i loro film, i loro romanzi, le loro partite di calcio, le loro foto), soprattutto dei divi che non producono nulla, come i figli di re e principi, ma che hanno diritto a fruire di una quantità vastissima di merci e servizi.

Che al mondo ci siano ancora reali e papi, è la dimostrazione che la civiltà ha ancora da fare una lunga strada. Di parassiti con la corona o la tiara ce ne sono più di quanti la dignità umana possa permettersi di accettare. Usano i cittadini per mantenere il loro potere, e i cittadini si interessano alla loro vita privata, commuovendosi per un matrimonio, e pensando che sia la dimostrazione che le favole esistono (solo perché c’è chi è ricco sfondato da potersi permettere cerimonie di ultralusso) dandosi la zappa sui piedi senza rendersene conto: Loro vivono e si arricchiscono, noi dormiamo e collaboriamo.

La stessa cosa vale per i divi in generale, che poi si recano anche ai matrimoni dei principi. Nel caso dei festival del cinema, ci si può chiedere per quale motivo la gente “normale” dovrebbe esaltarsi alla messa in scena commerciale della messa in scena cinematografica, soprattutto in momenti di grave crisi economica. Perché ognuno agisce in base ai propri bisogni e non in base a quelli degli altri. Chi non subisce le crisi economiche continua invariabilmente a vivere come viveva prima dell’avvento della crisi. Ma se le cose andassero come devono andare per salvaguardare il benessere della società, in qualsiasi posto in cui si sfoggia lusso e ricchezza immeritata a persone trattate come divinità (divi) scenderebbero in forza folle inferocite, a inseguire i divi non per un autografo ( o per un bacio ), ma per una bella bastonata.

E invece, scendono in folla giovani e vecchi inebetiti, alla caccia disperata di biglietti per poter presenziare alla prima dei film che si potranno comodamente vedere tra un paio di settimane in qualunque sala cinematografica. In subordine, o in superordine, la stessa folla spera di poter cogliere dal vivo la mirabile visione delle loro dive o dei loro divi preferiti. Le quali e i quali sono appunti lì a pavoneggiarsi, la cui capacità primaria è quella sia dentro che fuori le pellicole cinematografiche.

La conferma viene dalle conferenze stampa, nelle quali decine di giornalisti pongono loro sempre le stesse domande, indipendentemente dai film e dagli interpreti: Qual è il suo personaggio? Cosa ha provato a interpretarlo? E a recitare insieme agli altri interpreti? E a lavorare col regista? E, naturalmente, ricevono sempre le stesse risposte: Per me è stata un’esperienza straordinaria. Non avrei mai immaginato di poter recitare con questo o quella. Regista e interpreti sono i più grandi con cui mi sia mai capitato di lavorare.

Quando dicono “lavorare” i media non riversano loro addosso improperi e bestemmie, ma servizi in technicolor o multisound, come se si trattasse di premi Nobel che hanno scoperto la materia oscura o la cura per il cancro.

In questo sistema possono esistere anche celebrità indirette. Cioè, una “celebrità di ritorno”. Qualcuno, cioè, che è diventato famoso perché ha avuto a che fare con gente famosa, che è diventata famosa perché ha avuto a che fare con gente come lui. Un mondo completamente autoreferenziale, popolato da persone vuote di sostanze da celebrare ma che vengono comunque celebrati. Per non parlare delle “donne vuote”, che hanno legato il proprio nome a a uomini perché essi hanno legato il proprio al loro.

COSA è NECESSARIO SAPERE: ARGOMENTI ESSENZIALI PER CONOSCERE GLI UMANI E LA VITA

Una volta compresa la differenza tra prodotti di fantasia e prodotti che descrivono il mondo reale, e compreso che è più importante dedicare più tempo alla conoscenza del mondo che alla conoscenza di mondi di fantasia inventati, bisogna considerare che la conoscenza non può che essere una mappa, più o meno dettagliata e più o meno fedele, di parti selezionate della realtà. Ci deve servire a muoverci nel nostro mondo. E’ escluso che possa esserci quindi una conoscenza del Tutto.

L’accumularsi del sapere ha reso sempre più difficile cogliere l’essenza delle cose: l’eccesso di informazioni corrisponde all’azzeramento della conoscenza. Si dice che l’ultimo scienziato e filosofo a sapere tutto quello che di necessario si poteva sapere sia stato John Lock, ma nel Seicento forse si trattava ancora di un’impresa possibile. Oggi nessuno può illudersi di conoscere l’intero scibile umano; Per questo è necessario focalizzare l’attenzione su alcuni temi fondamentali e non su altri.

Inoltre, inevitabilmente nella vita si viene a sapere anche cose non necessarie (a volte che piacciono e interessano, avolte inutili, o che non interessano e annoiano) parlando con le persone che non parlano solo per dire cose utili e che possano interessare all’interlocutore, aprendo i social, guardando la tv ecc…

E per discriminare ciò che è necessario conoscere da ciò che non è necessario conoscere seppur divertente o piacevole o avvincente, discernere l’utile dall’inutile, anche nella conoscenza (sia che avvenga tramite dialogo, lettura, visione) si dovrebbe avere un metro di misura, che negli esseri umani si può identificare in modo naturale, e non inventato dalla loro fantasia, nei bisogni primari e secondari.

Dunque, usando l’esistenza dei bisogni fondamentali come parametro per stabilire cosa sia più importante conoscere della vita si può concludere che siamo tutti costretti a interessarci di tanti argomenti diversi tra loro per conoscere il sufficiente che sia utile ad agire, avere una conoscenza operativa sufficiente a permettere di gestire il mondo attorno a sé, le relazioni con sé sessi e gli altri e subire il meno possibile la relazione interiore con sé stessi:

Le prospettive di vita per un ventenne sono di vivere circa altri 60 anni che sono circa 525mila ore. 40 anni saranno di lavoro, circa 80 mila ore. Molte ore saranno dedicate alla ricerca del lavoro. Lavoro (come trovarlo, come mantenerlo, come migliorarlo, come tutelarsi, la tassazione…). Altre ore alla manutenzione del corpo e della casa. Alimentazione (cosa e come cucinare, lavare piatti e pentole…).
Finanza personale (come risparmiare, in cosa investire…), giurisprudenza (cosa è legale fare o no) in merito a un contratto d’affitto, al reagire alla violenza altrui, le leggi che regolano i rapporti tra le persone (soprattutto quelli lavorativi e sessuali), informatica, tecnologia, sessualità (come fare sesso, perché fidanzarsi o sposarsi o non farlo, aborire o non), le dinamiche nelle interazioni con gli altri, la logica del linguaggio, la psicologia.

Nel resto del tempo libero si potrà scegliere di fare molte cose, e ci saranno anche momenti di sofferenza (come affrontare la malattia e la morte di una persona amata, avere divergenze di opinioni e così via) l’uso dei social network, la scelta tra piaceri positivi e piaceri distruttivi, il pericolo delle dipendenze nel piacere, conoscere la vulnerabilità e la caducità della vita e come limitarla e gestirla al meglio, conoscere come affrontare la vecchiaia, conoscere la malattia, il termine della propria coscienza, perché come il filosofo Stoico Lucilio diceva: “è destinato a vivere male chi non saprà morire bene”.
E così via in una lista molto lunga di argomenti che interessano realmente la vita di tutte le persone.

Naturalmente è necessario conoscere anche cose a breve termine, come che ore sono, se domani pioverà, se sono previsti terremoti nella propria zona, che cosa dice un referendum che si deve votare.

Alcuni si accontentano di adottare in toto il sistema di riferimento proprio di una comunità o di una religione. Altri, pur senza impegnarsi in una riflessione esplicita, riescono con il tempo a formarsene uno, mostrando con le proprie azioni e decisioni di possedere una sorta di comprensione non esplicita del mondo. Altri ancora, si prendono il tempo di mettere sotto indagine la loro esistenza alla ricerca di una rappresentazione e una vita migliori.

Nel corso della propria storia l’umanità ha cercato di risolvere gli interrogativi importanti elaborando svariati sistemi religiosi e filosofici e formulando risposte molto diverse tra loro, da quelle di natura più mistica ad altre improntate invece a un assoluto razionalismo. Anche la comunità scientifica si è occupata di questi argomenti, producendo un’enorme quantità di articoli specialistici e testi divulgativi sulla felicità e sui modi per conseguirla, corredati da immagini risonanze magnetiche che mostrano come il cervello reagisca agli eventi. E anche tra quelli si dovrà fare una selezione.

Perciò interessarsi e conoscere pratiche di magia o di cartomanzia, calcoli cabalisti, storie religiose e altre pratiche non rientra negli argomenti utili e importanti alla vita serena e felice ma anzi, in quanto scientificamente dimostrabili come false, e dunque secondo il parametro per cui si deve fare differenza tra fantasia e realtà al massimo si deve leggere libri che spiegano perché siano pratiche false, e convincano a non perdere tempo a leggerne e studiarne.

CONOSCERE LE LEGGI
La vita è un “gioco” estremamente complesso, le cui regole sono le leggi naturali e sociali, e le cui mosse sono i possibili comportamenti legali, individuali e collettivi.
C’è grande importanza nel conoscere le leggi convenzionali dell’uomo oltre che le leggi oggettive della natura. per guidare un’auto nessuno riterrebbe opzionale conoscere le leggi convenzionali che regolano la guida, mentre per fare tutto il resto sì, nonostante “la legge non ammetta ignoranza”.
dovrebbe essere obbligatorio a scuola, se poi la società pretende che tu sappia e scelga in base a questa consapevolezza e ti prenda le responsabilità delle tue scelte.
Tramite questa enorme ignoranza interi settori ci vivono. commercialisti, avvocati ecc ma anche chi ne sa di più (o ha più soldi per pagare avvocati e commercialisti) e ne approfitta, datori di lavoro, locatori ecc

DIFFICOLTà A CONOSCERE LE LEGGI
La locuzione latina ignorantia legis non excusat è molto nota per il suo uso in ambito legale, come espressione sintetica della massima giuridica riguardo alla presunzione di conoscenza della legge. Il suo significato letterale è: «L’ignoranza della legge non scusa». La locuzione si trova anche nella forma «Ignorantia iuris neminem excusat» ovvero «Ignorantia legis neminem excusat», cioè «L’ignoranza della legge non scusa nessuno».

Nata nel diritto romano, l’espressione sta a indicare che è dovere del cittadino essere al corrente delle leggi; si evita così che la non conoscenza di una legge costituisca materia per la difesa. Uno dei requisiti della legge negli ordinamenti moderni è infatti la sua conoscenza, che si dà per presunta: si presume che la legge sia sempre disponibile alla conoscenza del cittadino, anzi alla generalità dei cittadini. Il criterio è da considerarsi assoluto.

Il principio secondo cui la legge non ammette ignoranza è stato recepito dal nostro codice penale all’art. 5, assumendo però nel tempo diversa portata; infatti, in passato, data la pretesa razionalità della legge scritta, esso si fondava su una generale presunzione di conoscenza della legge.

Attualmente, tuttavia, manca di basi reali, in quanto la continua proliferazione di leggi ha dato vita ad un ordinamento occulto. Ciò ha determinato, in alcuni Paesi, l’introduzione di un principio che serve a temperare il rigore della presunzione di conoscenza della legge dato dalla conoscibilità della legge penale (per cui l’ignoranza e l’errore non scusano se evitabili ed invincibili mentre scusano se inevitabili e invincibili).

Nel nostro codice, un siffatto temperamento fu introdotto in via interpretativa, escludendo la conoscibilità della legge in presenza di due cause oggettive:

ignoranza invincibile per l’assoluta impossibilità collettiva di prendere conoscenza  della legge (es. mancata distribuzione della Gazzetta Ufficiale dovuta ad uno sciopero);

errore scusabile sulla liceità del fatto determinato da fonti qualificate (es. concorde interpretazione giurisprudenziale poi mutata).

Questa scusante della buona fede fu ammessa inizialmente dalla Cotte di Cassazione (limitatamente alle contravvenzioni e senza cogliere la ratio profonda della scelta) e poi dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 364/1988 che ha dichiarato incostituzionale l’art. 5 (per contrasto con gli artt. 27 e 3 della Costituzione) laddove non escludeva dall’inescusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza inevitabile.

Infine si osserva che l’inevitabilità dell’ignoranza va valutata sia sotto il profilo oggettivo (tenendo conto delle circostanze di fatto che possono averla determinata) sia sotto quello soggettivo (tenendo conto di particolari conoscenze o abilità del soggetto che gli consentano di accertare il contenuto della legge).

CONOSCERE LA MEDICINA
Non solo la diseguaglianza, ma anche l’analfabetismo medico-sanitario causa morti. Stante che verosimilmente i due fattori di rischio per la salute agiscono insieme, il grado di alfabetizzazione medico-sanitaria (health literacy), cioè la capacità di capire e usare le informazioni pertinenti per prendere decisioni relative a comportamenti di cura, influenza la salute delle persone.

Una scarsa padronanza della terminologia e della concatenazione logica delle argomentazioni influenza la capacità delle persone di orientarsi nel sistema sanitario, di compilare moduli di accettazione, di esporre la loro storia clinica, di gestire le malattie croniche o adottare stili di vita non a rischio, di seguire le prescrizioni medico-chirurgiche nella fasi peri-operatorie, di capire i concetti probabilistici e di rischio, di saper leggere i foglietti informativi dei farmaci o di non cadere vittime di credenze pseudoscientifiche sulle cause delle malattie e sui trattamenti.

Tutte le opere scritte di tipo artistico e creativo, che sono oggetto di studio dell’estetica, di tutte le lingue, e di tutte le epoche, sono meno utili di altri letture per conoscere ciò che serve ad affrontare i problemi della vita.
Gli umanisti non si rendono conto che buona parte della letteratura è solo divertimento e svago, come i centri commerciali e i reality in TV.

Uno che ha letto Flaubert avrà qualcosa di più di chi non l’ha letto. Cioè, appunto, l’averlo letto: ma solo quello. Così come uno che ha visto la Gioconda avrà qualcosa in più di chi non l’ha vista. Cioè, appunto, l’averla vista: ma solo quello. Infatti, anche chi non gioca a scacchi, o non tira di coca, o non fa il sub, ha simili vuoti, ma non è obbligato a colmarli.

