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Foto di nudo e blasfemia

Il giornale La Repubblica ha dedicato un articolo su delle foto di nudo scattate a Trani davanti a una cattedrale e lo ha inserito nella sezione “polemiche”.
http://bari.repubblica.it/cronaca/2013/07/10/foto/trani_nuda_davanti_alla_cattedrale-62730880/1/#1

polemiche
Anche un servizio tv da TG News 24

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Per molti,  può essere psicologicamente liberatorio unire la nudità, e la sensualità o il sesso a simboli religiosi, soprattutto nel caso di religioni che hanno stigmatizzato la nudità, la sensualità e il sesso. Può essere anche una manifestazione di protesta nei confronti dei tentativi di controllo delle vite, soprattutto sessuali, dei non religiosi all’interno di uno Stato.
Il problema nasce dal fatto che altri rifiutano il piacere di chi produce certe immagini. Si dichiarano offesi, e criticano l’atto compiuto.

Esiste la religione ed esiste chi non crede nelle religioni.
Credere che qualcosa non sia sacro e comunicarlo al mondo, sia con il linguaggio, dicendo ad esempio “il crocefisso non è sacro”, “la chiesa non è sacra”, “il rosario non è sacro”, “il corpo umano non è sacro”, “il seno non è sacro”, “la vagina non è sacra”, “il pene non è sacro”, sia con le immagini, non può essere considerato un’offesa alle persone che credono la verità sia il contrario, da parte delle persone che credono che quel qualcosa sia invece sacro.
Perché affermare che negare un’affermazione del tipo “x è sacro” sia un’offesa implicherebbe che non si potrebbe più negare nessuna affermazione ma solo affermare, e dunque la scienza, che consiste nella verifica delle affermazioni sul mondo fatta tramite la negazione delle affermazioni ritenute false, credendo in questo principio sarebbe inutilizzabile.

Prima di tutto perché le persone che credono alla sacralità di qualcosa lo comunicano al mondo, e soprattutto lo comunicano a chi dice che non c’è niente di sacro, sia col linguaggio che con le immagini, in modi molto eclatanti con statue nelle città, chiese, processioni, volantini, e mega raduni come in Piazza S.Pietro a Roma.
Impedire una comunicazione e permettere l’altra non sarebbe equo, e se una è un’offesa anche l’altra dovrebbe essere un offesa per coerenza logica.
La non credenza nella sacralità di oggetti come rosari, tuniche, o statue, o architetture come le chiese, e l’esternalizzazione di questa non credenza di sacralità attraverso il linguaggio non è una comunicazione di astio e rifiuto nei confronti della persona che crede, ma nei confronti delle sue credenze. Perciò, le persone credenti non dovrebbero difendere sé stesse da queste comunicazioni, ma la loro fede e i motivi che hanno per applicarla alla loro vita e al modo in cui giudicano gli altri.

In una immagine, oltre al soggetto, ci possono ovviamente essere anche gli oggetti, sia piccoli che grandi come una cattedrale. In base agli oggetti cambia qualcosa. Per certi oggetti le persone attribuiscono una responsabilità nell’atto di produrre immagini. Ad esempio i simboli religiosi (crocifissi, rosari, abiti del clero, chiese).

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Il crocifisso, anche detto crocefisso o crucifisso, è la rappresentazione della figura di Gesù Cristo messo in croce ed è uno dei simboli più diffusi del Cristianesimo. Ha significato soteriologico e rappresenta per i cristiani il paradigma ermeneutico (cioè la chiave di lettura) della Bibbia.

La composizione classica di un crocefisso cattolico e anglicano consiste in una croce latina alla quale è applicato un corpo umano, di sesso maschile, seminudo e senza vita, rappresentante Gesù Cristo, con il capo reclinato sulla spalla, cinto da una corona di spine e con le mani inchiodate ai bracci della croce, i piedi inchiodati al fusto, e il costato trafitto. Sopra il capo, posto sull’asse verticale della croce, vi è la scritta I.N.R.I.(cioè il Titulus crucis). Le dita della mano destra indicano il numero due, simboleggiando che l’uomo è la seconda persona della SS. Trinità.

Un esempio tipico di uso di oggetti e nomi utilizzati dai religiosi in ambiti e modi non religiosi è Madonna e alcune delle foto che si è fatta scattare, con il crocifisso infilato negli stivali.

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Il significato del vocabolo blasfemia è: bestemmia. In un senso più generalizzato il termine è di solito usato per associare tutti quegli atti che mostrano irriverenza e disprezzo nei confronti delle divinità, dei luoghi e delle cose sacre. Bruciare un testo religioso è considerata blasfemia.

Se si vuole capire cosa è giusto e cosa è sbagliato bisogna considerare gli effetti che questo atto produce.

Considerando la versione verbale della blasfemia, e non quella fotografica, si può dire che più che essere preoccupanti le bestemmie, sono preoccupanti le reazioni contro di esse. Perché le prime, considerando la realtà fisica e misurabile, sono solo parole vuote. Le seconde, sono la pretesa di assegnare un valore e un significato a quelle parole vuote.
Perciò, in base a questo pensiero si può concludere che agire in modo censorio verso le bestemmie è solo bigotteria, un inchinarsi di fronte alo strapotere della chiesa e della religione. Ci sono affermazioni veramente preoccupanti, perché vanno contro i fatti scientifici. Quelle sono i veri scandali, che dovrebbero suscitare reazioni intransigenti, mentre invece spesso sono addirittura propagandate dai media. Nessuno si scandalizza e afferma di sentirsi offeso, alle affermazioni antievoluzioniste, ad esempio. E molti non lo fanno, anche solo per segno di “rispetto” verso i credenti, nel caso delle bestemmie, dunque si può dedurre che  questa è una inversione surreale, e che il concetto di “rispetto” può essere strumentalizzato per fare ciò che produce effetti negativi.

Allo stesso modo vale per le immagini. Ci sono immagini e simboli realmente preoccupanti, come i simboli religiosi, i quali rappresentano significati che vanno contro fatti scientifici e contro i bisogni umani, come nel caso del sesso.

Le crociate, avevano come simbolo una croce, e si svolgevano all’insegna del motto “dio lo vuole”. la connessione causale qui è evidente, e dichiarata. le guerre di religione sono guerre di religione, appunto.
idem per i processi dell’inqusizione, con tanto di crocifissi offerti come ultima salvezza ai condannati.
idem per le guerre di conquista coloniale. a partire da colombo, i conquistadores piantavano croci sui territori che conquistavano, e imponevano la conversione al cristianesimo.

Le religioni del cristianesimo e dell’islam, sono religioni che predicano la conversione degli infedeli, al contrario di religioni più “democratiche”, come quelle orientali.
E l’evangelizzazione è armata: senza i conquistadores, ovviamente il sud america non sarebbe cristiano. e senza le armate arabe, il nord africa non sarebbe islamico.

Le argomentazioni portate avanti contro la blasfemia sono spesso ridicole. A partire dal fatto che secondo alcuni gli atei non dovrebbero bestemmiare, ma solo i credenti, perché così facendo si contraddicono. Che parlare di dio, magari per insultarlo, sia riconoscerne implicitamente l’esistenza è una stupidaggine, spesso ripetuta dai credenti, che ovviamente di logica non sanno nulla: se no, non sarebbero credenti, appunto.

Le vere motivazioni di chi non accetta la blasfemia sono egoiche. Esistono interessi economici, sociali e politici riguardo alle architetture o ai simboli, e dunque chi ha la responsabilità di condurre una città, come un Sindaco può provare preoccupazione per la “reputazione” della Città, che deve essere allineata a ciò che la maggioranza pensa sia buono e giusto. Ma le città non hanno sentimenti, così come non ce l’hanno le architetture e le opere d’arte, invece i fotografi e le fotomodelle sì, quindi è necessario chiedersi quanto realmente si debba essere responsabili di tali reputazioni.

Il sindaco della città in cui sono state scattate le foto ha detto ”Un’azione di volgarità che strumentalizza un luogo sacro”.
‘Non foto artistiche, era finalizzata a creare un pò di scandalo, un pò di voci”, ammette il fotografo Tranese Vincenzo di Terlizzi, che ha fotografato una modella 23enne, completamente nuda ai piedi della cattedrale di Trani, uno fra i massimi capolavori del romanico pugliese. Il servizio del TG afferma “mancanza di rispetto verso la fede e il popolo insorge la chiesa”.
I concetti da analizzare sono “volgarità”, “strumentalizzazione”, e “rispetto della fede”.

Nel settembre del 2010 fu annullato il concerto di Elton Jhon previsto di fronte alla stessa chiesa, davanti agli occhi del vescovo. Un gruppo di giovani rispose con il flash mob di baci omosessuali. Più recente l’ordinanza comunale che, per rispetto della sacralità e dell’importanza dell’opera, vieta il lancio dei petali di rose e coriandoli durante i matrimoni.
Alcune persone, soprattutto atee, dovranno fare un grande sforzo di immaginazione per comprendere cosa ci sia di irrispettoso nel fotografare un essere umano davanti a una architettura umana. Bisogna anche considerare che se la foto fosse stata scattata di fronte ad altri tipi di architetture, come potrebbe essere il Colosseo, non ci sarebbe stata la stessa reazione, perché quelli non sono considerati sacri da praticamente nessuno. O se fosse stata scattata al Louvre, come è successo riguardo a delle ragazze che si sono fotografate nude davanti a quadri del Louvre, non avrebbe suscitato certi pensieri.

STRUMENTALIZZAZIONE DI SIMBOLI SACRI
Il significato di un’immagine dipende in gran parte dall’osservatore, al di là delle intenzioni dell’autore, che possono essere puramente utilitaristiche (per aumentare la fama) per questo può comunque essere interpretata come un messaggio di protesta, dato che nell’immagine non sono visibili le intenzioni dell’autore.

Affermare questo non implica dare la completa responsabilità del significato all’osservatore, oppure si potrebbe dedurre che se al posto di una immagine blasfema ci fosse stato un rettangolo bianco l’osservatore potrebbe pensare comunque che è un’immagine di protesta contro la chiesa.
Ci devono essere un minimo di elementi che fanno parte della realtà fisica, e la nudità in sé, unita all’immagine della cattedrale, che sono due elementi della realtà fisica possono bastare per dargli quel significato, gli altri dettagli dell’immagine contribuiscono a delineare che tipo di significato.

RISPETTO DELLA FEDE
Poi c’è chi pensa che se a qualcuno interessa produrre certe immagini, le può produrre, ma non le dovrebbe condividere in pubblico, e tenersele in privato, scambiandosele via mail. Tutto ciò, per non urtare la sensibilità dei credenti. Il problema di soddisfare questa richiesta sta nel fatto che, chi non è credente, e si sente oppresso dalla quantità di persone che tentano di opprimere gli altri giudicandoli quotidianamente, ha il bisogno di condividere pubblicamente certe immagini, perché desiderano che il messaggio dell’immagine venga prima o poi accettato pubblicamente. Non è quindi una richiesta che certe persone (fotografi/e e fotomodelle) possono soddisfare, a meno che non rinuncino alla protesta, o alla propria soddisfazione psicologica nel produrre certe immagini, lasciando quindi che i religiosi continuino a opprimere gli altri come simbologie pubbliche (crocifissi, madonne, processioni, film tv) senza che nessuno opprima loro.

L’azione di far foto a una ragazza nuda davanti a una cattedrale, è un’azione alquanto banale, ci può pensare chiunque, ovviamente chi lo fa deve avere un minimo di coraggio. C’è chi fa foto a ragazze che si inseriscono crocifissi nella vagina e i rosari nel retto quindi tutto questo scandalo non si sa da dove viene.

UTILITà DELLA PRODUZIONE DI FOTO BLASFEME
C’è chi giudica l’atto di creare immagini in contrapposizione a certi simboli come prive di forza di cambiamento sociale. Ma che non abbiano forza, dipende dallo scopo. Se lo scopo è cambiare il mondo, è evidente che non possono riuscirci.
Ma se lo scopo è vivere personalmente un atto che simbolicamente cambia qualcosa dentro di sé, o comunica qualcosa agli altri può avere un effetto. Le immagini blasfeme hanno effetto su molte persone, piacciono, e vengono condivise.
Inoltre, il giudizio sulla forza o meno di certe immagini non riguarda il giudizio etico sulla loro produzione.

C’è chi aggiunge un elemento normativo all’immagine blasfema, cioè la qualità con cui è fatta un’immagine blasfema, per poterla giudicare giusta.
Ma molto probabilemente, chi si sente offeso, si sentirebbe offeso sia contro a un’immagine blasfema, di bassa qualità (a livello estetico o di contenuto) che di alta qualità.
Poiché l’immagine arriva a tutti, sia a chi piace che a chi non piace, si crea un dilemma morale di tipo sociale: è giusto o no produrre immagini blasfeme?

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Poliamore al Pride di Roma 2013

Ieri sono andato al pride a Roma, e mi sono unito nella camminata al gruppo del Poliamore. Per moltissime persone questa parola suonerà come nuova, perciò copio e incollo dal sito dedicato a esso la descrizione ( http://www.poliamore.org/poliamore/) :

Per poliamore si intende la pratica (o la sua accettazione, come possibilità) di intrattenere più relazioni intime contemporaneamente, con la consapevolezza e il consenso di tutte le persone coinvolte.
Al poliamorismo ci si riferisce spesso anche con le espressioni nonmonogamia consensuale, nonmonogamia etica, nonmonogamia responsabile. Sotto il termine poliamore possono ricadere svariate forme di relazione aperta; un’esigenza fondamentale dell’orientamento espresso dal concetto di poliamore è comunque quella etica, intesa come impegno alla trasparenza e all’onestà.

La concezione poliamorosa delle relazioni rifiuta l’assunto che l’esclusività sessuale e/o relazionale sia condizione indispensabile per relazioni affettive profonde, impegnate e a lungo termine.
Il sesso non riveste necessariamente un ruolo centrale nella concezione poliamorosa delle relazioni, ma è piuttosto considerato, tipicamente, come uno dei diversi aspetti che possono costituire un terreno comune in una relazione.

La cifra caratteristica delle relazioni poliamorose è definita soprattutto dal consenso di tutti i partner coinvolti. Ciò implica l’esigenza di una comunicazione aperta e onesta e il rispetto dei sentimenti e dei bisogni di ognuno, in aperto contrasto rispetto a forme di relazione nonmonogamiche ampiamente diffuse, quali quelle che ricadono sotto l’espressione ‘relazioni clandestine’.

Le forme che le relazioni poliamorose assumono nella realtà concreta sono molto varie, a seconda delle preferenze e dei bisogni delle persone coinvolte. I valori fondanti del poliamore comportano spesso un approccio flessibile alle relazioni, oltre a richiedere una serie di abilità in termini di comunicazione, di negoziazione di regole e limiti, di gestione dell’emotività (in particolare in rapporto ad atteggiamenti possessivi e manifestazioni di gelosia). L’approccio poliamoroso tipicamente rifiuta il modello tradizionale di relazione intesa come unione esclusiva destinata a durare per tutta la vita, e non assume necessariamente la durata della relazione come un indicatore della qualità della stessa; ciononostante, non di rado le unioni poliamorose contemplano la convivenza e hanno lunga durata.

Di seguito alcune foto che ho scattato:

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Per finire copio-incollo la definizione di un termine che mi piace molto:
La compersione è uno stato di gioia empatica che si prova quando una persona che amiamo è felice per un motivo esterno a noi. Questa causa terza può essere un’altra persona, sessualmente o romanticamente coinvolta, o meno. La si può vedere come l’opposto della gelosia. La parola inglese è stata coniata nella comune Kerista di San Francisco e, nonostante il suono latineggiante, è stata inventata di sana pianta e non ha una vera e propria etimologia.


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Regolamentazione della visione della nudità in base al principio di appropriatezza al contesto

Una persona può credere giusto stabilire regole che permettono l’esposizione del corpo nudo, o la fotografia di questo corpo nudo in determinati contesti e modalità e vietano l’esposizione o la fotografia di questo corpo nudo in altri contesti e modalità. Dicendo che in un caso sia appropriato mostrarsi nudi e in un altro sia inappropriato. Infatti, permettere qualcosa in un contesto non include automaticamente permetterlo in tutti i contesti: Viene permesso espletare gli escrementi nel water di casa, o nel water di un bar, ma non in un giardino pubblico, o sulle strade della città, così come viene permesso masturbarsi in casa e fare sesso in casa, ma non sulla panchina di un giardino pubblico.

La regolamentazione della visione della nudità resa possibile attraverso la fotografia, può essere attuata in base al principio di appropriatezza, cioè partendo dal pensiero che ci sono luoghi pubblici in cui si possono condividere foto di nudità e altri  in cui non si possono condividere foto di nudità oppure ci sono modi di produrre immagini che possono essere accettati e altri che non possono essere accettati.
Inopportuno significa “non appropriato alla situazione o allo scopo” quindi un’azione non congruente con degli scopi, dei desideri e dei bisogni.
Ma per poter mettere in pratica questo principio bisogna stabilire quando una fotografia di nudo è opportuna e quando è inopportuna.

Per stabilirlo si può considerare che nell’aggiungere oggetti o abiti alla nudità fotografata, gli oggetti e gli abiti hanno dei significati e dei valori positivi o negativi, e si possono utilizzare oggetti o abiti che hanno uno scopo negativo, oppure serio.
Gli oggetti e gli abiti possono ad esempio essere quelli di un esercito, è una forza armata creata da uno Stato, o come espressione spontanea di un popolo, per fare fronte ad una guerra. Se qualcuno si veste da nazista per fare delle foto di nudo può essere criticato. Il luogo utilizzato per scattarsi o farsi scattare foto di nudo/seminudo può essere un luogo di lavoro, e sul luogo di lavoro generalmente non ci si possono scattare foto seminudi/e.

I casi sono tantissimi, e un caso di esempio in cui l’esposizione della nudità non è stata permessa è il caso delle quattro soldatesse israeliane del 2013 che si sono fatte fotografare mentre indossano solo le mutande e reggiseno, o anche senza reggiseno, a parte l’elmetto e cinturoni da combattimento per truppe di fanteria per poi pubblicare lo scatto su Facebook, alle migliaia di click di apprezzamento si sono aggiunte migliaia di polemiche tanto da creare in Israele, secondo quanto riportato dalla tv, due partiti opposti: da una parte quello dei sostenitori che hanno apprezzato e approvato l’iniziativa, dall’altro i contrari che hanno etichettano il comportamento delle soldatesse come scandaloso e vergognoso. Di questa fazione facevano parte i vertici militari di Israele che increduli hanno voluto accertarsi prima se si trattasse veramente di soldatesse. Se così fosse stato si sarebbe trattato “di una grave infrazione della disciplina militare”. L’esercito israeliano in seguito ha comunicato di aver sottoposto ad un provvedimento disciplinare le giovani donne. Ma non sono stati rilasciati troppi dettagli sul tipo di provvedimenti che presi, a parte che si sarebbe trattato di partecipazioni a conferenze educative che garantissero che il reato non si sarebbe ripetuto.

Se c’è un regolamento già esistente riguardo alla nudità inerente a ciò che una persona ha utilizzato per produrre l’immagine, oggetto, abito, o luogo, si deve giudicare per primo quel regolamento, se invece ci sono semplicemente giudizi non scritti si devono giudicare essi. Difficile immaginare che un esercito abbia creato delle regole per la visione della nudità attraverso fotografie perché non è un aspetto contemplato in un esercito.
Si tratta quindi di giudicare se le ragazze sono libere di usare il proprio ruolo di militari per produrre immagini di nudo con le quali divertirsi oppure se non possono essere libere di farlo. E quindi è necessario conoscere da cosa sia determinata la libertà di una persona di fare o non fare qualcosa.
C’è chi può affermare che le ragazze sono libere di farsi foto anche con armi, divise e usando il proprio ruolo e chi invece può affermare che non lo sono. Ma per dire che una persona è libera ci deve essere qualche motivo, dato che la libertà c’è se ci sono certe condizioni. Se il metro di misura per stabilire la libertà o la non libertà di qualcuno è la sofferenza degli altri, ci si deve chiedere se estetizzare le armi, le divise, e il ruolo di militare può provocare sofferenza alle altre persone.
Chi è contro l’esercito può invece essere a favore dell’estetizzare armi, uniformi e ruoli dell’esercito senza contraddirsi? per essere a favore dell’estetizzazione ma contro l’esercito si dovrebbe voler mantenere le armi, le uniformi, e i ruoli dell’esercito senza però usarli realmente. Se è giusto che delle donne militari si scattino foto seminude in un luogo di lavoro allora sarebbe giusto che qualsiasi altra donna e uomo si scattassero foto seminudi/e in ufficio, al supermercato, o i fabbrica.
Il fatto che le immagini siano state pubblicate in un luogo virtuale chiuso agli estranei non cambia il fatto quello che non che i/le militari non non dovrebbero scherzare con armi reali o uniformi come se giocassero. Gli scopi delle armi sono uccidere, e delle divise riconoscere chi è autorizzato da una nazione a certe azioni e chi invece non è autorizzato, e un luogo dell’esercito serve per compiere azioni inerenti agli scopi di un esercito, e non per fare foto di nudo. Quindi le foto sarebbero inappropriate relativamente agli scopi. E questa inappropriatezza invierebbe un messaggio che alcune militari non sanno ciò che fanno.

Le armi e le divise si comprano anche fuori dall’esercito, reali o riproduzioni, quindi le foto le possono fare sia chi fa parte dell’esercito e usa per il loro scopo armi e uniformi sia chi non fa parte dell’esercito e non usa per il loro scopo armi e uniformi, quindi si può giudicare sia l’uso improprio di certi simboli come armi e uniformi oppure l’uso improprio del proprio ruolo e il potere di possedere armi e uniformi che esso conferisce a chi è un/una militare, e non è un giudizio che non concerne solo l’esercito, ma tutti i cittadini, poiché l’esercito esiste in funzione dei cittadini e quindi essi possono giudicare il suo operato.
Per giudicare la condivisione di foto di nudità create con oggetti e indumenti dell’esercito o di chi ha ruoli all’interno all’esercito non è necessario conoscere come funziona un esercito, ma tutti i cittadini possono giudicarlo.
Ci sarà un regolamento interno all’esercito ma anche una serie di giudizi fatti dall’esterno dell’esercito, ed entrambi devono essere verificati per poter avere delle ragioni con le quali giustificarli. Al di là del giudizio che segue utilizzando come metro di giudizio il codice di comportamento dell’esercito che serve per regolare il comportamento all’interno dei luoghi di proprietà delle ‘esercito, per i luoghi esterni ad esso sono le persone esterne all’esercito che devono discutere su come regolamentare la condivisione di foto di nudità unita a certi oggetti, si possono astrarre le conformazioni visive degli oggetti dai ricordi di ciò che essi significano in una data società, indumenti, luoghi o ruoli, tuttavia essi rimanderanno comunque la memoria all’esercito. Se non avessero postato nel social network le foto, ma le avessero tenute per sé, e al massimo fatte vedere soltanto a poche persone senza però fornire loro la possibilità di disporre dell’immagine, allora l’atto non avrebbe potuto ricevere lo stesso giudizio.
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Paura delle rappresentazioni femminili di fantasia e sovrainterpretazione della realtà

Molte persone sono abituate a confondere realtà e fantasia. A cercare verità nella fantasia letteraria o cinematografica e a vedere come fantasie teorie scientifiche. Da questa confusione può nascere la paura per le rappresentazioni di fantasia.
Se un manichino non ha la testa e le gambe, non si prende in considerazione il fatto che il suo scopo non è quello di riprodurre un essere umano femminile, e lo si vede come una mancanza di rispetto verso le donne. Una sovrainterpretazione di un oggetto reale e una paura per le rappresentazioni fantastiche.
Tutto ciò che attiene alle donne dovrebbe essere perfettamente identico alla realtà, secondo questo tipo di pensiero.

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Un manichino senza testa è una donna decapitata. Un manichino stilizzato come un cartone animato è una donna deformata e instabile. Un manichino senza testa e gambe e retto da un’asta è infilzato. Si usano aggettivi realistici per rappresentazioni non realistiche confondendo finzione e realtà.  Questo accade anche in tante altre situazioni. Non si capisce per qual motivo le problematiche bioetiche dovrebbero essere affrontate con apporti di discipline letterarie o religiose. Che hanno la stessa rilevanza, per l’argomento, di quelle musicali o pittoriche, ad esempio. Se si pensa che anche il cinema costituisce una “riflessione sul reale”, analoga e complementare alla letteratura, dunque, dovremmo rivolgerci ai registi o agli attori perché ci indirizzino nelle questioni bioetiche. Ma questo è assurdo. Come è assurdo interpretare in termini realistici dei manichini o delle pubblicità.
Tra le paure che si tenta di eliminare criticando certe rappresentazioni è che  molti si convincano che questa sia la realtà. Ma un essere umano che si convince che una donna non ha una testa o delle gambe o è deforme ha una malattia mentale, una perdita totale di contatto con la realtà. Questa paura è quindi irrazionale. Se invece si interpretano l’assenza di testa e gambe con dei significati ulteriori, come ad esempio che le donne non hanno la ragione oppure che la loro personalità generalmente identificata nel viso può essere ignorata, è comunque una paura irrazionale. E in ogni caso si dovrebber criticare questa interpretazione e non chi rappresenta le donne in questi modi. Si dovrebbe dire, certe persone hanno dei disturbi psicologici e dovrebbero curarsi, nel frattempo possiamo evitare di rappresentare le donne in un certo modo per evitare che queste persone disturbate pensino le donne in questo modo. Invece si assegna il significato di mancanza di rispetto della volontà, di denigrazione della donna ai manichini. E quindi forse il disturbo non ce l’hanno solo le altre persone che si tenta di aiutare, ma lo hanno le persone che criticano queste rappresentazioni e hanno paura che altre persone le scambino per la realtà.

Paragonarsi agli altri porta a rendersi infelici, in un grado proporzionale a quanto è dettagliato il paragone. Ma questo paragone è una scelta personale e in quanto tale una propria responsabilità. Pensare che ci siano messaggi subliminali nei manichin implica il pensare che delle persone li abbiano disegnati con lo scopo di far paragonare le persone e provocarle un disagio che le porta a voler acquistare il vestito per dimostrare a sé stesse di corrispondere al canone di bellezza e quindi sentirsi sicure di essere piaciute e amate. Ma questa supposizione non ha basi per essere creduta e può essere soltanto una paranoia.
Inoltre, se una persona vuole paragonarsi troverà molti modi per farlo anche se i manichini fossero diversificati tra loro magri, grassi, alti e bassi. Ad esempio la pelle non dovrebbe essere sempre liscia, ma dovrebbe avere anche peli, o brufoli, o cicatrici, e i manichi non dovrebbero essere sempre proporzionati ma dovrebbero avere anche spalle sproporzionate, piedi troppo piccoli o troppo grandi. Una riproduzione esatta della realtà. Ma aver bisogno che ci sia una riproduzoine esatta della realtà dei corpi umani nel vendere vestiti per scacciare da dentro di sé lo stimolo a paragonarsi e svalutarsi significa avere paura delle rappresentazioni di fantasia e aver paura di affrontare le proprie insicurezze.

UGDC ha sfornato un altro dei suoi post attendibili e razionali. In cui compie questa confusione mentale tra fantasia e realtà, e aggiunge significati inesistenti alle cose reali. “Che corpi vendi? manichini e nazismo estetico”.

Anche in pubblicità viene applicata continuamente questa confusione. Ico Gasparri ha affermato che una donna fotografata con una semicroce con le punte che le escono dalla bocca e dalle orecchie è un orrore e una violenza. perché per infilare dentro le orecchie una cosa del genere si proverebbe un dolore inaudito. Questa immagine pubblicizzava una mostra d’arte, precisamente la triennale. E l’arte si sa che non è la riproduzione della realtà come potrebbe essere il fotogiornalismo invece.

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L’ebefrenia è l’incapacità  di capire il linguaggio in maniera metaforica, prendendo tutto in maniera letterale. Questo vale anche per le immagini. Ci sono moltissime persone che non riescono a vederle in modo metaforico, e quindi si sentono colpite come se fosse un atto reale. I giudizi di certe persone, giudicati da chi non ci crede minimamente possono provocare ilarità o turbamento.

Se ogni rappresentazione di fantasia fosse il sintomo di una approvazione reale di qualcosa, allora anche un portacoltelli a forma di uomo come ne sono stati messi in commercio tanti sarebbe un approvazione di un omicidio.

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Regolamentazione della nudità e identificazione nel maschilismo

Alcune femministe vedono il tentativo di regolamentare la visione del corpo nudo delle donne, in particolare del seno nudo, tentativo che può essere fatto da persone comuni attraverso giudizi, critiche e insulti, ma anche attraverso repressioni compiute da autorità come la polizia, o attraversi leggi (come l’offesa al pudore) come un atto maschilista, se la regolamentazione e repressione della visione della nudità femminile avviene su esibizioni della nudità che hanno cause attinenti alla politica e all’influenza che essa, con le leggi, ha sul genere femminile.

Uno degli esempi dell’uso politico che alcune donne fanno del proprio corpo è il delle Femen, che a seno scoperto protestano su temi politici attinenti alle donne, spesso scrivendo parole e concetti sul proprio corpo.

In contemporanea al concetto che se c’è repressione nella visione del corpo femminile per fini politici allora c’è maschilismo, si arriva a pensare che se non c’è repressione della visione del corpo femminile quando non ci sono fini politi allora c’è maschilismo. Dunque, i fini politici inerenti alle donne fanno attivare il maschilismo attraverso la repressione.

Avendo creato questo insieme di deduzioni alcune femministe come il blog UGDC (Un altro genere di comunicazione) arrivando ad affermare che il mostrare nudità per guadagnare consensi è “l’unica modalità accettata quando il corpo femminile viene mostrato nudo” o in modo più specifico “le tette piacciono solo se non femministe” (come hanno affermato nel blog UGDC con il post “False Femen :Le tette piacciono solo se non femministe”). Ma ridurre il motivo per cui la nudità viene regolamentata e repressa in luoghi pubblici o eventi pubblici al fatto che non venga accettato il femminismo è falso, perché le cause sono molte di più, ed è anche una evidente mistificazione volta a vittimizzare la condizione delle donne che fanno lotte sociali e ottenere consensi nel credere che dietro a certe azioni rifiutate ci sia il maschilismo, e soltanto esso.

Il caso criticato da alcune femministe è quello di tre ragazze che sono comparse davanti all’istituto superiore di sanità per protestare contro il fumo. Le tre ragazze sono ricorse al topless imitando vagamente le gesta del movimento ucraino con strisce e scritte che presentavano slogan come “Seno sano se non fumo”. Le ragazze sono state reclutare dall’associazione Articolo 32.

Il blog UGDC ha scritto: ”
Le ragazze sono state accolte dai fotografi, nessuno che le arrestava, le copriva o le braccava come animali. Il perché? perché i loro slogan non erano femministi ma contro le donne che fumano come quello che recitava che se una madre fuma uccide il proprio bambino. Insomma, le tette usate per veicolare il messaggio che le donne devono abbandonare il fumo perché se no si rovinano il seno o perché uccidono il bambino. Nulla a che vedere con gli slogan femministi del movimento ucraino a favore dell’interruzione della gravidanza, contro lo sfruttamento della prostituzione e il femminicidio. Perché se la donna muore, qualsiasi fossero le cause, chi se ne frega, l’importante è che mantengano intatta la loro femminilità.
Al di là degli slogan le tre ragazze sono lì solo per accattivarsi manifestanti di sesso maschile con una modalità che conosciamo fin troppo nel nostro paese, l’unica che viene accettata quando il corpo femminile viene mostrato nudo. Abbiamo detto bene negli scorsi post quando dichiaravamo che questo paese soffre di moralismo ad intermittenza dove il corpo nudo di una donna fa paura quando viene usato come strumento politico o comunque diversamente dallo scopo a cui viene destinato dalla società: o oggetto sessuale o per la maternità. E sopratutto donne nude piacciono solo quando si mettono contro altre donne, un po’ come i canoni estetici che separano le donne belle da quelle brutte. ”

I casi sono almeno due: o è vero che che le ragazze a seno nudo sono state accolte dai fotografi, e nessuno che le arrestava, le copriva o le braccava come animali perché i loro slogan non erano femministi o non è vero. E se non è vero può non esserlo perché i motivi sono altri, ad esempio può anche essere vero che non sono state arrestate e coperte o braccate perché non hanno urlato, non hanno importunato, né aggredito, né se la sono presa con una persona specifica come invece hanno fatto abitualmente le Femen durante le loro proteste.
Due esempi:
Le Femen hanno interrotto uno spettacolo del Porn Forum Eropolis, spingendo a terra con forza la donna nuda che si stava esibendo e l’uomo accanto a lei, e poi hanno urlato “GO RAPE YOURSELF!” ininterrottamente. Una spinta a terra è una aggressione fisica, che oltre a essere un reato, comunica concettualmente un rifiuto, un disprezzo.