La scelta di svagarsi, e come svagarsi, deve essere calibrata in base al tempo disponibile, un certo tipo di svago essendo meno necessario di una passeggiata, di una chiacchierata, e di una scopata, se lo può permettere solo chi ha tempo da perdere. Non un Newton, ad esempio, che andò una sola volta a teatro, e scappò prima della fine. Non un Darwin, che trovava Shakespeare «cosí insopportabilmente pesante da trarne disgusto». Non i molti premi Nobel o medaglie Fields, che affermano di non avere interesse a leggere «storie inventate».

Gli umani sono animali simbolici, capaci cioè di “vedere” al di là delle cose e di pensarle anche in loro assenza. Anche se guardando un corpo o un oggetto non vedono muscoli, ossa, cellulle, atomi, e reazioni chimiche, se hanno memorizzato la conoscenza delle cose, possono immaginare che in quel corpo e in quell’oggetto al di là di ciò che vedono ci sono cellule ed atomi.

Non sarebbe possibile un progresso nella conoscenza se ogni nuovo essere umano nato si limitasse a ciò che scopre da solo, perché nessuno, usando semplicemente i propri sensi, la propria memoria, e la propria ragione, singolarmente, può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, né riesce a immaginare l’esistenza delle cellule e degli atomi, o di un cervello, o i tempi dell’evoluzione biologica, ma ha bisogno dei risultati del collettivo umano.

Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra umani e fra umani e cose. Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno è perfettamente logico.

Ma non c’è bisogno che un nuovo nato si limiti a sé stesso e riscopra il teorema di Pitagora, né che si metta personalmente a scavare per ricostruire di nuovo la storia geologica del pianeta o della propria regione, né che che apra crani per scoprire che dentro c’è il cervello.

Per questo il punto di vista di ognuno è frutto di miriadi di teste, e c’è la necessità di leggere i testi giusti per conoscere. I sensi offrono la loro versione della realtà, l’unica possibile per ciascuno, se non ci si confronta con gli altri e con gli strumenti che la collettività umana ha approntato.Spesso si pensa di poter conoscere il mondo attraverso la letteratura perché nei romanzi c’è un personaggio che vive situazioni, tenta di risolverle, compie errori, e quindi si pensa che identificandosi con esso, e memorizzando il modo in cui esso ha risolto dei problemi oppure si è creato dei problemi, si può imparare a risolvere le medesime situazioni, o situazioni simili, come quando vedendo qualcuno, come un genitore, che compie delle azioni lo si imita e si apprende.

Ovviamente, se uno pensasse che la divulgazione è inutile, non la farebbe. e lo stesso vale per l’insegnamento. ma sia l’una che l’altro richiedono una partecipazione attiva da parte di chi riceve. ed è più tipico che questa partecipazione attiva arrivi da uno studente, che volente o nolente è spinto ad averla, che da un ascoltatore di conferenze: soprattutto se la conferenza non è isolata, ma fa parte di una serie, come nei festival, dove c’è il rischio di passare da una all’altra e di non tornare poi su nessuna.

naturalmente, succede anche per gli articoli che si leggono sul giornale, o per i film che si vedono. e anche per i libri.

così come la partecipazione attiva alle lezioni non si verifica necessariamente in classe. anzi, richiede un ripensamento e una rielaborazione successiva. per dirla con un motto, “bisogna verificare i calcoli”, dopo aver sentito i risultati.

LA MANCANZA DI DISTINZIONE DI VALORE TRA I LIBRI

Oggi si legge molto meno, malgrado ci sia una quantità maggiore di libri in circolazione rispetto al passato, ci siano biblioteche comunali, database sul web, enciclopedie gratuite.
I giovani devono scegliere tra internet, videogames, film, musica, dolci, alcol, droghe, discoteche, shopping, moda, make up, seduzione, socialità e leggere libri, e spesso scelgono tutto il resto tranne i libri, e infatti c’è chi non legge affatto.
Se c’è qualcuno che legge, tra le varie possibli letture, in genere è abituato a leggere romanzi, preferendoli ai saggi. In altri casi le persone si limitano a leggere ciò che serve loro per ottenere diplomi, lauree, master e attestati, senza trovarne un piacere, un vantaggio nella vita quotidiana, e dimenticando in fretta ciò che si è letto una volta superati gli esami.

Il fatto è che, per quanto facili ci si sforzi di fare le cose scientifiche, e per quanto le si cerchi di spiegare in maniera semplice e indolore, un po’ di fatica per conoscere la scienza bisogna farla, e non tutti hanno questa disponibilità e questa pazienza. La biologia di oggi è meno impegnativa della fisica delle particelle o dell’astrofisica, ma non molto meno.

Occorre memorizzare alcuni concetti chiave e studiare in dettaglio almeno alcuni processi. Altrimenti diviene tutto solamente un gioco di parole, e di giochi di parole ne abbiamo anche troppi. Voler comprendere la scienza di ieri e di oggi senza metterci impegno e tenacia, è soltanto follia.

Alcuni pensano che il fatto di leggere libri, indipendentemente da cosa ci sia scritto in questi libri, sia positivo in sé, un valore, spesso da esibire facendo vedere le foto delle copertine sui social, come se tutti i libri fossero dello stesso valore, ed elogiano e stimano chi legge libri nel suo tempo libero dagli impegni (la scuola, il lavoro, la manutenzione delle necessità fisiologiche). Pertanto si preoccupano di quanti libri si leggano, e dicono che almeno “un libro” al mese si dovrebbe leggerlo.

Ma poiché esistono bisogni, necessità, tempo limitato, energie limitate, verità e falsità, e diversi interessi e desideri, bisogna distinguere i vari tipi di libro senza esaltare a priori la lettura dei libri pensandola come attività che fa sempre bene, in qualsiasi caso. Perché ci sono libri con contenuti falsi e libri con contenuti veri, libri le cui idee se credute fanno male a sé stessi e agli altri e libri che fanno bene a sé e a gli altri, libri che sono utili a risolvere i propri problemi e libri che sono inutili o li peggiorano.

Per questo il sentirsi affascinati dal vedere una immensa biblioteca è generato dall’illusione che la quantità sia migliore della qualità.
Ma, valutando i libri in base a metri di misura oggettivi, si può concludere che il 90% dei libri sono stupidaggini (anzi, probabilmente più del 90%). Perciò, più uno ne ha, maggiore il numero di stupidaggini che rischia di avere nella testa leggendoli. E avere stupidaggini nella testa produce moltissime conseguenze negative. Perciò, se uno tiene alla propria salute mentale e alla propria saggezza dovrebbe preferire rispetto alle grandi biblioteche, quelle selezionate per qualità, e dunque quelle piccole e non quelle grandi.
Poi ovviamente, ognuno è libero di farsi del male da solo.

La gente può leggere i romanzi, o guardare film perché divertono, o rilassano, o producono emozioni, o una empatia astratta con gli autori e i personaggi e quindi un minor senso di solitudine a vivere le emozioni che si vive, distrazione dai propri personali problemi, speranze, così come fanno internet, videogames, i film, la musica, le droghe e le discoteche. L’improbabilità e la straordinarietà di certe vicende letterarie e filmiche tranquillizza. E rende possibile fruire con divertito distacco della narrazione. Immaginare finimondi improbabili permette di non accorgersi delle catastrofi reali, e produce sollievo.

Un testo di narrativa è una comunicazione e, crea aspettative, conferme, tradimenti di attese, passaggio di informazioni tra un autore e un lettore. Leggere i romanzi fa bene a chi li legge quando ricerca piacere, almeno sul breve termine, se non è un’azione mossa da una dipendenza che impedisce di scegliere liberamente di non leggerli e fare cose più importanti durante la vita quotidiana, come cucinare, ordinare, studiare, rispettare gli appuntamenti e gli impegni, oppure leggere saggi scientifici e manuali.

DISTINGUERE LETTERATURE E FILOSOFIE BUONE DA QUELLE CATTIVE

Nel rapportarsi alle produzioni letterarie non basta distinguere i testi in cui c’è scritto di una realtà inventata da quelli che descrivono il mondo e non confonderli tra loro per avere un atteggiamento corretto. Serve anche non fare tutta una serie di errori logici riguardo gli autori.

Alcune persone attribuiscono un valore positivo alle opere di autori psicologicamente travagliati per il fatto che questi autori hanno vissuto un’esistenza drammatica e dunque avrebbero un intelletto fortificato dalle esperienze.

Ma il fatto di aver avuto “una esistenza, piena , drammatica, sofferente, caotica” non è rilevante nei giudizi sul valore intellettuale di una persona: se no, sarebbero geni anche i toreri, gli agenti segreti, gli avventurieri, e molte altre categorie di persone. Inoltre, si può reagire in molti modi alle difficoltà della vita, ad esempio impazzendo, come molti autori hanno fatto.
I pazzi sono numerosi soprattutto fra i letterati, gli artisti, e i filosofi anche se di solito si preferisce nascondere la diagnosi sotto l’etichetta della “creatività”.

Per quanto riguarda la letteratura, già il fatto di negare la realtà e inventarsene una alternativa non depone molto a favore della stabilità mentale di chi lo fa. Infatti, le persone sane non scrivono romanzi o poesie, che consistono ovviamente nella costruzione di mondi immaginari: cioè, in un’azione tipicamente psicotica, di rifiuto della realtà. Che può anche aiutare a sopportarla, per rimozione, ma che pur sempre rimozione è.

Le persone sane, che accettano di conoscere la realtà senza distorcerla pur trovandola difforme dai propri desideri e necessità, si occupano invece di rappresentarsi la realtà così com’è, ma è ben più difficile scoprire e divulgare le scoperte fatte che inventare qualcosa. Ma mentre gli scienziati si occupano della cultura umanistica i letterati difficilmente si interessano alla cultura scientifica.

Perciò, si dovrebbe distingue romanzi buoni da romanzi cattivi, così come filosofie buone da filosofie cattive. Sul fatto che “c’è l’arte, la poesia, la musica, la pittura”, non ci piove. Ma c’è un sacco di arte fasulla, di poesia vuota, di musica stonata e di pittura imbrattata. Oltre naturalmente a un sacco del contrario. E non basta che qualcosa sia arte, poesia, musica o pittura per essere automaticamente degna di considerazione, o espressione di genialità.

La filosofia non è un romanzo o un film, perché ha l’intenzione di comunicare dei contenuti sul mondo reale, ed è quindi ancora più importante distinguere quella buona da quella cattiva.
Si può dividere una filosofia di ciance opponendola a una filosofia di indagine sulla natura. Se i greci ci hanno insegnato a pensare, è stato grazie ad Aristotele, e non a Platone, che invece è stato l’iniziatore di una filosofia di ciance, opposta a una filosofia di indagine sulla natura, che ovviamente esalta i filosofi continentali, con i suoi discorsi su vuoti argomenti quali “il bello”, “il buono” e “il giusto” (sembra il titolo di un film western di sergio leone), sui quali ovviamente non si possono avere altro che opinioni. Al contrario di una filosofia che si interessa di argomenti pieni, invece, quali “il vero”, “il dimostrabile” e “il verificabile”.

GLI EFFETTI NEGATIVI DELLE PRODUZIONI ARTISTICHE: FANTASIA POSITIVA E NEGATIVA
Le produzioni artistiche influiscono in tanti comportamenti umani e possono farlo positivamente come negativamente.
Quindi non solo bisogna scegliere di dedicare meno tempo alla fantasia per dedicarne di più allo studio della realtà, rimanendo consapevoli che si tratta di fantasia quando si fruisce di prodotti di fantasia, ma si può anche delineare quale tipo di fantasia sia non solo inutile alla conoscenza del mondo ma anche negativa al benessere psicologico e controproducente nei confronti dell’aderenza alla realtà della propria rappresentazione mentale del mondo.
Il fruitore che non vuole riempirsi la testa di falsità che vengono poste come verità e che possono essere negative e deleterie deve scartare a priori certi generi. In questo caso diventano utili le descrizioni e le recensioni dei film e dei libri, permettono di evitare di perdere tempo e farsi del male da soli. Anche se a volte basta solo il titolo o la copertina per capire cosa si troverà nel contenuto.

Per questo si possono svalutare a priori dei generi (cinematografico o letterario) ad esempio il genere Religioso, a cominciare dal libro chiamato La Bibbia, per passare a tutti i film ispirati alla bibbia.

Naturalmente per il fatto che non solo si tratta di falsità, ma si tratta di falsità che si cerca di far credere come reali, e non solo per il tempo della lettura o della visione, come tanti mockumentary, sui quali ci si può informare e scoprire che (i fatti presentati come reali sono in realtà falsi) ma anche dopo la fine della fruizione.
Ai bambini può essere utile raccontare favole, ma senza dire loro che sono storie vere, ma dicendogli che sono storie di fantasia utili a semplificare certi concetti. Per gli adulti i miti, e dunque la mitologia, non servono per conoscere il mondo com’è, e infatti ne hanno rallentato la conoscenza, allo stesso modo vale per gli archetipi, che anzi, sono stati utili a ciarlatani come Freud e Jung, che hanno appunto creato una pseudoreligione che ha avuto lo scisma quando i due non andarono d’accordo in quell’idea metafisica d’inconscio e inconscio collettivo.
Queste cose possono utili e necessarie per gli storici, o i sociologi, ma non per le persone che vogliono conoscere il mondo, per le quali esistono metodi più diretti e affidabili.

 

La fantasia, sottoforma di prodotti artistici può influenzare negativamente chi ne fruisce, in base alle caratteristiche psicologiche del fruitore. Dall’innamoramento, alla depressione, alla violenza, alla tossicodipendenza. Naturalmente questo non significa che tutti quelli che fruiscono di certe opere subiranno automaticamente effetti negativi, perché interviene la capacità di interpretare e giudicare ciò che si legge e vede del fruitore, che può dire a sé stesso “non devo seguire quanto detto, non devo interpretare il mondo nel modo in cui viene interpretato dai personaggi della storia”.

I media ci martellano con un genere di letteratura pseudofilosofica e pseudoesistenziale. Tutti, dalle scuole agli spazi culturali dei media, la osannano come prodotto di vette del pensiero, sia religoso (pascal e company) che laico (neitzsche e company). Dimenticando di presentarla invece come il prodotto di menti malate, da compatire e compiangere, e da studiare come casi clinici, ma non certo da prendere come esempi, e meno che mai da imitare. Inoltre, come se non bastasse, il pensiero da noi dominante, religioso e laico, presenta il “mal di vivere” come una “essenza dell’esistenza” istigando coloro che non lo sentono spontaneamente, a farselo venire artificialmente per diventare persone più degne di vivere. Senza rendersi conto, invece, che è un sintomo, e in parte anche una causa, della condizione malata dell’occidente.
Certa arte ha l’effetto, e forse anche il proposito, di agire come agente tossico. Soprattutto l’arte esistenzialista, che infatti dovrebbe essere tenuta lontano dal “bambini”, come certe preparati con l’etichetta “veleno”.

Fra i tanti esistenzialisti, forse leopardi era ancora il meno peggio. anche se molti esistenzialisti sono stati antimetafisici e antitrascendentali: sartre, ad esempio.

Ci sono due tipi di esistenzialismi: quelli trionfali, o tronfi, che vedono nell’esistenza umana il sommo del creato, e accettano metafisica e trascendenza, spesso nella forma degenere e popolare della religione costituita. e quelli tragici e pessimisti, che invece vedono nell’esistenza umana la stupidità della vita, e o si sparano un colpo, o scrivono opere che fanno venir voglia di spararselo ai loro lettori.

Ma l’esistenzialismo è una malattia dell’animo, in entrambe le forme, e la cura è una sana cultura scientifica, che permetta di situare la vita umana al suo giusto posto sulla terra, e la terra al suo giusto posto nel cosmo, senza né i beceri trionfi religiosi, né i trucidi tormenti atei.

Per dirla più esplicitamente, se uno sta bene e legge Dostoevskij, Musil, Heidegger, Sartre, Camus, finisce che presto o tardi si infetta e inizia a star male. Se uno invece sta già male di suo, allora finisce che si butta dal balcone. Leggendo “La nausea” di Sarte, una sorta di “diario filosofico” del protagonista (Antoine Roquentin), il lettore può arrivare a sentire appunto nausea.

Più in generale, una società come quella occidentale, che vive appunto continuamente in mondi paralleli, che vanno dalla finzione cinematografica e televisiva a quella della pubblicità, non sia mentalmente troppo sana. Forse quando i posteri guarderanno in futuro a noi, probabilmente ci considereranno appunto malati mentali, come d’altra parte noi facciamo oggi, per motivi analoghi, con altre società (in base al principio che è facile vedere la pagliuzza negli occhi altrui che la trave nella propria, tanto per rimanere ai detti di un altro che doveva pure lui avere seri problemi mentali, visto ciò che diceva, faceva, pensava e credeva: almeno, nella finzione letteraria).

Gli scienziati hanno dalla loro la fortuna di dover rimanere ancorati alla realtà, appunto. E non è un caso che man mano che cresce l’astrazione, e il legame con la realtà diventa più labile, gli scienziati diventano più matti: ad esempio,  il legame vero era fra logica e pazzia, proprio per la maggiore astrazione.

Godel effettivamente era matto conclamato, ed entrò e uscì dai manicomi. per fortuna la matematica sta in piedi o casca in base alle dimostrazioni, e dunque non ha importanza che chi la fa sia matto o no, se riesce in qualche modo a produrla. Ma con un letterato o un artista non c’è nessun ancoraggio del genere, e la domanda ovvia è se quando un umanista è malato, non sia tale anche la sua opera .

Ad esempio, tolstoj pensava così di dostoevskij e della sua opera, quando era ancora sano: cioè, ai tempi di “guerra e pace” e fin quasi alla fine di “anna karenina”. poi divenne matto pure lui, e infatti bisogna pensare la stessa cosa anche delle opere del secondo tolstoj, da “resurrezione” a “la sonata a kreuzer”.

Anche nella scienza ci sono molti “malati di mente”. Ma, a differenza dalla letteratura, i loro prodotti intellettuali devono passare il vaglio del controllo di realtà. La mente di newton al lavoro, ad esempio, era capace di produrre allo stesso tempo la legge di gravitazione universale, o la nuova cronologia degli antichi. ma la prima ha passato il vaglio, e la seconda no. Se newton avesse fatto solo cose come la seconda, e l’ha fatto nella maggioranza nella sua produzione, non sarebbe passato alla storia. almeno, non a quella della scienza. magari a quella della psichiatria, e, inoltre, nessuno si sogna di prendere sul serio le cose che newton diceva al di fuori della scienza, e tanto meno di prendere a modello il suo modo di vivere e di pensare.
nella letteratura, invece, non ci può essere nessun “controllo di realtà”, visto che si tratta appunto di cose che per definizione stanno fuori della realtà. va benissimo così, se uno lo sa e la prende con le dovute precauzioni: ad esempio, insegnandola magari anche a scuola, ma dicendo appunto di che cosa si tratta. se invece la si presenta come la vetta del pensiero, e la si propone come l’esempio di vita, poi non ci si deve poi lamentare di avere il “mal di vivere”. perché anche se uno non ce l’aveva, a forza di leggere certe cose certamente gli viene.

Non c’è dubbio che per diventare non solo uno scienziato, ma un artista, un profeta, o comunque un creativo, bisogna essere un po’ (o parecchio) malati e/o matti.
spesso i grandi scienziati sono bordeline, o anche overline, ma anche i grandi artisti e i grandi pensatori. e, in generale, tutti coloro che non si limitano a considerare il proprio lavoro come una parte della propria vita, ma qualcosa a cui alienarsi completamente.

è una ovvietà talmente grande, che la conoscono benissimo anche i professionisti: ad esempio, freud, che effettuato più di una analisi psicanalitica a cercare di indagare le turbe mentali che stavano dietro il lavoro di personaggi come leonardo o tolstoj.

quanto a quest’ultimo, ad esempio, ha scritto esplicitamente che con un autore come dostoevskij, che era appunto ovviamente malato, e non solo nel senso limitato di essere epilettico, ma in un senso più generale, questa malattia si trasferiva alla sua opera: cosa che sarebbe difficile dire per uno scienziato invece. solo i nazisti erano così stupidi da credere, ad esempio, che la relatività fosse una teoria malata.

non ha senso dire di una teoria scientifica o matematica, o di un teorema, che è malata o malato: ci sono infatti parametri oggettivi per giudicare, che hanno a che fare con la correttezza.
diverso è il caso di un romanzo, ad esempio, in cui ciò che uno scrittore come dostoevskij esprime non è un fatto oggettivo, ma una descrizione soggettiva del proprio “animo”, trasferendo al romanzo le qualità di quest’ultimo, come appunto diceva tolstoj (il quale poi fece lo stesso anche nei suoi ultimi romanzi, ovviamente con lo stesso risultato).

ad esempio, il “don chisciotte” e “madame bovary”, che narrano appunto le storie di due personaggi che sono ammattiti, in maniera diversa, per il troppo leggere, e/o per aver creduto a ciò che leggevano…

almeno cervantes e flaubert sapevano che se uno legge troppi romanzi cavallereschi, finisce per mettersi uno scolapaste in testa e andare a caccia di mulini a vento. e se invece legge troppi romanzi sentimentali, finisce per avvelenarsi o spararsi un colpo in testa.

L’amore stilnovista, o l’amore rinascimentale, o l’amore romantico, sono prodotti tipici delle culture e dei luoghi di quei tempi. Infatti, i bantù o gli aborigeni non vivano l’amore come Dante o Shakespeare o le Jane Austin raccontano, e gli/le adolescenti imparano.

Il modo in cui l’amore viene concepito è frutto dei romanzi e dei film che si sono letti o visti. E infatti spesso è completamente irreale e irrealistico, e molte persone soffrono perché i propri sentimenti non si confanno ai modelli (assurdi) che vengono loro presentati nella letteratura o nel cinema.

in altre parole, molti problemi “psicologici” sono indotti dal parlarne. ad esempio, prima che freud si inventasse l’inconscio, non esistevano molte patologie (immaginarie) che hanno fatto la fortuna degli “stregoni viennesi”. come infatti non esistono in molti paesi che non conoscono freud, o che pur conoscendolo lo considerano un ciarlatano.

la stessa cosa vale per la metafisica, i discorsi di senso, i discorsi religiosi, eccetera, eccetera. bisogna che qualcuno metta in testa alla gente certe idee, venute in mente ai “geni”, perché poi la gente ci pensi, e se ne lasci ossessionare.

I filosofi sostanzializzano tutto. Come gli imbianchini imbiancano tutto. Specialmente i concetti. Così fanno diventare una sostanza, cioè un oggetto, qualsiasi concetto. Il Bene (adorano usare l’inizia maiuscola), la Giustizia, la Verità, la Patria, l’Amore, lo Spirito. Ma non solo i concetti, anche le azioni. Così la mente e la coscienza.

sulle malattie immaginarie, non c’è dubbio che sia meglio farsi analizzare che lasciare che debilitino e uccidano, ma quelle non sono le uniche scelte. il meglio è evitare di farsele venire, e quando son venute farle andar via capendo appunto che sono immaginarie. che non è affatto ciò che predica e insegna la psicanalisi.

ovviamente ciò che lo scrittore malato trasferisce al suo lavoro, può essere da questo trasferito al suo fruitore se non ha delle difese mentali per non farsi coinvolgere, spesso con conseguenze deleterie. che possono essere ancora più deleterie nel caso delle opere filosofiche o ideologiche, come il “mein kampf” ne ha avute sui suoi lettori, e il “corano”, e la bibbia.

certamente ci sono libri che hanno dato origini a religioni. a parte il cristianesimo e l’islam, basta ricordare esempi che vanno dai sikh del punjab (il cui libro è venerato giornalmente ad amritsar) ai mormoni dello utah.

Molti dichiarano di riferire la propria fede direttamente ai vangeli. e questo atteggiamento è non solo tipico dei protestanti, ma è stato appunto all’origine dello scisma di lutero. naturalmente, anche i protestanti sono stati e sono disposti a dare e togliere la vita per un libro, e purtroppo hanno molte più armi degli islamici per farlo.

quanto a questi ultimi, i musulmani considerano il “corano” scritto direttamente da dio, e precedente alla creazione del mondo. Si può dire che questa sia fantascienza, anche letteralmente, visto che il “corano” non narra episodi storici, come pretendono di fare il vecchio e il nuovo testamento, ma è appunto soltanto un racconto fantastico.

è difficile negare che quei tre testi di danni ne abbiamo fatti parecchi, e non c’è bisogno che i testi vengano letti da cima a fondo, e neppure che vengano letti da tutti coloro che ne sono influenzati: ci sono tanti mezzi di comunicazione, e ci sono “comunicatori” in grado di comunicare le proprie letture ai non lettori. soprattutto oggi, ma anche nel passato.

il caso più evidente e interessante, anche perché, essendo contemporaneo, si possono seguire dal vivo tramite esso i processi di formazione delle religioni a partire dalla fondazione di un mito fantascientifico, è la “dianetica” di hubbard, che non a caso era appunto uno scrittore di fantascienza, e che ha portato alla nascita di scientology.

Non perché un effetto non è automatico, tanto quanto che l’acqua dal rubinetto scenda giù e non su, allora non può accadere mai. L’influenza di un’opera fa parte delle possibilità e non dei rapporti di causa-effetto automatici.

è naturale che una persona che si interessa di storia, per passione o per lavoro, leggendola in un modo distaccato non creda nelle teorie di un dittatore folle.

Così come, agli atei di gesù importa tanto quanto harry potter. solo uno squilibrato potrebbe odiare (o amare, se per questo) un personaggio letterario o cinematografico. semmai, si possono analizzare psicologicamente le reazioni dei lettori dell’uno o dell’altro. e non è che i lettori di harry potter rivelino molto più equilibrio di quelli dei vangeli, viste ad esempio le reazioni isteriche quando escono le ultime novità della saga.

Ma questo non significa che alcune persone non prendano sul serio certi testi e diano vita a sette, movimenti, dittature, religioni e quant’altro.

la storia mette in grado di sapere quanto potente sia l’effetto di emulazione. nel passato i libri sono stati i veicoli della trasmissione delle idee, comprese quelle bacate degli scrittori bacati, e anche senza arrivare al suicidio (ma arrivando pure a quello, in casi estremi) hanno fatto danni enormi agli individui e alle società. soprattutto, ovviamente, quelli che dichiaratamente veicolavano contenuti “esistenziali”.

Nel 1774, dopo la pubblicazione dei Dolori del giovane Werther di Goethe, si registrarono moltissimi suicidi commessi per emulazione da ragazzi che ritenevano di essere
la versione in carne e ossa del protagonista del romanzo, ragion per cui il libro fu messo al bando in molti paesi.
Nel 1974 il sociologo David Phillips coniò l’espressione “effetto Werther” per indicare il fenomeno noto come “contagio da suicidio”, sovente innescato dal suicidio di personaggi famosi, reali o fittizi.

spesso quei libri sono scritti da dei matti, e la gente non se ne accorge. anzi, a dirlo si rischia di essere presi per matti a propria volta, perché in un mondo di ciechi sono i vedenti a essere malati.

ovviamente, questo vale particolarmente per i cosiddetti “grandi”, che si alienano totalmente al loro lavoro, e proprio per questo sono matti. mica dei manovali, che fanno sedicente ricerca, o producono sedicenti opere d’arte, lavorando in orario di ufficio, e poi si dedicano ad altro, proprio perché matti non sono.

quanto al pericolo del “contagio”, può sembrare strano a chi non vede al di là del proprio naso, e magari è già stato contagiato e urla “non sono matto”, come fanno appunto tipicamente i matti.

ma i risultati scientifici hanno un riscontro oggettivo, mentre quelli umanistici no. il che significa che la nostra cultura è il prodotto di menti malate, che dovrebbero essere considerate tali, e invece vengono esaltate come geniali. per questo io ho una posizione critica. di confronti dell’umanesimo: più se ne fruisce, è più se ne viene contaminati, e si diventa malati come coloro che ci infettano, dai religiosi ai letterati.

la scienza invece ci arriva completamente purificata dalle impurità mentali e caratteriali degli scienziati, e in questo sta il suo superiore valore culturale. che galileo o newton fossero matti, come erano, non rende meno utili o meno vere le loro scoperte. che gesù e maometto, o pascal e dostoevskij, fossero matti, come erano, ha invece conseguenze tragiche su coloro che si lasciano contaminare dalle loro pensate, e finiscono per diventare matti come loro.

i “pensieri” di pascal non sono affatto pazzi: sono solo stupidi, in gran maggioranza. come la maggioranza della gente, e dei credenti, che non li leggono, ma credono che siano tutti come le due o tre frasi divulgate nei “baci perugina”.

come “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, che voleva dire tutt’altro di ciò che pensano i cioccolatai, che non leggono mai l’intero pensiero, nel quale è spiegato chiaramente che “le ragioni del cuore” sono gli assiomi, e “le ragioni della ragione” i teoremi, e che non si possono dimostrare gli assiomi (cosa che ovviamente sapeva anche euclide, anche se non è finito sui baci perugina), e che non si possono intuire i teoremi:

naturalmente, questo è un pensiero perfettamente sensato, benché ovvio e banale. ma tutto il can can sulla religione in generale, e su cristo in particolare, è veramente imbarazzante. infatti, voltaire commentò il libro dicendo: “per uno spirito limitato, è consolatorio constatare che anche gli spiriti più eminenti dicono stupidaggini, come le persone comuni”.

pascal è, o fu, l’esempio archetipico del fatto che si può essere geniali, in un ambito ristretto, e stupidi, in generale, allo stesso tempo.