Le femen, dopo aver scaraventato a terra una pornostar che si stava esibendo, hanno occupato il palco di “Nex Topmodel” in Germania, il popolare show condotto da Heidi Klum. Sul petto di una la scritta “Heidi Horror Picture Show” per contestare l’uso dell’immagine donne in televisione. Heidi, ha mantenuto una calma imperturbabile, lasciando che i bodyguard portassero via le femministe. La finale del reality è poi continuata come se niente fosse. Scrivere il nome di una ragazza, e associargli un concetto “orrore” è evidentemente prendersela con lei.

Quindi le Femen hanno contrastato interessi economici in luoghi e momenti in cui non erano autorizzate a farlo, turbato persone, ferito psicologicamente e aggredito fisicamente, e hanno violato le regole di certi spettacoli. Se qualcuno fa un evento per guadagnare soldi e qualcun altro tenta di impedire o ridicolizzare l’evento chi è pagato per evitare tale interruzione come i bodyguard o la polizia deve fare il proprio lavoro indipendente dalla volontà delle protestanti. Di maschilismo non ci sono tracce evidenti nei bodyguard e nella polizia.

Dato che le Femen non si sono comportate come le ragazze di Articolo 32 si può dire che è falso che ci sia dietro il maschilismo nella repressione delle Femen e nella non repressione delle ragazze di Articolo 32, e che poiché l’identificazione sistematica e unica nel maschilismo delle cause di tantissimi eventi (violenze, uccisioni, insulti, fotografie pubblicitarie incentrate sulla sessualità) viene fatta dalle femministe, è probabile che ci sia un desiderio di vedere il maschilismo e il femminismo come nettamente contrapposti, e per soddisfare questo desiderio si finisca per creare interpretazioni dei fatti coerenti con questo desiderio. Il pericolo di creare teorie assolute e crederci sta in ogni tipo di interpretazione, soprattutto perché può dare piacere farlo, dato che semplifica le cose, evita tanta fatica, e poiché tutti gli elementi del problema sono conosciuti dato che ridotti a pochissimi elementi da la sicurezza di stare dalla parte del giusto. Ma allo stesso tempo impedisce di identificare le reali cause di ciò che disturba e agire su di esse. Dire se la vittimizzazione è fatta consapevolmente o consapevolmente è difficile. Ma non cambierebbe il fatto che è un errore.

 

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Oggettificazione: Le fotomodelle (di nudo) saranno disoccupate a causa della Boldrini?

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Le fotomodelle, soprattutto quelle specializzate in nudo, avranno meno lavori grazie a Laura Boldrini.

«Serve porre dei limiti all‘uso del corpo della donna nella comunicazione». È l’appello che ha lanciato Laura Boldrini a Venezia nell’ambito della Festa dell’Europa.
La tesi della Boldrini per cui si dovrebbe limitare l’uso del corpo della donna è che «Così si alimenta la cultura della violenza, passa il messaggio che la donna è solo un oggetto» e secondo la Boldrini “dall’oggettivazione alla violenza il passo è breve”. Dunque, “è inaccettabile che in questo paese – ha detto Laura Boldrini – ogni prodotto, dallo yogurt al dentifricio, sia veicolato attraverso il corpo della donna”. E quindi, “serve più civiltà ponendo delle regole”.

Già nel 2010 il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano diceva:
“E’ evidente che la comunicazione di un’immagine della donna che risponda a funzioni ornamentali o che venga offerta come bene di consumo offende profondamente la dignità delle donne italiane. Non solo: questo stile di comunicazione nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi.”

Alla Boldrini si uniscono tante altre donne di potere, che vogliono estendere il loro potere di moderare estendendo la quantità di pubblicità sulle quali è permesso moderare.
Come la vicesindaco Ada Lucia De Cesaris da rilanciare: «Chiediamo al parlamento di introdurre al più presto norme specifiche per poter intervenire in modo efficace. Oggi noi Comuni possiamo limitarci agli spazi pubblicitari che controlliamo direttamente: sono tanti, ma in media molto più piccoli di quei cartelloni giganteschi su cui si vedono messaggi discriminatori e volgari, che certo non insegnano niente di buono ai nostri figli, e su cui non possiamo intervenire in alcun modo». Ad esempio i megacartelloni sui palazzi in ristrutturazione.

Le azioni previste sono “sanzioni per chi usa in modo negativo il corpo della donna, nelle pubblicità come negli spettacoli tv, ma anche meccanismi premiali per le pubblicità virtuose”.
Ad esempio per la città di Milano, magari pensando a uno sconto sul canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (COSAP) per “chi evita lo stereotipo della donna nuda sdraiata sull’auto” per vendere l’auto.

Oltre alle sanzioni, hanno agito attraverso i consumatori, a Torino, per esempio, l’assessorato alle Pari opportunità ha realizzato una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza e boicottaggio delle azinede definita “contro lo sfruttamento del corpo femminile e le immagini offensive per le donne nelle pubblicità” con il messaggio ‘Svendi il mio corpo? Tieniti i tuoi prodotti’.

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è stato istituito un premio chiamato “Premio immagini amiche” (http://www.premioimmaginiamiche.it/) che ha ricevuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, e ha ottenuto il Patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità. Avvenuto per tre volte in tre anni consecutivi, attraverso una cerimonia di assegnazione del Premio alla presenza della Ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna, preceduta da una conferenza sul “Ruolo delle donne nella leadership politica, tra rappresentazione e rappresentanza” con la partecipazione di numerosi rappresentanti del mondo politico e della comunicazione.

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Il Premio “Immagini Amiche” dichiara di voler valorizzare una comunicazione per immagini che non strumentalizzi le donne, non utilizzi stereotipi e al tempo stesso veicoli messaggi creativi propositivi.  Non è censura, assicura, anche se questo è un nodo fondamentale: «C’è un confine sottile tra la tutela dell’immagine e della dignità della donna e la libertà di manifestazione del pensiero — spiega D’Amico — ma ci conforta il fatto che per le normative europee, non recepite in Italia, non vi è censura quando si tutelano i principi costituzionali supremi come, per esempio, l’uguaglianza tra uomo e donna».

«Se veramente pensiamo ancora oggi, e insegniamo ai bambini, che per vendere l’auto serva una donna seminuda c’è qualcosa che non va», ragiona la vicesindaco De Cesaris, che ricorda come Milano abbia aderito alla campagna “Città libere dalla pubblicità offensiva» promossa dall’Udi: «Una risoluzione del 2008 del Parlamento europeo ha evidenziato come la pubblicità contribuisca ad alimentare gli stereotipi di genere e come la percezione del corpo delle donne come oggetto da possedere possa incentivare la violenza. In Italia non l’abbiamo ancora recepita, speriamo che con l’appello della Boldrini le cose cambino».

Una legge contro le pubblicità che offendono le donne. Assieme a un nuovo regolamento del Comune che proibisca affissioni pubblicitarie sessiste e premi, invece, chi lancia messaggi positivi. , è la sua tesi.

Il giornale L’Unità ha una pagina dedicata all’analisi delle pubblicità definite dal giornale “sessiste”. L’analisi avviene attraverso testi e video in cui qualcuno descrive e giudica l’immagine.

Così è successo per la campagna per diffondere una petizione contro la pubblicità sessista, in occasione della manifestazione “Giovani leoni” organizzata da Sipra, il brief per la sezione stampa ha invitato i giovani concorrenti a immaginare la campagna per diffondere una petizione. La petizione è firmata da Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (ADCI) ed è rivolta al Ministro per le Pari Opportunità Josefa Idem, a cui si chiede di tradurre in poche norme semplici e vincolanti la “Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini”. La petizione è stata fatta su Change.org. La campagna stampa che l’ADCI ha scelto per sostenere la petizione è di Lara Rodriguez e Giorgio Fresi (Tbwa).

Il testo della petizione è:

Una larga maggioranza degli italiani manifesta crescente insofferenza nei confronti delle pubblicità sessista, che abusa del corpo femminile e offende la dignità di tutti.
L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria può agire tempestivamente contro gli eccessi più clamorosi imponendo, in base alle norme attualmente vigenti, un rapido ritiro delle campagne più offensive. Ma non basta.
I modi in cui una pubblicità può essere degradante sono molti, sottili e infidi: la diffusione ripetuta di stereotipi di genere consolida discriminazioni e frena lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturali arretrati, riduttivi e dannosi.
Vediamo donne tutte uguali e unicamente dedite alla bellezza seduttiva, o alla pulizia della casa e alla cura della famiglia, la cui identità si esaurisce nell’essere “casalinghe” o “sexy” o “madri” o “nonne”. Vediamo uomini tutti uguali e interessati solo a sesso, successo, calcio. Vediamo bambini intrappolati in comportamenti e relazioni familiari connotate dal genere: questi sono esempi di cliché.
La loro ripetizione incoraggia il pensiero unico.
La Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 ci esorta a cambiare le cose.
L’Art Directors Club Italiano, che da anni propone buone pratiche e lotta contro la trasandatezza, la sciatteria, la volgarità, la stupidità e il pensiero unico che gli stereotipi di genere veicolano.

Chiede
che le indicazioni europee vengano recepite e tradotte in indirizzi chiari e in poche norme semplici e vincolanti, tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista.

Ritiene
che tali indirizzi e norme possano disincentivare la pubblicità sessista, sensibilizzando l’intero settore (professionisti, agenzie, aziende, fotografi, registi…), migliorando la produzione pubblicitaria italiana e influendo positivamente sul sistema dei media e sul clima nazionale.

Come Presidente dell’Art Directors Club Italiano, ti invito a firmare. Per una pubblicità meno sessista e più innovativa e rispettosa, firma adesso.

Il giornale “Internazionale” titola “American Apparel non ama le donne“. E quindi fa un collegamento tra l’atto di esporre foto di donne nude nello stesso luogo fisico di uomini vestiti come un atto di mancanza d’amore verso le donne, e quindi disprezzo verso esse.

In Svezia le associazioni dei consumatori hanno accusato di sessismo la catena di abbigliamento statunitense American Apparel per la sua pubblicità che mostra degli uomini sempre vestiti e sobri e delle donne svestite in atteggiamenti provocanti per promuovere lo stesso capo d’abbigliamento, pubblicizzato come unisex.

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Emelie Eriksson, una blogger di 24 anni, ha sollevato il problema postando le pubblicità femminili e maschili della casa di moda americana a confronto sul suo blog. Il suo post è stato letto da centomila persone e le associazioni per la tutela dei consumatori hanno chiesto alle autorità che vigilano sulle pubblicità di sanzionare American Apparel. Tuttavia le autorità svedesi hanno risposto che non è nella loro giurisdizione oscurare il sito della casa di moda, perché è in inglese e ha un dominio non registrato in Svezia.

“Le pubblicità di American Apparel sono assurde, è evidente che hanno un’immagine degradante della donna ed è incredibile che non ci siano critiche dure a questo tipo di pubblicità”, ha detto Eriksson a The Local, un giornale svedese in lingua inglese.


In sintesi, si sta chiedendo a molte donne,
le fotomodelle in primis, di sacrificare i loro desideri (guadagnare soldi facendo fotografare il proprio corpo per pubblicità). Ed è possibile obbligare un/a cittadino/a contro la propria volontà a non compiere certe azioni, ma questo obbligo deve essere giustificato. E poiché molte donne sono infastidite, e arrabbiate per questo sacrificio imposto, è evidente che serve giustificare. Un rappresentante della società in parlamento ha il dovere di dare spiegazioni a tutti i cittadini, soprattutto a quelli che devono rinunciare a qualcosa per conformarsi alle nuove regole introdotte.

C’è il caso in cui tutte le persone che producono foto da eliminare siano donne: la pubblicitaria, la fotografa, la make-up artist, la fotomodella.
Si potrebbe così dire che si proteggono le donne dalle azioni di alcune donne.

Una persona esterna alle persone che fanno queste dichiarazioni o che portano avanti queste propagande di idee, per non essere passiva ma razionale deve giudicare le affermazioni. Nessuno dei personaggi che si sono espressi a proposito delle immagini di donne e il concetto di oggettificazione ha spiegato e dimostrato come possa essere ritenuto vero e valido questo concetto. Però invece è stato ripetuto quotidianamente, per anni che è sbagliato (quello che si chiama “lavaggio del cervello” ma a fin di bene, secondo chi crede sia a fin di bene).
E tutti possono dire “dovete pagare più tasse perché se lo fate il mondo diventerà perfetto” oppure “dovete avere fede in dio perché se lo fate vivrete per sempre”.

Allora chi vuole capire, deve trovare  autonomamente dimostrazioni e spiegazioni. Ma oltre a un interesse in una comprensione personale, a livello politico è necessario che chi partecipa delle decisioni di una nazione comprenda ancora di più la validità di certi ragionamenti.
Su questa comprensione si può dire che il ministro per le pari opportunità Josefa Idem nel 2013 ha dichiarato «Sarebbe ora che su un problema così grave e incivile, si attivasse, non solo il settore pubblico, ma anche i privati. Come ministero siamo pronti ad accogliere i contributi delle tante aziende che, a loro volta, sono così pronte a carpire l’attenzione delle donne quando si parla di marketing, di vendere prodotti o servizi. Suggerisco infine un’altra bella idea per trovare risorse: prevedere elevate sanzioni pecuniarie per quelle pubblicità lesive della dignità e dell’immagine delle donne». «Oggi serve una scelta politica: più risorse ai centri anti violenza e alle case rifugio», ha aggiunto la presidente della Camera, Laura Boldrini. Se si decide di ottenere risorse economiche attraverso “elevate sanzioni pecuniarie per quelle pubblicità lesive della dignità e dell’immagine delle donne” si concentrerà l’attenzione nel cercare queste pubblicità, e si forzeranno anche le cose. Nel momento in cui ci sono interessi economici è possibile che nasca il desiderio di forzare le cose. E non è difficile forzarle dato che la verifica di certi concetti non è scientifica, ma basato soprattutto sulla percezione maggioritaria che può essere ottenuta con una continua ripetizione del concetto. Dunque, per agire in modo giusto, diventa necessaria una verifica scientifica oppure l’abbandono di tale possibilità.

Un cittadino esterno alle attività politiche, come possono essere un fotografo o una fotomodella o una persona che osserva le immagini pubblicitarie, per sapere distinguere la validità o l’invalidità di certe accuse, è necessario prima conoscere il significato di tutti i termini utilizzati.
Si parla di “limitare l’uso del corpo della donna”. Perché un certo “uso negativo”“offende le donne”, “sfrutta il loro corpo”, lo “svende”, è “sessista”, “alimenta la cultura della violenza”, “contribuisce ad alimentare gli stereotipi di genere e la percezione del corpo delle donne come oggetto da possedere” e quindi va sanzionato, e vanno invece premiati i “messaggi positivi”, “virtuosi”.

Si devono quindi analizzare i significati delle seguenti parole:

  1. Uso
  2. Oggetto/Donna-oggetto/Oggettificazione
  3. Strumentalizzazione
  4. Offesa
  5. Svendita
  6. Sessismo
  7. Violenza
  8. Stereotipo
  9. Possesso
  10. Positivo
  11. Virtuoso
  12. Dignità
  13. Degradante
  14. Pensiero unico
  15. Umiliante
  16. Subalterno

E i significati della seguente espressione:

  1. Mancanza d’amore per le donne o disprezzo per le donne


USO (del corpo)

Laura Boldrini, ha chiesto uno stop alle réclame che “usano le donne”.

Nell’assegnazione del premio ci sono molti concetti astratti che si prestano a interpretazioni, e tra le varie interpretazioni ci sono immagini che presentano nudità, pose, evocazioni che vengono etichettate come nemiche e quindi da escludere dal premio.

Per poter comprendere l’espressione “uso del corpo delle donne” bisogna rispondere a due domande

  1. Che cosa si intende per “usare”
  2. Che cosa si intende per “usare le donne”?

Alla parola usare nel dizionario si trova:

1 L’atto di servirsi di qlco. e il modo di questa utilizzazione SIN impiego, utilizzo: l’u. del computer; un buon, un cattivo u. del denaro || fare u., servirsi, adoperare, ricorrere

La parola servirsi somiglia alla parola servizio, come nell’espressione servizio a domicilio, oppure servito, come il pranzo è servito. Queste parole indicano l’ottenere qualcosa che si desidera, che si vuole, che produce un beneficio. Questo concetto è ulteriormente sottolineato da un’altra parola simile: usufruire.

usufruire:
1 Godere di usufrutto su qlco.: u. di un’abitazione
2 estens. Fare uso, avvalersi, godere di qlco.

La parola godere esprime un piacere, un sollievo per qualche cosa che si è ottenuto, perché ne si aveva bisogno o lo si desiderava.
Nel caso delle fotografie destinate alla pubblicità, l’ottenimento piacevole è principalmente il guadagno per chi produce le immagini e chi le utilizza per pubblicità e la stimolazione degli acquisti tramite le pubblicità, e poi altri ottenimenti psicologici, come il senso di competenza per essere riusciti a produrre un’immagine, e i vari complimenti che si ricevono nel caso venga apprezzata.

Per comprendere il problema dell’uso del corpo delle donne è necessario prima comprendere:
1. a cosa ci si riferisce con l’espressione “uso del corpo”
2. se realmente avvenga un “uso del corpo”
3. di chi sia il corpo “usato”.

VERIFICA DEL REALE AVVENIMENTO DELL’USO DEL CORPO IN FOTOGRAFIA

Le persone che utilizzano l’espressione “uso del corpo” nel giudicare negativamente immagini pubblicitarie danno per scontato che sia avvenuto un uso del corpo, e quindi aggiungano a questo dato di fato scontato un giudizio negativo. Ma non per il semplice fatto che si sta giudicando un qualcosa a cui una parola si riferisce, quel fatto è realmente avvenuto. Si può dire “X ha urlato con Y davanti ai suoi amici, e questo comportamento è sbagliato” ma l’aver pronunciato questa frase non implica che X abbia realmente urlato con Y.

Nel godere dell’aspetto altrui o nel far godere qualcuno dell’aspetto altrui attraverso un’immagine, c’è chi dice che agenzie pubblicitarie, fotografi e fotomodelle, usano il corpo delle donne e che questo è ingiusto.

Ma chi ascolta l’espressione “usare il corpo delle donne“, soprattutto un fotografo che scatta foto pubblicitarie a donne, può giudicarla ambigua perché indicherebbe sia una possibile passività sia una possibile attività nell’essere usate da parte delle donne, e allo stesso tempo indicherebbe una proprietà che tutti sanno di non avere ma che hanno soltanto le altre persone, cioè il possedere il corpo delle altre donne.
Infatti, se si cerca su google “usare il corpo” si trovano risultati come “Non usare il tuo corpo per attirare attenzioni, troverai solo persone disposte ad usarlo” oppure “Usare il tuo corpo per ottenere favori”. Quindi, da queste espressioni, si deve dedurre che in genere si può usare il proprio corpo, oppure si può usare il corpo altrui, ma non si può usare il corpo altrui attraverso l’uso del proprio corpo.

ERRORE LOGICO DEL PENSARE DI USARE DIRETTAMENTE IL CORPO DI UNA DONNA

Dato che si parla di corpo, che è un qualcosa che appartiene al mondo fisico, perché può essere misurato con grandezze fisiche, quali il peso, l’altezza, il volume, la temperatura, alle quali si possono assegnare valori numerici, non si può evitare di verificare ciò che accade nella realtà fisica per concludere che se il corpo del soggetto fotografato venga usato dai pubblicitari e dai fotografi, così anche per concludere se i corpi delle donne abbiano subito qualche azione spiacevole, invece che supporre che certe azioni sono sempre spiacevoli per tutte le donne, e che quindi ogni volta che si presentano le donne soffrono.

Quindi, considerando cosa accade durante e dopo un set fotografico a livello fisico si può dire che un fotografo usa il proprio corpo, nello specifico la propria capacità di muovere le mani, le gambe, gli occhi, per posizionarsi, osservare nel mirino, posizionare la fotocamera in modo che il sensore sia perpendicolare al soggetto, spingere i pulsanti per impostare i valori del diaframma, dei tempi di scatto, degli ISO, e scattare premendo il pulsante col dito, tutte azioni che senza queste pressioni fisiche sui pulsanti non potrebbero avvenire, oltre al proprio corpo usa indirettamente anche le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo del soggetto, indirettamente perché è la fotocamera che ne manipola il corso, e usa anche indirettamente la volontà del soggetto di far usare al fotografo le onde elettromagnetiche riflesse dal proprio corpo, elaborate dalla fotocamera per produrre una fotografia. Ma non usa il corpo del soggetto in modo diretto, quindi si può dire semplicemente senza specificare diretto indiretto che non usa il corpo del soggetto fotografato. Infatti, soltanto perché è un modo di dire diffuso si dice e si pensa che usi il corpo del soggetto, per semplificare questo processo complesso. Ma semplificando si può finire col confondere il termine usare con i termini “abusare” o “violentare”. A questo fraintendimento sono soggette le persone spaventate dalla possibilità degli altri di abusarle, che sono attente in cerca di indizi che mostrino un abuso, e lo trovano anche dove non c’è. Quindi l’unico corpo che usa il fotografo o la fotografa è il proprio.


C’è chi aggiunge il problema del ricevere soldi per l’uso delle foto, chiamando tale fenomeno ( mercificazione del corpo ) facendo confusione.

Affermando che una rivista non debba pubblicare le foto fatte o in uno studio o in una sfilata per guadagnare fama o soldi, perché questo significa usare il corpo delle donne, e il corpo delle donne non va usato. Ma perché aggiungere una retribuzione economica comporta questa enorme differenza?

I creatori di una rivista non usano direttamente il corpo delle donne, o di una certa donna, ma utilizzano direttamente le foto scattate a quel corpo, con lo scopo di stamparle su carta, aggiungendoci parole e segni grafici.

Così pensando  si confonde “il corpo” con “le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo”. Infatti, il fotografo usa le onde elettromagnetiche e non il corpo. Oppure quando fotografa dettagli del corpo dovrebbe farla a pezzi e vendere quei pezzi alle riviste. E quando la fotografa per intero, dovrebbe impacchettare tutta la persona senza vestiti, all’interno di una fotografia.

Una volta corretto questo errore linguistico, e chiarito che si parla di “uso dell’immagine del corpo di una donna”, e che l’uso indiretto della sua volontà (uso indiretto del corpo) non è condannabile, dato che è un processo che avviene ogni giorno nell’ambito del lavoro, si  deve deve passare ad analizzare le accuse nei confronti del modo in cui l’immagine di una donna viene usato, e non del mero uso della sua immagine.

SIGNIFICATO DELL’ESPRESSIONE “USO DEL CORPO DELLA DONNA”
Se con “uso del corpo” ci si riferisce all’uso in sé del corpo, si crea una disparità di giudizio nei confronti di tutti gli altri usi che non vengono giudicati negativi che esistono. Ogni giorno, infatti, si usa il proprio corpo.
Camminiamo, battiamo le dita sulla tastiera, lavoriamo, facciamo sesso per provare piacere, facciamo sport, e usiamo anche il nostro cervello che sta all’interno di quello che consideriamo essere il nostro corpo, ma non lo consideriamo negativo.
Dunque, chi cerca di capire perché quello che viene chiamato “uso del corpo delle donne” in pubblicità sia ritenuto negativo può ipotizzare che forse gli accusatori si riferiscano a un uso del corpo diverso dall’uso quotidiano del corpo, ad esempio l’uso del corpo altrui e non del proprio.
Ma, se questo fosse il tipo di uso del corpo criticato, si creerebbe di nuovo una disparità di giudizio, poiché ogni giorno chi fornisce un lavoro da fare a qualcuno in cambio di soldi usa indirettamente il corpo altrui per ottenere un beneficio. Per indirettamente si intende che si usa la volontà altrui di usare il proprio corpo.
E quindi, se considerassimo l’uso negativo in sé, si dovrebbe necessariamente considerare tutti gli usi del corpo come negativi.
Quindi, le due ipotesi sul senso in cui viene utilizzata l’espressione “uso del corpo delle donne”, ovvero uso del corpo in sé e uso del corpo altrui, si rivelano dei falsi problemi, e dunque si può procedere con l’ipotizzare che le persone si riferiscano all’uso “dell’immagine del corpo che rappresenta le donne” e non al corpo dei soggetti fotografati.

CRITICA AL MODO IN CUI VIENE USATA L’IMMAGINE DI UNA DONNA
Ci sono almeno due modi per usare il termine “immagine”. Riferendosi a:

  1. Le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo delle donne fotografate quotidianamente nel mondo e visualizzate tramite un supporto (schermo, carta).
  2. L’immagine (immaginazione) mentale delle persone che hanno nei confronti delle donne.

Fondamentalmente si afferma che:

La frequenza dell’uso dell’immagine di corpi femminili sia eccessiva, o che l’uso di immagini di corpi femminili in un certo modo sia illegittima.

Secondo gli accusatori c’è abuso dell’immagine del corpo di qualcuno quando:

  1. si usa l’immagine del corpo di una donna per esaltare o decorare altre cose, come le merci.
  2. si usa l’immagine del corpo di una donna per rappresentare una persona sempre disponibile a soddisfare desideri (soprattutto sessuali).
  3. si usa l’immagine del corpo di una donna in un certo modo che è troppo frequente rispetto agli altri modi in cui si potrebbe usarla.
  4. si usa l’immagine del corpo di una donna in un modo in cui non si dovrebbe mai usare (donne nude accanto ad uomini vestiti).


C’è chi afferma che sia solo un fraintendimento quello di intendere che le persone critichino l’uso del proprio corpo nudo da parte delle donne, ma che in realtà si critichi solo l’uso in ambito commerciale. Ma ci sono molti esempi che smentiscono questa affermazione sull’andamento delle cose, e mostrano come in realtà non si critichi solo l’uso dell’immagine di un corpo femminile come decorazione di una merce o come rappresentazione di una donna sempre disponibile, e soltanto in pubblicità, ma che lo si fa anche dal vivo, per quanto riguarda performance che non hanno a che fare con l’accostamento a merci o che non rappresentano personaggi.
Ad esempio vengono criticati i motoraduni, poichè ci si inseriscono spogliarelli e varie performance che hanno a che fare con la nudità e la sessualità. Come è accaduto nella pagina “Femminismo” e nella pagina “Il maschilista di merda” che hanno criticato nelle loro pagine il Motoraduno “Ruotesfonde” del 2013, linkando l’evento e scrivendo “non so a voi, ma a me viene davvero lo schifo più profondo. leggete il volantino, più che un motoraduno sembra un bordello”.

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E tra i commenti c’è chi suggerisce che fare certe cose “dal vivo sia decisamente ancora più degradante” rispetto alle pubblicità.

Chi non percepisce automaticamente lo schifo che percepiscono le persone che criticano un evento del genere si chiedono perchè queste persone scelgono di giudicare pubblicamente un motoraduno gestito così e dire che sembra un bordello. Soprattutto considerando il fatto che sono pagine che sostengono la denominazione “troiofobia”, contro la soprressione della libertà sessuale delle donne. Lo stesso linguaggio infatti, in particarle “sembra un bordello”, usato da altre persone, sarebbe stato da loro stesse criticato. Questo dimostra come la razionalità sia poco usata in certi giudizi, e che si faccia due pesi e due misure.

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A volte chi si occupa di violenza, dall’essere gruppi di donne e persone disponibili sui territori per qualunque richiesta di aiuto, che deve venire da chi ne ha bisogno senza forzature, è diventato/a rieducatore/trice del sentire delle donne. Quelle che non percepiscono certi concetti devono essere rieducate, oppure i maschi non cambieranno mai se troveranno ancora donne in un certo modo. Si impone così una morale per cui ogni donna, a prescindere da quello che le piace o no, viene costretta a percepire come violenza perfino quello che le piace.

USO DELL’IMMAGINE DI QUALCUNO NELL’ESALTAZIONE O DECORAZIONE DI ALTRE COSE
Secondo alcune teorie l’immagine del corpo delle donne è abusata quando decora ed esalta qualcos’altro e quindi ad essere criticato è l’uso dell’immagine in quei casi e non in tutti i casi. E neanche la donna che fa foto amatoriali o professionali ma che non pubblicizzano una merce o che non rappresentano una donna sempre disponibile. Questo perché secondo alcuni la donna che gira in minigonna per strada non provoca violenza, così come le donne che condividono le proprie immagini di nudo nei social network o nei propri siti, e invece la donna in pubblicità la provoca.

La fotografa Anne Geddes sarebbe una grande oggettificatrice in base a questa teoria.

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Le conseguenze di questa teoria sono molte.
Lo stesso atto di appendere un calendario di nudo in camera può essere oggettificante, in base a questa teoria, perché l’immagine stampata della donna decora la stanza. Così come inserire delle immagini di donne nude su un sito web accanto ai nomi dei link perché decorano il sito. Allora, tutto ciò dovrebbe essere vietato dallo Stato o disprezzato dalla morale?

La stessa cosa accade con gli animali, ma degli animali il femminismo non si preoccupa che possano essere abusati in seguito alla visione di certe immagini.

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Qual’è la differenza tra una donna in pubblicità e nella vita reale?
Secondo i sostenitori della teoria dell’oggettificazione una donna che indossa la minigonna e cammina per strada, potrà essere seducente, ma non è una donna oggetto.
Perché una donna per essere definita “donna-oggetto” deve presentare le caratteristiche di:
proporsi come bene a disposizione dell’osservatore
decorare l’ambiente che ha attorno

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Una donna in pubblicità (sia fotografiche che video) viene definita in modo diverso da una donna nella vita reale, perché una donna in pubblicità si propone come “bene a disposizione”, e una donna che passeggia, o vive la sua vita in locali, uffici, case in gonna, vestita sexy non si propone come bene a disposizione.
Per comprendere questo concetto bisogna capire che cosa significhi “proporsi come bene a disposizione”, e verificare se effettivamente in pubblicità una donna si proponga come bene a disposizione.

Inoltre, una donna nella vita reale non usa la propria immagine per decorare l’ambiente che ha attorno, non decora né la strada, né le automobili, né ad altri prodotti, né altre persone e personaggi ritenuti più esperti e autorevoli di lei. In realtà, a volte una donna può essere pagata per uscire con l’uomo, e fargli fare bella figura, e quindi decorarlo.

Ma in genere usa la gonna per decorare il proprio corpo, e usa il proprio corpo per decorare la propria personalità. Quindi, secondo questa teoria il problema relativo alla violenza non è il nudo, né l’immagine della donna, ma il modo in cui l’immagine del corpo della donna viene mostrata che viene definito con degli aggettivi: oggettivata, subalterna, degradante e umiliante.
Questo è un giudizio politico sull’uso dell’immagine dei corpi e quindi la libertà individuale di veline, ballerine e modelle non può prevalere su qualcosa che riguarda la politica, e quindi il popolo.
Quindi, è l’uso della propria immagine al fine di abbellire qualcos’altro che alcuni ritengono sbagliato. Ma anche un testimonial (donna o uomo) decora ed esalta altre cose, ad esempio merci.

Ma che cosa significa rappresentare una donna “sempre” disponibile?
Una immagine non possiede la dimensione del tempo, perciò si può rappresentare il tempo con degli artefatti. Ad esempio inserendo nella stessa immagine più atti compiuti dalla stessa persona in modo da indicare momenti precisi di tempo diversi tra l’oro e lasciare all’osservatore il compito di immaginare ciò che accade prima e dopo gli atti visibili.
Per rappresentare una donna sempre disponibile come si fa?