Fëdor Dostoevskij soffriva di epilessia. Si racconta che abbia avuto il primo attacco l’8 giugno 1839, a diciott’anni, quando ricevette la notizia che il padre era stato ucciso dai propri contadini, esasperati dai suoi maltrattamenti. Non ci sono testimonianze serie al proposito, ma questo non impedì a Sigmund Freud di ricamarci sopra comunque, alla sua solita maniera, nel saggio Dostoevskij e il parricidio (1927).

Le prime crisi accertate di epilessia lo scrittore le ebbe in seguito al trauma di una finta fucilazione, alla quale fu sottoposto il 23 dicembre 1849. La pena capitale per sedizione era infatti stata commutata dallo zar nei lavori forzati, poi descritti nelle Memorie dalla casa dei morti (1862), ma la notizia venne comunicata ai condannati solo dopo una macabra messinscena, che lasciò un segno indelebile su molti di loro.

Nonostante la rimozione di Freud, che declassava l’epilessia di Dostoevskij a un sintomo isterico, la malattia era non solo fisiologica, ma ereditaria: l’aveva anche il figlio Aleksej, che ne morì a soli tre anni. Ma lo scrittore non viveva le crisi in maniera puramente negativa: al contrario, le paragonava a esperienze mistiche, e dichiarò che non le avrebbe scambiate per nessun’altra gioia al mondo.

Oltre che in questa prima malattia, fisiologica, Dostoevskij sperimentò il doppio vincolo dell’esaltazione mista al dolore anche in una seconda malattia, psicologica: il vizio del gioco, al quale egli dedicò il romanzo Il giocatore (1866), e Freud la seconda parte del proprio saggio. In Dostoevskij mio marito (1916) la moglie Anna descrive con molta comprensione lo stress materiale che il gioco causava al marito e alla famiglia, ma anche lo stimolo intellettuale che egli sapeva trarre dall’indigenza e dalla sofferenza per scrivere le sue “opere malate”, come le definì Tolstoj.

era destinato a indebitarsi, giocando, visto che credeva nei miracoli: ad esempio, quello appunto di vincere alla roulette, o di rifarsi dopo che aveva perso. Lui lo definisce un metodo infallibile per vincere: lo scrive lui nel Giocatore, e lo conferma la moglie nei ricordi, precisando entrambi che il metodo richiedeva però il possesso di un grosso capitale. Ma un ingegnere come Dostoesvkij, laureato nel 1843 alla Scuola Militare del Genio di San Pietroburgo, avrebbe dovuto sapere che “grosso” significa in realtà “illimitato”, e che nemmeno l’uomo più ricco del mondo ha un tale capitale a disposizione: figuriamoci un giocatore rimasto al verde, che cerca disperatamente di rifarsi delle perdite.

LA CONOSCENZA  RELATIVA CHE TRASMETTONO I ROMANZI
Sicuramente chi legge romanzi che analizzano la psiche dei personaggi potrà dire “ho imparato più sulla psiche umana leggendo l’autore x del romanzo y che leggendo qualsiasi saggio scientifico sulla mente” ma questo non significa che abbia realmente imparato verità oggettive.

esistono due dostoevskij, che rozzamente si possono dividere in “prima e dopo” l’esecuzione. il suo primo romanzo, “povera gente”, è straordinario, ed è completamente realista: una specie di verga russo, senza nessuno degli aspetti esistenziali del secondo dostoevskij. la prima fase finisce idealmente con “umiliati e offesi”, che viene dopo i dieci anni di gulag e di esilio, ma riprende i temi precedenti.

le opere di dostoevskij dopo il trauma della finta fucilazione che subì sono la descrizione di casi clinici, come il “diario di una schizofrenica”: interessanti, ma per la maggior parte delle persone narrano di patologie molto distanti dalla vita reale. e il rischio è di credere (perché gli umanisti continuano a volercelo far credere, forse perché molti di loro soffrono delle stesse patologie) che quella sia una descrizione della normalità umana, invece: cioè, che dostoevskij abbia sondato l’animo umano, e ci abbia tirato fuori ciò che tutti hanno dentro. mentre invece ha tirato fuori una conoscenza relativo, ciò che lui e pochi altri avevano: la disperazione. e spesso ce l’ha messa anche a chi leggeva, e non ce l’aveva prima. come d’altronde possono fare le visite nei manicomi, o nei lebbrosari.

“delitto e castigo”, che a parte la fuffa esistenzialista, è un ottimo romanzo poliziesco: perché poi è questo che dostoevskij divenne, un romanziere poliziesco-esistenzialista. strana combinazione, ma se uno guarda a cosa ne ha tratto woody allen, in “amore e morte”, “crimini e misfatti”, “match point” e “irrational man”, si vede che il seme ha prodotto frutti.

woody allen però è meglio di dostoevskij, in un certo senso: nel dialogo finale di “crimini e misfatti”, che parla appunto dello scrittore senza nominarlo, allen spiega la differenza fra la propria visione atea della vita, e quella credente di dostoevskij. in due parole, in un mondo ateo i colpevoli non hanno rimorsi, e non si costituiscono: dunque, spesso la fanno franca. nel mondo dei credenti, invece, accade il contrario: in “delitto e castigo” l’investigatore sa fin da subito chi ha commesso il delitto, ma non ha fretta di arrestarlo, perché sa che il rimorso lo tormenterà fino a quando non si farà arrestrare da solo.

Si può dire che la visione di woody allen sia più profonda, di quella ingenua di dostoevskij. il quale, tra l’altro, nei suoi romanzi tardi elesse a protagonista la feccia del mondo: quella, cioè, che aveva conosciuto nel gulag, oltre a quella che aveva frequentato nei bordelli. come se gli uomini e le donne fossero tutti così: criminali o “sante puttane”.

coloro che leggono solo i romanzi, senza conoscere la vita dell’autore, nel caso di dostoevskij commettono l’errore madornale di credere che la letteratura sia “universale”, e che gli uomini e le donne siano tutti/e come quelli/e che lui descrive. mentre è vero il contrario, per fortuna, e solo gli scarti dell’umanità sono così (gli uomini, perché le “sante puttane” esistono solo in una fantasia malata).

le opere culturali (romanzi, quadri, sinfonie, preghiere) non dicono nulla del mondo oggettivo, ma dicono molto sul mondo soggettivo di chi le ha prodotte.

il problema è che i romanzi di dostoevkij, ad esempio, non vengono affatto letti e recepiti come indizi per capire la mente (malata) dell’autore, interessantissima di per sé, da un punto di vista umano e medico. e vengono invece considerati opere in grado di svelare i segreti della natura umana, come se tutti gli uomini fossero mal messi nella testa come il povero fedor.

cioè, vengono intesi non come manifestazioni soggettive di un artista (letteratura), ma come descrizioni oggettive di una specie (scienza). ora, certamente dostoevskij non era un unicum, ma certamente (e per fortuna!) non era l’espressione tipica della sua specie. e invece coloro che sono come lui pensano non solo che dostoevskij sia tipico, ma che le sue opere siano fondamentali per capire l’uomo.

dostoevskij era sicuramente UN uomo, ma loro vorrebbero che fosse L’uomo, confondendo l’elemento con l’insieme, o la parte (minima e minoritaria) con il tutto.

naturalmente, la psicanalisi commette lo stesso errore. studia la gente con la testa fuori posto, ne deduce conseguenze arbitrarie e pretende che esse si applicano anche alla gente con la testa a posto. è quello che si chiama “generalizzazione (sbagliata) da uno o da pochi esempi”. è un banale errore induttivo, elevato a principio deduttivo.

Dunque, molti si accontentano, e si illudono di trovare in un luogo ciò che si trova solo in un altro. Continuando a chiedere consigli ad amici, conoscenti, inesperti, rispetto a chi utilizza conoscenze registrate in tutto l’arco di tempo in cui l’umanità ha ricercato spiegazioni agli eventi della vita. Persone che sedendosi sulle spalle di giganti riescono a vedere molto oltre, e che se non usassero le spalle di quei giganti vedrebbero o come gli altri, o poco più lontano.

L’arrivo dei giornali, della televisione e dei social network sono state tappe di un imbarbarimento della vita culturale. Ed è un imbarbarimento che si riflette anche nei libri, da tempo. Fortunatamente, mentre fisicamente non si può tornare in altre epoche, culturalmente si può, almeno individualmente: basta leggere appunto certi libri, invece di altri.

D’altronde, è ciò che fanno anche i religiosi, quando leggono libri di millenni fa che li riportano a epoche culturalmente a loro più congeniali. che sono comunque molto più vicine alla nostra, di quanto non fosse il settecento. come dimostra il fatto che anche oggi i libri religiosi hanno più successo di quelli illuministi.

Il settecento è stato un raro momento, nella storia dell’umanità, in cui la “luce” ha avuto il sopravvento sulle “tenebre”. Un altro è stato, come diceva Flaubert, quella finestra di tempo in cui “gli dèi del passato non c’erano più, e quelli del futuro non c’erano ancora”. Cioè, l’epoca che ha generato Cicerone, Seneca e Lucrezio, o Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio.

Non si tratta di un apprezzamento del passato a priori, in generale, ma di apprezzamento per gli specifici e rari momenti in cui sembrava che la ragione e l’intelligenza avrebbero potuto sopravanzare la stupidità e l’ottusità.

LIBRI NELLA STORIA IMPORTANTI

Il 90% dei libri sono stupidaggini (anzi, probabilmente più del 90%). Perciò, più uno ne ha, maggiore il numero di stupidaggini che rischia di avere.
Ad esempio, una biblioteca ideale di dieci o venti volumi, che contenesse (per dire a caso) opere come gli “elementi” di euclide, i “principia” di newton, il “mahabarata”, l’liade e l’odissea, la “commedia”, l’ulisse, “guerra e pace”, i “dialoghI di platone”, “la vita di siddharta”, la “critica della ragion pura”, e poco altro, potrebbe riempire anche solo un paio di scaffali, eppure dare da leggere per una vita.
E non avrebbe senso pensare che quei libri si possono leggere uno al giorno. Né che si possono “leggere”, andando semplicemente dalla prima parola all’ultima.

Spesso la divulgazione scientifica è pura letteratura ai massimi livelli, come confermano altri due esempi estremi. Da un lato, il De rerum natura di Lucrezio, che oltre a essere uno dei massimi poemi latini, è anche il primo testo divulgativo dell’atomismo che caratterizza la visione scientifica moderna, dal microcosmo al macrocosmo. E, dall’altro lato, il Nunzio sidereo (1610) di Galileo, che costituì il primo rapporto scientifico di osservazioni ed esperimenti effettuati sul campo, e iniziò un genere oggi molto praticato dagli scienziati che offrono al pubblico i resoconti delle loro ricerche e delle loro scoperte.

Anzi, si può forse dire che il modo migliore per avvicinare la scienza moderna consista proprio nell’evitare i resoconti di seconda mano dei divulgatori professionisti, e nell’affidarsi invece soltanto o ai grandi scrittori con una sensibilità scientifica, come Lucrezio, o ai grandi scienziati con una attitudine letteraria, come Galileo. Al quale Italo Calvino, che apparteneva alla prima categoria, attribuiva il titolo di “più grande scrittore italiano”: senza ulteriori qualifiche, e con buona pace di tutti gli altri, da Dante a Manzoni.

Tra gli eredi moderni di Lucrezio, che hanno prodotto capolavori letterari di contenuto scientifico, ci sono almeno il Voltaire degli Elementi della filosofia di Newton (1738), il Giacomo Leopardi di alcune Operette morali (1835), il Raymond Queneau della Piccola cosmologia portatile (1950), lo stesso Calvino delle Cosmicomiche (1965), il Primo Levi del Sistema periodico (1975) e l’Oliver Sacks di Zio Tungsteno (2001).

La schiera degli eredi moderni di Galileo, che hanno prodotto capolavori scientifici di forma letteraria, è ancora più nutrita, e comprende tutti i grandi nomi della scienza: il Keplero del Sogno (1634), il Newton del Sistema del mondo (1685), l’Eulero delle Lettere a una principessa tedesca (1768), il Boole delle Leggi del pensiero (1854), il Darwin dell’Origine delle specie (1859), l’Einstein dell’Esposizione divulgativa della relatività (1916), lo Schrödinger di Che cos’è la vita? (1944), il Watson di La doppia elica (1968), il Monod di Il caso e la necessità (1970), l’Hawking di Dal Big Bang ai buchi neri (1988) e il Greene dell’Universo elegante (1999).

Una biblioteca costituita di questi libri farebbe la gioia di qualunque lettore naufragato nelle vuote storie letterarie o negli aridi testi scientifici, e alla ricerca di libri che combinano la forma con il contenuto: gli unici che contribuiscono a tener alto l’onore del genere umano, e a difenderlo dalle opposte miserie dell’editoria puramente umanistica o puramente scientifica.

IL VECCHIO COME BUONO A PRIORI

Non c’è motivo per cui il vecchio, solo perché è vecchio, dovrebbe essere preferibile al nuovo, solo perché è nuovo. Forse i motivi per privileggiare la letteratura se li inventano i classicisti, perché non conoscono altre cose rispetto a essa. A differenza di tanti altri, che conoscono entrambi i mondi, e possono giudicare con cognizione di causa.

LA CREDENZA CHE L’ORDINE DI IMPORTANZA DELLA LETTERATURA SIA DATA DALLA SUA DIFFUSIONE

Spesso chi da un certo valore alla letteratura difende tale valore con un atteggiamento tipico dei religiosi, perché la letteratura produce emozioni forti, e piacevoli, e riguardo a ciò che piace gli umani sono portati a difenderlo a costo di rappresentare la realtà, e il valore delle cose in essa, in modo falsato.
Non a caso le relIgioni sono rami particolari della letteratura fantastica.
Uno dei motivi per cui si può elogiare la letteratura deriva dal fatto che per valutare la sua importanza si ricorre usare la quantità di persone che apprezzano ed elogiano la letteratura, dicendo che certi testi o certi autori di letteratura sono conosciuti in tutto il mondo, come dato per implicare l’ordine di importanza che essa ha tra tutti i tipi di lettura. Ma questo è un argomento che non funziona. Infatti, le masse si possono sbagliare, anzi, molto spesso si sbagliano e hanno ragione i gruppi ristretti.

L’argumentum ad judicium (o del giudizio) è un tipo di fallacia di consistenza nella quale si afferma che una tesi sia corretta perché è sostenuta da un gran numero di persone.
Alcuni esempi sono “La maggior parte delle persone sostiene quel partito, dunque quel partito ha ragione” o “La maggior parte delle persone crede nell’esistenza di Dio, dunque Dio esiste” o “La maggior parte delle persone sostiene che la realtà sussista, quindi la realtà sussiste”.

LA CREDENZA CHE LETTERATURA PERMETTA L’USO DEL LINGUAGGIO

Leggere romanzi non è necessario per imparare a usare l’alfabeto e scrivere frasi, periodi e raccontare eventi, azioni, emozioni. I saggi insegnano perfettamente a descrivere ciò che accade o ciò che è accaduto, e quindi a usare l’alfabeto imparato.
Inoltre, la storia delle scoperte scientifiche da Aristotele a Newton a Galielo ad Einstein, sono dei racconti, utili anche per imparare a raccontare imitando ciò che si è letto.

L’IMPORTANZA DELLA LOGICA E NON DEL LATINO

Conoscere la logica, cioè lo studio dei procedimenti che differenziano i ragionamenti validi da quelli non validi, cambia la propria intelligenza, sviluppandola. Chi non conosce la logica non riesce a ragionare in modo intelligente, e non è di certo con romanzi che non seguono le leggi della vita che s’impara la logica.

Così come accade con la conoscenza della grammatica, a cui si da una importanza eccessiva rispetto ad altre conoscenze, ad esempio della logica, accade anche con la conoscenza del latino.

Tra i motivi che le persone portano avanti per dare una certa importanza allo studio del latino ci sono: che insegnerebbe a ragionare e argomentare, che serve per conoscere l’etimologia, che serve per la storia e la letteratura.

che il latino abbia una struttura logica e che studiarlo serva a imparare l’analisi logica è uno degli argomenti principali usati dai fan (i professori di latino) per la sua sopravvivenza.

naturalmente, l’argomento è debole. perché mai, per imparare l’analisi logica, bisogna studiarne un’applicazione morta? tanto vale studiarne un’applicazione viva, come il tedesco o il russo, che se non altro hanno il vantaggio di poter essere usati in qualche luogo del pianeta (non marginale come il vaticano).

ma, soprattutto, perché mai per imparare l’analisi logica non basta studiare direttamente l’analisi logica, e più in generale la logica? cosa che, effettivamente, io renderei obbligatoria nelle scuole “di ogni ordine e grado”. con esercizi di applicazione pratica, ad esempio una lettura critica giornaliera dei quotidiani e del breviario.

Ma la capacità di argomentare decentemente arriva da una conoscenza della logica, in particolare Aristotele, e non dal latino. L’analisi logica, che si fa a scuola leggendo frasi di testi letterari, è logica ma non è la logica. Serve solo a identificare la struttura di una frase, non a determinare la correttezza di un ragionamento, come invece fa la logica.

Non sapere il latino non significa automaticamente non sapere storia e letteratura, poichè una buona parte delle etimologie ha in realtà origine greca, quindi se fosse per quello bisognerebbe insegnare pure il greco, e magari anche il sanscrito.
La verità è che si può benissimo imparare l’etimologia anche senza aver studiato latino e greco e sanscrito attraverso la letteratura: ci sono i dizionari etimologici. La giustificazione sulle etimologie parte dal considerare il latino come fosse una lingua primitiva, e non derivata anch’essa, e come se molte delle sue parole non fossero calchi o traduzioni dal greco.

A volte si usano espressioni latine quando si parla, ma se uno vuole sapere che significa “curriculum vitae et studiorum” basta che cerca la traduzione sul web e scopre che che tradotto dal latino significa “corso della vita (e degli studi)”.

Non serve tradurre una versione di Seneca nella vita quotidiana a meno che il proprio mestiere sia quello di tradurre testi in cambio di soldi. E dunque, per quel tipo particolare di persona sarebbe utile e indispensabile studiare la letteratura in tutte le sue sfaccettature, compreso il latino. Ma quello sarebbe un caso particolare che non va esteso a tutti. Così come una persona che produce software deve conoscere l’informatica, ma non come si fanno fotografie, e una persona che produce auto deve conoscere ciò che è necessario per produrle, ma non come si macellano gli animali, e quindi non tutti devono conoscere tutto.

La letteratura documenta l’uso di una lingua, degli usi, dei valori, delle idelogie di un’epoca. Ma ci sono molti altri modi per conoscere l’uso di una lingua, i valori e le ideologie di un’epoca.
Inoltre,se si vuole valutare la letteratura in relazione alla necessità di conoscenze utili ad affrontare la vita, si deve consdierare che la grammatica, l’etimologia, l’uso della lingua, la logica, si possono imparare anche leggendo saggi, anzi, soprattutto.

Ma invece hanno bisogno di una conoscenza universalmente condivisa, e in aggiunta una conoscenza particolare per le esigenze individuali. Invece trattando la conoscenza di cui si ha bisogno per quanto riguarda i bisogni che toccano tutti, e quindi una conoscenza universalmente utile, la letteratura va messa dopo altri tipi di conoscenza.

In una società ideale queste conoscenze le si dovrebbero insegnare dalle elementari all’università, riproponendole in modo diverso, e in proporzione diversa, con l’aggiunta di materie più specialistiche e distanti dai problemi quotidiani, volte alla professione. Ma anche le materie professionalizzanti dovrebbero essere tutte correlate con le necessità della vita. Ma nella società attuale si è costretti a impiegare il proprio tempo per imparare cose necessarie per lavorare e non per vivere, perché lo scopo è il guadagnare soldi attraverso una professione, indipendentemente dall’utilità di quest’ultima.

Credenza che lo studio della letteratura sia indispensabile per acquisire un rigore e un autocontrollo mentale
Anche nel leggere o nello studiare la letteratura ci sono parti positive per il benessere umano, come l’allenamento della memoria, o l’allenamento della persistenza a stare fisicamente nello stesso posto davanti a un libro, o l’allenamento della concentrazione a rimanere mentalmente sugli stessi pensieri per lungo tempo.
Ma questa caratteristica vale per ogni attività che implichi la facoltà dell’attenzione e della memoria, e non può quindi essere usata per stabilire il valore della letteratura. Si può invece dire che le stesse caratteristiche ce l’ha lo studiare la scienza o la matematica, ma poi alla fine nella testa rimangono cose ben più reali e utili.
La paura per una interrogazione o un esame, di qualsiasi materia, non può fornire la conoscenza di come funziona la vita, ma magari può fornire la capacità di concentrarsi su qualcosa a lungo.
Perché ci vuole un grande sforzo per rimanere concentrati su qualcosa dato che la tranquillità e la concentrazione sono qualità che la società di oggi considera difetti, e non solo non persegue, ma impedisce attivamente. Basta pensare al bombardamento di pubblicità al quale vengono sottoposti non solo gli adulti, ma anche i ragazzi. Quindi diventa difficile immaginare di poter risolvere un problema difficile, se ogni cinque minuti si viene distratti.

Ma qualsiasi tipo di studio, implicando una concentrazione e un impegno indipendente dai propri desideri, emozioni e volontà allena all’autocontrollo, e dunque la letteratura non è superiore ad altri. Ma anzi, la matematica è per antonomasia una materia in cui non si può barare, e in cui i nodi vengono subito al pettine, e quindi si può concludere che sia superiore alla letteratura in quanto a rigore.Infatti, lo standard di rigore adottato dalla matematica è contrapposto allo stile letterario della letteratura, e la matematica insegna anzitutto proprio quello standard. Questo è il primo motivo per studiarla: perché chi viene forgiato da una logica ferrea, nella quale un solo segno sbagliato può provocare disastri irreparabili, rimarrà felicemente sordo alle sirene della metafisica filosofica o teologica.
Inoltre, allenare certe facoltà non basta, perché oltre ad allenare le proprie capacità mnemoniche, di autocontrollo emotivo, di attenzione, serve anche conoscere le cose che servono, oltre ad allenarsi ad un autocontrollo, e alla lettura approfondita e prolungata. E la letteratura, in quanto fantastica non può fornire quella conoscenza e saggezza che serve per vivere. Dante, petrarca ecc sono del tutto inutili per conoscere come funziona la vita e come evitare tante sofferenze. Anzi, alcune volte sono pure dannosi.

Dell’estetica si può apprezzare la tecnica, e il piacere che dà, ma non fornisce conoscenza e saggezza, così l’arte. Un romanzo può dare informazioni, e far riflettere, e quindi si può considerare più importante delle opere estetiche, ma meno dei saggi e dei manuali di scienza.

Non c’è nulla di male a studiare qualunque cosa piaccia, ma il fatto che piaccia a qualcuno non può diventare la scusa per imporre quel piacere a tutti. anche perché è ovvio che l’utilità è un fatto oggettivo, e la bellezza un valore soggettivo. si tratta della contrapposizione tra fatti e valori. contrapposizione che però è fomentata da coloro che credono che solo i valori siano importanti, mentre i fatti sono “solo interpretazioni”.
anche oggi in matematica esistono aree esoteriche, che qualcuno studia perché piacciono a lui. ma poi non gli si chiede di insegnarle agli studenti delle scuole, e si pretende che comunque egli insegni ciò che serve oggi, nell’attesa che magari un domani anche le altre cose servano. in altre parole, la scuola non è un luogo di divertimento (meno che mai dei professori), ma un luogo di formazione (soprattutto degli studenti). e non si formano le persone insegnando loro ciò che piace a noi, ma ciò che serve a loro.
Dante fornisce un esempio paradigmatico. La sua idea di andare a spasso per i cieli accompagnato da una ragazzina idealizzata è peregrina: basta leggere in canto II del paradiso, dove la ragazzina ignorante “spiega” la natura della luna a dante, chiamando in causa l’astronomia angelica dello pseudo-dionigi, che associava a ogni cielo e pianeta un ordine di gerarchie angeliche. Queste stupidaggini dovrebbero semplicemente essere stigmatizzate, invece di pretendere che gli studenti le studino, come se fossero sensate.
Brunetto Latini era un po’ più sensato di dante, e infatti nel suo “tesoretto” voleva andare a spasso per i cieli accompagnato da tolomeo, che sarebbe stato molto più sensato e molto meno ignorante di beatrice. Dante poteva mandare brunetto latini all’inferno, ma noi dovremmo mandarci lui: non solo per aver scritto delle stupidaggini, ma per averle scritte così bene, che gli ignoranti come lui pretendono di insegnarle come se fossero cose serie, solo perché suonano bene.

sono anni che il liceo classico, ormai percepito come un malato terminale, viene mantenuto artificialmente in vita con l’accanimento terapeutico. che consiste in una battaglia mediatica su tutti i fronti, dalle “giornate mondiali per la lingua greca” ai libri che esaltano le specificità di questa lingua e del latino.

i media, poi, spesso sono in mano a ex-liceali, che condividono con i suddetti autori la stupidaggine che è la lingua che si usa a far dire cose belle o geniali, e non ciò che sta nel cervello di chi le usa.

lucrezio, ad esempio, si lamentava che il latino fosse una lingua barbara, ma i liceali non lo leggono, e se lo leggono non lo capiscono.

naturalmente, ogni lingua è bella a mamma sua: heidegger, ad esempio, sosteneva che per dire certe cose bisogna parlare in tedesco, e in francese non si può (“solo un dio ci può salvare”, intervista pubblicata postuma). i francesi, meno stupidi, per fortuna non la pensano al contrario, ma severino e cacciari sono d’accordo con lui, invece

LA CREDENZA CHE ESISTA SOLTANTO LA LETTERATURA DA POTER LEGGERE

C’è chi pensa che leggere equivalga a leggere letteratura, arrivando quindi a pensare che senza di essa non si leggerebbe, e che dunque essa sia indispensabile alla vita umana. Infatti, molte persone che hanno letto libri, non hanno mai letto saggi, e non sanno che esistono, né che molti di essi trattano temi di vita quotidiana di cui potrebbero servirsi.
Ma chi pensa questo si dimentica che la lettura è la decodificazione di testi prodotti in una lingua e codificati nello scritto per mezzo di simboli che possono essere percepiti con la vista, o col tatto (nel caso della scrittura Braille), e poiché non esiste solo la letteratura, si può concludere che senza letteratura si potrebbe comunque leggere.

La produzione letteraria e umanistica è meglio nota di quella matematica e scientifica, in parte anche a causa delle difficoltà oggettive di linguaggio della seconda. Il risultato è che il vasto pubblico finisce col conoscere bene opere che lasciano il tempo che trovano, e con l’ignorare malamente descrizioni della realtà che cambiano lo spazio che abitiamo. Così, a volte si conosce centinaia di opere di fantasia, sia di letteratura che di cinema, ma non si conosce nessuna opera scientifica.