SPECULAZIONE SULL’IMMAGINE DEL CORPO

Difficile comprendere che cosa significhi “speculare sui corpi” riferito alle immagini pubblicitarie o ai video televisivi. Se il termine “speculare” significa “comprare e vendere guadagnando sulla differenza dei prezzi”, oppure “approfittare” “fare profitto”, per quanto riguarda il guadagnare soldi bisognerebbe chiedersi perché guadagnare soldi attraverso l’immagine di corpi vestiti, oppure di cani, gatti sarebbe diverso dal guadagnare soldi attraverso immagini di corpi umani svestiti, soprattutto se femminili. Se è sbagliato guadagnare soldi attraverso immagini di corpi umani svestiti, dovrebbe essere sbagliato guadagnare soldi attraverso immagini di qualsiasi corpo, a meno che non ci sia una differenza tra corpi vestiti e svestiti, o tra esseri umani e animali. Qual’è questa differenza che chi giudica negativamente l’atto di guadagnare attraverso l’immagine del corpo non viene detto, viene dato per scontato. Per quanto riguarda “l’approfittarsi” ovvero “cercare un utile sfruttando senza scrupoli situazioni favorevoli” sicuramente le fotomodelle sfruttano la situazione favore di avere un aspetto conforme ai canoni, e di essere donne e quindi soggette a giudizio estetico, a differenza, in proporzione, degli uomini. Ma anche le fotomodelle che si fanno fotografare vestite sfruttano la corrispondenza del proprio aspetto con i canoni richiesti. Si tratta di trarre un utile a danno degli altri, bisognerebbe chiarire qual’è il danno che provoca agli altri. Forse il fatto che le ragazze considerate belle, e le persone di sesso femminile, possono ricevere certe opportunità economiche e gli altri no.

USO UNIDIREZIONALE DELL’IMMAGINE DEL CORPO DI UNA DONNA

Tutti i soggetti coinvolti, pubblicitario/a, fotografo/a e fotomodella, usano la fotocamera per ottenere ciò che vogliono, entrambi usano le onde elettromagnetiche per ottenere ciò che vogliono. C’è uno uso reciproco e non a senso unico, e indiretto e non diretto del corpo del soggetto. E una soddisfazione reciproca. Il piacere di sapere che altri provano piacere per lo stesso oggetto osservato, in questo caso le foto, il piacere di sentirsi stimati per le proprie caratteristiche estetiche e capacità creative, e il piacere di ricevere soldi con i quali soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. Quindi usano indirettamente editori e riviste per arrivare a usare chi vede queste riviste. Senza i quali non esisterebbero riviste.

Esiste una differenza tra uso diretto uso indiretto.

Una volta compreso che non è il corpo ad essere usato, ma l’immagine del corpo, si può passare ad analizzare le altre accuse o aggravanti di sessismo tra uomo e donna, come il pensiero che il fotografo non fa usare l’immagine del proprio corpo, mentre la fotomodella fa usare l’immagine del proprio corpo diventano falsificate. Perché in realtà il fotografo non fa usare l’immagine del suo corpo. La fotomodella fa usare l’immagine del suo corpo.
Così come la fotomodella usa indirettamente la fotocamera che possiede il fotografo, la sua conoscenza della fotocamera, la sua conoscenza delle regole della percezione, il suo gusto, la sua capacità di muoversi, il suo tempo e usa direttamente la sua volontà a fotografarla per poter guadagnare soldi od ottenere vantaggi psicologici di altro tipo. In totale parità e reciprocità.

FREQUENZA DELL’USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO DI UNA DONNA

ABUSO (dell’immagine del corpo)

C’è chi usa la parola “abuso” per dire che c’è un “abuso del corpo delle donne” o dell’immagine delle donne.
Abuso significa, eccessivo, illecito, improprio. Esprime quindi una critica molto diversa dalla critica che negativizza l’uso generico dell’immagine del corpo delle donne. Infatti la Boldrini propone di limitare questo uso, e quindi si può implicare che lo consideri un abuso. Poiché non si usa il corpo delle donne, ma l’immagine del corpo delle donne, si deve tradurre l’espressione con “abuso dell’immagine del corpo delle donne”.
Allora il problema sta nel capire dove sta l’eccesso di uso e perché si può considerare un eccesso, in base a quale parametro è un eccesso.
Rientra nel concetto di abuso, un utilizzo termine “uso” con valenza negativa.

La parola “uso” assume un significato molto negato si diventa “usata/o”. “Mi sento usata/o”, “è stata usata/o”. Essere usata/o come una ruota di scorta”. Indica una svalutazione dell’altro, dei suoi desideri, e bisogni.
Forse questa identificazione tra la parola “uso” e il concetto di mancanza di empatia porta a credere che ogni “uso” di una persona sia privo di empatia, e quindi da criticare, e impedire. Perciò l’uso dell’immagine del corpo delle donne sarebbe una mancanza di empatia nei confronti delle donne. Ed è questa identificazione tra il concetto di “uso” e “mancanza di empatia o mancanza di rispetto” che porta alla denigrazione di certe donne che attuano certi comportamenti sessuali. Denigrazione fatta con la parola “troia”. Per molti, una troia è una donna che si fa usare (senza empatia e senza rispetto).
Come può avvenire un uso dell’altro senza empatia e senza rispetto? attraverso l’inganno, attraverso la forza, attraverso l’alterazione mentale dell’altro con sostanze stupefacenti o alcoliche.

Dalla falsa credenza che il corpo venga usato nascono rappresentazioni di concetti rivolte a denunciare e accusare i produttori di oggettificazione.

  1. il corpo viene usato in modo passivo al soggetto, come senza consenso (senza chiedere il permesso)
  2. il corpo viene usato in modo separato dalla mente e della persona (oggettificazione)

Un sedere tagliato dal resto del corpo all’interno di una confezione in genere usata per distribuire carne da cottura con scritto “dirty market” ovvero “mercato sporco”. L’idea rappresentata è quella dell’espressione “pezzi di carne” di “le donne vengono trattate come pezzi di carne”.

CONFUSIONE TRA SCEGLIERE DI DARE PIACERE, SOTTOMETTERSI ED ESSERE ABUSATI

C’è una differenza tra dare piacere e sottomettersi? Se si, qual’è la differenza tra dare piacere e sottomettersi?
Compiacere significa “assecondare, condiscendere, fare piacere a qualcuno. soddisfare, accontentare.”

Per quanto riguarda le relazioni con gli altri molte persone spesso mettono in atto due tipi di comportamenti non produttivi con l’idea di creare qualcosa di positivo per sé.

Uno è quello di pretendere di cambiare gli altri, criticandoli, insultandoli, ricattandoli, aggredendoli, l’altro è quello di cercare di cambiare, o, meglio, di adattare se stessi alle esigenze degli altri tanto da rinnegare la propria personalità, i propri desideri, i propri bisogni e soffrirne.

Compiacere gli altri, se inteso come “comportarsi nel modo che si suppone ci renda piu’ graditi/e e si permetta di essere accettati/e e  amati/e dagli altri”, può non permettere di sentirsi sereni, ma provochi addirittura sofferenza, perché tesi nell’autocensurare qualcosa che impedisce di esprimersi a pieno e quindi di tirare fuori tutto il proprio valore e la peculiarità del proprio fascino in modo che si riceva un apprezzamento dovuto a una conoscenza reale e non falsificata. Ma questa è una possibilità, e non una conseguenza inevitabile e predeterminata.

E poiché, se si parla di giusto e sbagliato ci si riferisce alla sofferenza e al piacere nei confronti dei quali tutti fanno i conti, si può concludere che il compiacere si divida in due tipi: Quello in cui c’è sofferenza e quello in cui non c’è sofferenza. Infatti, se uno nel soddisfare la richiesta di qualcuno chiede qualcosa non prova sofferenza, non fa uno sbaglio o se nel cambiare qualcosa di sé non provoca sofferenza in sé stesso non c’è un problema. E quindi non c’è né pretesa autoritaria, né sottomissione.

Se così non fosse, ma fosse vero il pensiero semplicistico che afferma la sottomissione sia “fare ciò che vuole un altro”, a prescindere da ciò che provoca, tutto può essere interpretato come sottomissione, anche una madre che imbocca un bambino, anche qualcuno che aiuta qualcuno che gli chiede aiuto, e quindi sbagliato. Ma così non è.

Tuttavia, il lavoro della fotomodella comporta un guadagno e quindi una reciprocità. Lei da qualcosa e riceve qualcosa.
Scambiare le metafore per la realtà può avere conseguenze deleterie. Perché non equivalgono le foto e la realtà. Oppure sarebbe oggettificante la stessa pubblicità sociale che si propone di eliminare e criticare le fotografie in cui ci sono corpi o parti del corpo nude, e quindi sarebbe contraddittoria. Ma chi la crea sa che non è automaticamente oggettivante una foto così. Infatti deve aggiungere qualcosa. Come la confezione nella quale viene venduta la carne per alimentarsi. E il fatto che sia tagliata, come è tagliato il sedere contenuto da tale confezione. Elementi che nella realtà in cui qualcuno fotografa qualcun altro non ci sono.

E ci sono alcune ragazze che possono anche abusare della disponibilità del fotografo. Fingono di provare sentimenti per il fotografo e ottenere da lui fotografie gratuite, anche con una sorta di dovere poiché fidanzate con essi. Una ragazza che pretende con arroganza le foto scattatele per poterle usare e ottenere vantaggi grazie al desiderio degli altri di vedere il suo aspetto perché dovrebbe essere definita come oggettificata e sottomessa?

Il corpo di un singolo individuo femminile (il corpo di una donna) non appartiene a tutte le donne, cioè un’idea astratta con la quale si immagina tutta la somma degli esseri umani femminili sul pianeta terra, ma appartiene alla persona reale e non astratta che si sente viva in quel corpo.

E poiché in diritto, la proprietà è un diritto reale che ha per contenuto la facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento giuridico (art. 832 del codice civile italiano), dunque ad avere la possibilità di decidere come usare il proprio corpo e non gli altri. Gli altri hanno solo il diritto di usare la sua scelta di usare il suo corpo. Che si usi la scelta dell’altro di usare il proprio corpo e non direttamente il corpo dell’altro è dimostrato dal fatto che le persone che non vogliono farsi vedere non lo fanno neanche a pagarle oro, ad esempio quelle che si vergognano, o imbarazzano. Quindi, non si usa il corpo del soggetto fotografato, ma la sua scelta di far usare le onde elettromagnetiche riflesse dal proprio corpo.
Perciò, traducendo con questa concezione si dovrebbe dire “limitare l’uso della scelta di far usare il proprio corpo”.

Quindi, poiché nella realtà quando si parla di uso del proprio corpo non si pensa che si stia usando anche il corpo degli altri, viene naturale ipotizzare che chi usa l’espressione “il corpo delle donne” forse intende dire qualcos’altro di diverso rispetto al corpo della somma degli esseri umani femminili, ma cosa si intende dire?

Si può partire dal considerare che, c’è differenza tra dire: “Il corpo di una donna” e “il corpo della Donna” con la d maiuscola e singolare e “il corpo delle donne”.

Queste differenze sono:

  1. che il corpo viene oggettificato
  2. che la scelta dei contenuti, dello stile fotografico è dell’azienda, o di chi possiede i soldi e questo viene inteso come sinonimo di mancanza di libertà individuale

Dopo aver compreso che l’uso del corpo non è un male in sé, e che in fotografia non si usa il corpo del soggetto fotografato ma si usano le onde elettromagnetiche riflesse dal suo corpo e la sua libera volontà da farsi fotografare, è necessario comprendere cosa significa oggettificazione.

STRUMENTALIZZAZIONE
Il premio immagini amiche sul sito recita che intende valorizzare una comunicazione che non strumentalizzi le donne.
Tuttavia, per capire che cosa significhi ciò che i creatori del premio immagini amiche vogliono perseguire bisogna sapere a cosa certe parole si riferiscano nel mondo reale. “Strumentalizzare le donne” cosa significa? Qualcuno, analizzando in modo approfondito tale espressione può arrivare a delle conclusioni opposte rispetto a quelle di chi organizza un tale premio, e quindi a essere in disaccordo con l’etichettare nemiche certe immagini. Perciò, se non si vuole giungere a conclusioni arbitrarie e ingiuste, è necessario un procedimento comune per analizzare certe immagini, i cui passaggi siano spiegati e giustificati.

Uno sgabello utilizzato per raggiungere la marmellata inserita in alto nei cassetti della cucina è uno strumento, e quindi la materia che compone lo sgabello viene strumentalizzata. Così come le posate, i piatti, il letto, il personal computer.
Ma in questa interpretazione del concetto non c’è un valore negativo, e l’assenza di un valore negativo porta a dedurre che se esiste un valore negativo della parola, allora non è l’unico valore, ma esiste sia un valore positivo che uno negativo del termine.
Si tratta di comprendere cosa questa parola indichi quando è usata in modo negativo, tra le varie azioni che compiono gli esseri umani nei confronti degli altri esseri umani, e perché quelle azioni indicate dalla parola abbiano un valore negativo.

Per capire cosa significa, si può considerare che il concetto di strumentalizzazione ha delle comunanze con i concetti di “oggettificazione” e “mercificazione”. Ciò che viene oggettificato viene reso mezzo per ottenere un qualcosa, al di là della sensibilità umana, così come ciò che è mercificato viene reso mezzo per ottenere qualcosa. Ma ciò che è strumentalizzato non viene necessariamente reso merce. Si può quindi dire che le parole “strumentalizzazione” e “oggettificazione” indicano gli stessi eventi nel mondo reale.

ESSERE OGGETTIFICATI

Per affermare che queste immagini esterne, stampate o su monitor, siano negative si usa spesso il termine “oggettificazione”. Accusando chi le ha prodotte di non rispettare le donne.
Ma se un fotografo o una fotografa, o un soggetto fanno certe foto e affermano invece che il loro desiderio è quello di rispettare le donne, l’altro che giudica la foto oggettificante non riesce a capire, e ci vede una contraddizione. E può dire: “ciò che le tue immagini comunicano è contrario al rispetto della donna, e se tu vuoi essere uno che rispetta le donne, quelle foto sono l’ultima cosa che devi fare. Una donna nuda con le gambe aperte, o la figa aperta è l’ultima cosa che devi fotografare”. Dunque è necessario chiarire chi dei due abbia ragione. Per chiarire dove sta la verità è necessario verificare nella realtà.

Se si vuole conoscere la verità, non si può dare per scontato niente, perché ogni pensiero sulla realtà può essere vero o falso, dato che la caratteristica dei pensieri è che non sono la realtà e sono indipendenti dalla realtà, ma possono coincidere con essa e darne una rappresentazione fedele.
Quindi, chi afferma di essere oggettificata/o da una foto, per poter permettere a chi lo ascolta di crederci, deve dimostrare che quest’affermazione corrisponde alla realtà.

Procedendo alla scoperta della verità di un’affermazione del genere si deve considerare che per poter essere vera l’affermazione “sono oggettificata/o”, riferita alla visione di una foto fatta a un’altra persona, dovrebbero essere vere anche altre cose.
1. Per prima cosa dovrebbe essere vero che si può essere che l’oggettificazione esiste.
2. Più in particolare dovrebbe essere vero che si può essere oggettificati attraverso un evento che accade al di fuori del proprio ambiente percepito. Infatti, chi vede una foto fatta da un’altra persona a un’altra persona, e vista da altre persone, per arrivare a pensare di essere oggettificata deve prima pensare che in conseguenza all’esistenza di quella foto qualcosa possa accadere a sé stessi.
3. Inoltre, dovrebbe essere vero che la foto in questione abbia il potere di oggettificare.

Quindi, cercando un ordine con cui procedere, la prima azione che si dovrebbe compiere dovrebbe essere scoprire se l’oggettificazione esiste, perché se non esiste non avrebbe senso ricercare la verità del pensiero che si possa essere oggettificati attraverso la produzione di una foto fatta da altri, o che una certa foto che si vuole giudicare abbia il potere di oggettificare.
Se si scoprisse che l’oggettificazione esiste, allora si dovrebbe procedere con lo scoprire se si può essere oggettificati attraverso foto fatte da altri, e infine si dovrebbe scoprire se quella precisa foto che si vuole giudicare possiede le caratteristiche per oggettificare qualcuno.
Tuttavia per iniziare tutto il procedimento logico che porta alla conclusione sulla verità o falsità delle accuse rivolte a certe immagini, si deve prima sapere cos’è l’oggettificazione.

OGGETTIFICAZIONE

Cos’è l’oggettificazione?

Non è un concetto che tutti conoscono, e non è una parola usata da tutti quotidianamente. C’è chi infatti ricordandola malamente dice “oggettizzare” invece che “oggettificare”. Perciò è necessario spiegare cosa significhi.

Il filosofo Simone Regazzoni nel libro Pornosofia scrive: Per Lukacs la reificazione (dal latino res, “cosa”) è un processo in cui “un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere di cosalità” In altri termini, la reificazione sarebbe l’attribuzione del carattere di cosalità alle relazioni tra persone, la trasformazione degli altri o di sé in oggetti, in mere cose.”

Per comprendere quale cambiamento di relazione si descrive nell’usare la parola oggettificazione è necessario comprendere quali sono le caratteristiche che hanno gli oggetti ma che non hanno gli esseri umani.
Si può cercare di paragonare le persone alle cose e trovare le differenze. Le persone sono materia vivente e gli oggetti sono materia non vivente.

Gli scienziati distinsero i viventi dai non viventi. Solo i viventi fanno il ciclo vitale, un percorso che va dalla nascita alla morte. Le attività che i viventi svolgono si chiamano funzioni vitali. Tutti i viventi hanno bisogno innanzitutto di nutrirsi ma animali e vegetali non si nutrono allo stesso modo. I vegetali, al contrario degli altri animali, non hanno bisogno di mangiare un altro essere vivente ma grazie alla luce del sole, si fabbricano il cibo da soli. Tutti i viventi sono composti da cellule. Le cellule sono i componenti di base di tutte le strutture viventi. Alcuni organismi sono costituiti da singole cellule, come i batteri, altri da moltissime cellule, come noi umani. Richiedono energia. I sistemi viventi conseguono uno stato di organizzazione usando energia che estraggono dal loro ambiente. Anche molti sistemi fisici estraggono energia dall’ambiente, ma un sistema vivente si distingue per il fatto che utilizza l’energia per convertire il materiale tratto dall’ambiente in una forma che è caratteristica di se stesso. Questo processo è noto come metabolismo. Si riproducono. Tutti gli organismi viventi si riproducono in modo sessuato o asessuato. Mostrano ereditarietà. Gli organismi viventi ereditano tratti dagli “organismi-genitori” che li hanno creati. Questo meccanismo è chiamato ereditarietà. Rispondono all’ambiente. Tutti gli organismi viventi rispondono agli stimoli dell’ambiente in cui vivono. Mantengono l’omeostasi. Tutti gli esseri viventi mantengono uno stato di equilibrio interno. Questa caratteristica è chiamata omeostasi. Si evolvono e si adattano. Tutti gli organismi viventi si evolvono e si adattano al proprio ambiente.

FUNZIONAMENTO DELL’OGGETTIFICAZIONE
Poiché si pensa che ci sia una interdipendenza tra immagini esterne al proprio corpo (percepite) ed interne alla propria mente (pensate) si teme che la visione ripetuta di certe immagini esterne ritenute negative da alcune persone, ma non da altre, modifichi le immagini interneportando a comportamenti negativi.

LA DISTINZIONE TRA OGGETTO ED ESSERE UMANO

Ma gli essere umani non hanno la capacità di percepire attraverso i soli sensi l’esistenza di cellule, l’uso dell’energia che queste cellule fanno, le funzioni vitali di un organismo, perché queste conoscenze si possono ottenere solo attraverso l’uso di strumenti come i microscopi, eppure in una frazione di secondo sanno distinguere un essere vivente da un oggetto e dire “ciao! quanto tempo! come stai?”.

RICONOSCIMENTO VISIVO DEGLI OGGETTI
La percezione visiva nella specie umana riguarda stimoli complessi che sono riconosciuti attraverso un’interazione fra il risultato dell’analisi delle loro caratteristiche fisiche, da una parte, e le informazioni depositate in memoria, dall’altra. Il riconoscimento di un oggetto avviene attraverso il confronto (matching) fra lo stimolo esterno e la sua rappresentazione conservata nella memoria, ciò che vien detto traccia mnestica e in cui è associato il nome relativo all’oggetto riconosciuto.

La relazione tra la percezione e gli altri processi cognitivi nel riconoscimento di stimoli visivi viene studiata distinguendo vari stadi di elaborazione dell’informazione fisica presente nello stimolo in arrivo ai fotorecettori retinici. Nei primi stadi è compiuta un’analisi di tipo sensoriale, relativa alle caratteristiche fisiche dello stimolo (orientamento, frequenza spaziale, lunghezza d’onda, movimento). Questa analisi primaria permette di staccare la figura dallo sfondo, di distinguerla fisicamente dagli altri stimoli. L’identificazione avviene quando a ciascuna figura è assegnato un nome. Il nome non costituisce solo un’etichetta che serve a distinguere uno stimolo da un altro. A tal fine basterebbe denominare ciascuno stimolo con un numero scelto a caso. Il nome, invece, rimanda piuttosto a un reticolo di altri nomi che sono conservati in memoria e che denotano ciascuno il significato di questo stimolo.

Oltre a saper riconoscere le forme umane, riescono a riconoscere che questi umani sono vivi attraverso ciò che è visibile e udibile. Movimenti e rumori dei movimenti del corpo e suoni del linguaggio. Gli esseri umani si muovono e producono dei rumori muovendosi, ed emettono suoni quando parlano e gli oggetti invece sono immobili, quindi non producono rumori, e non parlano.

SENSO LETTERALE DI OGGETTIFICAZIONE COME AGNOSIA
Se si prende in modo letterale il concetto di oggettificazione il risultato è il parlare dell’agnosia. L’agnosia (dal greco a-gnosis, “non conoscere”) è un disturbo della percezione caratterizzato dal mancato riconoscimento di oggetti, persone, suoni, forme, odori già noti, in assenza di disturbi della memoria e in assenza di lesioni dei sistemi sensoriali elementari. Può presentarsi separatamente in relazione a ciascuno dei cinque sensi e per ogni senso sono riscontrabili diversi tipi di agnosia (prosopoagnosia, agnosia musicale, stereoagnosia o agnosia tattile, agnosia visuo-motoria, ecc.). In pratica, la persona affetta da agnosia può utilizzare una forchetta invece di un cucchiaio pensando di aver scelto il cucchiaio, oppure una scarpa al posto di una tazza o un temperino invece della matita. Spesso è associata a lesioni riguardanti aree posteriori del cervello. Varie forme di agnosia vengono descritte in alcuni saggi di Oliver Sacks.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un saggio neurologico di Oliver Sacks, pubblicato per la prima volta a New York nel 1985. In esso l’autore racconta alcune sue esperienze cliniche di neurologo e descrive alcuni casi di pazienti con lesioni encefaliche di vario tipo, che hanno prodotto i comportamenti più dolorosi e imprevedibili.

Questo caso, considerato tanto importante dall’autore da spingerlo a intitolarvi tutto il saggio, narra del dottor P., «eminente musicista», che cominciò gradualmente a manifestare una progressiva incapacità di dare un significato a ciò che vedeva, ed a confondere tra di loro gli oggetti (e soprattutto le persone viventi) appartenenti alla sua vita quotidiana. Il titolo deriva proprio da una delle gaffes di questo paziente, che alla fine di un colloquio con il dottor Sacks confuse la testa di sua moglie con il suo cappello, e l’afferrò tentando di mettersela in testa.
Nella sua trattazione, Sacks sottolinea più volte come il dottor P. non avesse alcun deficit visivo, ed avesse anzi uno spirito di osservazione molto acuto: semplicemente, in lui era scomparsa la capacità di assegnare un significato visivo agli oggetti che vedeva attorno a sé, sebbene fosse in grado di riconoscerli utilizzando gli altri quattro sensi.

non esiste un orifizio senza una persona, senza la sua volontà, la sua intelligenza, la sua memoria e quant’altro. quindi anche quando si fa sesso per il puro gusto di farlo, e senza legarsi affettivamente, conoscersi profondamente, diventare amici, lo si fa comunque con una persona e si sa che lo si sta facendo con una persona. quando avviene uno stupro si ignora questa persona, ma si sa che è una persona. al massimo, metaforicamente si può dire che ci si comporta come se fosse solo un orifizio.

PARAGONE TRA DONNA E OGGETTO COME METAFORA
Una delle differenze tra esseri umani e cose è che non si possono violentare gli oggetti. Non hanno una volontà che può essere violata, e quindi non difendono questa volontà urlando, piangendo, scalciando o chiedendo aiuto. Invece chi violenta è consapevole di star violando la volontà di qualcuno e di faticare nel farlo, percepisce coni sensi urla, pianti, calci, e richiami d’aiuto. Perciò, il paragone tra donna e oggetto è un paragone debole.

Infatti bisogna specificare che la parola oggetto viene usata come metafora. La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») è una figura retorica, cioè un artificio in un discorso, volto a creare un particolare effetto, che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente, in una descrizione realistica occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui “essenza” o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Dunque ciò che si afferma non è realmente così, ma si può immaginare che sia così, e che sia una metafora è ulteriormente dimostrato dal fatto che in fisica non si possono trasformare esseri umani in oggetti se non uccidendoli.

Infatti, chi parla agli oggetti viene considerato “matto”, e nessuno direbbe “ciao” quanto tempo! come stai?” a un palo della luce. Dunque, questo dimostra che quando si parla di oggettificazione non si sta parlando di un fenomeno fisico, e che quando si dice che il corpo di una donna è oggettificato si aggiunge un’altra metafora alla parola metaforica “oggettificazione”, perché non è il corpo di una donna fotografata che viene oggettificato, ma è la relazione. Quindi non donna-oggetto ma relazione-oggetto, cioè strumentale.

E inoltre anche se ci si riferisce alla visione dell’osservatore anche in quel caso si usa la parola oggettificazione come una metafora, oppure l’osservatore sarebbe affetto da schizofrenia perché scambierebbe un essere umano con un oggetto come può essere un porta cd, una bottiglia, un caricabatterie, senza accorgersi che respira, si muove, e soffre.

SIGNIFICATO MATERIALE DEL TERMINE OGGETTIFICAZIONE
In sintesi, c’è oggettificazione quando si ignora la volontà contraria altrui nell’usare il suo corpo o si inganna la sua volontà facendogli credere che sta vivendo un’esperienza diversa da quella reale (dichiarare di essere innamorati) per avere l’opportunità di usare il suo corpo tramite la sua scelta volontaria.

ESISTENZA DELL’OGGETTIFICAZIONE

Quindi, una volta scartati dei significati insensati al termine “oggettificazione” e compreso il reale significato del termine “oggettificazione”, in base a questa definizione si può identificare l’oggettificazione in alcune vicende della vita, e quindi affermare che esiste. C’è oggettificazione nello stupro, o nel ricatto, cioè la costrizione attraverso violenza o minaccia, a far fare o a non far fare qualche atto a qualcuno al fine di trarne un ingiusto profitto con altrui danno. Ed entrambi gli atti giudicabili oggettificanti sono reati.
Quando un/una datore/datrice di lavoro pretende dal proprio dipendente comportamenti che non rispettano la sua umanità, e quindi le caratteristiche umane come la fallibilità, il bisogno di riposarsi, di non sentirsi umiliato, perseguitato, reso inferiore lo sta oggettificando.

Un esempio di estrema oggettificazione può essere rappresentata da un fatto di cronaca. Ad esempio nell’Aprile 2013, un macellaio è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso, fatto a pezzi e messo in vendita la carne di sua moglie nel banco della sua macelleria in Egitto spacciandola per agnello.

Un cliente si è insospettito dalla carne e ha chiamato la polizia chiedendo che fossero fatti i rilievi che hanno poi confermato che si trattasse di carne umana, l’uomo poi ha confessato. Il movente? La moglie continuava a disobbedirgli.
Le oggettificazioni possono essere catalogate per grado di intensità dei danni che procurano. L’omicidio è l’oggettificazione più grave poiché annulla la volontà altrui, poi lo stupro che ignora la volontà altrui e in alcuni casi viene fatto con il godimento del non rispettare la volontà altrui, il ricatto che ignora la sensibilità e i bisogni altrui, e la pretesa che l’altro funzioni come qualsiasi strumento quotidiano e non come un essere umano, che ha la caratteristica di soffrire, distrarre l’attenzione, fallire, aver bisogno di riposo dalla fatica fisica, di poter riprovare a compiere la stessa azione, di sentirsi accettato e nel giusto, ad esempio una macchina, un computer, che si piegano alla volontà dell’umano che li usa, un funzionamento che può avere diversi scopi, come il far guadagnare l’azienda in cui lavora, o il soddisfare le necessità del partner, dal parlare come vuole l’altro, ad esempio vestirsi come vuole l’altro, pensare ciò che vuole l’altro, fare sesso come vuole l’altro.

Una volta stabilito che si può essere oggettificati dalle altre persone, bisogna capire se questo può accadere anche nella produzione o nella visione di fotografie di persone nude o in atti che rimandano al sesso. Per capirlo si possono considerare le spiegazioni che le persone danno riguardo al proprio giudizio sulle immagine in cui identificano la presenza di oggettificazione.

SENTIRSI OGGETTIFICATI

Una falsa prova usata da molte persone per dimostrare la presenza di oggettificazione in una fotografia è quella dell’esprimere un sentimento chiamandolo “oggettificazione”.
Molte persone affermano “mi sono sentita/o oggettificata/o” guardando quella foto. E da questa affermazione fanno seguire “poiché mi sento oggettificata, allora quell’immagine è oggettificante”.
Affermare, di sentirsi oggettificati, può non essere considerato un errore da molte persone, eppure a una analisi di ciò che realmente significa questa affermazione si giunge alla conclusione che è il risultato di uno scambiare emozioni con pensieri, perché l’oggettificazione non è un’emozione, ma un pensiero, si pensa di essere oggettificati e poi si prova un’emozione negativa, non ci si sente oggettificati.

Una comune fonte di confusione provocata dal linguaggio abituale è l’utilizzo della parola “sentire” fatto senza in realtà esprimere un sentimento, ma con la credenza che si stia realmente esprimendo un sentimento. Ad esempio, nella frase “mi sento di non aver fatto un buon affare” le parole “mi sento” potrebbero essere sostituite, con maggior precisione, da “penso”. In generale, i sentimenti non sono espressi in modo chiaro quando il verbo sentire è seguito da parole quali “che”, “come”, “come se”. Ad esempio “sento che dovresti saperne di più”. “Sento di essere un fallimento”. “Mi sento come se vivessi con un muro”.

Dietro a una parola che indica un sentimento come “sento” si nasconde quindi un pensiero che diventa invisibile a chi pronuncia qualcosa su ciò che sente, a causa del fatto che la propria attenzione è incentrata sulla parola sentire e illusa che si stia parlando di sentire. Questa confusione provoca una interpretazione non corrispondente alla realtà, e di conseguenza comportamenti non corrispondenti alla realtà. Quindi, se si vuole essere in sintonia con la realtà si deve distinguere le parole che esprimono dei sentimenti veri e propri e le parole che esprimo quello che pensiamo di essere, o che ci stia accadendo.

 

Il motivo per cui una persona penserebbe di essere oggettificata a causa di una foto fatta a un’altra persona, è che questa persona pensa che essendo della stessa specie, o dello stesso sesso, del soggetto fotografato, e che la persona che osserva la fotografia prodotta attraverso un altro essere umano, incriminata di essere oggettificante

E quindi non si può generalizzare sui rapporti sessuali poiché si usa il corpo altrui. Oppure, per il semplice fatto che c’è un uso del corpo ogni rapporto sessuale ma anche psicosessuale (e quindi sentimentale) sarebbe oggettificante, perché senza l’uso e la concentrazione sul corpo non ci sarebbe libido.

L’uso oggettuale del corpo, ovvero fatto concentrandosi sulle sue caratteristiche fisiche viene fatto autonomamente da moltissime ragazze. Nel body painting, e nei tatuaggi si usa il corpo per mostrare dei disegni colorati o non colorati.

Si potrebbe trovare una somiglianza nel rapporto con gli oggetti nel fatto che sulle superfici inorganiche si dipinge, o si disegna, o ci si stampa qualcosa proprio perché non soffrono questi materiali. farsi tatuaggi provoca dolori, bruciori, che fanno anche piangere e ai quali bisogna resistere stando per fermi per poterli fare. cosa che una fotografia non fa, perché non agisce sul corpo, ma sulla luce riflessa da un corpo.Un pennello sfiora il corpo e ci lascia sopra delle sostanze, un ago per tatuaggi buca il corpo e lascia dentro le ferite della pelle delle sostanze, ritardando la cicatrizzazione con sostanze particolari. Oppure farsi mettere un piercing. Cioè forare alcune parti superficiali del corpo allo scopo di introdurre oggetti in metallo (talvolta ornati con pietre preziose), osso, pietra o altro materiale. Ma questo tipo di azione non viene accusato di creare la donna oggetto. Le immagini che accusano di creare la donna oggetto hanno una caratteristica differente. C’è il sesso oppure i soldi.

Allo stesso modo in cui certe ragazze chiedono a qualcuno di farsi tatuare sul corpo, o inserire nella pelle del corpo i piercing, chiedono a qualcuno di farsi fotografare il corpo.

Ancora più corrispondente al concetto di usare il corpo senza curarsi della sua sofferenza come fosse un oggetto insensibile, , è la body modification, che consiste nell’usare ganci per appendersi. C’è chi lo fa per puro e semplice divertimento e chi per scaricare lo stress. Ci sono anche motivazioni più profonde, ovviamente, come la ricerca di un contatto più diretto con la propria corporeità e i propri limiti, compreso quello del dolore. E poi ci sono quelli che lo fanno semplicemente per dimostrare a se stessi o agli altri che sono in grado di farlo. In ogni caso la volontà di farlo c’è. E quindi non c’è oggettificazione.

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Michele Köbke, la ragazza che vuole il punto vita più stretto al mondo
“Non si capisce come mai Michele Köbke, una giovane berlinese di 24 anni, sia così tanto votata al restringimento straordinario del suo punto vita. Fatto è che da tre anni sottopone il suo fisico a delle tecniche di contrazione assurde, che hanno ridotto la sua circonferenza dai 64 centimetri iniziali alla misura surreale dei 40, in barba ai consigli medici che avvertono che a lungo andare potrebbe riscontrare seri danni alla salute.

Ma non è ancora soddisfatta la ragazza, e giorno e notte continua a fasciare il suo busto con corsetti sempre più stretti, affinchè possa scalzare dal podio del Guinnes dei primati l’americana Cathie Jung, che ha già raggiunto da tempo la circonferenza dei 38 centimetri.

Nemmeno la Barbie, di cui è stata studiata l’anatomia mostruosa di cui godrebbe se fosse vera, arriva a tanto: la circonferenza vita della bambola più ‘invidiata’ del mondo misurerebbe, infatti, 46 cm: troppo per la ragazza tedesca, che, con fierezza, esibisce su Facebook il risultato dei suoi sforzi.“

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“La tradizione kantiana in etica sostiene che gli esseri umani non devono essere trattati solo come “mezzi/cose” ma anche come “fini”. Io affermo provocatoriamente che gli esseri umani debbano essere trattati come “cose”, nel senso che devono essere rispettati come spesso – ormai – sono rispettate solo le cose: libri, reti e mezzi informatici, bandiere, dipinti, opere d’arte, sistemi ecologici, culture, istituzioni, che oggigiorno sono trattati come se avessero valore (morale) intrinseco”.

IPOTESI DEL MESSAGGIO DEL MONDO IMMAGINARIO CHE RAPPRESENTA L’IMMAGINE
Non è molto credibile che una immagine pubblicitaria abbia in sé un messaggio relativo alle donne, e non relativo alle merci o ai bisogni dei possibili consumatori, e che quindi invii questo messaggio sulle donne a chi la vede.
Questo messaggio ipotizzato sarebbe che nel mondo fantastico e inesistente dell’immagine quei corpi che danno l’illusione di un auto significhino “in questo mondo di fantasia gli oggetti e le persone (o esclusivamente le donne) non hanno differenze, e dunque possono essere trattati nel modo in cui si vede nell’immagine”.
Ma poiché è difficile immaginare che gli scopi di una pubblicità siano quelli di informare chi la vede che nel mondo inventato e realizzato da un team di persone “oggetti e persone”. Inviare questa informazione infatti ai possibili consumatori, è totalmente inutile ai profitti dell’impresa.
In ogni caso, se anche, per qualche motivo sconosciuto, fosse questo lo scopo dell’azienda, presentare un mondo irreale non è in sé un male. Questo forse lo credevano gli antichi, che essendo superstiziosi e credendo nella magia avevano paura che le immagini potessero avere effetti fisici sulla realtà. Ma non lo può credere un essere umano che vive nel 2013, circondato da tecnologie e saperi scientifici. Si crede che l’immagine affermi, nel mondo reale le donne sono come in quest’immagine, e le regole di quest’immagine valgono anche per il mondo reale. Si confonde fantasia con realtà.

CONCENTRAZIONE SULLA FORMA DEL CORPO ED ESCLUSIONE DEL CONTENUTO MENTALE
Quando si parla di oggettificazione in fotografia si fa spesso delle analogie. Con il manichino, la bambola, bambola gonfiabile o di silicone, il burattino e la marionetta.

Si mette in contrapposizione il concetto di “persona” al concetto di “manichino” e “bambola”, perché questi oggetti hanno una forma umana ma non hanno vita.

Il burattino è un tipo di pupazzo con il corpo di pezza e la testa di legno o altro materiale, che compare in scena a mezzo busto, mosso dal basso, dalla mano del burattinaio, che lo infila come un guanto. Il burattino va distinto dalla marionetta, tipo di pupazzo, in legno o altro materiale, che compare in scena a corpo intero ed è solitamente mosso dall’alto tramite dei fili.

mano e burattino

Molte persone credono che debba esserci un divieto di concentrarsi sulla forma di un essere umano escludendo il contenuto mentale. Il contenuto mentale di una persona non è percepibile, possiamo percepire il suo corpo e i suoni che produce con le corde vocali. Quindi tutti vivono la mente altrui attraverso delle interpretazioni, ma non la conoscono mai direttamente. In una fotografia mancano delle caratteristiche che nella realtà abitualmente si esperiscono. I suoni, e il tempo. Attraverso la parola gli esseri umani comunicano ciò che sentono e pensano, in un arco di tempo. Quindi, la fotografia parte come un supporto che elimina delle caratteristiche utili alla conoscenza del contenuto mentale di un essere umano. Per poter conoscere la mente della persona vista in foto rimane l’espressione del viso, e le simbologie attraverso il contesto. Ci si può disinteressare dell’espressione del viso come del contesto, e concentrarsi sull’immagine del corpo della persona rappresentata in una fotografia.

 

OFFESA

Lou Marinoff nel suo libro Plato, not Prozac! tradotto in Italia con “Platone è meglio del Prozac”:

“Ho lavorato filosoficamente con Vincent per definire la differenza tra offesa e nocumento. Se qualcuno o qualcosa ci fa del male – se, per esempio, produce una lesione fisica a dispetto della tua volontà – non sei corresponsabile del danno subito. Il principio formulato in merito da John Stuart Mill suona che l’unico scopo in vista del quale la forza possa essere esercitata su un membro di una comunità civilizzata legittimamente e contro la sua volontà, è quello di prevenire danni ad altri”. Ma l’offesa è qualcosa d’altro. Se qualcuno o qualcosa ci offende – cioè in qualche modo ci insulta – siamo senza dubbio corresponsabili. Perché? Perché ci si è offesi. Si può essere danneggiati da qualcosa come un urto fisico, ma sei parte attiva nel sentirti offeso da qualcosa come un dipinto. Rammenta i botta e risposta:
“Spiacente, non l’ho fatto apposta.”
“Lei è perfettamente scusato.”
Cortesie del genere sono state rese obsolete da una cultura della sbadataggine, che ha permesso che l’offesa venisse confusa con una lesione fisica. Marco Aurelio conosceva la differenza già nel secondo secolo, ma la nostra progredita cultura l’ha dimenticata. Oggi capita che le persone si offendano, e poi accusino altri di aver fatto loro del male, e il sistema avalla questo atteggiamento con metodi che minano le libertà individuali. Peggio ancora, il sistema rafforza questa confusione risarcendo finanziariamente le persone per essersi sentite offese.”

CORRELAZIONE TRA VISIONE DELLE IMMAGINI E VIOLENZE O FEMMINICIDI

In genere una persona che crede nell’esistenza del concetto di donna-oggetto e crede che sia molto frequente pensa trova una dimostrazione del suo pensiero nell’espressione “La storia della donna oggetto è reale,e ne sono prova stupri e femminicidi, che avvengono perché si pensa che la donna ci appartenga,che sia di nostra proprietà come un oggetto.”

Tuttavia, chi fa questo tipo di ragionamento omette una parte importante del ragionamento, cioè la dimostrazione che la prova portata a favore della tesi che qualcosa sia vero sia vera anche essa.
Hai detto “X è vero. La prova per questa affermazione è che Y esiste”.
X ed Y possono non avere nessuna relazione e quindi si può anche dire sostituendo a X l’espressione “donna-oggetto” e ad Y l’espressione “Ananas” e il risultato sarebbe “La donna oggetto è vera, perché esiste l’Ananas”. Quest’affermazione verrebbe subito rigettata perché la non correlazione tra i due elementi è evidente. Forse perché se ne senta palrare tantissimo, e infatti metti in contrapposizione il fatto che “non hai mai sentito parlare di persone che vedono l’immagine di una bambola fatta a pezzi” e l’infanticidio e invece hai sentito parlare della relazione tra donna-oggetto con gli stupri e i femminicidi.
Ma nel caso in cui invece si usa “stupri” e “femminicidi” non viene rigettata perché in generale si da per scontato che essi abbiano una relazione di causa-effetto con la donna-oggetto. Ma questo va dimostrato con delle spiegazioni.
La relazione tra l’esistenza di stupri e femminicidi con la donna oggetto non può essere data per scontata, e quindi non può essere utilizzata come prova dell’affermazione che la donna-oggetto è un problema reale. Si deve prima provare che c’è una relazione tra il concetto di donna-oggetto e gli stupri e i femminicidi, e poi affermare che questa relazione prova la realtà della donna oggetto. Se leggi i discorsi fatti nei media. Né Napolitano, né la Boldrini, né la Carfagna, né nessun altro politico che ha parlato del pericolo della donna-oggetto, hanno mai spiegato come fosse possibile la relazione tra una immagine con uno stupro e un femminicidio, lo hanno semplicemente assunto come vero e come base sulla quale partire.

non è il provocare eccitazione che produce direttamente violenza, ma sono certi atteggiamenti aggressivi e manipolatori nei confronti di chi recepisce la provocazione sessuale.

può capitare che in discoteca una ragazza si tiri su o giù la maglietta in modo da lasciare visibile il reggiseno, e a volte con dei movimenti bruschi fatti ballando si possano vedere porzioni di capezzoli. magari unendo a ciò sorrisi e sguardi verso maschi, se uno si avvicina a ballare accanto per vedere se la ragazza ci sta a baciare, strusciare, farsi toccare e poi magari appartarsi per fare sesso, e la ragazza risponde con una gomitata allo stomaco, o una spinta, e un urlo con un’espressione arrabbiata e aggressiva, la risposta è molto contraddittoria e strana. Questo può indispettire il ragazzo che se tendenzialmente violento o ubriaco o drogato può reagire in modo aggressivo difendendosi.
Inoltre, perché ci deve essere un terzo esterno a proteggere una ragazza da possibili conseguenze su sé stessa di suoi comportamenti, e non può essere la ragazza stessa a scegliere se rischiare mostrando nudità?
Si ha paura che la visione di donne sessualmente disponibili porti a pensare che le donne che si incontrano nella realtà siano disponibili sessualmente in modo perenne, ma questo sarebbe un sintomo di nevrosi, e inoltre non giustifichere gli stupri. Se si pensa che una donna sia sessualmente disponibile non si può pensare di stuprarla. Si stupra se non è sessualmente disponibile.

Affermare che è necessario eliminare corpi scoperti, o pose e sguardi sensuali per ridurre le molestie e le violenze equivale ad affermare che chi scopre il proprio corpo, o si pone in modo sensuale produce le violenze che può subire.

Riguardo l’abbigliamento, poiché è qualcosa che si vede, rientrano anche le fotografie, il modo in cui si sono fatte, e il contesto in cui sono state pubblicate.

Poiché esiste la causalità, cioè una relazione di dipendenza tra un evento attuale o futuro e un evento precedente nel tempo, le persone fanno collegamenti tra eventi diversi tra loro, e nel considerare l’esposizione del corpo nelle sue varie forme (abbigliamento provocante, fotografie) il passaggio dall’esposizione del corpo a uno stupro nel futuro sia automatico e sicuro, o quasi sicuro.

In base a questa credenza, poiché sapere è potere, molte persone arrivano alla conclusione che il vivere molestie, e violenze,  o è una scelta della ragazza, sebbene non un desiderio apprezzato, o è un dovere morale mancato, cioè essere intelligenti, e quindi fare collegamenti corretti tra cause ed effetti, o è disattenzione, e quindi un dovere mancato, e quindi si merita una sofferenza per i doveri inadempiuti, e inoltre la punizione è utile perché probabilmente il vivere una situazione di sofferenza potrà farle imparare, cioè acquisire e modificare le proprie conoscenze, valori, e preferenze, quindi i comportamenti, riguardo all’abbigliamento e alla sessualità, e portarla a prevedere il futuro e prevenire molestie e stupri.

Questa credenza è la stessa che viene usata quotidianamente per giudicare tante altre situazioni pericolose.

Se una persona si reca nel Bronx con una maglietta su cui è scritta una frase che inneggia all’odio razziale nei confronti degli afroamericani, gli afroamericani reagiranno, o poiché è risaputo che sono aggressivi nel Bronx, è prevedibile questa reazione ed evitabile attraverso l’inibizione del comportamento di andare nel Bronx con una maglietta del genere.

Così come chi fuma, poiché è risaputo che il fumo “nuoce gravemente alla salute” è prevedibile un tumore ed evitabile tramite l’inibizione del comportamento, cioè il fumare.

O una ragazza che si ubriaca a un rave party, e perdendo la possibilità di controllarsi o difendersi, viene stuprata.

Per poter affermare che ci sia un collegamento tra l’aspetto, fatto di abbigliamento, cosmesi, stile di capelli e le molestie, lo stalking e lo stupro bisognerebbe verificare se le donne molestate e stuprate sono quelle che si vestono in modo da lasciare scoperte le zone più erotiche del corpo, oppure se invece non hanno niente a che fare con questo tipo di ragazze, e anche in che quantità siano quelle che usano un abbigliamento provocante e quante quelle che invece usano un abbigliamento morigerato.

Tuttavia, per falsificare l’assolutezza della teoria della colpa, è sufficiente un solo contro esempio a questa credenza, ed è che in spiaggia si sta in bikini, ma non per questo avvengono quotidianamente stupri durante l’estate.

In reazione al concetto di “gli sta bene, se l’è cercata” ci sono ragazze che protestano contro il concetto di colpa nell’agire in un modo in cui, in una società pericolosa, potrebbero provocare molestie, violenze e stupri, fotografandosi seminude con cartelli con su scritto: “Non cambieremo il nostro modo di vestire perché è più conveniente per la vostra mancanza di auto controllo. La colpa è degli stupratori non delle vittime!”.

Tuttavia, alcune femministe, nonostante critichino chi le invita a coprirsi per evitare molestie e stupri, favoriscono leggi e azioni sociali (premio immagini amiche, Boldrini) che portano a esporre soltanto immagini di corpi coperti. Questa è una contraddizione che indebolisce sia la protesta per rimanere scoperte, che la protesta per far coprire.  Questa contraddizione è uno dei motivi per il concetto di colpa si diffonde, e oltre alle molestie, e le violenze si aggiunge la sofferenza per il disprezzo sociale.

Se siamo d’accordo nel ritenere che i cittadini di un Paese civile non sono l’effetto del caso, bensì il frutto di un processo educativo, dobbiamo riconoscere che nessun processo formativo ha accompagnato questo potente cambiamento. La scuola, che avrebbe potuto e dovuto fornire percorsi di educazione alla relazione e alla sessualità, veniva sistematicamente resa sempre più impotente, l’altro importante agente di socializzazione, la televisione, agiva da indiscussa proponitrice di divertimento e abitudine al pensiero superficiale e al non ascolto delle emozioni negative. Piuttosto che pensare che gli uomini siano incapaci di accettare la libertà delle donne che li hanno amati sia dovuto a un loro pensarle come oggetti da possedere, o una supremazia naturale del genere maschile su quello femminile che facendosi forza attraverso relazioni e dispositivi culturali ha creato una mentalità e una società patriarcale e maschilista, causata dalla visione ripetuta del loro corpo, è necessario capire che molte violenze nascono dalla dipendenza dall’altro, dipendenza che esiste grazie a una personalità infantile, caratterizzata dalla mancanza di autonomia. Personalità che automaticamente si crea nei primi anni di vita, e che è protratta a causa dell’iperprotettività delle società industrializzate, oltre che da culture che esalta la dipendenza affettiva, il possesso nelle relazioni come dimostrazione di amore, la gelosia come dimostrazione d’amore.

Giulio Cesare Giacobbe nel suo libro “Alla ricerca delle coccole perdute” scrive:

“L’adulto è un bambino che ha imparato a procurarsi il cibo da solo, a difendersi da solo, a sopravvivere da solo, a dominare da solo l’ambiente reale e non più soltanto quello del gioco.

Elenca gli aspetti positivi dell’adulto

“domina il suo territorio, la libertà è il suo valore primario, ha sicurezza in sé stesso, sopporta il disagio, non dipende da nessuno, non ha bisogno dell’approvazione degli altri, ha una stima illimitata di sé, non ha paure immaginarie, non ha né aspettative né rifiuti, accetta la realtà com’è e vi si adatta, si gode la vita

è un cacciatore di piaceri, non gli interessa il possesso, ma l’uso, non chiede mai, prende quello che vuole,

è capace di amicizia (collaborazione, aiuto), ha una grande capacità di vita sociale”

In altri casi è dovuta a frustrazioni causate da precedenti colpevolizzazioni alla propria intimità sessuale, che provocando rabbie represse per anni si liberano improvvisamente. E tanti altri motivi, diversi dall’aspetto estetico, cioè abbigliamento e cosmesi.

Dunque, invece di far coprire le ragazze per strada, sui social network, in tv, o sui manifesti pubblicitari serve potenziare la scuola, dare agli insegnanti gli strumenti adeguati per educare i ragazzi alla relazione, ad ascoltare la frustrazione della perdita, dell’insoddisfazione, senza reagire con rabbia. Censurare la possibilità di godere della visione dei corpi, mostrandoli o vedendoli, incentiva a relegarla in ambito privato e segreto, e quindi all’insoddisfazione e quindi al possesso di una persona, perché il possesso da la sensazione di avere la sicurezza della soddisfazione.

C’è stata una polemica in Spagna perché nella Tve, televisione di Stato, si manda in onda una trasmissione di consigli ai genitori su come insegnare alle figlie a vestirsi in modo da non provocare, con suggerimenti per non fare girare le figlie troppo svestite, per insegnare la dignità e a vestirsi in modo non provocatorio.
Nel passaggio televisivo, trasmesso alle 3 del pomeriggio, parla una madre che pensa quasi di investirsi in una missione perché ritiene che in questa epoca bisogna insegnar tutto. Infine l’invito a non esprimere con l’abbigliamento la propria sessualità.
Tutto ciò si realizza in una nazione che dopo la vittoria del PP al governo sta riportando indietro la legge sull’aborto di 28 anni e l’influenza culturale che si avverte sembra essere giusto quella della trasmissione moralista.
Se quello che si insegna alle ragazze è di non provocare quante volte saranno criminalizzate quando subiranno una molestia o uno stupro?
Ci potrebbe essere un collegamento sul successo nelle campagne per ricoprire i corpi delle donne nelle pubblicità. Una variante del moralismo visibile in Spagna, il dire che lo si fa per le donne è un modo per fargli piacere qualcosa qualcosa che diversamente non piacerebbe proprio per niente alle donne. Il non poter esprimere la propria sensualità e sessualità.

qui il video: http://www.publico.es/455359/tve-explica-como-vestir-a-las-hijas-con-decoro-para-que-no-provoquen

Concita De Gregorio scrive: “La realtà virtuale lo consente, ed è talmente efficace da essere stata adottata come terapia nei corsi di riabilitazione per persone violente, generalmente uomini. Ho partecipato pochi giorni fa a un seminario all’università La Sapienza, Laboratorio di neuroscienze cognitive e sociali. Mari Sanchez Vives, che dirige un gruppo di ricerca a Barcellona, ha presentato i risultati di un lavoro sorprendente e incredibilmente innovativo. Detto in parole molto semplici: la sua equipe ha preso un gruppo di uomini condannati per maltrattamento e violenza e attraverso la realtà virtuale li ha messi nella condizione esatta in cui si sentono (si sono sentite) le loro vittime. Un piccolo casco in testa li mette nella condizione di vedere e sentire il proprio corpo come quello di una donna. Un’illusione ad altissimo tasso di verosimiglianza. Diventano avatar: il cervello vede un altro corpo e lo registra come proprio. Sono uomini violenti che all’improvviso si trovano nei panni delle donne che violentano. L’esperimento prevede che siano aggrediti, in un corridoio stretto, da un uomo che avanza verso di loro minaccioso, spaccando oggetti e insultando. Dice cose come ‘perché ti sei messa quel trucco in faccia, toglilo, come devo fare a farti capire le cose, eh? Come devo fare?”. La reazione fisica dei soggetti è di terribile stress: sudano, si accelera il battito cardiaco, reagiscono fisicamente, indietreggiano, si difendono, qualche volta si rannicchiano altre provano a reagire. Intervistati, dopo, confermano di essersi sentiti malissimo. Di aver avuto davvero l’impressione di essere in pericolo. Le persone che si sono sottoposte ad esperimento – i risultati sono già stati resi noti in  un importante convegno nordamericano – sono il campione pilota. Tredici uomini, tutti volontari, sottoposti al trattamento di riabilitazione che in Spagna è obbligatorio in casi di condanna per violenza. Da settembre, in collaborazione col dipartimento di Giustizia, l’esperienza di ‘trovarsi nei panni della vittima’ sarà un passaggio obbligatorio del corso riabilitativo, per tutti.”

CONTRORISPOSTA ALLE ANALISI RAZIONALI

Come controrisposta alle analisi razionali di giudizi rivolti contro molte pubblicità c’è chi suggerisce di “guardate la foto di una donna seminuda, carponi con le scarpe addosso (immagine della pubblicita’ realmente fatta) e sostituirci un uomo di colore nella stessa posa”. Se improvvisamente si sentirà nascere l’indignazione definita da alcuni “sacrosanta” allora si percepiscono le cose in modo corretto. Ma se non si sente nascere l’indignazione allora vuol dire che avete talmente introiettato la subalternita’ delle donne rispetto agli uomini da non sentire piu’ l’indignazione per quanto riguarda il genere femminile, ed e’ grave. Un perfetto esempio di affermazione senza spiegazione del perché. Come dire: “se il colore giallo via fa schifo, va bene, ed è sacrosanto, se non vi fa schifo è grave, e siete condizionati”.

FAR CONVIVERE DESIDERI OPPOSTI

In italia ci sono due visioni lontane nel tutelare il corpo delle donne. Così come in altri paesi come quelli Islamici, segno che in Italia come ovunque il modo migliore sta nel mezzo. Nel far convivere desideri opposti e permettere a chi vuole coprirsi fino al collo oppure oltre di farlo, e permettere di chi vuole scoprirsi di farlo.

In Tunisia c’è una doppia battaglia: dalle Femen come Amina alle studentesse sostenitrici del Niqab (il velo integrale).

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Entrambi i movimenti vogliono rivendicare la libertà della donna nell’usare il proprio corpo. Amina, conosciuta ai molti per la scritta sul seno “Il mio corpo mi appartiene e non è fonte di onore per gli altri” ha sollevato l’indignazione del suo popolo, tanto che la madre stessa ha chiesto mediaticamente scusa accusando la figlia di avere disturbi psichiatrici e ha preso le distanze dalle sue azioni. Le studentesse che hanno presidiato recentemente la facoltà di Scienze dell’Università di Tunisi hanno urlato a gran voce:”Il corpo e l’anima delle donne devono essere protetti contro le aggressioni”e hanno rivendicato il diritto di indossare il niqab.

Mi ha fatto molto pensare come in uno stesso Paese ci siano due visioni così lontane nel tutelare il corpo delle donne. Il Ministro degli Interni tunisino sta affrontando una battaglia personale per abolire il niqab suscitando la rabbia dei salafiti, anche se le motivazioni sono prettamente ristrette alla sicurezza del Paese. Donne che si sentono protette sotto un velo, private della propria esteriorità, del proprio corpo, di una parte dell’identità; dall’altra donne che rivendicano l’essere libera, spogliandosi anche perchè così la protesta è più forte. Due volti difficili da argomentare indubbiamente ma che mi fanno molto riflettere.

Nella nostra cultura alcune scelte sono ancora più difficili da capire, soprattutto nella nostra Era in cui la nudità è sinonimo di avvenenza, sensualità e non di comunicazione. Nel libro “Fresco sulle labbra,fuoco nel cuore” l’autrice Hanan Al-Shaykh spiega come la scelta di indossare il velo rappresenta un illusorio “rifiugio di libertà” per impedire agli uomini di guardarle come oggetto sessuale. Parlare di sesso è ancora un tabù tanto che libri come “Sex and the Citadel. Intimate Life in a Changing Arab World” suscitano scandalo parlando della sessualità dentro il mondo islamico. Testo già censurato in Egitto, contiene molti dati e interviste su vari fenomeni, come le mutilazioni genitali femminili e il dating on line.

PARITà UOMO DONNA NELLA VISIONE DEL CORPO IN PUBBLICITà

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COME REAGIRE AL CONCETTO DI DONNA-OGGETTO

Questo è l’errore di moltissime femministe. Il pensiero di quelle che giungono a conclusioni errate è schematico. Una parola significa sempre e soltanto un solo significato, nonostante le intenzioni di chi la pronuncia e le reazioni di chi reagisce, così come un gesto significa sempre e soltanto un solo significato, nonostante le intenzioni di chi lo compie e le reazioni di chi lo sperimenta. E il significato lo stabilisce sempre e soltanto lei. O i gruppi di persone che la pensano allo stesso modo.

Il problema più difficile da risolvere non è spiegare dove sta l’errore, anche se è molto difficile, perché chi non vuole capire ha sempre delle obiezioni da fare. Ma è fare in modo che le paure personali, e i parametri personali di certe persone non siano imposti alle altre che non li condividono. Un cittadino che vede discutere continuamente di cose che non condivide e vede impostare la società attraverso la creazioni di stati emotivi negativi con giudizi, critiche, offese, propagande d’idee, e soprattutto leggi dovrebbe avere il modo di far sentire la sua idea contraria.

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Il luogo comune che nel sesso promiscuo/occasionale “il maschio è considerato figo mentre la femmina è considerata troia”


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Una premessa potrà essere utile ad alcune persone:
Per valutare qualcosa che la gente dice, si deve credere che realmente la gente dica ciò che viene detto che dice. Non si può chiedere a chi pone la questione di dire chi è che dice qualcosa per dimostrare che questa notizia è vera. Perché sennò quando si scrive, o quando si parla, si dovrebbe nominare individui specifici con nome e cognome. Michele ha detto x, Gennaro ha detto y, Giulia ha detto z.  Se qualcuno dice che c’è chi dice x è perché nella sua esperienza lo ha sentito dire, magari anche più volte, o lo ha anche letto. Se chi è interessato a valutare le analisi vuole crederci si può parlare, sennò non si può parlarne. Per quanto riguarda le conversazioni nel web, si dovrebe fare lo stamp per ogni frase detta in chat, o scritta nei commenti. E se anche qualcuno fosse così pazzo da usare tutta questa energia le persone con cui parla non glielo permetterebbero, ma potrebbero minacciarlo di denunce. Al si può dire massimo puoi dire: “se questo realmente accade o è accaduto, allora hai ragione (oppure non hai ragione)”. Oppure si può a dire “non è vero che la gente dice così, ma se la gente dicesse così allora io valuterei ciò che dice nel modo x”. è un presupposto. ci sono persone che dicono x o y. Una volta parlato di queste, si passa alle altre, e magari nelle altre ci sono quelle che chi ascolta ha sentito e che quindi per parlarne non si deve fidare dell’altro, ma può dire “è vero, accade, perché l’ho sentito anche io e non solo tu”. Però non perché uno non sente qualcosa allora quella cosa non è mai accadutaQuindi, dire “chi lo ha detto?”, o “non è vero che la gente dice così” sono solo affermazioni, che vanno dimostrate, ma che richiederebbero a sua volta che l’altro mostri tutto ciò che la gente si dice ed evidenza come non ci sia ciò che è stato detto da nessuna parte. Ma poiché né chi afferma né chi nega hanno la possibilità di dimostrarlo, la conversazione si blocca.

Partendo come presupposto che c’è chi pensa che il giudizio “troia” sia emesso a causa del maschilismo e che il maschilismo sia l’unica causa possibile di un insulto sessuale rivolto a una donna, e che quindi sia allo stesso tempo un insulto che rientra nella categoria più ampia chiamata “sessismo”, ovvero una forma di discriminazione tra gli esseri umani basata sul genere sessuale, che in questo caso è a sfavore del sesso femminile, certe persone deducono che per questo motivo:

1. solo i maschi possono vivere le loro esperienze sessuali, ad esempio facendo sesso promiscuo e occasionale, senza venire giudicati negativamente dagli altri e ostacolati. Questa deduzione a sua volta produce l’idea che sia quindi inutile e insensato parlare dei problemi che le persone di sesso maschile hanno nel vivere la propria sessualità al fine di fornire soluzioni, come invece è utile per il sesso femminile.

Oppure

2. in prevalenza i maschi possono vivere la loro sessualità, ad esempio facendo sesso promiscuo e occasionale, senza venire giudicati negativamente dagli altri e ostacolati.

Quindi le possibilità di pensiero sono che solo i maschi siano trattati in un certo modo rispetto alle femmine, o in maggioranza i maschi siano trattati in un certo modo rispetto alle femmine.

COME REAGIRE A UNA AFFERMAZIONE O A UN GIUDIZIO
Per una persona che non conosce i fatti ma per conoscerli deve scoprirli, dato che tutto è possibile, potrebbe essere possibile anche un’affermazione del genere. E per conoscere la verità è necessario trattare questa affermazione come tutte le altre affermazioni, quindi non crederci senza verifiche, ma solo dopo delle verifiche.

Il primo ostacolo che si trova nel verificare questa affermazione insieme agli altri è che in genere, il modo in cui le persone trattano questo tipo di affermazioni e giudizi, cioè il pensare e dire che nel sesso promiscuo/occasionale “il maschio è figo mentre la femmina è troia” è il modo in cui si tratta un luogo comune. Un luogo comune non è un’affermazione falsa, ma è un’opinione (non necessariamente “vera”) o un concetto la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità.
Cioè, quando si vuole dimostrare la verità di questo tipo di affermazioni si afferma che “lo pensano tutti” o “la maggior parte delle persone”.
Ed essendo ritenuto una ovvietà, chi ritiene tale un’affermazione, pensa che questa affermazione non richieda alcuna prova né si attende che sia sottoposta a critica o falsificazione.
E quindi, il luogo comune, raramente viene confrontato con opinioni contrarie. Dunque, affermare che qualcosa è un luogo comune non equivale a dire che è falso, ma che non si può dire se sia falso o no, finché non si smette di trattarlo come luogo comune, e si inizia a verificare. La dimostrazione distingue le teorie ingenue dalle teorie scientifiche.

La verifica delle proprie credenze è necessaria soprattutto perché nel credere in qualche affermazione può esserci il meccanismo chiamato “bias cognitivo”, che in psicologia cognitiva indica un giudizio (o un pregiudizio), non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppato sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque ad un errore di valutazione o mancanza di oggettività di giudizio, ed esso entra in azione in tutti gli aspetti culturali. Quindi anche nel femminismo che cerca di contrastare il maschilismo. Cioè, quando si arriva ad un’ipotesi che conferma il proprio pregiudizio, la persona tende a difendere l’ipotesi irrazionalmente per difendere anche il pregiudizio. Perciò, l’unico modo per essere certi della verità, non è credere in ciò che la maggioranza dice, o nella convinzione con la quale qualcuno dice qualcosa, ma è verificare le ipotesi, e utilizzare le regole della logica.