Credenza che non si possano trasmettere certe conoscenze sulla vita quotidiana
Se qualcuno non crede che si possano insegnare e quindi imparare certe cose, non le insegna, e non si pone neanche il problema se la scuola debba insegnarle, perché tanto non possono essere insegnate.
Ma la verità è che, diverse modalità di vivere e risolvere i problemi esistono già, nascoste in dibattiti che non raggiungono la vita quotidiana, distribuiti e diffusi da decenni in numerose discipline: fisica, neuroscienze, psicologia cognitiva, sociologia, scienza in generale.
La scienza, dopo essersi a lungo interessata del cosmo, di cose lontane dall’essere umano, nell’Ottocento ha iniziato a interessarsi di ciò che succede sulla Terra. Il ritardo è giustificato dal fatto che i problemi legati alla vita sono molto più complessi di quelli legati, per esempio, al moto dei pianeti.
La scienza procede un passo dietro l’altro, e se si vuole fare un percorso lungo, non si cerca di fare un salto da giganti, ma si procede lentamente per gradi. Allora, prima si affrontano i problemi più abbordabili, anche se magari si potrebbero considerare meno interessanti, e poi ci si avvicina a temi sempre più complessi, e magari anche più interessanti.
Per quanto riguarda la soddisfazione dei bisogni fisiologici, moltissime discipline possono permettere di comprendere i processi di causa ed effetto, e quindi riuscire a prvederli e controllarli.
Per ciò che avviene durante la cucina, quell’insieme di pratiche e tradizioni legate alla preparazione di cibi e bevande, che serve per soddisfare il bisogno fisiologico primario dell’alimentazione, la chimica fornisce la conoscenza del cosa succede quando si utilizzano gli strumenti della cucina, e quindi fornisce anche la conoscenza sul come usarli, quando usarli, e come non usarli..
La microbiologia, per l’igiene e la salute, (dal greco mīkros, “piccolo”; bios, “vita” Logia studio), una branca della biologia che studia la struttura e le funzioni dei microrganismi, cioè di tutti quegli organismi viventi unicellulari, pluricellulari o acellulari, come batteri, Archaea, alcuni tipi di funghi, lieviti, alghe e protozoi, virus e prioni, che non sonovisibili ad occhio nudo, ma che possono essere visti con il microscopio, ottico o elettronico, attraverso l’attenta osservazione e opportune colorazioni è possibile riconoscere la maggior parte dei microrganismi, utilizzando sia a basso ingrandimento per visualizzare la morfologia della colonie batteriche, sia ad alto ingrandimento, per analizzare le caratteristiche dei singoli batteri. Il microscopio elettronico viene invece utilizzato a scopo di ricerca nella virologia, la scienza che studia i virus, piccole entità biologiche che non possono essere apprezzate con la normale microscopia. L’igiene, infatti implica oltre a apprendere le norme di comportamento e di pulizia della persona, dell’ambiente e degli strumenti, implica soprattutto studiare le caratteristiche degli agenti che portano le malattie, per riuscire a distruggerle prima della riproduzione e trasmissione, e quindi avvalersi della conoscenza della microbiologia.

Esistono centinaia di autori che hanno scritto saggi e manuali su ogni aspetto della vita inerente ai bisogni primari, e ai desideri che si possono avere. Questa dunque è una prova che qualcosa di più certo sulla vita si può registrare e tramandare.

Difficoltà a credere che i libri scientifici possano trasmettere conoscenze sulla vita quotidiana
Il fattore che impedisce di credere che i libri di scienza possano fornire un certo tipo di conoscenza sulla vita quotidiana è che spesso queste riflessioni trascritte nei libri trascurano l’esperienza soggettiva delle esigenze comuni a tutti gli esseri umani, (bisogni fisiologici, problemi emotivi e altro) con il risultato di alimentare unicamente un ulteriore dibattito interno alle singole discipline, e nascosto e lontano dalla vita di tutti i giorni, e quindi perpetuare l’idea che una conoscenza approfondita, accumulata nei secoli, e scientifica non possa esistere riguardo alle attività di tutti i giorni, ma che certe conoscenze e discipline, come le neuroscienze, servano soltanto in contesti differenti dalla vita quotidiana, ad esempio negli ospedali, o nei laboratori, o nelle industrie per fabbricare tecnologie. Quello che i media (televisione, radio, carta stampata e web) chiamano “divulgazione” è troppo spesso una volgarizzazione dei contenuti della scienza, effettuata in buona o cattiva fede da professionisti della comunicazione da un lato, ma dilettanti della conoscenza dall’altro. La divulgazione è dunque troppo spesso un involucro semivuoto, quasi sempre impacchettato in fotografie di corpi celesti in rivoluzione e di corpi animali in riproduzione. La scienza “vera”, cioè teorica, non riceve che un’attenzione marginale, e della matematica non si parla dei suoi risultati e dei suoi protagonisti che in casi eccezionali.

Tuttavia, la cultura serve ad avere strumenti cognitivi per far fronte agli accadimenti della vita. Dalla soddisfazione dei bisogni fisiologici (bere, mangiare, dormire, fare sesso…), alla vita in società, alla gestione delle emozioni e dei sentimenti, all’elaborazione del dolore e della morte. Dunque, se la società non mette a disposizioni percorsi di conoscenza ordinati in base a ciò che davvero serve per vivere, ognuno può scegliere di ricercare nell’eredità della cultura ciò che gli serve per vivere meglio, anche se farà molta più fatica, impiegherà molto più tempo e compierà molti più errori che nel caso in cui la società avesse già preparato un percorso di conoscenza adeguato.

Quindi, per ogni tipo di disciplina, chimica, fisica, psicologia, sociologia e le altre, chi la studia autonomamente e vuole apprenderla, ha la necessità di riuscire ad acquisire un’idea corretta di cosa la chimica effettivamente sia, prima ancora che ne vengano acquisiti i contenuti informativi specifici.
Prima ancora che imparata, la chimica dev’essere riconosciuta e quindi accettata nella sua valenza di disciplina trasversale: un approccio questo che segna una fondamentale differenziazione rispetto alle altre discipline, pure anch’esse scientifiche o tecnologiche, di tipo settoriale. In secondo luogo dovranno essere compresi anche i confini disciplinari della chimica che cede il passo alla fisica quando passa a considerare l’organizzazione più elementare, ed alla biologia (o alla geologia, o alla scienza dei materiali) quando prende in esame l’organizzazione più complessa della materia.
Il riconoscimento della connotazione chimica, o degli aspetti chimici relativi a fenomeni, pratiche ed oggetti con i quali abbiamo a che fare quotidianamente, è certamente il primo passo in direzione di un obiettivo di sensibilizzazione. E quindi ottenere la consapevolezza del fatto che la chimica non debba essere identificata, in linea con la sua iconografia popolare più diffusa, con i suoi strumenti, le sue formule e le sue polverine composte da sostanze idealmente pure, ma rappresenti semplicemente un modo per vedere, intendere ed interpretare la realtà materiale che ci circonda e della quale facciamo parte. Un punto di osservazione privilegiato, quindi, estremamente oggettivo, coerente e sottile, che ci offre inoltre la possibilità di intervenire sulle realtà stesse esaminate, almeno entro certi limiti, al fine di modificarle e di trasformarle in modo controllabile e nel senso desiderato. La vera magia offerta dalla chimica non consiste quindi in esplosioni di effervescenze e di colori mutevoli, tanto sorprendenti quanto impermeabili ad un approccio razionale, ma piuttosto nella straordinaria possibilità di operare delle trasformazioni intenzionali e mirate della natura stessa delle sostanze e, per estensione, degli oggetti che ci circondano, dando all’essere umano uno strumento razionale straordinariamente potente per migliorare il mondo in cui vive.
Perciò, in un mondo in cui la società non aiuta a conoscere la realtà attraverso libri di scienza, ma sostituisce la letteratura ad essi, si dovrebbe scegliere autonomamente di stare attenti a non confondere la realtà dalla finzione, perché la letteratura abitua alla dissolvenza del confine che separa la realtà e la finzione, con opere che si presentano come realiste, pur essendo completamente fantastiche.
Bisogna distinguere i vari tipi di libro senza esaltare a priori la lettura dei libri. Perché la lettura può essere utile o inutile, dannosa o benefica.
E per fare una distinzione utilitaristica delle lettura bisogna considerare il fatto che ciò che spinge i letterati a inventare mondi fantastici, impiegando anche anni di tempo, invece di preoccuparsi di quello reale, è un problema da psicanalisti. Infatti, tra le cose da sapere, il mistero di come sia nata la vita e come funzioni, o il mistero della materia oscura, è più grande del mistero del sorriso della Gioconda.

Gli adolescenti non vengono preparati alla vita in generale dalla scuola, ma neanche dai media, e a volte neanche dai genitori.
Nessuno a scuola spiega ai ragazzi cosa potrebbe succedere loro se non trovassero lavoro e non avessero qualcuno che li possa aiutare, e cosa dovrebbero fare per sopravvivere.
Ed è assurdo, perché in quel modo probabilmente gli infiniti discorsi su quant’è importante studiare per lavorare li potrebbero capire.
Ma d’altronde a scuola non ti spiegano niente della vita, forse perché pensano che poi a casa ci sia un’altra scuola, che però non è affatto assicurata. E dovrebbe invece essere assicurata dallo Stato “la scuola della vita”.
Perché di Dante nella letteratura, Garibaldi nella storia, Singapore nella geografia, alla fine le persone ci fanno ben poco quando devono vivere la realtà e non la fantasia, il presente e non il passato, e il proprio paese e non quello di qualcun altro, quando devono vivere.
Invece come funziona il proprio pene e la propria vagina, come funziona il proprio cuore, la propria mente, cosa si deve fare quando si perdono tutti i soldi perché qualcuno li ruba e si è da soli quello si che serve saperlo, e più in generale conoscere i princìpi della natura che regolano la nascita, la crescita, il sostentamento, la morte e la dissoluzione di tutte le cose. Perché come i raggi del Sole o la luce del giorno illumina le cose, la visione e la ragione scientifiche dissipano il terrore e le tenebre dell’interiorità.

a scuola non si dovrebbero studiare né dante, né manzoni, perché sono troppo squilibrati sul lato religioso. le ore di italiano spesso si configurano come estensioni o supplementi surrettizi dell’ora di religione.

si usa anche l’argomento contrario, tanto per coprire tutti i fronti. e cioè, che bisogna studiare la religione cattolica perché, senza di essa, non si capirebbe molta dell’arte del nostro paese: non solo dante e manzoni, ma anche molta pittura (della musica, chissà perché, nessuno se ne frega). in altre parole, l’ora di religione spesso si configura come un supplemento surrettizio alle ore di italiano. e in tal modo il cerchio si chiude.

naturalmente, sia dante che manzoni sono anacronistici, e con i ragazzi di oggi (ma anche con quelli di ieri e dell’altro ieri) sarebbe (stato) meglio far leggere i moderni, che almeno avrebbero il vantaggio di essere attuali, e di non apparire esponenti di potenze culturali che probabilmente fanno venire l’allergia a quasi tutti i ragazzi.

l’ora di ginnastia era nata per far fare un minimo di attività sportiva a ragazzi che all’epoca non facevano assolutamente nulla: non c’era la cultura della cultura del corpo, e aveva senso stimolarla un minimo.

oggi i ragazzi fanno sport di ogni genere, fin dall’infanzia: calcio, nuoto, tennis, sci, alpinismo,pallavolo, atletica, palestre varie… l’ora di ginnastica è diventata un ridicolo anacronismo, che serve ormai soltanto a mantenere in vita la classe dei professori di ginnastica.

i quali, uniti ai professori di religione, partecipano comunque a pieno titolo, e a parità degli altri insegnanti, ai consigli di classe e agli scrutini. non si vede per qual motivo il loro giudizio su un alunno o uno studente debba essere equiparato a quello degli insegnanti di materie sensate. soprattutto quando il loro veto può impedire la bocciatura, secondo la novità della “buona scuola” qui discussa.

paradossalmente, basta che un ragazzo sia un baciapile, ad esempio, per assicurargli la promozione per tutto il curriculum inferiore e medio di studi, anche se è un asino in tutte le materie.

oggi i libri per invogliare la magior parte dei giovani ad essere letti devono competere con i videogames, le serie tv, l’alcol, la droga, la moda, l’estetica.

se lo scopo è insegnare e invogliare a leggere, sia dante che manzoni sono le scelte ottimali per non raggiungerlo: infatti, due terzi della popolazione non leggono nemmeno un libro all’anno, anche se a scuola ci vanno tutti, o quasi. se invece si raggiungesse lo scopo, chiunque potrebbe poi leggere non solo dante e manzoni, ma anche l’ariosto e galileo, per conto suo.

Ovviamente, non si legge mica solo dante, a scuola, ma lo si legge in maniera sproporzionata all’interesse e alla sensatezza della sua visione del mondo, e lo si fa perché quella visione del mondo coincide con quella anacronistica della chiesa. Non è un caso che Benigni venga elogiato dal Cardinal Bertone, quando recita “vergine madre” in televisione. La “commedia” è un’opera di propaganda teologico-religiosa, che sarebbe bene evitare di far leggere a scuola, visto che già se ne fa abbastanza, di quel genere di propaganda. Il mondo dantesco è anacronistico, leggere dante è anacronistico, e di nuovo sarebbe meglio evitare di farlo leggere a scuola, visto il livello di ignoranza scientifica che esiste nel nostro paese. Dante è un poeta: dice bellissime parole, ma pessime cose. Non bisogna aspettarsi da un poeta, e in particolare dante, qualcosa di sensato. Il “senso” non sta nella poesia, non più di quanto non stia nella musica: due attività meravigliose, che servono a farci passare molte ore di felicità, ma che non possono rispondere a nessuna nostra domanda. Non perché si sa maneggiare bene le parole, per forza di cose si sa maneggiare bene anche i concetti.