Chi crede ovvia un’affermazione del genere dovrebbe provare a immaginare la possibilità che sia falso che gli uomini siano in minoranza, oppure che poiché gli uomini siano in minoranza non deve parlare di soluzioni per i loro impedimenti sessuali. Sarebbe ingiusto non verificare la verità o la falsità delle premesse se portasse a questo.

Bisogna stare attenti a non prendere alcuni casi tralasciandone altri per poi formulare teorie che spieghino i fatti, perché il riconoscere la diversa intensità tra due offese, una rivolta alla donna e una rivolta all’uomo, non implica che questa differenziazione sia sistematica in tutte le offese rivolte alla sessualità esistenti. E quindi, se memorizzando le offese esistenti se ne tralasciano molte, non si pensa che esistano, e quindi le deduzioni che ne seguono sono scorrette perché basate non su fatti ma su immaginazioni. C’è differenza tra maggioranza e totalità. Si può scegliere di prendere in considerazione la maggioranza, soprattutto se ci si riferisce alla società che è difficile o impossibile conoscere nella sua totalità, ma si deve specificare che ci si sta riferendo alla maggioranza dei casi.

Si stima che al 31 ottobre 2011 la popolazione mondiale abbia raggiunto la soglia di sette miliardi di abitanti.
Dunque, se il problema che si vuole risolvere è arrivare a conoscenza della quantità di persone che vivono un dato fenomeno, si dovrebbe conoscere l’esperienza di tutti e sette miliardi di abitanti. Ovviamente, un essere umano ha una percezione limitata, e potrà conoscere cento, duecento, trecento persone ma non molte di più.
Dunque si dovrà affidare a qualcosa di diverso dalla propria percezione.

Infatti, non si può prendere la propria esperienza personale come garanzia per stabilire la quantità di denigrazioni rivolte al sesso maschile o femminile. Qualcuno facendo appello alla propria esperienza può dire “te lo garantisco”, ma questo lo può dire chiunque abbia vissuto qualcosa. Dire “te lo garantisco” può servire soltanto a fidarsi che l’esperienza riportata sia vera. Ma le esperienze possono essere vere senza che queste dimostrino una certa teoria.

Basandosi sulla propria esperienza personale o racconti di amici possono riscontrarsi casi diversi tra loro, perché le proprie esperienze sono parziali e servono invece dati completi:

  1. una donna può constatare e dire che non ha mai sentito di giudizi, o condanne verso la libertà sessuale maschile. 
  2. un uomo può constatare e dire che non ha mai sentito di giudizi, o condanne verso la libertà sessuale maschile.
  3. una donna può constare e dire che ha sentito solo giudizi, o condanne verso la libertà sessuale maschile.
  4. un uomo può constatare e dire che ha sentito solo giudizi, o condanne verso la libertà sessuale maschile.

Ma il fatto che qualcuno non abbia visto o sentito condanne verso il genere maschile non  è una dimostrazione del fatto che non siano avvenute e non avvengano.
Solo se la totalità degli esseri viventi affermasse che non ha visto o sentito condanne sessuali per il genere maschile si potrebbe prendere per vera l’affermazione assoluta che solo le donne vengono denigrate sessualmente.

Perciò, quando si giudica vero o falso qualcosa, o si riconduce a una causa come il maschilismo un effetto come un insulto o una denigrazione, è necessario ricordarsi che la propria esperienza è parziale.
In base all’esperienza di un solo uomo si può arrivare a pensare che solo gli uomini vengono discriminati, in base all’esperienza di una sola donna si può arrivare a pensare che soltanto le donne vengono discriminate. Quindi, è necessario unire le esperienze fatte da sessi diversi, e raccogliere più informazioni possibili.

Per verificare la quantità maggioritaria o minoritaria di un fenomeno del genere, poiché i media (tv, radio, giornali) non trattano degli insulti sessuali, né della repressione sessuale, non sono utili per verificare la quantità di insulti o impedimenti che ci sono con gli uomini e con le donne.

Poiché tutti i metodi ai quali ci si può affidare per conoscere una certa quantità di fenomeni umani non sono corretti,  si dovrebbe accettare di non avere la possibilità di conoscere la quantità delle discriminazioni che accadono in un certo periodo di tempo.

Fare questa distinzione tra la quantità di persone che un singolo individuo può conoscere e la quantità di persone che è necessario conoscere per poter arrivare a conoscere la quantità delle discriminazioni può essere etichettato da chi non fa questo tipo di ragionamento come “filosofeggiare”  che significa “dedicarsi a oziosi contorcimenti mentali e a spericolate elucubrazioni dandosi arie da vero sapiente” ma per dire che certi ragionamenti sono futili e falsi va dimostrato e spesso chi usa queste etichette non aggiunge nessuna spiegazione. Oltre a essere spiacevole vedere svalutare dei dati così, è inutile per migliorare la comprensione reciproca della realtà. Dire qualcosa “è x” non ci vuole niente, è dimostrarlo che è difficile. Ed è necessario, oppure tutto ciò che le persone affermano quotidianamente sarebbe vero semplicemente perché lo affermano. Inoltre è svalutante anche nei confronti degli uomini che hanno ricevuto molte condanne nei confronti della propria vita sessuale. Il negare qualcosa senza spiegare perché fa dedurre che chi nega in questo modo sia interessato a far valere la propria idea e non alla verità.

Ogni frase assoluta può essere confutata con un unico caso contrario. E nel caso “un uomo, non ha da preoccuparsi che la sua morale sessuale venga giudicata o, peggio, usata contro di lui” si può confutare con una singola esperienza, e aggiungere che si sa di tantissime altre esperienze simili. Soprattutto può accadere a chi produce fotografie erotiche, la cui sessualità può essere usata contro di lui, in ambito di amicizie e lavorativo.
Quindi non si può dire che è sempre così come che non è mai così. Ma si deve dire che dipende dal contesto.

Le affermazioni più velocemente falsificabili sono quelle assolute. Perciò si può partire da quelle assolute e poi passare a quelle relative.
Una delle affermazioni assolute relative alla denigrazione della sessualità è:

Le donne vengono sempre denigrate sessualmente dagli uomini
Si può provare che i comportamenti sessuali delle donne vengono lodati e difesi da tanti uomini, quindi l’affermazione assoluta che i comportamenti sessuali delle donne vengano sempre denigrati, e solo dagli uomini, si rivela falsa.

Solo gli uomini denigrano sessualmente le donne
Paradossalmente, leggendo commenti inerenti alla sessualità femminile si può trovare un gruppo di donne che in maggioranza denigra le donne chiamate uomini e un gruppo di uomini che in maggioranza difende le donne chiamate troie. Immagini con su scritto “le brave ragazze vanno in paradiso, ma le cattive si divertono di più” che viene condivisa su Facebook, esprimono non una denigrazione ma una esaltazione della sessualità femminile, e vengono difese da tanti uomini. Questo dimostra come non possa essere solo un problema maschile nei confronti delle donne ma anche un problema femminile nei confronti delle donne, e in alcuni casi soprattutto o soltanto femminile.

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Le donne che denigrano la sessualità delle altre donne sono maschiliste
Chi ammette l’esistenza di donne che denigrano sessualmente altre donne, afferma però che queste donne sono diverse da altre donne, sono maschiliste.

Solo una persona maschilista denigra la sessualità delle donne
Esistono uomini maschilisti e uomini femministi, e solo gli uomini maschilisti hanno intenzioni di dominazione sessuale in quanto uomini, ma gli uomini possono avere il desiderio di dominare una donna al di là del proprio sesso. Ma questo implica che ogni denigrazione, ogni torto compiuto nei confronti di una donna da un uomo è maschilista.

Solo le donne vengono denigrate sessualmente
Portare come prova la quantità di violenze sulle di cui parlano i tg non c’entra con la possibilità che gli insulti sessuali siano rivolti soltanto alle donne. ma forse rivela il fatto che proprio le continue notizie ascoltate nei tg possono influenzare il giudizio di fatti in cui c’entrano le donne e portare a considerare il genere femminile come unicamente vittima di qualcosa, in questo caso unicamente vittima di insulti sessuali. Ma il fatto che esistano tante violenze sulle donne da parte di uomini non implica necessariamente che solo le donne abbiano degli impedimenti sociali a livello sessuale a causa del maschilismo.

Bisogna verificare:

  1. se anche gli uomini vengono insultati e denigrati per la loro sessualità
  2. se tutti gli insulti e le denigrazioni verso le donne sono maschilisti oppure derivano da altri motivi
  3. se pur venendo sessualmente discriminati gli uomini, le donne vengono discriminate in quantità maggiore e dunque non si deve parlare delle discriminazioni maschili

MOTIVI PER CUI SI PENSA AL MASCHILISMO COME UNICA CAUSA DELL’INSULTO SESSUALE

La teoria del patriarcato è una teoria del complotto, una bufala, un’interpretazione fallace. Perché per ogni privilegio maschile, ne è sempre esistito uno femminile di natura opposta e complementare; per ogni problema femminile, ne è sempre esistito uno maschile di natura opposta e complementare. Ciò perché gli stereotipi di genere si basano proprio sulla complementarietà, in quanto versione cristallizzata dalla divisione di ruoli che ha permesso alla razza umana di sopravvivere in età preistorica e antica.

Quindi, il primo passaggio da fare è conoscere i motivi per cui si tende a pensare al maschilismo come unica causa possibile del giudizio “troia” e poi verificarli. Essi sono:

1. La credenza che sia ovvio e che tutti lo pensino e dicano
2. Esperienze personali,

2. Il contesto storico in cui esiste il maschilismo
3. Il pensiero che la condanna dei comportamenti sessuali accada soltanto con le donne, invece con gli uomini ci sia una celebrazione e un apprezzamento.
4. Il pensiero che esista, nei maschi ma non nelle femmine, una esigenza di monogamia delle proprie partner femmine e il suo ottenimento attraverso il proprio dominio in quanto maschio.
5. La credenza che certi termini dispregiativi siano declinati solo al femminile, e la credenza che non esistano dispregiativi in ambito sessuale al maschile.
6. Il fatto che i nomi per la prostituzione siano usati soltanto al femminile.
7. L’identificazione della causa dell’esistenza del concetto di “purezza” e “verginità” nel desiderio maschile di dominio sulle donne.
8. La non accettazione di essere lasciati, o traditi, o il non essere preferiti rispetto ad altri, come caratteristica degli uomini a causa di un principio di possesso.
9. Il pensiero che le parole abbiano un significato determinato e non possano essere usate in modi diversi.

Esistenza di termini solo al femminile

Non può bastare il fatto che esistano delle parole declinate soltanto al femminile per poter affermare che usarle sia maschilista e sessista indipendentemente dalle intenzioni di chi le usa e dal motivo per cui sono sono al femminile, perché ad al femminile non vengono posti neanche tanti termini che vengono invece posti al maschile.

C’è “puttaniere” ma non c’è “puttaniera”, perché gli uomini vanno a puttane ma le donne non vanno a puttane e nemmeno a puttani (di loro spontanea volontà o si creerebbe un mercato analogo a quello disponibile per gli uomini), c’è “donnaiolo” e “morto di figa” ma non c’è “donnaiola” e “morta di figa” per motivi logici nei confronti delle donne eterosessuali, ma non c’è neanche tra le donne omosessuali, c’è “segaiolo” e per motivi biologici non c’è “segaiola” tra le donne, se non inteso in altro modo, ma questo fatto non porta le stesse persone a pensare che l’uso di queste parole realizzate dal sesso femminile sia discriminatorio verso i maschi.
Infatti, bisogna analizzare il perché non ci sia un femminile di certe parole, senza dare per scontato che sia ovviamente per motivi maschilisti.

Ad esempio il femminile di “zoccola” è “zoccolo”, ma zoccolo significa “grossa unghia unica di cavalli, buoi, pecore”, e niente ha a che fare col primo significato che si riferisce alla vulva che visivamente somiglia a uno zoccolo, oppure col dialetto napoletano, per cui la zoccola è la femmina del topo che ha la caratteristica di essere gravida, molto prolifica e sempre pronta ad avere rapporti sessuali con tutti i topi che incontra.
In latino topo si dice “sorex”: al femminile, “sòrcula”, che i napoletani hanno trasformato in “zoccola.”

La tradizione ha attribuito un doppio significato a certi nomi, in cui uno dei due significati è negativo, e spesso negativizza le declinazioni femminili ma non quelle maschili, attribuzione che storicamente non è accaduta con gli uomini, poiché le donne sono state storicamente sottomesse attraverso leggi che ne diminuivano il potere sociale e politico (come l’impedimento al diritto di voto).

Quindi la quantità di nomi è può essere superiore rispetto a quella usata per gli uomini, ma questo non comporta automaticamente del sessismo nell’usarli. Per esserci sessismo ci deve essere il pensiero che lo stesso giudizio non può essere fatto su di sé perché appartenente a un genere sessuale immune.

Non esistono significati immutabili, dettati dall’etimologia e dalla tradizione anticha. ”il significato sta nell’uso”, come aveva anticipato spinoza nel “trattato politico-teologico”, e ha posticipato wittgenstein nelle “ricerche filosofiche”.
In altre parole, se tutti usano una parola in un certo modo, quello è il significato che la parola ha, perché non c’è nessun legislatore che assegna i significati dato che la lingua è un organismo vitale, nella quale le parole nascono, crescono, si modificano e muoiono. Ad esempio, si può usare la parola “cretino” nel significato antico ed etimologico di “cristiano”. ma non lo si può rivendicare quello come “vero significato”.
Detto altrimenti, non si può dire: “è sbagliato usare, come fanno tutti, una certa parola in un certo modo, perché il suo significato è un altro”. Se tutti la usano così, quello è il significato che ha. Così va la lingua, anche se i dizionari e le grammatiche non corrispondono, e diventano obsoleti/e, e devono andare in soffitta per lasciare il posto ad altri. La parola “anima” in grecia significava “respiro”, oggi significa “entità astratta che appartiene a dio”. Il “crocifisso” per i romani era una supplizio di morte, oggi per molti cristiani è un simbolo di pace e amore. Quindi, il passato non determina il significato presente delle parole, e dunque se una ragazza utilizza la parola troia non è automaticamente maschilista perché in passato c’era il maschilismo e tale parola è stata coniata in modo maschilista, e non vuole inviare un messaggio automaticamente maschilista.

Secondo il genere, un nome può essere maschile o femminile, se designa esseri animati di tale sesso (padre, leone, madre, leonessa).

Sono generalmente maschili i nomi terminanti in o (appartengono alla seconda declinazione); femminili i nomi che hanno la desinenza in a (appartengono alla prima declinazione): uomo, cavallo, fuoco, tramonto, pensiero; casa, sedia, luna, stella, alba. Non mancano però le eccezioni: nomi femminili in o (mano, radio, moto, auto, dinamo, Saffo, Ino, Ero) e nomi maschili in a (poeta, profeta, patriarca, papa, duca).

Quindi, per quanto riguarda il linguaggio, c’è chi pensando che poiché troia è un termine declinato al femminile, usarlo indica un attribuire una colpa nel compiere l’azione che il termine indica imputabile solo se a compierla è chi appartiene al genere femminile, e quindi indica una discriminazione tra uomo e donna.

Tuttavia, forse chi crede questo non sa che esistono diversi insulti usati al maschile o al femminile e l’usarli non implica automaticamente l’affermare che solo chi appartiene al genere sessuale nominato è disprezzabile nel compiere l’azione che si indica con tali insulti.

Infatti, è quasi sempre implicito che se una donna viene definita troia perché quello che fa viene considerato disprezzabile, allora per proprietà transitiva anche chi le permette di fare qualcosa di disprezzabile è disprezzabile. In base a questo principio si dovrebbe pensare che dire “porco” a un uomo equivale a dire che soltanto gli uomini possono essere accusati di compiere un’azione negativa se fanno ciò a cui si riferisce con il termine “porco” ovvero “fare sesso con donne diverse in un arco di tempo breve”, o “l’avere desiderio di farlo”. Ma questo non è vero.

C’è invece chi pensa che il concetto esista solo al femminile, e quindi sia sempre una discriminazione.

Ma che soltanto le donne vengano insultate per la loro sessualità non è vero perché le etichette usate contro i comportamenti sessuali dei maschi esistono, sono tantissime, e vengono usate.

INSULTI SESSUALI AL MASCHILE

Gli insulti relativi ai maschi sono fatti in ambito di prostituzione, in ambito di sesso libero da pagamento, nell’indicare una perdita di umanità, nell’indicare una malattia, nell’indicare una non aderenza al valore della persona confrontata con la corrisponde del concetto di “uomo giusto” o “persona per bene”, ma anche nell’aspettativa, inerente a ciò che è legittimato a fare un uomo nella moderazione del desiderio sessuale a una sola partner, che si sia capaci e non incapaci di sedurre o che si abbia le caratteristiche giuste per attrarre quella partner, pena l’inferiorità e la derisione verbale con epiteti del tipo “ammoscia passere”.

In ambito di prostituzione:
“marchettaro”,  “puttaniere”,”bocchinaro” o “pompinaro”,  e va specificato che “bocchinaro” non significa soltanto “colui che fai i bocchini” ma anche “colui che si fa fare i bocchini”, e quindi denigrato poiché si fa fare i “bocchini” o “pompini” dalle prostitute.  Su Berlusconi se ne fanno ogni giorno di battute a sfondo sessuale. Allusioni ai festini di Arcore eccetera. Basta scrivere su google “Berlusconi puttaniere” e trovare 360mila risultati. E, poiché c’è la credenza che la negativizzazione dell’uomo sia solo un riflessso della negativizzazione della donna quando si usa il termine “puttaniere” va specificato che nel suo caso, lui è stato considerato dalla maggioranza il carnefice e le donne “puttane” che hanno fatto sesso con lui sono state considerate dalla maggioranza vittime. Quindi, benché per alcuni possa diventare un vanto, tale termine sicuramente non lo è per tutti, ma neanche per molti.

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Le femen fecero un’immagine con una di esse travestita dalla morte, e con la frase “death to berlusconi!”.
E’ il doppiopesismo dei media di distrazione di massa. Se te ne esci con una frase infelice contro un membro delle minoranze iper-protette, la distorcono e si lanciano al linciaggio mediatico. Ma se qualcuno – dei loro – invita in modo chiaro e ininterpretabile alla morte di B., allora non è problema. E’ dalla parte giusta. Seguendo le tesi dei vari antirazzisti d’accatto, ora i circa mille fanatici che hanno cliccato “mi piace” o che hanno condiviso la foto, dovrebbero essere indagati per istigazione all’odio. Con un’aggravante: la minaccia di morte diretta. E non un’elucubrazione ipotetica.

Un altro esempio del fatto che non è solo un riflesso la negativizzazione dell’uomo è dato dalla pagina “stop troiofobia” in cui dicono: “sia per libera scelta che per tratta, una puttana merita rispetto, aiuto, considerazione. Un puttaniere, no.”

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A un uomo che fa sesso con prostitute può capitare di essere chiamato “maschilista”, “maschilista di merda” o “misogino” o “bastardo misogino”, indipendentemente da ciò che prova la prostituta, se lo ha scelto, se è felice o sofferente. I quali sono insulti usati per indicare una negatività nel modo di vivere la sessualità dell’uomo insultato.

Gli insulti sessuali in ambito di sesso libero da pagamento termini che vengono usati prevalentemente in modo negativo “donnaiolo”, “farfallone”, “cascamorto” e “troione”. Che “donnaiolo” possa essere usato in modo negativo, magari con l’aggiunta di una parola che specifichi questa negatività, lo testimonia il mondo del cinema, nelle recensioni di alcuni film si può trovare “Raul Bova donnaiolo “bastardo”, ma solo al cinema”. Inoltre, un uomo interessato al sesso privo di affettività viene pensato come un uomo che “usa le donne”, “le tratta come oggetti”

Gli insulti sessuali che indicano una perdita di umanità nel compiere certe azioni, hanno corrispettivi sia nell’uomo che nella donna. Infatti, per la donna viene usato il termine “troia”, che oltre a indicare il famoso espediente usato da Ulisse, cioè il cavallo di Troia, ripieno di uomini, in latino volgare, ma anche attualmente in modo più raro, troia indicava la scrofa, ed era anche il nome di un piatto a base di carne di maiale ripieno di cacciagione (porcus troianus), e quindi indica la specie femmina del maiale, e per l’uomo viene usato “porco”, il maschio della specie dei maiali, e infatti vine anche usato il termine “maiale”. Così a “porca” corrisponde “porco”, e a “maiala” corrisponde” maiale”. Il termine porco oltre a indicare il giudizio di una perdita di umanità, viene trasposto dal regno animale per riferirsi a giudizi sul mondo umano, e si riferisce alla probabilità del tradimento sessuale o alla mancanza d’impegno nella monogamia, oppure al fatto che l’uomo, una volta impegnato nella monogamia, possa poi abbandonare la fidanzata, o la moglie oppure la stabilità della famiglia in cui ci sono figli per un’altra donna (e forse smettere di mantenere economicamente la famiglia generata) poiché indica il tipo di rapporto che l’uomo giudicato ha col proprio piacere sessuale considerato al di fuori di limiti pensati come giusti limiti, in modo analogo all’animale porco che non ha moderazione e si rotola nel fango e nella sporcizia.

Bisogna anche specificare che “Scrofa” o “troia” indicano sia “la femmina del maiale” in senso generico sia “la femmina del maiale destinata alla riproduzione”, in un linguaggio parlato non specifico delle tecniche di allevamento suino. Ma in termini tecnici in realtà è la “scrofetta” e non la “scrofa” ad essere la “femmina destinata alla riproduzione” e la “scrofa” è invece la “femmina adulta in riproduzione, in modo analogo il “Verretto” è il maschio destinato alla riproduzione e il “Verro” è il maschio in riproduzione. Dunque nell’ambiente di allevamento suino accade la stessa cosa anche con il maschio. Infatti, viene effettuata giornalmente indipendentemente dalla tecnica di fecondazione utilizzata, la stimolazione con il verro, il quale, condotto da un operatore tra le gabbie. Può essere sia naturale (oramai praticata solo in piccole realtà e solo su alcuni animali) sia artificiale. La inseminazione naturale prevede che la scrofa sia trasferita in una apposita gabbia predisposta per la monta da parte del verro. L’inseminazione artificiale consiste nel prelievo del seme dal verro per l’inseminazione della scrofa. Il verro, al termine del giro di stimolazione delle scrofe nel settore gestazione, viene condotto dall’operatore in un apposito locale dove è presente una sorta di manichino (che simula la scrofa) su cui è fatto salire il verro.

Se si pensa come maschilista o sessista l’azione di destinare un essere vivente femminile e non maschile alla riproduzione e si vuole capire se è vero o falso, bisogna considerare che il fatto che sia un animale femmina e non un animale maschio a essere destinato alla riproduzione non implica che ci sia maschilismo nell’essere umano che usa l’animale per i propri scopi, né sessismo, perché non è una discriminazione fatta per il gusto di farla a un essere vivente di genere femminile, ma una scelta fatta per fini utilitaristici che non possono essere soddisfatti con il maschio del maiale, poiché è la femmina che rimane gravida e non il maschio, e se quindi il maschio fosse destinato alla riproduzione, inoltre, la femmina sarà anche destinata alla riproduzione ma il maiale è destinato al macello.

Oppure a “cagna” corrisponde “cane”, anche si sente dire poche volte, e quando si sente dire “cagna” viene detto con una rabbia e una volontà di offesa molto maggiore rispetto a cane, che comunque non viene detto come fosse un complimento.  Come si può notare nell’espressione “la dà a cani e porci” sono gli uomini ad essere definiti “cani” e “porci”. Ci sono moltissime donne che affermano “gli uomini sono tutti maiali o porci”.
Va inoltre considerato che benché “cagna” sia una parola usata spesso in modo più cruento di “cane”, i termini “porco” o “maiale” al maschile hanno molto più frequentemente una accezione ben più negativa di “porca” o “maiala” al femminile che invece in genere per gli uomini indica un apprezzamento privo di riferimenti intellettuali ma molto fisici e genitali e molto pratico, ma non per questo negativo in sé.
Quindi, in questo caso possono risultare entrambe le versioni offensive ma quella maschile ha un tono più grave.

Per quanto riguarda il porco, dato che mi è stato detto da tantissime donne, soprattutto da mie ex con il preciso intento di sfogare rabbia e creare senso di colpa e manipolazione, la cattive c’è eccome, dipende soltanto da chi pronuncia la parola e non dalla parola in sé, che è soltanto un suono. Infatti, se me lo dicesse un’amica sorridendo e scherzando che sono un porco non ci soffrirei come invece ho sofferto quando me lo hanno detto fidanzate con rabbia e senso di pretesa (che io non lo fossi). 

Oppure per indicare genericamente una non appartenenza al genere umano ci sono “bestia” o “animale”. Oppure una degenerazione del genere umano come “cavernicolo.

Questi termini indicano semmai uno specismo nei confronti degli animali e soprattutto dei maiali, e non un sessismo nei confronti delle donne. Infatti questo specismo viene usato per far pensare la persone accusata di non essere degno di essere un umano, e quindi da emarginare dalla società che è fatta per gli umani e non per gli animali. Infatti esistono diverse varianti di porco:  porco mondo, porca eva, porco diavolo, porca miseria, porco giuda, porca troia, porco cane, porca vacca. Il paragone con gli animali è tipico di chi crede in principii tramandati dalla religione cristiana antidarwinista anche in pensieri che di Cristiano non hanno più niente.

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L’azienda di abbigliamento Relish del Cis di Nola ha affidato la sua ultima campagna ad Oliviero Toscani. Gli antichi miti professavano creature ibride mezzi animali e mezzi umani. La Maga Circe in Omero trasformò gli uomini di Ulisse in porci. Toscani ha trasformato la donna Relish nella Circe postmoderna e continua a vendere e costruire il suo personal brand attraverso i suoi detrattori.

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Oppure l’indicare come causa del comportamento criticato una malattia “bavoso”, “malato”, “pervertito”, “schifoso” “succube o schiavo della fica”. Va specificato che “bavoso” indica uno che fa la bava, cioè una saliva particolarmente viscosa, che cola dalla bocca di taluni animali, specialmente se idrofobi, o di chi è fuori di sé per eccesso d’ira, ma anche, spesso, dalla bocca dei bambini e dei vecchi, e a meno che un uomo non abbia le convulsioni o sia catatonico e non riesca a chiudere la bocca non sbava, sono i cani che fanno la bava, e infatti spesso le donne paragonano gli uomini ai cani.

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“Arrapato” o “allupato” per alcune ragazze chi stupra è molto allupato o arrapato, quindi un uomo chiamato allupato o arrapato è un possibile stupratore.

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Oppure l’indicare una non aderenza al valore della persona confrontata con la corrisponde del concetto di “uomo giusto” o “persona per bene” come  le parole o espressioni “uomo tarocco”, “pseudo-uomo”, “sottospecie di uomo”, “viscido”, “lurido” o “fallito”, nella frase “la ragazza facile è la conquista dei falliti”, “sciupafemmine”. Oppure “patetico”, “immaturo”, “pessimo”, “squallido”, “poveretto”.

Oppure per indicare dell’egoismo nel proprio desiderio e piacere erotico e sessuale con modi sarcastici del tipo “generoso” o “altruista”.

Inoltre ci sono  “segaiolo”, “segaiolo seriale”, “morto di figa” che indica una persona che ha una eccessiva libidine secondo chi giudica, e anche il solo fare proposte sessuali può renderlo etichettabile in questo modo, oppure si insinua che quello che si giudica essere un “eccesso di libidine” derivi dal fatto che quell’uomo non fa quasi mai o mai sesso e dunque propone a qualsiasi “figa” di farlo, senza fare selezione, come invece si suppone farebbe una persona che è libera dal bisogno di fare sesso, senza però poter sapere realmente com’è la vita sessuale di quell’uomo, né se davvero può essere considerato un eccesso oppure no, la libidine espressa, allo stesso modo “represso” o “sfigato” che non sono termini da intendere soltanto per chi non fa sesso, perché anche chi fa sesso occasionalmente si può fare le “seghe”, e anche chi ha una relazione fissa può farsi le “seghe”, ad esempio guardandosi un porno, e “sfigato” si usa come termine generico come “senza figa” che è simile a “sfortunato a causa della propria stupidità”.
Si insinua anche che cliccare mi piace o condividere foto di fotomodelle sia causato da una insoddisfazione, e non da un piacere, e che serva quindi a compensare l’assenza di donne reali con donne fotografate. Cosicché un uomo che è appassionato di fotografie di nudo, o erotiche o pornografiche è automaticamente uno sfigato per le persone che insinuano ciò.
L’uomo che non corrisponde all’ideale di selezione in base a caratteristiche intellettuali può essere chiamato morto di figa, e infatti si dice “per un uomo ogni buco è trincea”, “per gli uomini basta che respirino”, “ogni buco è buono”. Considerare la libidine di qualcuno e i suoi comportamenti sessuali come un eccesso può accadere sia all’uomo che ala donna, e ogni insulto implica un giudicare il comportamento sessuale eccessivo. Quindi troia e morto di figa hanno questa caratteristica comune, anche se possono indicare comportamenti diversi. Al femminile però “morta di cazzo” non si usa, proprio perché la donna la ha molte più possibilità di fare sesso rispetto all’uomo.
Se anche fosse vero che l’uomo viene criticato solo se fa poco sesso, e la donna solo se fa tanto sesso, poiché la cultura è fatta di sessismo, ovvero una divisione netta tra i ruoli, si può dire che l’uomo e la donna vengono aspramente criticati entrambi nel momento in cui non rispecchiano i ruoli. E quindi la sofferenza c’è comunque e non si può dire che quella femminile sia più importante o grave di quella maschile.

L’UOMO BESTIA E LA DONNA ANGELO

è diffusa l’idea che le donne siano mentalmente, eticamente, emotivamente, sessualmente migliori degli uomini.  Tanté che per insultare una donna a volte le persone dicono che “si abbassa al livello di un uomo”. “Maschio” è già un insulto in sé per molte persone.
L’idea che la donna “scimmiotti i maschi” o sia un “maschio mancato” quando è sessualmente promiscua è un’idea, appunto. che si basa sul fatto che esistano differenze rigide. Ed è anche un’idea deleteria, soprattutto per i maschi ma simultaneamente anche per le donne, che induce a pensare l’uomo come “bestia (inferiore all’umano)” e la donna come “angelo (migliore espressione dell’umanità)”, la quale si degrada se compie azioni ritenute esclusivamente maschili. L’uomo invece forse è omosessuale se compie azioni ritenute esclusivamente femminili.

Ma tra le uniche e poche differenze reali tra uomo e donna, gli ormoni variano molto da uomo a uomo e da donna a donna. Per questo non si possono fare affermazioni generali su come siano gli uomini e le donne. Infatti, in base a queste condizioni accade che molti uomini, a livello ormonale, sono simili a molte donne, e molti uomini, a livello ormonale, sono molto diversi da molte donne. Queste differenze non dimostrando quindi una differenza di pensiero di fondo.

Per quanto riguarda “cornuto” l’idea che un uomo sia tradito dalla compagna abbassa il suo punteggio perché si parte dal presupposto che la partner sia pentita di averlo scelto o comunque che non la soddisfi, perché magari si è rivelato essere un “porco”, un “donnaiolo”, un maschio che gestisce il suo piacere sessuale in un modo giudicato sbagliato.

I nomi dispregiativi più morbidi sono:  “sciupafemmine” (che può essere usato sia in modo positivo che negativo), “Latin lover”, “Gigolò”, “Don Giovanni”, “Casanova”, “Playboy”, i quali, per quanto possano essere morbidi vengono associati a concetti e sensazioni negative, come l’inaffidabilità, e quindi, anche nel caso in cui vengano usati in modo positivo il destinatario può rimanere in dubbio e sentirsi insicuro sul come interpretare la comunicazione.

Tuttavia, la percezione individuale di alcune persone, soprattutto donne, può essere comunque negativa anche se qualcuno utilizza le parole semi-positive “Latin lover” o “Playboy” associando a certi comportamenti gli epiteti “pezzo di merda”, “bastardo”, “stronzo”, “insensibile”, oppure “coglioni” e “stupidi” ottenendo un effetto identico all’usare nomi fatti appositamente per denigrare l’azione di fare sesso promiscuo o termini fatti per denigrare l’azione di fare sesso promiscuo da parte delle donne.

Oppure indicando ciò che non è. Non è un ragazzo/uomo “serio”, “affidabile”, “bravo”.

Per quanto riguarda il fatto che alcune parole siano usate solo al femminile, a parte alcune indicazioni (come i punti cardinali, i mesi o i metalli da declinare al maschile e i nomi dei frutti, delle scienze e nozioni astratte, feste religiose continenti, stati e province, città e isole da declinare al femminile), la determinazione del genere dei nomi non segue regole fisse e quindi occorre affidarsi all’uso e consultare il vocabolario. Quindi, non è una scorrettezza linguistica declinare al maschile la parola “troia” dicendo “troio”, o usare un genere promiscuo come si fa con “la rondine maschio” e dire “la troia maschio” quindi il fatto che non sia abitualmente usata questa declinazione non impedisce di usarla. L’impedimento sta nel fatto che tutto ciò che è inusuale viene giudicato inappropriato o fa ridere.
Oppure vengono maschilizzati i nomi di solito usati al femminile “troio”, “zoccolo”, “puttano” . Oppure, anche se troio non è quasi mai usato, alcune donne affermano che l’uomo è la “vera troia”, poiché sempre arrapato e con l’uccello al posto del cervello. Quindi, anche se la parola “troio” non è utilizzata in modo frequente, magari per ragioni storiche, il concetto negativo che indica il termine “troia” esiste anche nei confronti della sessualità maschile, e viene veicolato nei modi possibili.

In alcuni casi è solo una negativizzazione della parola maschio e non del genere maschile come lo slogan contro la violenza sulle donne “Vatti a curare maschio violento. Hai la speranza di diventare un uomo” invece di finire la frase dicendo “maschio pacifico” o rispettoso o qualsiasi termine contrario alla violenza si usa “uomo” e si lascia “maschio” negativizzato.

In altri casi invece lo stesso termine “maschio” per alcune donne è sufficiente per negativizzare i comportamenti sessuali di tutti i maschi in quanto maschi, o il genere sessuale maschile. Infatti affermano “i maschi gay sono maschi migliori dei maschi etero. Perché i maschi etero sono porci insensibili, invece i maschi gay sono sensibili e non ci pensano a certe cose”. . Lo si può fare anche in modo indiretto, senza etichettare l’uomo. Se una donna si definisce “preda” o “vittima” automatica ci deve essere un “predatore” e un “carnefice”, che sono etichette negative.

Oppure si può discriminare gli uomini giudicando positivamente solo un certo tipo di uomo chiamato ad esempio “buon partito”.
Oppure dicendo che certi uomini non sono uomini di cui ci si può fidare, e quindi non sono umani nel senso ideale del termine, come nel film Grease: “Gli uomini sono le pulci delle pulci dei porci. L’unico uomo del quale possiamo fidarci è il nostro papà.”

Esiste anche la parola puttano, anche se viene usata in modo scherzoso poiché il fatto che sia sgrammaticata fa ridere. Ci hanno fatto anche un film in cui la parola Gigolò è stata tradotta in italiano con “puttano”. “Deuce Bigalow – Puttano in saldo”

Oppure il personaggio del fumetto di Andrea Camerini del 2007 chiamato “il troio”.

tabella_comparativaInoltre, anche senza l’uso di parole costruite appositamente per la denigrazione del fatto sessuale maschile, esistono moltissimi altri modi in cui le persone dimostrano disapprovazione, ed emarginazione per certi comportamenti. Invece che emettere il suono di una parola, eliminare dalle amicizie l’uomo che compie certi gesti, oppure troncare una relazione sentimentale, o mettere in dubbio la sua professionalità.

Oppure viene comunicato disprezzo anche nei confronti di un prodotto unicamente maschile come lo sperma, in napoletano si dice “spaccio” e deriva chiaramente dall’omonimo termine italiano che sta per indicare qualcosa che viene emesse verso l’ esterno.

In secondo luogo le desinenze -imma,-amma, -umma, stanno per indicare qualche cosa uguale al termine originario non modificato ma con caratterestiche ancora piu’ marcate (accentuate in senso negativo, in genere).

SPACCIO = SPACCIMMA

Quindi il termine spaccimma, quasi sempre usato o come dispregiativo ( a spaccimma d’ ‘a gente) o per imprecare (“ma che spaccimma!”, come per dire “che diamine”) e’ una alterazione del termine originario “spaccio” (sperma) che con la desinenza -imma assume una connotazione + marcata e negativa.

Quindi, si deve concludere che Spesso dire “troia” è una conseguenza del bisogno di monogamia, ma la monogamia la desiderano altrettanto moltissime femmine, le quali possono usare certe etichette con le altre donne per farla realizzare nel proprio ambiente e inoltre non tutti i maschi desiderano la monogamia della propria compagna e non usano il termine “troia” per inibirle e manipolarle, quindi non è possibile che questo termine abbia effetti indipendentemente da chi lo interpreta.

Oppure viene mostrato disprezzo nei confronti dell’atto sessuale maschile che può essere fatto sia donne che da uomini, in senso generico, con nomi tipo “fare le zozzerie”, “fare le porcherie”, “fare le porcate”.
La Chiesa ha deciso che permettere agli uomini di ingravidare a piacimento le donne come ha programmato quello che loro chiamano Dio e che altri chiamano natura è sommamente disdicevole e addirittura peccaminoso. Devono scegliersene una e tenersela per tutta la vita. E ingravidare solo quella. L’idea comune è che la donna sia priva di stimoli sessuali di intensità pari a quella degli uomini, e che per questo gli uomini siano più vicini allo stato di animali che di esseri umani, e per elevarsi dalla loro condizione dovrebbero somigliare di più alle donne.

E inoltre esiste anche il femminile di “cornuto” ovvero “cornuta”.

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MASTURBAZIONE ED ECCITAZIONE
Nel passato sono circolate molte leggende sulla masturbazione maschile, del tipo che la masturbazione facesse diventare ciechi o facesse crescere i peli. Sono state fatte cinture di castità per gli uomini per evitare la masturbazione. Quindi la sessualità maschile è stata regolamentata, patologizzata, e denigrata in molti casi. si lamenta del fatto che la masturbazione nella pubblicità desigual sia relegata a donne single, ma anche tra gli uomini c’è lo stesso problema. Come una femmina può subire accuse, o tentativi di instillare il senso di colpa, un uomo fidanzato che si masturba può subire domande insistenti dalla sua partner perché a lui non basta lei, e questo è un male oppure accuse di essere un “porco”, oppure un malato, magari anche scavando nel passato e chiedendo se ha avuto dei problemi o degli abusi sessuali, oppure parlandone con amiche per chiedere se è normale o una patologia. Per arrivare alla richiesta di smettere di masturbarsi. O al pensiero che “se non smette di masturbarsi non ti ama”. Soprattutto se nell’atto della masturbazione c’è anche la pornografia.
Inoltre, in ambito fotografico il piacere derivato dalla visione della nudità o l’eccitazione sessuale alla vista di certe pose sessuali o certe nudità (sia in foto che in video) viene ritenuto oggettificante e irrispettoso nei confronti del sesso opposto da cui si è attratti. Oltre che passibile di tutti gli insulti esistenti rivolti al maschile (porco, bavoso..).

FOTOGRAFO MASCHIO COME SINONIMO DI FOTOGRAFIA DI NUDO NEMICA DELLE DONNE
Secondo una certa teoria sessista, un uomo produrrà una fotografia da uomo, e una donna produrrà una fotografia da donna. Quindi, nel caso delle fotografie di nudo, la vagina fotografata da una donna, per chi crede a questa teoria ed è donna, sopratutto femminista, sarà migliore della vagina fotografata dagli uomini. Perché gli uomini hanno insito in loro il desiderio di oggettificare e sottomettere. Termini che per essere compresi vanno spiegati e non dati per scontati. Questa teoria divide nettamente le differenze tra uomo e donna, e discrimina a priori gli uomini. Se il problema è lo sguardo che guarda, chiunque produca una fotografia, uomo o donna che sia, non conta, dato che anche se fosse una donna, e femminista, a produrre una certa fotografia, l’osservatore avrebbe comunque una propria percezione dell’immagine. Il fotografo maschio diventa per queste persone un sinonimo di fotografia nemica delle donne.

IL VALORE DEL PENE E DELLA VAGINA

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Freud nel 1915 scrive un capitolo intitolato “simbolismo del sogno” nella sua introduzione alla psicoanalisi in cui scrive: “ai simboli sessuali maschili meno comprensibili appartengono certi rettili e pesci, soprattutto il famoso simbolo del serpente”. Piergiorgio Odifreddi scrive nel suo libro Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici): “l’incomprensibilità è naturalmente dovuta al fatto che, come simbolo del pene, il serpente sarà pure insinuante e viscido, ma è un pò moscio: può però facilmente ergersi in un duro bastone, e il bastone afflosciarsi in un serpente anche nelle mani di Mosè. A coloro che avessero da ridire sul fatto che l’interpretazione del serpente come pene è tirata per i peli, basterà far notare essa è comunque meno fantasiosa di quella tuttora proposta dal Cristianesimo, che vede nel serpente il Diavolo: cioè, un ente spirituale di cui non si fa parola non solo nel Genesi, dove invece si dice che il serpente era “la più astuta di tutte le bestie selvatiche” ma in tutto il Pentateuco”.
Formalmente la proibizione divina riguarda il non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, ma il verbo yada “conoscere” viene sistematicamente usato nella Bibbia per indicare l’espletamento dell’atto sessuale, fornendo così un’interpretazione autentica del significato della richiesta di Jahvé.[…]In ogni caso, l’intera storia eiacula sesso da ogni poro: ad esempio, Adamo ed Eva si accorgono improvvisamente della loro nudità, e Jahvé condanna la donna a moltiplicare le gravidanze e partorire nel dolore”.
Il dolore è evidentemente procurato dall’esistenza del pene maschile che eiaculando nella ricerca di piacere rende possibile la gravidanza della donna. Quindi è giudicato dalla religione Cristiana un generatore di dolore per la donna.

L’attribuzione di valore al pene e alla vagina. Il primo simbolo del patriarcato, del fallocentrismo, della fallocrazia, la seconda simbolo del matriarcato, delle vittime, della libertà rivendicata. Da questo concetto deriva l’espressione ripetuta dalle femministe di “lo sguardo maschile” a cui sono destinate certe immagini, che in quanto tale rende quelle immagini negative, perché “sottomette” l’idea astratta di donna all’astratto “desiderio maschile”. Anche il testosterone è interpretato come ormone della violenza dell’aggressività in contrapposizione agli ormoni femminili. Tutte generalizzazioni che contribuiscono a creare stereotipi su maschi, generalizzazioni fatte però tentando di combattere le generalizzazioni che creano stereotipi sulle femmine.

Molti uomini sono timorosi perché sono eccitati, se contattano una donna dicono “scusa, sai, non so se vorresti”. Sanno che possono essere chiamati “morti di figa” per il semplice fatto di provare a far sesso con una sconosciuta. Oppure può essere interpretato come un insulto, il provarci con una sconosciuta, come se la si stesse considerando una “troia”. Concetto che quindi nuoce anche agli uomini e non solo alle donne. E se la ragazza non è interessata vengono derisi anche pubblicamente chiamandoli maniaci. Hanno paura di essere additati come maniaci. Questo non accade se è una donna a contattare un uomo per fare sesso. Al massimo l’uomo le dice “mi dispiace ma non sono interessato” oppure “non mi piaci”. Questa è una violenza di genere.
Il pene è per molti un simbolo negativo. Soprattutto per chi lotta per i diritti delle donne. Per molte persone la vagina è femminista e il pene scandaloso. “Fallocentrismo” è un termine usato spesso in modo negativo. La penetrazione nei film pornografici è vista spesso come una sottomissione e una violenza. Infatti, esiste la differenza fra soft e hard nel porno. Gay è hard e lesbo è soft. Perché manca la penetrazione di un uomo nei film lesbo. Chi si preoccupa dei diritti delle donne non cita quasi mai in modo positivo l’uso del’organo genitale maschile, ma soltanto l’uso positivo della vagina, e la libertà delle donne. Bisogna abbattere questo genere di differenze nella collettività. Vagina e pene non devono avere valori diversi e avere importanze diverse.

LA DONNA STUPIDA E L’UOMO INTELLIGENTE NEL SESSO OCCASIONALE
Poiché le donne hanno una grandissima quantità di possibilità sessuali, coloro che scelgono il sesso occasionale, e quindi senza scegliere minuziosamente con chi fare sesso, o filtrando la scelta attraverso criterti come i sentimenti o come i vantaggi materiali o economici, viene considerata stupida, e quindi criticata, anche attraverso appellativi come troia. Al contrario dell’uomo, che avendo pochissime possibilità sessuali nei confronti della donna per chi lo giudica ha senso accettare un atto sessuale senza scegliere, perché potrebbe non ricapitargli più. Infatti, spesso, l’atto sessuale maschile è visto come una conquista, un miracolo, un successo tra miriadi di fallimenti, una sorpresa, un evento eccezionale e quindi da celebrare con chi si fida l’uomo. Questo fatto può contribuire alla quantità di persone che sono colpite più dalle donne che dagli uomini, senza però esserci del maschilismo, o una discriminazione in base al sesso.

VANTO DELLE RELAZIONI SESSUALI APPROVATO E STIMATO
Nel caso del tradimento i giornali hanno riportato la notizia che a Philadelphia Steph Strayer abbia pubblicato su FB  un messaggio dopo aver fotografato un ‘marito infedele’ e aver pubblicato l’immagine su Facebook. Nel messaggio era scritto “Se questo è tuo marito, ho sopportato un viaggio di due ore in treno da Philadelphia ascoltando questo perdente e i suoi amici vantarsi dei loro molteplici affari e di come le loro mogli sono troppo stupide per capire. Oh per favore condividete …”. Subito in moltissimi hanno commentato e condiviso la foto (circa 183.000 condivisioni totali). L’uomo si sarebbe vantato di aver tradito più volte sua moglie, e i racconti dettagliati fatti ai suoi amici durante il viaggio, avrebbero mandato su tutte le furie Steph, che non è riuscita a trattenersi e ha svergognato pubblicamente l’uomo. Questo dimostra come l’infedeltà venga punita sia se commessa da donne sia se commessa da uomini, ma è più probabile che gli amici dell’infedele non compiano punizioni verbali, quindi nel caso degli uomini sono più uomini a essere amici di uomini, e nel caso di donne sono donne più spesso a essere amiche di donne. Questo potrebbe spiegare perché può capitare che sia gli uomini che le donne si possano vantare o di relazioni sessuali vissute senza fidanzamenti o matrimoni, o di infedeltà sessuali nascoste a fidanzati/e mariti o mogli. Tuttavia ci possono sempre essere amici o amiche che in realtà si arrabbieranno nel sapere di certe relazioni sessuali o promiscue o tradimenti.

L’UOMO CACCIATORE
Cacciatore è un termine arcaico utilizzato ancora per gli uomini ma non per le donne. Dire che un uomo è un cacciatore di una donna, implica che la donna mirata dall’uomo cacciatore sia una preda. Nel dizionario “preda” risulta essere ciò di cui ci si appropria con la violenza o essere vivente ucciso da animali che se ne cibano, o essere dominati totalmente. E infatti, gli uomini, negli stereotipi di genere sono identificati con la violenza. Ed è quindi un termine negativo, e una rappresentazione ingiusta, e da considerare un insulto per gli uomini. I cacciatori di donne esistevano nel paleolitico, ed esistono oggi sottoforma di patologie mentali. Pensare che l’uomo è cacciatore non è di certo un complimento assicurato per l’uomo. C’è chi afferma che l’uomo cacciatore sia un perdente. Detto dai maschi potrebbe anche essere detto con orgoglio, ma sicuramente non da tutti i maschi, e infatti sarebbe un complimento ambiguo, perché molti non vogliono essere considerati cacciatori, e perché il reale significato del termine è collegato con la violenza, e detto dalle femmine invece è probabile che venga detto con un misto di disprezzo e timore, e più raramente con desiderio di essere “cacciate”. “Cacciatore” sembrerebbe descrivere il comportamento più adatto alla seduzione, ovvero quello di chi punta una preda e, usando tutti i mezzi a disposizione, non demorde fino al momento della cattura, incarnando così l’archetipo del macho guerriero e conquistatore.

L’UOMO E IL SUO HAREM
In Italia non ci sono Harem, eppure si cresce sentendosi ripetere il modo di dire che “l’uomo ha un harem” quando frequenta, o fa sesso con, molte ragazze.
Gli Harem fanno parte del mondo arabo-musulmano, ed erano caratterizzati da una netta divisione dei compiti tra maschi e femmine, con poteri bilanciati prevalentemente sull’uomo. Erano i luoghi riservato destinati alla vita privata, costituiti dai sovrani dei vari Stati musulmani con i quali ostentavano la propria ricchezza e soddisfazione sensuale, ma anche per poter più facilmente scegliere, fra i tanti figli che le tante concubine gli generavano, quello che a loro arbitrio appariva il più dotato e il più meritevole della successione. Attualmente sono quasi scomparsi, ma di certo non ci sono in Italia. Ma si usa questo termine in modo allegorico, per stabilire una somiglianza tra un uomo che fa sesso con tante donne e un uomo che aveva dei poteri politici sulle donne nel mondo arabo-musulmano. L’abitudine di usare il termine “harem” solo con gli uomini di culture diverse da quella arabo-musulumana, potrebbe essere considerata anche una discriminazione e un insulto rivolto al genere maschile, oltre che un complimento eccessivo. Quindi si confonde un evento di una cultura e un tempo diversi da quello in cui si vive semplicemente perché si considera che sono stati gli uomini ad avere gli harem.

LA STORIA, PASSATA O ATTUALE, COME DATO PER STABILIRE SE I MASCHI SIANO SESSUALMENTE DISCRIMINATI OPPURE NO

La storia passata non è sufficiente per determinare la situazione presente. Dato che non perché qualcosa è accaduto allora necessariamente accade ora o accadrò in futuro. inoltre nel post viene affrontata anche la storia passata, con diversi esempi di giudizi sul sesso maschile.

Per quanto riguarda la storia presente, la quantità di presenza di donne nei luoghi di lavoro confrontata alla presenza maschile, il femminicidio, le molestie sessuali, la violenza sulle donne, non sono informazioni utili per poter stabilire la quantità e la frequenza della denigrazione della libertà di vivere il piacere sessuale femminile e confrontarla con quello maschile e arrivare a sapere se anche gli uomini vengono sessualmente discriminati oppure soltanto le donne, o se gli uomini vengono sessualmente discriminati ma in maggioranza le donne.  Il motivo per cui non sono informazioni utili è che non perché succede qualcosa di brutto su molti aspetti della vita a un genere sessuale deve succedere qualcosa di brutto riguardo a un aspetto specifico. Sarebbe solo una supposizione del tipo “poiché le donne subiscono tante ingiustizie, allora subiscono molto più degli uomini anche l’ingiustizia della repressione sessuale”. Può essere che esse subiscano più degli uomini, ma può anche non essere. Sarebbe necessario contare quanti eventi del genere accadono per poterlo dire.

IL COMPORTAMENTO DEI GENITORI NEI CONFRONTI DELLE FIGLIE FEMMINE COME PROVA DELL’UNILATERALITà DELLA DENIGRAZIONE DELLE ATTIVITà SESSUALI
Non metto in dubbio che tu possa aver visto molti genitori accondiscendenti con i figli maschi ma non con le figlie femmine. Ma non possiamo basarci sulla nostra personale esperienza per capire qual’è la verità. Perché la mia personale esperienza essendo diversa dalla tua può portarmi a conclusioni totalmente diverse. Il fatto che i genitori che tu hai visto si comportino così può essere spiegato con il maschilismo, ma può anche essere spiegato in altri modi.
I genitori si preoccupano molto di più per le figlie femmine per un misto di dati oggettivi e stereotipi:
1. Le femmine sono per biologia mediamente più deboli degli uomini, nonostante esistano culturiste, bodyguard, militari, e karateka donne, ed esistano uomini con i muscoli intorpiditi e minuti.
2. I media enfatizzano la violenza sulle donne e dunque i genitori si preoccupano.

In base a una esperienza sessuale personale una madre può sgridare il figlio maschio per qualsiasi attenzione esso dia a qualsiasi ragazza, e non volere che lui uscisse da solo con nessuna, per paura che la possa mettere incinta, né che lui guardi film minimamente erotici, per paura che impari a mettere incinta, anche a 16-17-18 anni, e se lo fa lo può sgridare tutto il giorno. Quindi, le esperienze sono varie. E vanno raccolte tutte.

Utilizzando queste altre spiegazioni si può comunque affermare che il maschilismo esiste e agisce sulle esperienze sessuali femminili, attraverso il potere dei genitori, ma che non è l’unica causa, poiché i genitori sono tutti diversi, e che ce ne sono molte altre da considerare se si è realmente interessati a cambiare i pregiudizi riguardo alla sessualità.

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Dalla credenza che ogni rimprovero o insulto riferito alla sessualità femminile derivi dal maschilismo si arriva a pensare che “fai uscire tua figlia come un troione da battaglia…lamentati se te la ritrovi gravida a 13 anni” sia maschilista. Invece si riferisce semplicemente alla presunta stoltezza dei genitori, e al principio secondo cui i tredicenni devono essere controllati dai genitori. Femmine e maschi. Non c’è nessun indizio che i maschi siano esclusi, quindi non si deve escluderli ma bisogna attenersi a quello che c’è nell’immagine.

NOMI PER LA PROSTITUZIONE SOLO AL FEMMINILE

Per prima cosa, per verificare se è vero o no che il maschio sia biologicamente spinto a usufruire della prostituzione si dovrebbe capire cosa ci trovi di bello un uomo nello spendere soldi piuttosto che risparmiarli. Sarebbe più sensato che il maschio avesse voglia di far sesso gratuitamente, e non a pagamento, e che quindi faccia sesso a pagamento perché non può farlo gratuitamente, per i più disparati motivi.
La preferenza a non pagare per far sesso è proporzionale alla quantità di soldi che possiede chi vorrebbe far sesso. Più uno è ricco meno valuta lo svantaggio di pagare, come per tutti gli altri pagamenti che quotidianamente può fare. E oltre allo svantaggio economico c’è anche lo svantaggio sociale, poiché chi paga per far sesso è socialmente mal visto.

Quindi si può dire che la spinta biologica è al sesso e non al pagamento del sesso. Poi, se anche soltanto il maschio fosse biologicamente spinto al sesso e non la femmina, non si spiegherebbe comunque come mai egli paghi per far sesso, al contrario della femmina.
Quindi, non si può dire di certo che la causa della prostituzione femminile è la biologia maschile.
Nell’immaginario collettivo quando si parla di prostituzione maschile si usa l’espressione “dare via il culo” e non “dare via il pene”, proprio perché se gli uomini tentassero di prostituirsi in modo etero non guadagnerebbero un centesimo, o guadagnerebbero poco, e questa differenza di potere economico tra la sessualità maschile e femminile porta quindi alla mancanza di guadagno economico nel tentativo di prostituzione maschile spiega l’alta quantità di prostitute donne e la bassissima quantità di clienti femmine e la bassa quantità di prostituti uomini etero ma più alta quantità di prostituti uomini gay.

Dimostrando così che storicamente l’uso dispregiativo verso l’atto della prostituzione è riferito alle donne perché sono state esse a prostituirsi in grandi quantità. Perciò, da questo fatto non si possono giudicare nomenclature del genere automaticamente come sessiste, cioè discriminanti in base al sesso, perché i nomi che riguardano la prostituzione sono stati fatti solo per donne perché storicamente la prostituzione è avvenuta a consumo dei maschi e non a consumo delle donne a causa del potere economico dato ai maschi che quindi potevano pagare per prestazioni sessuali, e a causa della disparità culturale che c’è sul valore estetico di una donna e il valore estetico di un uomo. sia donne che uomini con maschi. Quindi non si può dire che siano stati creati per discriminare il genere sessuale femminile, anche perché colpiscono solo alcune delle donne esistenti.

Perciò prevalentemente “un cortigiano” significava “un uomo che vive a corte” invece “una cortigiana” significava “una prostituta” o “una mignotta”.”Un professionista” un uomo molto pratico del suo mestiere, invece “una professionista” è una espressione può essere usata in senso metaforico e non letterale anche come “una mignotta”.Così come “un intrattenitore” che è “un uomo dalla conversazione divertente”, nella declinazione femminile“un’intrattenitrice” può essere usata anche come “una mignotta”.
Oppure con il nome “uno squillo” non ci si riferisce nemmeno a un essere umano ma al suono del telefono, invece con “una squillo” ci si riferisce a una “prostituta” o “mignotta”.Con “un uomo pubblico” ci si riferisce a un uomo famoso, in vista o che si occupa di attività sociali o politiche invece “una donna pubblica” può essere usato per dire “una prostituta”.Così, “un massaggiatore” significa “un fisioterapista” invece “una massaggiatrice” può essere usato anche come una “una prostituta”.E “un uomo di strada” significa “un uomo duro” invece “una donna di strada” una mignotta.
Per quanto riguarda il termine “massaggiatrice”, si spiega col fatto che poiché la prostituzione in Italia è vietata le prostitute pubblicizzavano sui giornali i loro servizi spacciandosi per massaggiatrici e questo ha ovviamente creato confusione perché chi crede stupidamente di nascondere qualcosa chiamandolo in modo diverso finisce per travasare il vecchio significato sull’altro termine, e quindi non si è creata questa analogia per  fatto di maschilismo.

QUANTITà DEGLI EPISODI DI DENIGRAZIONE SESSUALE COME PROVA DEL MASCHILISMO NELLE DENIGRAZIONI SESSUALI SU DONNE

Una volta verificato che esistono insulti sessuali riferiti anche agli uomini, si può tentare di stabilire la gravità di questi insulti considerando la quantità di insulti sessuali verso le donne.
è facile dire: “le donne sono denigrate in modo maggiore rispetto agli uomini, io/lei/loro sono una donna, quindi sono/è/siamo denigrate sessualmente in modo maggiore rispetto agli uomini”.Ma la validità di un sillogismo non dipende dalla verità delle affermazioni che lo compongono. sicché il sillogismo:
ogni animale vola. l’asino è un animale, dunque l’asino vola.Questo metodo non ha dignità logica, in quanto, seppur funzionante, non utilizza alcuna “logica”. Se una delle premesse è falsa, la conclusione è necessariamente falsa; viceversa, la verità di entrambe le premesse non implica che la conclusione sia vera.
Bisogna quindi verificare la premessa “le donne sono denigrate in modo maggiore rispetto agli uomini”. Ma la quantità di insulti che le persone si dicono giornalmente non può essere verificata da un singolo essere umano che ha una percezione limitata del proprio ambiente. Ad esempio, in una città di 150mila abitanti una persona può frequentare al massimo 200 persone, le quali possono raccontargli di aver subito degli insulti, ma di tutte le altre quel singolo essere umano che vuole conoscere la quantità di insulti rivolti a donne o uomini non sa niente, quindi non si può verificare realmente. Lo si può immaginare, o dedurre da fatti di cronaca riportati nei media presenti in tutte le città di uno Stato, che è diverso da sapere. Soprattutto perché i fatti di cronaca riportati non sono tutti, e possono essere solo quelli che interessano di più, e casualmente quelli che interessano di più possono essere quelli riferiti alle donne.
Allora, sarebbe più razionale invece porre il problema esistente sia nelle donne che negli uomini, evidenziando le differenze. Ad esempio negli uomini il maschilismo colpisce solo indirettamente (i maschi che non vogliono essere maschilisti sono essi stessi denigrati), e nelle donne direttamente.Ma inoltre, se anche fosse possibile conoscere il numero delle denigrazioni sul sesso maschili e femminili, e si verificasse che sono maggiori quelle femminili, questa quantità sarebbe spiegabile in diversi modi:1. Lo stereotipo della donna come avente la caratteristica della bellezza e della seduzione rispetto all’uomo.
2. Lo stereotipo del maschio come animale e quindi criticato, quindi se la donna compie gesti come quelli del maschio si degrada.
Le donne secondo gli stereotipi di genere hanno il ruolo di possedere la bellezza estetica e la sensualità, questo stereotipo comporta che l’attenzione su di esse sia prevalentemente verso questi aspetti, e dunque può accadere che la quantità di commenti fatti su di esse riguardino la bellezza estetica e la loro sensualità.
Oppure nel momento in cui la donna si mostra libidinosa, secondo gli stereotipi si degrada al grado dell’uomo, che è quindi criticato. La donna infatti viene definita “un uomo mancato”, oppure si dice che “non c’è peggior troia di un uomo”.
Questa quantità non implica automaticamente che chi fa certe critiche rivolgendosi a una donna o a più donne o al genere femminile in senso astratto non le farebbe anche con gli uomini.
Spesso un uomo etero è interessato a controllare il suo genere sessuale opposto, e invece un uomo gay il genere dello stesso sesso. Così come una donna etero è interessata a controllare il genere sessuale a lei opposto. Quindi spesso può dipendere dall’orientamento sessuale il fatto che le critiche distruttive siano rivolte a un genere sessuale e non a un altro. Affermare ciò non implica che la possibilità di maschilismo sia esclusa.

TEORIA DELLA PREDISPOZIONE BIOLOGICA

C’è chi tenta di spiegare l’esistenza e l’uso di certi insulti con l’esistenza di una predisposizione biologica differente nell’uomo e nella donna. Ma l’uomo e la donna non seguono automaticamente ciò che la specie vorrebbe che facessero, quindi non si può dire che hanno priorità diverse, ma che hanno predisposizioni che si possono seguire o che non si possono seguire, oppure non esisterebbero gay e asessuati e nemmeno i profilattici e gli uomini e le donne non cercano soltanto partner che corrispondono a criteri ideali. Quindi, spiegare l’esistenza e l’uso di certi termini con teorie che distinguono uomo e donna nettamente è sbagliato. Le donne, quando pensano, non attivano regioni cerebrali diverse da quelle degli uomini, ma le stesse. Anatomicamente, il cervello di una donna è quasi indistinguibile da quello di un uomo e anche dal punto di vista psicologico i due organi sono molto simili. Altrimenti le donne che possiedono qualità pensate come tipicamente maschili, per esempio quelle che parcheggiano in modo impeccabile, sarebbero disturbate. E gli uomini in grado di ascoltare, un pò malati.
Per determinare come sia l’uomo per natura bisogna conoscere a fondo tale natura, e questa conoscenza viene complicata dal fatto che chi da credito a una teoria sulla predisposizione biologica, colloca la propria idea della natura umana non nel presente, ma solo nel passato. In pratica l’essere umano sarebbe ancora identico a com’era nell’età della pietra. Poiché però sull’età della pietra si sa troppo poco, non c’è limite alle fantasie artistiche.INUTILITà DELLA DENUNCIA DELLA DENIGRAZIONE SUGLI UOMINI A CAUSA DELLA QUANTITà DI EPISODI DI INSULTI RIVOLTI ALLE DONNE
Chi ammette la possibilità o il fatto che anche gli uomini vengano denigrati sessualmente, svaluta però la gravità della cosa. Il fatto di constatare una maggiore quantità porta a concludere che difendere la categoria minoritaria non sia importante, poiché a questa categoria non serva di essere difesa in quanto di minor numero. L’ignorare la minoranza contribuisce a creare una conoscenza del mondo, portando a credere che la minoranza non esista, invece che esista ma sia di minore quantità rispetto ad altri gruppi di persone oppresse. Attraverso questo disinteresse collettivo nei confronti di episodi minoritari, gli episodi minorati accadono con molta facilità.
Per quanto riguarda la quantità delle discriminazioni, una persona dovrebbe astenersi dal dire che ci sono maggioranze e minoranze se non ha dei dati misurabili e verificabili, ma soltanto dei dati ricavati dalla propria percezione, soggetta a selettività e parzialità, e dunque di secondo grado rispetto alla realtà di primo grado.MASCHILISMO INCONSAPEVOLE
Non si può dire che certi atteggiamenti, come l’insulto, non appartengono alle donne, ma vengono loro imposti. La verità è che non appartengono ad alcune persone, e non vengono imposti a nessuno. Le donne che scelgono di insultare e aggredire le altre donne non sono costrette a farlo, ma seguono il loro istinto di attacco o difesa per dei propri interessi personali, ovvero il possesso del proprio fidanzato e il mantenimento della relazione.ABBIGLIAMENTO SEXY E INSULTO DI TROIA CON SINONIMO DI MASCHILISMO
Quando, uomini e donne, vedono una donna in mezzo alla strada indossando una minigonna possono chiamarla troia, tra di loro, o rivolgendosi direttamente a lei, senza sapere nulla sul suo passato o presente. Mentre se un uomo cammina a petto nudo viene definito al massimo “cafone”. Dedurre dal confronto di questi due eventi la presenza di maschilismo è scorretto, poiché presentano delle diversità.
Nessun uomo indossa scollature lunghe come quelle delle donne, gonne, calze, colori accesi o fluorescenti, vestiti appariscenti come quelli delle donne. e nel caso della scollatura, anche se la indossasse così lunga non si vedrebbe il seno. queste differenze producono effetti molti diversi. per prima cosa si concentra l’attenzione sull’esteriorità delle donne, per seconda cosa, il loro corpo è molto più giudicabile in base ai propri i gusti e valori, poiché visibile. se un uomo mostrasse un pò di glutei, il petto, l’ombelico e altro, sarebbe giudicato anche lui. magari ridicolo, o gay, o malato di mente, non porco, poiché il sessismo ha definito l’estetica e i suoi significati in modo artificiale. ma il sessismo è trasversale, non colpisce solo le donne, e quindi non è automaticamente maschilismo.
In base alle tendenze sessuali eterosessualità o omosessualità le reazioni emotive alla visione dei corpi variano. Quando un uomo etero vede il seno di una donna e quando vede il petto di un uomo non gli fanno lo stesso effetto. C’è differenza. Di forma soprattutto. Il perché non importa. Ma importa che c’è differenza. E questa differenza porta molte persone a esprimere le loro emozioni in un certo modo.