La prosa Leopardiana è veramente antiquata e pesante, indipendentemente dai concetti espressi. ad esempio, le “operette morali”, che condensano in forma letteraria i pensieri dello “zibaldone”, sono interessanti come argomenti, ma pedanti nella forma, che li rende scostanti da leggere.

forse per il fatto che viveva nel passato (dei libri), e non nel presente (della vita), leopardi parlava invece in una maniera desueta. basta fare il raffronto con galileo, ad esempio, che veniva due secoli prima, ed è più leggibile di lui. non è un caso che calvino considerasse galileo, e non manzoni (per non parlare di leopardi) come il più grande prosatore italiano.

diverso è il caso della poesia, dove l’anacronismo linguistico aggiunge, invece di togliere, al fascino. cosa che, d’altra parte, vale anche per gli altri poeti antichi, da dante ad ariosto: cantare in una lingua desueta non dà fastidio, soprattutto se non interessano le parole, ma solo il loro suono (come d’altronde succede in generale nel canto, dalle canzonette all’opera). ma parlare in una lingua desueta è insopportabile, anche quando ciò che uno sta dicendo interessa, o potrebbe interessare.

come dice il suo nome, la metafisica non è qualcosa di fisico: come, ad esempio, le particelle elementari. ma qualcosa che va “oltre” la fisica, appunto. è per questo che la metafisica non ha cittadinanza nella scienza: qualcuno, come negli esempi che ho portato a proposito di keplero e newton, può ovviamente usare la metafisica per ottenere i propri risultati, ma fino a quando non li giustifica in maniera fisica, attraverso osservazioni e deduzioni, la cosa rimane fuori dalla scienza.

in genere la metafisica usata dagli scienziati nel proprio lavoro prende la forma di una “visione del mondo”, più o meno coerente con quello che già si sa, ma più vasta, e dunque in grado di dare intuizioni su ciò che ancora non si sa. ma quella “visione del mondo” è un fatto soggettivo, e non interessa che coloro che l’hanno: solo quando si passa al livello oggettivo, verificando una particolare intuizione, la cosa cessa di essere personale e diventa sociale, in particolare entrando a far parte della scienza.

a volte la metafisica può semplicemente essere un’allucinazione indotta dall’attività onirica, o addirittura dalla droga. il caso della scoperta della struttura esagonale del benzene da parte di kekulè è un esempio del primo caso, e quello della scoperta della pcr da parte di mullis un esempio del secondo.

naturalmente, i metafisici ritengono invece che qualunque “visione del mondo”, meglio se misticheggiante o religiosa, così come qualunque sogno, o qualunque allucinazione indotta da una pera, abbiano non solo diritto di cittadinanza a fianco del pensiero razionale, ma siano addirittura manifestazioni di un pensiero “superiore”. ed è appunto questo che separa la scienza da un certo umanesimo. o, se si preferisce, il buon senso dal non senso.

Non è stata la metafisica a far arrivare keplero alla risposta corretta. infatti, la stessa metafisica ispirava anche il suo “mysterium cosmologicum”, dove spiegava i motivi delle proporzioni fra le orbite dei pianeti, e quello è stato un (altrettanto famoso) buco nell’acqua.

Sia Keplero che Newton sapevano benissimo usare i ragionamenti scientifici, e lo fecero. E quando usarono solo quelli metafisici, non arrivarono da nessuna parte: si può vedere lo spreco di tempo che newton fece nell’alchimia e nella fantascienza teologica. Nessuno dei quali portò a nulla, letteralmente.

Ma il bello della matematica e della scienza è che uno può arrivare ai risultati usando quel che meglio gli pare, metafisica compresa, ma poi quello che conta è ciò che resta: come diceva gauss, alla fine si tolgono le impalcature, e l’edificio deve rimanere in piedi da solo. e questo è ciò che rende matematica e scienza così diverse da tutte le altre discipline, in particolare filosofia e letteratura.

Infatti, provando a togliere la metafisica dalla “divina commedia”, si vede che guscio vuoto rimane. Provando invece a toglierla dai “principi” di Newton, non ci si accorgerà di nulla.

La “poesia” che rimane quando uno toglie il contenuto è equivalente alle “parole vuote”, appunto. I versi di Cecco Angiolieri, descrivono cosa un contemporaneo di Dante pensava del “sommo poeta”, che viveva tranquillamente in esilio, mentre lui finì al rogo:

“Qui non si canta al modo delle rane
Qui non si canta al modo del poeta
Che fìnge, immaginando, cose vane;

Ma qui rislende e luce ogni natura
Che a chi intende fa la mente lieta.
Qui non si gira per la selva oscura.

Qui non veggio né Paolo né Francesca,
Delli Manfredi non veggio Alberico…
(eccetera, eccetera)”

il problema del messaggio è, appunto, che non ce n’è nessuno! o, se c’è, è in genere appunto una visione malata, da cui sarebbe meglio stare alla larga. se uno tiene conto del messaggio, dunque, casca nella trappola.

sul fatto che si tenga conto della struttura si può dubitarne. ad esempio, se uno prende i primi due versi della “commedia”:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura

si accorge che si tratta di endecasillabi di tipo diverso, determinati da dove cade il primo accento: sulla sesta sillaba nel primo, e sulla quarta nel secondo. il primo si chiama maggiore, e il secondo minore, e la loro alternanza è simile all’alternanza degli intervalli (ad esempio, di quinta, o di terza) in musica. la “commedia” è piena di queste cose, ovviamente, che stanno alla poesia come le successioni di accordi stanno alla musica. ma in un caso e nell’altro, della poesia e della musica, in genere non si fa affatto attenzione a queste cose, anche perchè siamo in genere analfabeti letterali e musicali, e si bada al “messaggio”.

non si deve confondere la metafisica, che parla di ciò che va oltre la fisica ed è, per dirla con borges, “un ramo della letteratura fantastica”, con la fisica teorica, che parla appunto di fisica, anche quando non è ancora stata verificata sperimentalmente.

in ogni caso, la teoria delle stringhe è tanto metafisica quanto la relatività generale, che d’altronde è una parte di essa.

Al momento della sua presentazione nel 1915, la relatività generale faceva MENO previsioni della teoria delle stringhe: sostanzialmente, la precessione del perielio di mercurio e la deviazione della luce da parte della materia. non dimentichi che la teoria delle stringhe PREVEDE la gravità, a differenza ad esempio della teoria di newton, che la POSTULAVA. i critici della teoria delle stringhe si dimenticano volentieri di questa previsione, e ne vorrebbero altre: giustamente, ma già questo solo fatto dimostra che la teoria delle stringhe non ha nulla a che fare con la metafisica.

LA SVALUTAZIONE DELLA COMPRENSIONE DEI TESTI
Alcuni si vantano di avere molti libri, ma non basta possederli, bisogna anche leggerli. E si vantano anche di aver letto molti libri, ma non basta leggerli, bisogno anche comprenderli e soprattutto ricordarli.
I libri permettono di illudersi di sapere qualcosa perché la si legge, (o perché si possiede i libri sulla libreria e quando si vuole si può leggerli) e non perché la si ricorda a memoria (dopo che qualcuno l’ha insegnata oralmente).

Ma per avere conoscenza non basta poter leggere qualcosa, anche se si è scelto un libro adatto a conoscere il mondo. Ma è vero allo stesso modo che non basta nemmeno saperla a memoria. Da questo punto di vista le due cose (i libri e la memoria) sono equivalenti. E infatti lo dimostra il fatto che gli attori, che sanno un sacco di cose a memoria, non per questo hanno maggiore o minore conoscenza di chi quelle stesse cose le legge sui libri.

La differenza non è tra avere e leggere i libri, ma tra leggere (o sapere a memoria) e capire. E infatti, anche nelle scuole si critica(va) uno studente che sa le cose “a memoria”, o ripete solo ciò che ha letto.

I LIBRI PRESENTATI COME SCIENTIFICI NON SONO AUTOMATICAMENTE SCIENTIFICI

Quando si vuole conoscere la verità, e quindi si selezionano i testi da leggere tra la categoria dei testi scientifici, bisogna fare attenzione al fatto che alcuni testi si presentano come scientifici ma non losono.
Tra le informazioni corrette che si possono trovare, ci sono truffe mediche, bufale legate alla salute, malattie inventate dalle aziende farmaceutiche, illusorie “terapie alternative”, sui media, (come il negazionismo dell’AIDS o la correlazione-truffa di Wakefield tra vaccini e autismo) e quindi bisogna sapersi chiedere “Come fai a dirlo?”. “Come puoi dire che A causa B?” Come fai a dire che il vaccino causi l’autismo, e che l’HIV non sia la causa dell’AIDS?

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Ad esempio, il China Study, fin dalla copertina, viene spacciato per «lo studio più completo sull’alimentazione mai condotto finora». Grazie a milioni di copie vendute nel mondo (circa 500.000 in Italia), ha convinto altrettante persone a seguire una dieta che promette, sulla base di certezze scientifiche, salute e longevità. Peccato che si tratti della classica bufala: anzi, a dire il vero, di una delle bufale meglio riuscite della storia della ricerca sull’alimentazione umana. Lo studio non viene pubblicato su una delle riviste scientifiche accreditate, come ci si aspetterebbe da un gruppo di scienziati seri, e a rendere irresistibile l’ascesa di certi testi ci pensano a volte le trasmissioni televisiva.

FINZIONE E BAMBINI

Gli adulti non credono siano vere delle finzioni (da Babbo natale, passando per il Fantadrago de la storia infinita, ai pokemon) ma credono comunque che lo siano altre finzioni (dalla verginità della madonna ai poteri paranormali). La confusione tra verità e finzione in quelle cose a cui loro non credono è ritenuta come un elemento positivo che aiuta a vivere i bambini da molti adulti (ancora di più nel caso della madonna, se ci credono).  Infatti ai bambini sin da piccoli vengono forniti cartoni animati, film e telefilm incentrati sulla confusione tra finzione e realtà, attraverso tv e internet.

Tra le varie figure fantastiche che ci sono, ce n’è una che viene trattata diversamente dai genitori. I genitori non affermano che “Batman esiste”, o “Goku” esiste, ma possono affermare ai loro bambini che “Babbo Natale esiste”, il quale è una figura che sembra esistere appositamente per i bambini. Pubblicità, e cinema forniscono a miliardi di bambini la possibilità di credere che babbo natale esista.

La corsa al Natale è uno dei periodi più “caldi” del palinsesto pubblicitario. Alcune campagne pubblicitarie fanno ridere, altre piangere, quel che è certo è che tutte quelle di maggior successo fanno leva sulle nostre emozioni e memorie più profonde ed è anche per questo che a distanza di anni le ricordiamo perfettamente. Le multinazionali finanziano registi per girare filmati in cui babbo natale fa qualcosa per i bambini. I bambini che guardano la tv si identificano negli altri bambini, provano emozioni piacevoli, e ipotizzano che sia possibile.

Si sa che i bambini non hanno la testa completamente a posto, nel senso che non distinguono bene la realtà dalla immaginazione e dalla finzione.
La testa va a posto, quando ci va, con il processo di maturazione. o, almeno, ci andava, quando ci andava, se la fantasia e l’immaginazione venivano doverosamente imbrigliate e tenute separate dalla realtà.
Oggi, nell’era dell’immersione continua e totale nel cinema, nella televisione e in internet, il principio di realtà è diventato un optional.
Viviamo nella finzione globale, dunque, le teste fuori posto sono enormemente aumentate, e i risultati si vedono. anzi, si può quasi dire che, ormai, le teste fuori posto sono quelle che una volta erano a posto, e che stanno diventando una specie in via di estinzione.

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Santa Clause (The Santa Clause) è un film del 1994 diretto da John Pasquin.

È una pellicola di Natale, distribuita da Walt Disney Pictures e Hollywood Pictures, interpretata da Tim Allen. Scott Calvin è un padre che si trova contrattualmente vincolato a diventare il Babbo Natale quando butta giù dal tetto involontariamente Babbo Natale, e viene convinto da suo figlio a indossare il suo vestito.