PREVALENZA DI INSULTI AL FEMMINILE COME PROVA DEL MASCHILISMO NEL TERMINE TROIA

Per una donna, in passato era fondamentale sposarsi, più dell’uomo. Ed era quindi importante la buona reputazione perché era considerata un indice di fedeltà.
La selezione della sposa per l’uomo poteva essere fatta anche dalla famiglia del ragazzo: la madre si consultava con le madri di ragazze in età da marito e le sorelle cercavano la candidata tra le loro amicizie. Poiché la paternità non è certa ponevano molta attenzione alla moralità della candidata perché questa avrebbe offerto ampie garanzie sulla paternità dei figli che lei avrebbe generato e quindi i nipoti delle donne selezionatrici avrebbero così condiviso una parte del loro discendenza.
Una donna dalla reputazione compromessa ben difficilmente avrebbe potuto avere il benestare da parte della famiglia del pretendente a meno che questi non avesse dei “difetti” che lo rendessero poco richiesto e quindi “svalutato”, (il vedovo o il cosiddetto “scemo del villaggio”). Così la donna era chiamata “malafemmina”. Chiamare “troia” qualcuna serviva proprio a mettere in dubbio la sua moralità e quindi ad abbassare le sue potenzialità matrimoniali, non a caso se due donne competono per lo stesso uomo è facile che una delle due metta in giro pettegolezzi inerenti la moralità dell’altra. Oggi i motivi sempre di meno di tipo riproduttivo o economico ma affettivo. Il bisogno di essere amate. Questo contesto ha tramandato abitudini relative a un contesto passato che col tempo sono destinate a modificarsi, ma che non sono direttamente identificabili nel maschilismo


Le credenze che costituiscono il maschilismo esistono per soddisfare dei bisogni di molti maschi, ma questo non significa che non possano aver avuto gli stessi bisogni anche le femmine. Ad esempio, il fatto che abbiano vinto gli Americani contro i Nazisti non significa che i Nazisti non abbiano fatto la guerra, ma che appunto non l’hanno vinta. Così non significa che le femmine non abbiano voluto mai dominare i maschi. Questo è possibile, ma lo si può dire solo dopo aver analizzato i fatti e aver scoperto se non ci siano riuscite a dominarli o non abbiano mai voluto dominarli.

Quindi, non solo i maschi vengono criticati nei loro stili sessuali, ma subiscono anche alcuni svantaggi in quanto maschi. Nel caso della sessualità, la disparità tra maschi e femmine nasce anche in modo naturale e non soltanto costruito da ideologie dominatrici, infatti c’è una disparità sessuale e di potere economico sulla sessualità tra uomo e donna e c’è chi accetta senza problemi, come un fatto “naturale”, che una femmina possa trovare qualcuno con cui fare sesso occasionale con più facilità rispetto a un maschio. Ma è una cosa profondamente ingiusta. Sui siti di incontri, il rapporto che c’è tra maschi e femmine è di 100 a 1. Se un gruppo di dieci ragazze cerca dieci ragazzi per fare un’orgia in venti, li trova facilmente. Per un gruppo di dieci ragazzi, la cosa è enormemente più difficile. Tutto ciò non è bello e non è giusto. E qualsiasi giustificazione “naturalistica” di questo stato delle cose è semplicemente disgustosa. La “natura” non va accettata, va trasformata. Oggi una ragazza a favore dei maschi è una ragazza che pensa, ad esempio, che i maschi dovrebbero avere le stesse opportunità di sesso occasionale delle femmine.
Nel caso della sessualità, la disparità nasce anche in modo naturale e non soltanto costruito da ideologie dominatrici, infatti c’è una disparità sessuale e di potere economico sulla sessualità tra uomo e donna e c’è chi accetta senza problemi, come un fatto “naturale”, che una femmina possa trovare qualcuno con cui fare sesso occasionale con più facilità rispetto a un maschio. Ma è una cosa profondamente ingiusta. Sui siti di incontri, il rapporto che c’è tra maschi e femmine è di 100 a 1. Se un gruppo di dieci ragazze cerca dieci ragazzi per fare un’orgia in venti, li trova facilmente. Per un gruppo di dieci ragazzi, la cosa è enormemente più difficile. Tutto ciò non è bello e non è giusto. E qualsiasi giustificazione “naturalistica” di questo stato delle cose è semplicemente disgustosa. La “natura” non va accettata, va trasformata. Oggi una ragazza a favore della parità dei maschi è una ragazza che pensa, ad esempio, che i maschi dovrebbero avere le stesse opportunità di sesso occasionale delle femmine.
È una cosa davvero schifosa che le femmine possano ottenere vantaggi in virtù del loro “potenziale” sessuale. Ed è demenziale pensare di poter contrastare tale problema con la repressione. Se vieti le sigarette, ne fai aumentare – certo non diminuire – il “prezzo” (e il potere di chi ne dispone). Idem per il sesso. Più si agirà in maniera repressiva, più si farà aumentare il valore di mercato del potenziale sessuale femminile. Viceversa, se maschi e femmine avessero davvero pari opportunità per quanto concerne il sesso occasionale, il potenziale sessuale femminile sarebbe assai più difficilmente vendibile, e potrebbero spenderlo esclusivamente quelle (o quelli) dotati di qualità (naturali o acquisite con l’esercizio) particolari, come accade negli altri ambiti. Chi scrive cerca di dare il suo piccolo contributo in questa direzione vivendo il sesso occasionale come qualcosa di normale, di quotidiano, da praticarsi con la stessa facilità e disinvoltura con cui si beve un caffè. Ma non basta la dimensione privata: è necessaria anche la diffusione pubblica, la rappresentazione culturale di questi modelli di comportamento. Dovrebbe essere questo, in fondo, uno dei compiti della pornografia: diffondere un modello di sessualità priva di sovrastrutture, in cui le femmine siano altrettanto propense dei maschi a fare sesso occassionale. Si tratta della riproposizione di istanze nate diverse decadi fa, che però restano attuali perché di fatto non si sono realizzate, o non si sono realizzate appieno. Chi scrive, pur avendo la necessità di guadagnare quel minimo necessario per vivere, cerca di portare avanti questa battaglia anche realizzando progetti senza scopo di lucro: una cosa che fa imbestialire alcune “concorrenti” femmine. Negli Stati Uniti, paese che si definisce baluardo della democrazia, le donne condannate a morte e giustiziate dal 1976 ad oggi sono meno dell’un percento rispetto agli uomini. Si potrebbe ipotizzare che la maggior propensione a delinquere da parte dei maschi dipenda in qualche misura dal loro essere generalmente privi, a differenza delle femmine, di possibilità relativamente agevoli, e non troppo rischiose, di conseguire vantaggi materiali. Il fatto che, fra i clochard negli Stati Uniti, gli uomini singoli siano il triplo rispetto alle donne singole indurrebbe a ragionare in questa direzione. A scuola, secondo una ricerca Ocse, a parità di performance gli studenti maschi vengono generalmente penalizzati. I dati su cui si potrebbe riflettere sono infiniti. Bisogna sottolineare come i problemi della logica di genere (di cui il pensiero della differenza, la conseguente giustificazione dello status quo dei differenti approcci sessuali ecc. sono inconsapevoli declinazioni) sono problemi anche maschili. E dovrebbero essere considerati, semplicemente, problemi umani.
Quindi, oltre al fatto che i maschi vengono criticati nelle loro scelte sessuali, ci sono svantaggi che subiscono in quanto maschi come la disparità della spendibilità economica e sociale sessuale, e c’è anche la disparità del riconoscimento della critica verso stili sessuali maschili che non vengono riconosciuti e tutelati. E il fatto che le donne abbiano molte più possibilità di fare sesso può spiegare come mai possano essere prese in quantità maggiore più sotto attacco rispetto agli uomini, soprattutto nella paura di contrarre malattie. Più partner si ha avuto più probabilità ci sono di aver contratto malattie, e dunque è più spaventosa una donna che un uomo, per chi ha paura di contrarre malattie.

Infatti, se non fosse un luogo comune, non si spiegherebbero i complessi e le paure che tanti maschi hanno. Testimoniati da libri come “fragile come un maschio” di Maria Rita Parsi del 2000, il cui titolo gioca sull’uso abituale che si fa dell’espressione “fragile come una femmina” che usata al contrario sembra inappropriata, come se un maschio non possa essere fragile.

Inoltre è anche la reazione di molte ragazze nei confronti di certi ragazzi a negativizzare un certo tipo di comportamenti: il mostrare fastidio, tristezza, pianto, rifiuto, incolpare.

Tutto ciò dimostra che la credenza che per l’uomo sia tutto rose e fiori nel fare molto sesso e promiscuo è falsa. Questo accade sia perché si considerano solo una parte dei dati che riguardano solo i problemi femminili, sia perché Il luogo comune che solo le femmine vengano criticate e subiscano svantaggi fa anche comodo a molte donne che vengono pensate come uniche vittime.

Infatti il desiderio di critica nei comportamenti sessuali dell’altro nasce dai propri bisogni di sicurezza, e dal rispettare delle regole che si è trovato fatte per soddisfare il bisogno di sicurezza. Tuttavia, il fatto documentato storicamente che gli uomini hanno avuto un predominio porta a confondere le potenzialità di dominio umano, con l’effettivo dominio accaduto.

Infatti, esistono uomini e donne che neanche sanno esista il termine patriarcato e neanche pensano minimamente di appartenere al genere sessuale superiore, ma al massimo si sentono loro superiori in quanto individui, e infatti si sentono superiori anche rispetto agli altri appartenenti allo stesso genere sessuale.

I motivi del fatto che l’insulto “troia” viene fatto anche da donne su altre donne sono:

1. Le donne sanno quali sono le conseguenze del loro essere sessualmente libere e si adattano in base alla loro capacità di pagarne il prezzo o meno, in alcuni casi fingendo di stare alle regole e insultando chi non finge per depistare, in altri casi forzandosi a stare alle regole e insultando chi non si forza.
2. Un interesse che ha che fare con loro nei confronti di maschi, il loro bisogno di essere preferite rispetto a chi fa sesso promiscuo, o chi punta sull’attrattiva sessuale per ottenere una relazione, o chi usa l’attrattiva sessuale per guadagnare soldi e nel contempo stimola desideri che possono portare ad abitudini diverse dalla monogamia.

Ma alcune persone, soprattutto femministe/i credono che questa discriminazione sia fatta solo nei confronti di donne, e che quest’idea deriva dalla visione della donna come un’oggetto sessuale per gli uomini.

Questa credenza si crea per diversi motivi, uno di questi è che spesso le critiche al comportamento sessuale sono rivolte al femminile e non al maschile, anche sulle immagini che circolano nei social network. Ma nel dedurre qualcosa da questo fatto non si considera che da questa critica nei confronti di donne c’è un interesse e un guadagno anche femminile, e una intenzione di dominare e controllare un certo tipo di donne e decidere cosa possono e non possono fare col proprio corpo.

Una testimonianza del fatto che la causa del giudizio “troia” non è solo il maschilismo, la si può trovare su Facebook che è pieno di immagini sprezzanti che accusano alcune donne di essere troie ed esortano gli uomini a non fare sesso con le troie.

Sono immagini che si rivolgono contro donne e uomini che non osservano certe norme.


Ci sono immagini in cui vengono contrapposti due comportamenti di donne, quello di chi viene definita “troia” e di chi non viene definita “troia”, giudicando uno sbagliato e uno giusto, e tra i commenti si possono trovare esortazioni a “farlo capire ai maschi”. Quindi, si può dedurre da questo fatto che ci siano donne interessante a creare questa contrapposizione tra sante e puttane, una fobia nei confronti di certi comportamenti, in maschi che invece non ce l’hanno.

Quello che certe donne vorrebbero far capire ai maschi è che la bontà e l’amore che definiscono la donna “VERA donna” o “GIUSTA” secondo certe persone, è la bontà e l’amore che riceve l’uomo eterosessuale nella foto, fatta di cura quando si ha bisogno di aiuto.

Dall’insuccesso in questo tentativo di educazione nascono giudizi e attacchi. 
Infatti, alcune donne/ragazze sfiduciate nella possibilità di educare certi maschi, sfiducia spesso causata da un precedente fallimento in questa educazione, dicono: “Ma sono coglioni, è inutile!” “Anche se lo spieghi a sillabe non capirebbero mai” “Non capiscono niente. Vogliono solo quelle che scopano e basta“, e quindi, oltre a dividere le donne in sante e puttane, dividono gli uomini in coglioni/stupidi e intelligenti, oppure in casi estremi affermano che sono tutti coglioni/stupidi e non esistono uomini intelligenti.

Certe persone pensano, (soprattutto donne perché hanno interessi nel pensarlo), che nel momento in cui un uomo preferisce la sessualità e il divertimento dalla cura e la protezione, l’uomo diventa uno stupido, un coglione, e la donna una “troia” o “troia da quattro soldi” cioè ancora più inferiore di una troia che non è da quattro soldi, e in alcuni casi specificando i propri significati del termine conuna femmina alle prese con i propri sbalzi ormonali” intendendo dire che non ha controllo su di sé, e che quindi è stupida, al contrario delle non-troie che hanno controllo su di sé e non hanno sbalzi ormonali.

Anche il fatto che secondo alcune persone gli uomini “vogliono solo quelle che scopano e basta” è un sintomo di stupidità. Infatti alcune donne implicitamente affermano: “Io do anche bontà e amore, non solo scopate. Quindi perché scegli chi ti da solo scopate? io ti do di più. Sei stupido”

Certe donne vorrebbero che certi maschi scegliessero loro perché gli danno di più. Ma per compiere questa scelta un maschio deve essere interessato a quel “di più”.

Ma questa richiesta da parte di alcune donne è rivolta al benessere del maschio? No. Perché se si impone una scelta per fare del bene, questo bene svanisce, perché subentra il rifiuto per l’imposizione. Quindi questa richiesta è per il benessere delle donne che la fanno. Ma è mistificata, perché viene dichiarato dalle donne che è per il bene degli uomini. C’è chi afferma tristemente: “resteranno delusi loro alla fine“.

Ma ci sono tanti esseri umani che hanno bisogni di bontà e amore, assistenza, cure. Bambini, senzatetto, anziani. Perché c’è tutto questo interesse nel dare amore a uomini single? perché ci si aspetta altro amore in cambio. Infatti, se non ci fosse interesse che importerebbe a certe donne se i maschi compiono scelte poco vantaggiose nello scegliere quelle che chiamano “troie”?

A dimostrare questa affermazioni ci sono pensieri espressi come “gli immaturi fanciulli se ne rendono conto solo nel bisogno e poi la riconoscenza, non c’è, ritornano a comportarsi come il giorno prima!“.

Si chiede riconoscenza per l’amore dato.

Certe donne protestano perché desiderano uomini diversi, e vogliono che gli altri le aiutino a crearli. Eppure un uomo può detestare che una donna lo voglia plasmare nel modo in cui piace a lei, e quindi il tentativo di certe donne fallisce, perché non si può pretendere che gli altri non desiderino ciò che desiderano.

C’è chi dice “una vera donna quando serve sa essere più amorevole di qualsiasi mignotta da quattro soldi” intendendo implicitamente che l‘essere più amorevole sia una virtù, e chi non ha certe virtù va svalorizzato confrontandolo con chi ha certe virtù.

Tuttavia è vero? è possibile che una ragazza dedita alla monogamia e al fidanzamento sappia essere più amorevole di una ragazza dedita alla poligamia e all’indipendenza affettiva?
se una ragazza è indipendente affettivamente e non chiede agli altri di occuparsi del proprio malessere non vuole occuparsi del malessere altrui?
per occuparsi del malessere altrui è necessario essere empatici, e chi è indipendente affettivamente può essere empatico, e chi è poligamo non ha nessun motivo per non occuparsi del benessere altrui e non essere empatico.

In genere, un certo tipo di troia non è empatica, perché cerca di usare l’altro lasciandolo senza energie e ottenere dei vantaggi, inoltre chi è concentrato sul proprio benessere, sul proprio divertimento non può essere concentrato sul benessere e il divertimento altrui. E se una persona ha la tendenza a occuparsi di sé stessa, potrà riservare poco tempo all’altro.

Ma questo accade anche a chi non esibisce il proprio corpo nudo, o accentuando la propria sessualità nella lap dance, o in balli provocanti. Accade anche a chi lavora, va a casa, prepara la cena e basta.
Queste persone trovano molti modi per far valere e diffondere le proprie opinioni.

L’8 MARZO è diventato un modo per vendere merci e ribadire la differenza tra donne per bene e donne per male. Facebook è il veicolo in cui tutto il giorno passano consigli alle donne per male su come diventare per bene. In cui passano espressioni di schifo, disgusto, disprezzo nei confronti delle donne per male. Forse perché si dimentica la differenza tra fatti di rilevanza pubblica e fatti privati.

se l’8 marzo dovesse essere un giorno per rivendicazioni di diritti e pari opportunità da ambo le parti per prima cosa non si dovrebbe chiamare “festa” (e infatti ufficialmente non si chiama festa ma Giornata internazionale della donna) e poi non dovrebbe essere dedicata alla donna e quindi dovrebbe essere chiamata giornata internazionale per le pari opportunità tra generi.

Se la si chiama festa, a livello popolare, poi è normale che le donne vanno a cena fuori a festeggiare o a fare sesso. Ognuno festeggia come gli pare e dunque non si dovrebbero mandare in giro messaggi del genere in cui è scritto “fanculo alla dignità, se festeggiamo succhiando il cazzo a uno sconosciuto”. Al massimo si dovrebbero scrivere “non chiamatela festa!”.


IL TERMINE TROIA E IL TRADIMENTO

Nella pagina fan di facebook “IO VOGLIO TE” se avessero aggiunto la parola “monogamo” alla frase “l’amore (monogamo) è fatto per due, non per tre” non avrebbero detto niente di scorretto. Ma non tutti conoscono l’esistenza di altri tipi di relazione, come la poligamia, il poliamore, la coppia aperta, o chi le conosce le ignora poiché le trova impossibili e quindi non le prende in considerazione nel suo esprimersi. Tuttavia, anche con la scorrettezza di dare un’unica forma a tutti gli amori, la violenza rappresentata non è comunque giustificata. La cosa paradossale è che l’epiteto “troia” è uno degli strumenti mentali utilizzati per inibire ragazze che possono minare la monogamia, come espressioni del tipo “io quella troia l’ammazzo!”. Tuttavia, il pensiero più diffuso è che sia un epiteto puramente maschilista. Ma cosa si vede nell’immagine la violenza è rappresentata per la donna. Il che apre a più possibilità oltre al maschilismo, e appunto, che certa violenza derivi da un certo tipo di monogamia estrema. Inoltre, se nell’immagine ci fosse stato un uomo col piede sul viso della ragazza sarebbe stato etichettato come maschilista, misogino, violento e possibile femminicida. L’uomo, in quest’immagine, non è proprio preso minimamente in considerazione. Il suo sguardo è perso nel vuoto, e quello di lei non c’è, dato che ha gli occhi praticamente chiusi. forse sta contemplando l’abbraccio della tipa. ma la scena a destra per lui non esiste, e neanche per lei, se non fosse per la sua gamba che la trasporta in un altro evento. come se fosse la rappresentazione di due momenti temporali diversi. quindi dire che lui deve scegliere tra santa e puttana è sbagliato. è la donna che sceglie per lui, dato che, a sua insaputa, impedisce che quelle che LEI definisce troie si avvicinino a lui.

ATTACCARE UNA SOLA PARTE COME SINONIMO DI MASCHILISMO

1. Se si considera il momento in cui una ragazza ci prova con un ragazzo fidanzato non si sa ancora se lui accetterà la provocazione o la ignorerà. Quindi, chi crede nell’aggressione come metodo di giustizia, e soprattutto nella repressione come sintomo di rispetto non potrà essere legittimato/a a aggredire il/la fidanzato/a, ma soltanto il/la provocatore/trice.
2. Il fatto che qualcuno parli soltanto di una delle due parti (fidanzato/a stimolatore) moltissime persone tendo a incolpare chi ha cominciato per primo. Si inizia sin dall’asilo a dire “ha cominciato lui/lei”. Lo stesso processo logico molte persone lo utilizzano anche sulla questione etica delle serate ad Arcore. “si, le ragazze hanno accettato, ma se lui non avesse mai fatto la proposta non sarebbe mai successo niente, quindi la colpa principale ce l’ha lui”
3. In genere, quando ancora il tradimento in una relazione monogama non è avvenuto, le fidanzate si concentrano sull’eliminare le possibilità che avvenga, quando è avvenuto si concentra sull’eliminare la relazione. Infatti, la canzone di Anna Tatangelo “bastardo” riguarda un tempo successivo nel processo in cui una ragazza ci prova con un ragazzo fidanzato o un ragazzo fidanzato ci prova con una ragazza che non è la fidanzata, ma il rapporto sessuale avvenuto. E la concentrazione è sul maschio.

C’è una ragione di più
l’hai detto …ma che bravo
ma questa parte di te
davvero la ignoravo
non me l’aspettavo davvero
è come bere il più potente veleno
è amaro
non recuperare ti prego
tanto più parli e ancora meno ti credo
peccato
lascia al silenzio la sua verità
aspetta…
voglio dirti quello che sento
farti morire nello stesso momento
bastardo!!!!!
voglio affrontarti senza fare un lamento
voglio bruciarti con il fuoco che ho dentro
per poi vederti cenere… bastardo!!!!!
far soffiare su di te… il vento
io spezzata in due dal dolore
mentre ti amavo tu facevi l’amore
per gioco
lasciami sognare la vita
l’hai detto tu quando è finita è finita
io vado
chissà se un giorno poi mi passerà
la rabbia che porto nel cuore
voglio dirti quello che sento
farti morire nello stesso momento
bastardo!!!!!
vedere gli occhi tuoi in un mare profondo
farti affogare nei singhiozzi del pianto
e spingerti sempre più giù… bastardo
ma purtroppo tocca a me
soffrire… gridare… morire


MATERNITà COME CARATTERISTICA DI SUPERIORITà RISPETTO A CHI VIENE DEFINITA TROIA

Chi si concentra nel piacere sessuale, e non nel suo potere di generare esseri umani, può essere definita “troia” da altre donne perché nella loro mente compiono una sacralizzazione della maternità unità a una superiorità di valore nella società. E ci sono altre donne che protestano contro queste donne.

Un gruppo di donne per protestare contro i licenziamenti all’interno del gruppo Mediaset ha usato uno striscione con scritto: “Mamme licenziate, mignotte assunte”.

Le mamme da una parte, dalla parte di quelle buone, brave, che preparano il sugo, che si prendono cura dei figli e delle figlie, che hanno l’aureola sulla testa.

Dall’altra le mignotte, quelle cattive, zozze, che usano il loro corpo per fare soldi, sfruttando le leggi del mercato, o per provare piacere, che siccome in televisione vogliono le donne mezze nude, loro che corrispondono ai canoni che vanno di moda in questo periodo, hanno deciso di far soldi così, ed è colpa loro, mica di chi lì ce le mette.

Donne che per difendere i loro sacrosanti diritti sparano sentenze su altre donne, facendolo senza attaccare realmente i loro errori, come l’ottenere qualcosa che non si merita di ottenere attraverso il sesso, le quali diventano capro espiatorio di tutti i mali, che diventano le “mignotte” da cui prendere le distanze, che diventano quelle che le fanno sentire superiori perché loro hanno più dignità.

Quelle donne che hanno affisso quello striscione si autodefiniscono superiori rispetto ad altre donne, a quelle che loro chiamano mignotte. Questa loro presunta superiorità è data dall’aver usato il loro utero per mettere al mondo figli. La maternità regala pure un maggior diritto di lavorare in base alla loro comunicazione.

Questo ammantare di sacralità la figura della madre, questo presentare le donne come creature angelicate, brave mamme di famiglia da contrapporre a quelle che loro, con disprezzo hanno definito mignotte, è pericoloso, è funzionale alle logiche di chi desidera essere madre e vuole un padre-marito accanto che realizzi questo sogno e che non sia distratto dalle altre definite “troie”.

Questa divisione crea odio e intolleranza.

Molte affermazioni diffuse confermano l’esistenza di questa contrapposizione creata da alcune donne per distinguersi da altre donne:
“Una donna è un po’ incompleta se non diventa mamma”.

“Partorire è la più bella esperienza della vita”.

“Il sogno di ogni donna è diventare mamma”.

Eppure il sogno di tante donne è che ogni donna, che non voglia diventare mamma,  possa sentirsi libera da punizioni per aver preso questa decisione, e che chi vuole diventare mamma sia libera di esserlo ma abbia il dovere di non opprimere le altre con le sue scelte.
Inoltre, ci sono donne, spesso madri, che protestano sulla presenza di prostitute sulla strada perché hanno paura che i loro figli le vedano. E che passando in auto accanto alle prostitute quando non sono con i loro figli urlano “puttane andatevene via!” o “fate schifo!”

COMMERCIALIZZAZIONE DELLA RABBIA PER LA MANCANZA DI CONTROLLO

La rapper Juggy ha scritto una canzone che dimostra come il termine “troia” sia utilizzato, in modo serio, dalle donne sulle altre donne per scopi personali, ovvero per riuscire a stimolare processi psicologici nella donna insultata che porti a ottenere una sua inibizione utile al proprio benessere, e non per rendere onore alla superiorità maschile di maschilisti, come pensano in molti/e, e che quindi certe parole non sono proprietà esclusiva del patriarcato, come certe persone affermano. Non solo, molte donne come la rapper Juggy, tentano anche di guadagnarci soldi, modificando la parola con la lettera y, in modo da renderla diversa, speciale, esattamente come qualsiasi pubblicitario/a farebbe con una merce di altro tipo.
Il possesso è trasversale, colpisce tutte le persone che non sono capaci di accettare la mancanza di controllo che hanno sugli altri. Spesso le persone fragili, (nevrotiche infantili) oppure le persone che sono cresciute con l’idea che l’amore produca automaticamente uno stile di vita chiamato fidanzamento che non prevede autodeterminazione ma costruzione continua di un’idea attraverso la rimozione degli ostacoli, nel caso specifico di stimoli che impediscano la monogamia.

Una parte del testo della canzone:
– Piacere di conoscerti sono la fidanzata di quello con cui prima ti sei imballata (si troietta) sono estasiata dalla tua parata sei così educata che quasi mi hai imbrogliata. quelle come te, i sorrisetti ammiccanti, le mangio a colazione coi cereali più croccanti. è chiaro hai bisogno di qualcuno da scoparti, ma il mondo è pieno di cazzi vacanti. e tu col mio cazzo sicuro non ci canti.[…]mi fai tenerezza nella tua piccola piccolezza. Puttana, lucciola, mignotta, bagascia, vacca, baldracca, passeggiatrice, cagna, meretrice, zoccola, donnaccia, ma il migliore che so è troia con la y. –

IDENTIFICAZIONE DELLA VERGINITà NEL DESIDERIO DI DOMINIO MASCHILE

Molte donne attribuiscono la causa del legame tra purezza e verginità e del conseguente giudizio di troia a un desiderio di dominio esercitato dalla maggioranza degli uomini in modo aprioristico. Ma cosa ci guadagna un uomo se una donna rimane vergine? a meno che non sia un onanista amante della masturbazione che vuole a tutti i costi che nessuna donna provi a dargliela. Semmai ci guadagna dalla verginità in un tempo relativo, fino a quando non sarà lui a toglierle la verginità per un soddisfazione momentanea, ma ci guadagna molto di più dalla monogamia e non dalla verginità.

Infatti, il potere generico che gli uomini avevano ai tempi delle crociate scaturiva nel’uso della cintura di castità al tempo delle crociate, collegandola alla necessità, per i cavalieri che partivano per il Santo Sepolcro, di assicurarsi della fedeltà delle proprie consorti. Quindi alla monogamia. Ma loro avevano il vantaggio contrario, volevano trombarsele eccome e non di farle rimanere vergini e pure. Il Cristianesimo invece è sicuramente causa dell’unione del concetto di purezza a quello di verginità, poiché racconta che la Madonna era vergine anche dopo aver partorito Gesù Cristo. La vergine Maria. Quindi dovrebbero trovare la causa nel Cristianesimo invece che nel genere maschile prescindendo dalle singole personalità che appartengono a questo genere. Il vescovo di Roma Gregorio Magno “inventa” il purgatorio. Questa leggenda permetterà alla Chiesa, per molti secoli, fino a tutt’oggi, di “vendere” suffragi, indulgenze, “promozioni” in paradiso, per inculcare nella mentalità della gente che il potere della chiesa arriva fino all’aldilà. Grazie alla fornicazione come peccato è possibile mantenere il potere delle chiesa, fatto di privilegi economici e legislativi, e dunque è un dominio non di genere, ma economico e politico, dato che nella chiesa ci sono anche le suore che usufruiscono dei poteri della chiesa.

Anzi, la pornostar Valentina Nappi scrive sul suo blog: “Ciò che mi rattrista è che se un mio collega maschio – poniamo uno bello quanto me e conosciuto quanto me – avesse messo un annuncio analogo al mio cercando aspiranti pornoattrici, probabilmente non avrebbe ottenuto un centesimo delle risposte che invece ho ottenuto io. Questa “differenza di genere” non è giusta. È intollerabile. Le opportunità di fare sesso occasionale dovrebbero essere le stesse per i ragazzi e le ragazze. E invece non è così. E la colpa è soprattutto delle ragazze. È anche contro questa situazione che io mi batto.”

L’ateismo è la condizione naturale dell’essere umano, così come lo è la nudità. Nasciamo atei e nudi, e da bambini ci vestono, di religione e pudore sessuale, e da adulti ci vestiamo, di idee e di indumenti. Seguendo, ovviamente, le mode e le convenzioni sociali, chi più chi meno.

Il problema è il fanatismo in credenze non verificate.

Si parte da dei nascosti nei fenomeni naturali (tuoni, fulmini, eccetera), poi si passa a divinità umane (l’olimpo greco, krishna, gesù), poi a concezioni astratte (brahman, yahvé, allah), infine il concetto di dio svapora nel deismo, e alla fine non rimane più nulla.

Mosè, Gesù e Maometto. Completamente fantastico il primo, semimitico il secondo e realmente esistito il terzo, ma tutti accomunati, nelle finzioni agiografiche della Bibbia e del Corano, dalla pretesa di conoscere da ignoranti la verità, e di volerla imporre alle rispettive concorrenze, ciascuna contro le altre armata.

Urge una terapia radicale per sbarazzarsene dovunque. E di questo fanatismo possono essere soggetti sia uomini che donne. il cattolicesimo è l’elemento patogeno (per i cattolici). Quindi, eliminare la religione, se fosse possibile, farebbe bene soprattutto e prima di tutto ai religiosi. L’effetto patogeno esiste anche sulla società, naturalmente, ed è indotto dal fatto che la religione fa male ai cattolici, e poi loro finiscono di far male a tutta la società.