Ogni anno a Natale “arrivano” Gesù Bambino, i Re Magi, la stella cometa e il presepe: tutte cose che, bene o male, hanno a che fare con la leggenda evangelica. Ma nello stesso periodo arrivano anche Babbo Natale e la Befana, che invece sembrano sbucare fuori dal nulla. Babbo natale e Gesù bambino svolgono gli stessi compiti istituzionali, che sono appunto legati al mercimonio del “natale”
Babbo Natale è un tipico esempio di stupidità tendente a inventare favole, e a formare miti. In principio infatti era Nicola di Bari, il santo dell’Asia Minore, famoso nell’antichità per il dubbio merito di aver preso a schiaffi Ario al Concilio di Nicea. L’associazione con Bari deriva dal fatto che una parte delle sue spoglie, sparse in varie città, si trova appunto in Puglia. E l’associazione con Babbo Natale, ancora più assurda, dal fatto che il suo nome nordico è Sankt Nikolaus, da cui Santa Claus. L’apparenza cicciottella e barbuta e il vestito rosso, infine, sono un’invenzione dello scritto Clement Moore nella poesia Visita a San Nicola (1823).
Quanto alla Befana, il nome è una storpiatura di epifania, che a sua volta significa “apparizione” e ricorda l’arrivo dei Re Magi guidati dalla stella cometa. Il legame con la strega benevola a cavallo della scopa è ovviamente un sincreti(ni)smo pagano, e conferma che le stupidità sacre e profane convivono felicemente.
Non si capisce perché raccontare ai bambini che esiste un signore con dei poteri paranormali che porta i regali ai bambini a Dicembre di notte senza che mamma e papà facciano alcuno sforzo per comprarli, come se si rinunciasse in partenza a insegnare loro ad apprezzare che sono mamma e papà a fare i regali, e che lo fanno in una società capitalista in cui si deve lavorare per ricevere soldi per comprare beni e servizi. Non solo per fare regali superflui, ma anche per mangiare, bere, dormire, e dunque evitare di morire. E che per questo, infatti, ci sono bambini che non ricevono regali, soprattutto costosi, a natale, a causa del fatto che i genitori non hanno neanche i soldi per mangiare e perché non c’è un babbo natale a portarglieli. E che a volte lavorare, per mamma e papà, è brutto, triste, difficile, incerto, umiliante.Tuttavia affermare che i bambini devono sapere che babbo natale non esiste realmente ma si tratta di una storia fatta per dare un pò di piacere è interpretato da molti come ingiusto.Giovedì 29 dicembre si è tenuta a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, la prima italiana dello spettacolo Disney in Concert: Frozen, in cui musicisti e cantanti si esibivano mentre veniva proiettato su uno schermo il popolare film d’animazione della Disney. Alla fine dello spettacolo, durato circa due ore, il direttore d’orchestra Giacomo Loprieno ha preso in mano il microfono e secondo le testimonianze ha detto: «Comunque Babbo Natale non esiste».Albert Einstein commentò che “i grandi spiriti sollevano sempre una violenta opposizione nelle menti mediocri”. Una frase che, con le dovute proporzioni, si adatta anche al ridicolo can can sollevato all’Auditorium di Roma da uno stuolo di genitori stupidi, che si sono inalberati perché il direttore d’orchestra ha osato bestemmiare di fronte ai loro ignari bambini dicendo che “Babbo Natale non esiste”, e minacciando una “class action” contro il musicista.Non si capisce se quei “genitori” credano effettivamente che Babbo Natale invece esista, e pretendano dunque che non si menta ai loro figli su un fatto di così fondamentale importanza per le loro giovani vite. O se neghino l’evidenza per evitare di essere svergognati come mentitori di fronte ai propri figli, facendo la figura degli idioti. O se pensino di avere il diritto di agire impunemente da padri padroni, impartendo qualunque menzogna ai figli e pretendendo che nessuna persona di buon senso possa sollevare obiezioni.I sentimenti e le motivazioni siano aspetti soggettivi, che hanno poco a che vedere con affermazioni oggettive. Negare l’evidenza è sintomo di “idiozia”, nel senso letterale di possedere una “visione privata” del mondo, qualunque siano i sentimenti e le motivazioni che portano ad averla.L’assurdo sta però nel fatto che il direttore d’orchestra è stato immediatamente sostituito da un altro che, altrettanto immediatamente, si è fatto fotografare insieme a un “Babbo Natale”. Sembra che a doversi imbarazzare sia stata l’unica persona di buon senso dell’intera faccenda, quella che ha detto un’ovvia verità, e non le persone senza senso che hanno inscenato una piccola riedizione della caccia alle streghe già subita a suo tempo da Bertrand Russell.Anche se oggi, più che di caccia alle streghe, si dovrebbe parlare di un gigantesco “Truman Show”, in cui tutti mentono non solo a se stessi, ma anche ai propri bambini, e l’unico che ha il coraggio, o l’ingenuità, di dire la verità, viene preso per matto e costretto a tacere.Q proposito di gesù bambino, ovviamente non si può fare un esperimento retroattivo, ma sarebbe stato interessante vedere cosa sarebbe successo se, invece di “babbo natale non esiste”, il direttore d’orchestra avesse detto “gesù bambino non esiste”. Si può credere che gli sia andata bene, perché un conto è parlare di qualcuno che ovviamente non esiste, anche se si pretende di imporre ai bambini di credere il contrario “per la loro salute mentale”, e un altro conto invece è parlare di qualcuno che altrettanto ovviamente non esiste, ma del quale si pretende che anche gli adulti credano il contrario. Il mondo in cui viviamo è ben strano.C’è una bella differenza a fare discorsi mitopoietici o mitologici, e credere che siano veri o spacciarli per tali. Nessuno nega che qualcuno possa divertirsi a raccontare storie, e qualcun altro possa divertirsi a sentirsele raccontare. Rimane il fatto che le storie sono storie, e quelle false rimangono false.Un conto è raccontare favole, un altro è confonderle con la realtà. E raccontare favole ai bambini facendole passare per verità è non solo pessima pedagogia, ma un comportamento criminale nei loro confronti. Non meno di raccontar loro qualunque menzogna passandogliela per verità. Se non altro, perché nel momento in cui la menzogna viene svelata, si finisce giustamente di essere smascherati come dei contaballe.Non si dovrebbe ritenere che i genitori abbiano il diritto di dire ai figli qualunque cosa salta loro in testa, indipendentemente dalla verità di ciò che dicono. Esiste un reato di circonvenzione di incapace, che si applica ovviamente anche ai bambini. Raccontare storie fasulle a chi non ha i mezzi intellettuali per giudicarne la veridicità ricade appunto in questa tipologia di reato.
Inoltre, esiste la possibilità di limitare, o addirittura di revocare, la patria potestà, quando un genitore non si dimostra degno del compito. il che significa che, come d’altronde sempre succede nelle costituzioni e nelle leggi, i diritti non sono mai da intendere in maniera assoluta, e ricevono invece ben precise delimitazioni.Se la maestra a scuola decidesse di raccontare a sua figlia una serie di falsità, giustificandole con il fatto che le erano piaciute da bambina quando qualcun altro gliele aveva raccontate (magari, ad esempio, una maestra o un maestro nostalgici del fascismo), non si potrebbe dire che è giusto.Tra l’altro, non si capisce perché certe persone non insegnerebbero ai propri figli le tabelline sbagliate, o la storia al contrario, ma con babbo natale farebbero eccezione. Se un insegnante decidesse di insegnare le tabelline sbagliate, sarebbe giustamente rimosso dall’incarico. Perciò, queste persone dovrebbero spiegare in che cosa le falsità aritmetiche differiscono dalle falsità mitologiche. Anzi, potrebbero fare più danni le seconde. Questo non significa che se un bambino impara le tabelline sbagliate, avrà da grande problemi psicologici, ma certo rimane il fatto che insegnargliele sbagliate sia una cretinata. Esattamente come lo è insegnargli che esiste babbo natale.Alcuni portano come argomento a favore del raccontare storie false spacciandole per vere che “la mitologia fa parte della natura dell’uomo, e dunque dev’essere coltivata e tramandata”, ma questo non ha senso: lo stesso infatti si può dire della violenza, che è sicuramente una caratteristica fondamentale della specie umana, ma che non per questo va esaltata e insegnata ai bambini.
Altri dicono che “esistono molti libri che sostengono la bontà della mitologia nell’educazione dei bambini”, ma sembrano dimenticarsi che esistono molti libri che sostengono qualunque cosa. Il problema è se si tratta di libri sensati, o no.Non si vede quale infanzia si proponga ai bambini, indottrinandoli nelle stupidaggini più disparate, tra l’altro per ovvi fini commerciali: almeno nel caso di babbo natale e di gesù bambino, il cui compito istituzionale è quello di oliare gli ingranaggi dell’assurdo circo dei regali di natale.L’infanzia dovrebbe significare il lasciar vagare la fantasia giocando e inventandosi le proprie storie, non l’essere irrigimentati con le storie altrui, che siano esse dei preti, della disney o dei videogiochi.
Basta andare in paesi meno mercantili dei nostri, per vedere i bambini in azione a giocare con niente, mentre i nostri tontarelli non sanno che annoiarsi se non hanno una playstation o un cellulare in mano. Più che l’obbligo a quella infanzia, sarebbe meglio offrire loro il diritto di non averla.Detto altrimenti, quei poveri bambini costretti a divertirsi all’unisono sembrano le caricature miniaturizzate di quelli che poi affolleranno gli stadi o le chiese. In altre parole, Babbo Natale non è ovviamente nulla in sé stesso, ma è uno dei semi che porteranno a raccogliere ciò che si è seminato.Nell’ambiente letterario le menzogne assumono connotati interessanti. Spesso i lettori di opere di fantasia tendono, da un lato, a considerarle come vere. E, dall’altro, a non distinguere le opinioni della’autore da quelle dei suoi personaggi. Spesso le opere letterarie hanno avuto influssi sulla vita reale, come le opere immaginarie di Manzoni, Goethe o i libri sacri delle varie religioni.Ma spesso si sottovaluta l’effetto deleterio che massicce dosi di finzione finiscono per avere sul principio di realtà delle persone, sia bambini che adulti.Si possono ripercorrere le tappe della formazione della psicosi universale che il pervasivo e invasivo mercato dell’illusione crea negli studenti, nei lettori e negli spettatori notando che non appena i bambini acquistano l’uso della parola, e incominciano a fare domande su come sono nati, vengono fornite loro risposte idiote, che vanno dai cavoli alle cicogne. Si dice che se si è buoni babbo natale porta i regali e se si è cattivi la befana porta il carbone. Se non si mangia arriva l’uomo nero.
I bambini vengono lasciati dai genitori ore e ore davanti alla tv a vedere cartoni animati i cui personaggi violano continuamente le leggi dell’universo, e spesso cominciano a provare piacere nel credere che qualcuno possa fare certe cose, o qualche luogo o qualche materiale abbia il potere di provocare certi poteri. I bambini vengono attratti in modo ossesivo da queste produzioni e si distraggono totalmente dal resto.
Sottraggono il tempo allo studio, non vogliono mangiare per vedere i cartoni, i telefilm e i film. Non vogliono parlare al telefono con mamma o papà anche se sono andati lontani per lavoro, o vivono in un’altra casa perché separati, se in quel momento c’è in onda un cartone o un film o un telefilm che li attrae.Quando i bambini approdano all’asilo, incominciano a ricevere i rudimenti di una visione magica del mondo popolata di angeli e demoni, miracoli e castighi divini, roveti ardenti e nubi parlanti, ciechi guariti e morti risorti.
Purtroppo non si distruggono affatto le favole a dieci anni: anzi, l’intera industria del cinema e del romanzo vive sul raccontare favole, di varia natura, così come fanno la politica e la religione.
Nelle stesse scuole, vengono poi sistematicamente impartiti molti altri insegnamenti letterari e filosofici sullo stesso tono. Riguardanti ad esempio, gli dèi omerici dell’Iliade e l’Odissea.
Parallelamente all’indottrinamento scolastico, il trinitario mercato letterario, cinematografico e televisivo sommerge il pubblico di storie irreali o magiche, dalla saga infantile di Harry Potter ai “romanzi per adulti dalla personalità infantile” di Dan Brown. Per non parlare delle fiction televisive, sacre e profane, che intasano il piccolo schermo.

Per i bambini è stato costruita una intera città che deve confondere la realtà con la finzione.

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Disneyland è il primo parco a tema costruito al mondo. Il vero primato di Disneyland consiste nell’essere il primo parco divertimenti interamente basato sulla costruzione minuziosa nel mondo reale di un’idea immaginaria formulata in ogni suo particolare, di un mondo parallelo mai nemmeno ipotizzato dall’uomo. La città dei cartoni animati vuole infatti confrontarsi con i già numerosi parchi tematici esistenti, nei quali si proponeva, però, uno scenario fantastico ma possibile, come lo sbarco sulla luna, o l’immersione negli abissi.

La storia infinita (Die unendliche Geschichte) è un film del 1984 diretto da Wolfgang Petersen.
Ispirato al romanzo omonimo di Michael Ende, è interpretato da Noah Hathaway, Barret Oliver e Tami Stronach nella sua prima apparizione cinematografica. Il film ha avuto due seguiti, La storia infinita 2 (1990) e La storia infinita 3 (1994).

Il padre di Bastian, un ragazzino che fa le elementari e che ha perso la madre, lo informa che ha ricevuto una telefonata dall’insegnante di matematica e disegna unicorni sul quaderno e che si scorda di fare i compiti, e che ora è grande e che deve scendere dalle nuvole e imparare a tenere i piedi per terra, smettendo di fantasticare e affrontando la realtà. Ma Bastian viene distratto da questo impegno da un libro di fantasia appunto. Fino ad arrivare a dialogare con i personaggi del libro.

Il padre di Bastian gli dice che ha telefonato l’insegnante di matematica e disegna unicorni sul quaderno e che si scorda di fare i compiti, e che ora è grande e che deve scendere dalle nuvole e imparare a tenere i piedi per terra, smettendo di fantasticare e affrontando la realtà. Ma Bastian viene distratto da questo impegno da un libro di fantasia appunto. Fino ad arrivare a dialogare con i personaggi del libro.

Quando il libraio gli dice che se ne deve andare perché sicuramente è un bambino interessato ai videogiochi invece che alla lettura, sottintendendo che la letteratura è un divertimento molto più utile dei videogiochi, lui risponde che invece li conosce i libri, ne ha 186, L’isola del tesoro, il mago di Oz, il signore degli anelli e così via, mostrando quindi di essere un bambino che vive di fantasia. Ora, un bambino che abbia già letto 186 romanzi è praticamente un malato di mente.

Se uno vuole evitare che i grandi non credano alle favole, non bisogna appunto insegnargliele da bambini. Cosa che peraltro sanno perfettamente i contastorie religiosi alla De Maistre, che diceva appunto: “dateceli dai cinque ai dieci anni, e saranno nostri per tutta la vita”. e infatti così succede, che piaccia o no.

CULTURE COLLEGATE A PRODUZIONI ARTISTICHE E ACCUSA DI APPROPRIAZIONE INDEBITA

Non c’è qualcosa di estetico che ha il copyright etico a meno che uno non abbia questo principio dentro di sé. a uno può piacere l’estetica nazista, come quella afro, e avere idee, e stili di vita dei più diversi tipi. l’associazione estetica alle idee è puramente arbitraria. così come l’associazione musicale alle parole lo è. infatti la musica e l’estetica esistono anche senza le parole.

Così come si può disprezzare qualcuno per alcuni comportamenti ma apprezzarlo per altre cose, si può disprezzare un popolo per alcuni caratteristiche ma apprezzare alcune sue produzioni.
Ad esempio, qualcuno può disprezzare la personalità di una ragazza, perché la ritiene ignorante, emotiva, boriosa, egocentrica, violenta ma apprezzare moltissimo la sua estetica e fotografarla, e farci sesso.Così qualcuno può disprezzare lo stile di vita prevalente dei brasiliani, considerarli spreconi, ignoranti, violenti, ma apprezzare alcune musiche, alcuni abbigliamenti, o le forme delle ragazze, per dire.

Non si può certo pretendere che i bianchi facciano solo musica da bianchi e i neri solo musica da neri, sarebbe un’assurdità razzista anche solo provare a categorizzare cosa è “da neri” e cosa invece è “da bianchi”.  è l ghettizzazione che va impedita, la derisione. solo chi schiavizza che va punito, ostacolato e additato come razzista, usurpatore o colonialista. Chi invece utilizza elementi culturali distanti dalla tradizione da cui è nato non ha “colpe”, se di colpe si può parlare.  di certo il problema non è che gli xenofobi usino strumenti dei popoli che insultano, ma che sono xenofobi.

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