Il pensare a una donna o una ragazza come una troia può far sentire legittimate alcune persone ad essere aggressive o compiere delle violenze. Ma trovare la causa in questo senso di legittimazione nel maschilismo è fuorviante.

Dire che poiché il cristianesimo è maschilista allora lo è anche l’idea la visione della coppia monogamica, è come dire che il cucino di qualcuno è medico allora è medico anche il cugino di quel qualcuno. La monogamia non è prerogativa del maschilismo. Inoltre associare al serpente il simbolo del pene e la causa delle sofferenze del parto della donna non è un buon modo per avvantaggiare i maschi. Anzi, rendendo velenoso e negativo il pene li svantaggia, o almeno ne svantaggia molti, anche se alcuni si fanno preti e quindi non fanno sesso, oppure non lo fanno pubblicamente e negano di averlo fatto, quindi loro non subiscono quello svantaggio, ma al massimo lo subiscono i bambini stuprati a causa della repressione dovuta all’associazione serpente velenoso=pene (spessissimo maschi). Il serpente viene anche chiamato Diavolo o Satana, o La bestia. E “bestia” è proprio uno degli epiteti più utilizzati contro la sessualità maschile. Questa è quindi sessuofobia e non maschilismo.
Ovviamente,  dire che il pene fu associato al serpente non significa dire che la donna sia automaticamente avvantaggiata nell’attribuzione delle colpe cristiane. Significa che ci sono svantaggi per entrambi, soprattutto a livello sessuale, dato che Maria era vergine e Giuseppe non si poteva neanche fare le seghe o era peccato. Giordano Bruno fu bruciato vivo e Galileo rimase in vita solo perché scelse di dire il falso. Quindi non si può dire che in assoluto nessun uomo abbia avuto svantaggi dal Cristianesimo, ma soltanto le donne. Un comandamento è anche rivolto ai comportamenti sessuali dell’uomo “non desiderare la donna d’altri” ma non della donna “non desiderare l’uomo d’altre”.

REPRESSIONI SESSUALI NELLA STORIA
Modalità di contenzione, di punizione, cinture di castità, repressioni psicologiche sono avvenute sia per il sesso femminile che per il sesso maschile. Teologi, scienziati hanno espresso terrore nella pratica masturbatoria, con dei picchi in alcuni periodi storici, ad esempio fra il 1815 e il 1873.
La letteratura dell’epoca preannuncia terrorizzanti effetti della masturbazione sia su maschi che su femmine. Nei testi ci si riferisce ai “giovani” in generale, e spesso ai “maschi” in particolare. I giovani inclini alla masturbazione si troveranno macilenti, scavati, senza nerbo, senza forza, senza polpacci, senza carne, senza energia, destinati a malattie e a generare, nel caso siano in grado, figli malaticci e sfortunati. Anatemi che trovano la loro apoteosi nel libro Onania, del 1715, stampato in 15 edizioni.

Certi autori del passato consigliano ai genitori di evitare che le bambine giochino col cavallo a dondolo e che i bambini scivolino sul corrimano delle scale.
Il dottore Commelinck consiglia “Urinate in fretta e non scuotete il pene, a costo di far colare qualche goccia di urina nei pantaloni” questo al fine di “evitare religiosamente di toccarsi troppo le parti genitali”.
Il mezzo più semplice per contenere le pulsioni masturbatorie durante la notte è quello di legare le mani alle sbarre del letto. Parecchi medici, come ad esempio il dott. Simon nel suo Traité d’higiène appliqueée à l’éducation de la jeunesse (1872), raccomandano tale pratica, diventata tradizionale come testimonaia Dousin-Dubreuil che racconta il caso di uno “sventurato giovane” che “nell’utlimo anno di vita aveva avuto il coraggio di passare la notte seduto su una sedia con un collare intorno al collo e con le mani legate da due corde ai lati della sedia”.
Ma c’è anche l’apparecchiatura: “Ai nostri giorni” si legge nel 1881 in un dizionario di medicina “è stato ideato un gran numero di apparecchi, per ragazzi o per ragazze. Apparecchi chiamati tutti a soddisfare un identico scopo: imprigionare gli organi genitali del bambino o dell’adulto, in modo tale che la mano non li possa raggiungere, pur consentendo la fuoriuscita del mestruo e la minzione.” Che nel caso dei maschi, rende particolarmente dolorosa l’erezione, a differenza delle femmine che non possono avere l’erezione.

NON ACCETTAZIONE DELLA LIBERTà SESSUALE DEI PROPRI PARTNER IDENTIFICATA NEL MASCHILISMO

Esistono moltissimi casi che confutano questa ipotesi presa come regola, e come azione esclusiva del sesso maschile. Mostrando che anche le donne possono compiere gli stessi atti aggressivi in conseguenza al giudizio “troia”, e li possono compiere nei confronti di altre donne. Senza necessità di prendere in considerazione nessuna informazione relativa alla quantità di atti compiuta dal sesso femminile e dal sesso maschile relativamente alla libertà sessuale altrui, perché per confutare affermazioni assolute è sufficiente un solo controesempio.

Elena, la 23enne di Brescia che ha sfigurato l’ex ragazzo. Lei, incinta al nono mese, non accettava di essere stata lasciata dal futuro padre di suo figlio, un 26enne di Travagliato. E ha deciso di dargli una lezione «che lasciasse il segno» ha detto alla polizia, sfigurandolo per sempre con dell’acido muriatico, con l’aiuto di un amico di 21 anni più adulto di lei. Ha perso l’occhio sinistro, ma rischia seriamente di perdere anche il destro. Il viso è rovinato per sempre. Ed ha ustioni sul 30 per cento del corpo. Gli autori del folle gesto vengono arrestati dopo poche ore dai carabinieri. Il complice della fidanzata è rinchiuso nel carcere di Canton Mombello. Lei (essendo incinta) per legge sconta i domiciliari in una comunità protetta, in attesa del parto (il termine è tra dieci giorni). Stando alle informazioni rilasciate dai carabinieri di Brescia in conferenza stampa, Elena e William hanno convissuto per un anno e mezzo a Travagliato. Finché lui a luglio ha detto basta, dubitando anche della paternità del figlio che la sua compagna porta in grembo. «Ho un’altra» le avrebbe detto il ragazzo che fa il barista ad Azzano Mella. Per settimane il sordo rancore cova dentro la giovane che inizia un’azione di stalking nei confronti dell’ex. Taglia le gomme delle auto di William e dei suoi amici, lo tempesta con decine di telefonate e sms. William decide di denunciare l’ossessione della ex ai carabineri. Finchè Elena pensa alla soluzione definitiva. «Ad una lezione che lasciasse il segno» come ha detto ai carabinieri. Trova aiuto in quell’omone che ha un debole per lei, a cui potrebbe chiedere tutto. E lo fa. Per aizzarlo gli dice di essere stata più volte picchiata dal ragazzo che poi l’ha abbandonata con un bimbo da crescere.

Perciò si dovrebbero rivalutare alcuni concetti esistenti:

1. L’aggressività e la conseguente violenza fisica reale può esistere sia in maschi che in femmine, e non solo nei maschi.

2. La gelosia è un grande no alle esigenze dell’altro.

3. Il fidanzamento e il matrimonio sono scelte pensate per essere rigide, inflessibili e indissolubili che non tengono in considerazione il continuo movimento e cambiamento degli eventi, prescindendo da emozioni, e sensazioni del momento, e cercando di creare un futuro che non può essere creato in modo totale.

Il combattere l’esistenza della violenza sessuale e psicologica attribuendo la causa di questa esistenza a qualcosa che non è la causa produce una lotta verso qualcosa che non c’è, e dunque inutile, ma dannosa verso chi non ha causato questo male. Questo lotta causa altro dolore e nuovi strumenti mentali deleteri.

Il giudizio di troia può essere causato dal maschilismo. Perché un maschio che pensa di avere una superiorità a causa del suo genere sessuale penserà una mancanza di rispetto il non essere soddisfatto nelle proprie esigenze narcisistiche da una donna. Il maschilismo è esistito ed esiste. Nel passato prima del XX secolo, la nascita di una femmina veniva tradizionalmente considerata una disgrazia perché non produceva la perpetuazione del cognome e quindi i vantaggi economici e legali che ne conseguivano, inoltre le donne non potevano votare, non avevano diritto di accesso alle scuole superiori e non avevano il diritto di rappresentanza parlamentare.

Ma nel tentare di descrivere come sono le cose è necessario considerare se si sta parlando di una realtà relativa di un singolo Stato, per poter dire se esiste oppressione o no, e non parlare di donna considerando tutto il mondo. Perché ogni paese ha delle differenze, ad esempio in Ungheria è stato impedito che la violenza contro le donne in famiglia sia sanzionata dal codice penale. O prima del 1979, in Islam, la maggior parte delle famiglie impediva alle figlie di iscriversi all’università e agli uomini di sposare donne con un’istruzione superiore. In seguito, invece, anche le famiglie più conservatrici hanno iniziato a mandare le donne all’università.

Dunque il maschilismo è una barbarie nei confronti delle donne che esistendo ancora rende necessario e giusto fare qualcosa per sensibilizzare nei confronti di questo tema. Ma c’è una necessità complementare a questa. Avere sempre la saggezza di cogliere la differenza tra violenza sulle donne in quanto donne e violenze sulle donne in quanto esseri umani. La violenza possono subirla tutti. Donne, uomini, trans, ermafroditi, con personalità multiple, di età infantile, adulta, anziana. La violenza sulle donne in quanto donne soltanto le donne possono subirla.
Quindi, la verità è che i maschi non solo possono venire giudicati negativamente, ma in alcuni contesti sono le femmine che non vengono giudicate negativamente se ci provano, e i maschi vengono giudicati negativamente se ci provano. Se si tratta di misurare la quantità di volte in cui capita alle donne o agli uomini diventa difficile una misurazione scientifica. Ma può anche essere possibile che capiti più spesso alle donne, senza però dover negare la realtà che capita anche agli uomini. Ma questo può dimostrare che c’è stata una cultura patriarcale che ha trasmesso i suoi principii anche nella terminologia, che però può essere usata anche da chi non condivide i principii né li conosce. Infatti, si può trovare l’etimologia di tantissime parole che andando a vedere significano cose molto diverse rispetto ai significati che pensa chi le usa. Questo fatto non può dimostrare che non si denigrano e disprezzano pubblicamente i maschi. Quindi, si tenta di educare attraverso il disprezzo sia maschi che femmine, ma ci sono tradizioni passate diverse per maschi e per femmine che possono influire in questo processo.

Uno dei motivi per cui si identifica il giudizio nel maschilismo è dovuto al raccogliere tutte le critiche estetiche alle donne e valutare il fatto tutte raccolte insieme non hanno un criterio, e quindi l’unico criterio possibile è il fatto che siano donne le persone criticate. Ma le persone che criticano una donna perché è brutta, e le persone che criticano  una donna perché espone la sua bellezza, sono persone diverse, e in quanto persone diverse non si può generalizzare raccogliendo tutte le critiche e facendo finta che sia un’unica persona a farle, deducendo così che tutti criticano tutto delle donne perché sono donne, e usare questa deduzione per dimostrare che il problema è l’essere donna. perché può essere vero invece che chi critica la bruttezza non critica l’esposizione della bellezza (un esempio è berlusconi, che è proprio quello che ha criticato l’estetica della bindy ma lodato l’estetica di altre). Se non fosse così, tutti potremmo pensare che siamo criticati e insultati in quanto esistiamo e non in quanto facciamo qualcosa che qualcuno giudica criticabile o insultabile. Dato che tutti possono essersi sentiti dire “parli troppo” da qualcuno e “parli troppo poco” da qualcun altro.

Si da per scontato che se una donna criticata con il giudizio di troia fosse stato uomo allora non avrebbe subito critica, ma questa ipotesi non è verificabile e non ha basi certe. Perché il giudizio “troia” non è prerogativa del maschilismo.

E dunque, le persone che vogliono proteggere e migliorare la vita di certe donne attaccate da altri con epiteti come “troia” finiscono col non riuscirci perché agiscono solo parzialmente sulle cause, dato che non è il maschilismo l’unica possibile causa di tale giudizio. E facendo così ostacolano chi invece tenta di proteggere e migliorare la vita di certe donne considerando anche tutte le altre cause di tale discriminazione. Oltre a questo impedimento, questa credenza rigida dell’uso del concetto di troia, può provocare nuovi problemi e ingiustizie come nel caso di Battiato.
Ma i dati di fatto che contraddicono l’ipotesi che le cause del giudizio “troia” non siano rintracciabili unicamente nel maschilismo non vengono presi in considerazione anche perché si pensa automaticamente che affermare questo voglia dire anche che il maschilismo non c’entri niente, e che sia quindi un modo per approvarlo. Ma così non è. Un’affermazione del genere serve invece a dire che si ha un interesse reale nel modificare la realtà sul giudizio degli stili di vita sessuali, si deve estendere la controrisposta a tanti altri temi.

Si deve precisare che c’è chi fraintende le intenzioni di certe affermazioni in cui viene usato il termine “troia”, e pensa che siano un modo per giustificare l’uso denigratorio del termine “troia”.  Ma se si pensa questo forse lo pensa perché pensa che solo se la parola troia fosse considerata sessista allora non sarebbe giustificabile, e se non fosse considerata così non ci sarebbe una motivo per considerarla ingiustificabile e sbagliata. Invece, chi non pensa che sia una parola sessista, pensa che la parola troia, intesa in senso negativo, non è giustificabile indipendentemente dal se sia considerata sessista oppure no, tanto quanto la parola “porco”. Infatti, concentrare il problema sul sessismo degli insulti, al massimo porta a rimanere con degli insulti che rispettano la parità di genere, ma che sempre reato sono.

Chi accusa di sessismo in ogni situazione nell’uso del termine troia, in genere, non si chiede perché un maschio che generalizza sulle donne, dicendo che sono stupide, che si fanno le seghe mentali, e sono troie, è chiamato “maschilista” e una donna che generalizza sugli uomini, dicendo che sono stupidi, violenti e porci, è chiamata al massimo “stronza”.
Infatti, le femminste stanno sempre a dire che la donna viene chiama troia invece il maschio no, e che quindi è un modo di parlare sessista, ma poi un ragazzo/uomo ha la possibilità di chiamare stronza una donna e non femminista, ma essere chiamato maschilista se generalizza anche solo per fare meno fatica a parlare e non per esprimere disprezzo.

Non è così semplice tracciare un rapporto tra una lingua e la psicologia di chi usa quella stessa lingua. Ci sono stati dei tentativi in questa direzione nel XIX secolo (Humboldt su tutti) e sì è capito che è una strada non percorribile. La lingua segue regole, come le tradizioni, storie molto antiche, o il tramandare senza chiedere se è utile o no un tale termine, che la cultura e la psicologia di una nazione, di un popolo, non seguono. Inutile insistere su questo punto, sarebbe sterile e ci sono tantissimi studi di linguistica a dimostrarlo. Ma anche il semplice fatto che una considerazione del genere implicherebbe il fatto che tutte le nazioni che hanno lo spagnolo come prima lingua, e sono tantissime, avrebbero le stesse caratteristiche culturali/psicologiche.

Non si può dire che l’uso di un termine è sessista in modo indipendente dallo spazio dal tempo e dal contesto, ma al massimo che la sua storia può essere sessista, perché potrebbe essere nato da un sessista o da un maschilista o in un periodo storico sessista, ma il suo uso non è automatico che lo sia. Alcune parole hanno o avevano un’accezione negativa secondo le intenzione del parlante. Ad esempio il termine “convivente” è stato mutato di significato culturale solo dopo gli anni ’70 del 900, in cui era considerato alla stregua di mantenuta o donna poco “seria”.

insulto
Accade che una donna che insulta un uomo con il termine “bastardo” sia insultata con il termine “troia” o “zoccola” o i suoi sinonimi. Ma in questo caso il termine “troia” non si riferisce realmente alla sua attività sessuale, poiché l’uomo non conoscendo la donna non può nemmeno conoscere la sua attività sessuale. L’uso di questo termine è frutto di una abitudine appresa ascoltando gli altri, e questo non implica necessariamente che quell’uomo sia un maschilista nella sua vita. Inoltre, anche il termine “bastardo” nel suo significato storico originale non ha lo stesso significato usato in certi contesti dalle donne per insultare gli uomini, dato che bastardo è “colui che non ha un padre” o “nato al di fuori di un matrimonio” offendendosi quindi alla madre e offendendo quindi il suo affetto nei confronti della propria madre, anche se questo affetto non rientra nella discussione. E quindi entrambi, uomini e donne, possono insultarsi con termini che si riferiscono ad ambiti non attinenti alla propria realtà, senza avere intenzioni denigratorie riferite al genere.

Tuttavia il termine “bastardo” è ampiamente accettato, al contrario del termine “troia”. Talmente tanto che la cantante Anna Tatangelo ne ha fatto un canzone di successo inserendo la parola nel testo della canzone che fa “voglio dirti quello che sento, farti morire nello stesso momento, bastardo!!!!! voglio affrontarti senza fare un lamento, voglio bruciarti con il fuoco che ho dentro, per poi vederti cenere… bastardo!!!!!”. Infatti se una donna urla a un uomo durante una lite automobilistica “sei un bastardo” e l’uomo la querela il giudice giudicherà il termine “inoffensivo”.

MOTIVAZIONI CHE NON RIENTRANO NEL MASCHILISMO
Ascoltando ciò che gli altri dicono nel denigrare i comportamenti sessuali si può capire quanti altri motivi che non rientrano nel maschilismo ci siano nel denigrare i comportamenti sessuali. I motivi per cui la sessualità di donne e uomini viene offesa sono molti di più che il maschilismo, il quale esiste, come esiste il suo analogo femminile, e questi motivi per citarne solo alcuni sono:
La paura delle malattie sessualmente trasmissibili. Paura testimonata da frasi denigratorie come “Le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive si prendono epatite c, HIV e un sacco di batteri”. Una paura che è rivolta sia per verso le donne che verso gli uomini, dato che entrambi sono soggetti a essere infettati o a infettare gli altri. Oppure la paura delle gravidanze indesiderate, oppure l’insicurezza della paternità. Oppure la paura che la promiscuità sia una patologia, e un sintomo di una mancanza evoluzione mentale della specie umana, testimoniato dai vari epiteti che riconducono certe persone al regno animale “bestia” “porco/porca”, “maiale/maiala”, “animale”. Oppure che il mostrare la propria libidine sia una concausa nello stimolo di chi stupra e quindi un pericolo. Frasi come “vanno in giro nude e si lamentano che le stuprano” che quindi indica un valore di pericolo nell’atto di essere libere sessualmente indicano che si parla di qualcosa che non c’entra col maschilismo, ma con l’umana paura di essere feriti dagli altri, soprattutto se si viene feriti in seguito a una propria azione. E non hanno niente a che fare con il pensiero di essere superiori ed avere il diritto di trarre vantaggi pur facendo soffrire gli altri o morire.

IMPORTANZA DELLA QUANTITà DEGLI ATTACCHI MASCHILISTI

La quantità degli attacchi maschilisti non influisce nell’affermazione assoluta che “solo le donne vengono denigrate sessualmente”, perché questa affermazione può essere confutata senza considerare quanti  maschilisti ci sono, se molti o pochi rispetto a una data popolazione. Infatti, i maschilisti che insultano sessualmente le donne in quanto potrebbero essere anche tantissimi, ma l’affermazione assoluta che “solo le donne vengono denigrate sessualmente” risulterebbe comunque essere falsa, dato che basta un solo caso per rendere falsa un’affermazione assoluta.
Le urla, la cattiveria, l’intensità è presente in grandi quantità in ragazze interessate a eliminare dalla faccia della terra quelle che chiamano troie, e quindi non solo negli uomini.
Per quanto riguarda la quantità di aggressioni verbali attuate da persone maschiliste ci dovrebbe essere qualcuno che ha contato tutti i casi per poter dire quanti sono le/i maschilisti e quanti i/le non maschilisti/e in una determinata area, un dato che non esiste, e che probabilmente è impossibile da ottenere.
Inoltre, bisogna chiedersi anche quanto sia utile conoscere la quantità dei maschilisti e la quantità delle persone non maschiliste che comunque usano modi aggressivi nei confronti della sessualità altrui dal momento che il fine è eliminare questa aggressività in generale. Anzi, concentrarsi sulla quantità, potrebbe distogliere l’attenzione dalla quantità minore, che sia il maschilismo o tutto ciò che non rientra nel maschilismo, e quindi reagire in modo parziale e non efficace. Basterebbe quindi affermare che tra le varie motivazioni ci può essere anche il maschilismo e che esso va rifiutato.

CONCLUSIONE DELL’ANALISI
Quindi, a una analisi più attenta dell’opinione per cui in ambito sessuale “il maschio è apprezzato e la donna è denigrata”  la cui diffusione, ricorrenza o familiarità ne determinano l’ovvietà o l’immediata riconoscibilità, si può scoprire che il disprezzo o la paura per la sessualità promiscua viene espressa da persone senza limiti di età, genere, strato sociale e cultura e non solo dai maschi verso le donne, e non solo dai maschi che hanno una ideologia maschilista verso le donne, ma anche da donne verso maschi, e da maschi verso maschi.

Infatti, i dati che si possono trovare cercando mostrano l’esistenza di termini o espressioni contro gli uomini in diversi ambiti.
In ambito sessuale, o anche colpe nella religione cristiana (serpente come simbolo del pene), la denigrazione della masturbazione maschile (si diventa ciechi, crescono i peli, cinture di castità per evitare la masturbazione maschile), c’è una denigrazione dell’eccitazione visiva maschile (oggettificazione e mancanza di rispetto nei confronti della donna dalla quale si sente eccitato), la critica distruttiva in seguito alla non corrispondenza con i bisogni e i desideri di molte donne (gli uomini sono “stupidi”, “porci” e tanti altri epiteti, perché non capiscono che l’amore è più importante del sesso e scelgono il sesso invece che amare le donne che si arrabbiano con loro per questo fatto) e l’esistenza di motivazioni di denigrazione del sesso diverse dal maschilismo (malattie, gravidanze indesiderate, diatribe su aborto, pillole anticoncezionali, profilattici, patologie del piacere sessuale, mancanza di umanità, pericolo di stupro…) si può concludere che nonostante il maschilismo esista, e gli assunti e i modelli patriarcali si possano esprimere anche attraverso gli insulti rivolti alle donne, e che possano esistere anche gruppi di persone che disprezzano l’atto sessuale compiuto da una donna e non quello compiuto da un uomo,
 la credenza che soltanto le donne siano criticate per le loro esperienze sessuali è falsa. Non tutto ciò che è creduto essere maschilista è realmente maschilista, e che quindi ogni credenza va verificata.
Quindi, poiché esistono motivazioni alla denigrazione sessuale che non rientrano nel maschilismo e colpiscono anche gli uomini, la teoria assoluta per cui solo le donne vengono denigrate per i loro comportamenti sessuali è falsa.
in realtà esistono i corrispettivi maschili, ma si fa meno caso ad essi, perché culturalmente dagli uomini non ci si aspetta che, in base a quel metro di misura di moralità sessuale, siano più “elevati” e “puri” in ambito sessuale, dato che, culturalmente, gli uomini vengono considerati “bestie”, “animali”, “primitivi”, e dunque viene accettato come una loro incapacità essere “elevati” e “puri”, al contrario di ciò che accade con le donne che invece vengono considerate “belle”, “umane nel senso di superiori” oppure “divine”, “elevate”, e quindi capaci di esserlo, e quindi responsabili nel momento in cui non lo sono.
Parlando in modo relativo può invece essere reale il maschilismo e il sessismo. Perché alcune persone credono che le donne debbano mantenersi “pure”, mentre gli uomini essendo per natura “impuri” possono essere tollerati. E dunque, la verità è che ci sono persone che non denigrano i comportamenti sessuali, ma tra le persone che denigrano i comportamenti sessuali, ci sono persone che denigrano soltanto i comportamenti sessuali femminili, e ci sono persone che denigrano sia quelli femminili che quelli maschili. Tra le persone che denigrano soltanto i comportamenti sessuali femminili ci sono persone che lo fanno perché credono che solo le donne non debbano avere certi comportamenti sessuali ma agli uomini sia permesso, e ci sono persone che lo fanno perché credono che gli uomini siano irrecuperabili poiché come bestie, e invece le donne siano recuperabili.

Affermare che è falso il pensiero che solo le donne vengano criticate e denigrate per attività sessuali in assoluto, non deve essere frainteso con il negare un fenomeno che riguarda le donne, perché tale affermazione in realtà significa affermare che le donne possono essere insultate e denigrate per motivi maschilisti e anche per motivi non maschilisti, e significa denunciare un fenomeno che riguarda gli uomini, cioè il fatto che molte persone, soprattutto femministe, neghino che anche gli uomini vengano denigrati per motivi sessuali, cosa che avviene automaticamente quando si afferma che certi insulti rivolti all’ambito sessuale siano sessisti, o quando sia afferma che “nel sesso occasionale o ciò che riguarda questo aspetto o allude a questo aspetto gli uomini vengono chiamati fighi e ammirati e le donne vengono criticate e chiamate troie”. Fraintendere questa correzione implica accusare chi compie tale correzione di fare qualcosa che non ha fatto, cioè di tentare di non far parlare del sessismo contro il genere femminile nel linguaggio. Quando invece correggere un errore del genere significa suggerire di eliminare le parole che non rientrano nel concetto di sessismo, e discutere su quelle che invece rientrano nel concetto di sessismo.

Inoltre si può concludere che il pensiero che la parola “troia” sia sessista, in modo indipendente da chi la pronuncia, e cioè colpisca la sessualità della donna in quanto donna per inferiorizzarla in confronto all’uomo, e quindi discrimini le donne, è falsa, poiché tale parola può essere usata a fini maschilisti da un/una maschilista, ma ma può anche non essere usata per questo fine, ad esempio può essere usata per mettere in dubbio la moralità di una donna per i propri interessi affettivi di donna, la paura di perdere il proprio uomo.
E si può concludere che invece è vero che la storia ha determinato differenze di offese per il sesso femminile e maschile, ma che questo non significa che storie passate agiscano sul presente in tutte le persone che usano la lingua che hanno trovato nascendo e crescendo. Infatti, utilizzare una parola creata in un contesto storico in cui il maschilismo era dominante e le donne non avevano neanche il diritto di voto, durante un contesto storico diverso, non implica che riveli una mentalità individuale o collettiva maschilista, anche perché non tutti conoscono le vicende storiche in ambito maschilista e femminista e dunque non si accorgono delle differenze, e non hanno quindi né consapevolezza né intenzione di usarle in modo maschilista, e quindi significa che semplicemente le parole tramandate sono ancora rimaste nell’uso quotidiano pur cambiando di significato in base a chi le pronuncia.

Infine, si può concludere che l’assenza di un corrispettivo al femminile di “maschilista”, nonostante esistano azioni corrispettive al maschilismo compiute dal genere femminile da poter etichettare, sia sessista, e quindi le accuse fatte a chi usa termini come “troia” sono in realtà sessiste.
Inoltre, le stesse amministratrici delle pagine femministe dopo aver bannato delle persone, possono parlare degli eventi accaduti definendo le persone che hanno scritto certi commenti maschilisti e o maschiliste, magari anche con l’aggiunta di un “di merda”, le persone bannate, le quali non possono difendersi da tali accuse.
Questo fatto mostra come usare il termine “maschilista” o “maschilista di merda” sia deresponsabilizzato, privo di colpa, al contrario di qualsiasi offesa rivolta al genere femminile, come può essere il termine “troia”. Secondo certe persone è sempre giusto dare del maschilista anche senza verificare se effettivamente lo sia e rischiare di accusare qualcuno di essere qualcosa che non è, o di aver fatto qualcosa che non ha fatto.

Inoltre, il concetto di “maschilismo” utilizzato per liberare la sessualità femminile, può essere utilizzato per reprimere la sessualità maschile etichettandola come maschilista quando non lo è, col semplice scopo intenzionale oppure inconsapevole, di creare un senso di colpa all’altro e modificarlo.

I motivi per cui tante persone hanno blocchi emotivi, paure, e si sentono costrette a non vivere liberamente la sessualità sono tanti e diversi tra loro. Spesso hanno in mente hanno degli effetti negativi e devastanti che vogliono evitare. Effetti di cui la società parla continuamente alimentando la paura attorno alla sessualità. E dunque il modo per acquisire sicurezza e impedire agli altri di trovarci vulnerabili è conoscere questi motivi, analizzarli e metterli in discussione. Acquisire un controllo cognitivo sulle proprie paure.

Può essere utile ad acquisire sicurezza un elenco di problematiche che inducono le persona a denigrare la sessualità altrui e a sentirsi ferite nel subire tali denigrazioni.

1. Paura delle malattie sessualmente trasmissibili
2. Gravidanze indesiderate
3. Paura di disturbi mentali come l’anafettività
4. Perdità dell’onore, della dignità e del valore umano
5. Il piacere sessuale determinerebbe pigrizia, accidia, debolezza e disinteresse nell’agire in modo etico
6. Inconciliabilità con il ruolo di genitore
7. Dipendenza e attaccamento al piacere sessuale concluso
8. Paura della dipendenza sessuale
9. Paura della sottomissione
10. Paura di una mancata evoluzione mentale della specie umana
11. Degradarsi al livello del volgo (classismo)
12. Paura di dare importanza a qualcosa che non dovrebbe averne per essere nel giusto o nel sano
13. Paura dell’estinzione della specie umana o di disordini sociali
14. Incertezza della paternità nella promiscuità
15. Disprezzo sociale per l’aborto o la contraccezione
16. Paura di eventuali dolori fisici nell’atto di fare sesso
17. paura di dover fare sesso in un certo modo e dover corrispondere alle aspettative sessuali dell’altra/o (forse per essere amati/e)
18. Maschilismo (secondo cui una donna non dovrebbe essere sessualmente libera)

19. Paura delle false accuse di stupro

REAZIONI ALLA CONTRARIETà DI IDEE
Una volta fatte le proprie verifiche e si è arrivati a una certa conclusione, probabilmente si vorrà comunicarle agli altri, e soprattutto alle persone che credono il contrario. Ma le persone interessate ad affermare qualcosa che credono vero e soprattutto che credono sia utile che gli altri credano vere certe idee, reagiscono in modo molto emotivo a chi contrasta la propria diffusione di idee creduta vera e utile. Questa reattività emotiva non dovrebbe impedire di non avere pregiudizi sull’altro e mettere alla prova le proprie idee con la diversità delle idee altrui. Chi afferma argomenti contrari a qualcuno può credere realmente in ciò che dice, avendo ragione o sbagliandosi senza saperlo, invece che farlo per provocare l’altro in quanto avente argomenti contrarsi, ma per confrontarmi e mettere alla prova le proprie argomentazioni, poiché interessato a credere in qualcosa di vero e non di falso. L’altra persona ha tutto il diritto di fare ragionamenti diversi e dire che il suo altro sta sbagliando, ma per logica quando qualcuno afferma una cosa non si dovrebbe semplicemente negare ma anche dimostrare perché si sbaglia. Ma non ha il diritto di dire “sei ridicolo/a” “sei un’idiota” e altre critiche distruttive e insultati.

EFFETTO BRANCO
Poiché il pensiero dominante “è che il maschio è figo mentre la femmina è troia” chi afferma il contrario davanti a più persone può subire quello che si può chiamare l’effetto branco.
Un essere umano scrive a degli esseri umani il proprio pensiero riguardo a un giudizio fatto nei confronti di un’azione compiuta da altri esseri umani. Questo essere umano non è d’accordo con 5 persone con le quali sta dialogando, e si sente dire da esse  commenti sarcastici, insulti, insinuazioni come che il suo parlare non è parlare ma “filosofeggiare” o “meno male che ci sono uomini come te che non si sentono sempre e comunque in dovere di difendere la propria categoria” riferendosi a qualcun altro messo in contrapposizione con il primo essere umano che la pensa diversamente “tu sei su questa pagina solo per provocare” “Egocentrismo allo stato puro” “il giustiziere degli uomini” “ti da fastidio che non tutte le donne siano delle decerebrate sottomesse” “piantala, sei ridicolo”. Se anche l’essere umano criticato, deriso e insultato si  sbagliasse, che è una cosa possibile in quanto umano, l’unico sbaglio veramente certo e sicuro è l’avergli detto tutte queste brutte cose. Il resto è da dimostrare.
Probabilmente, è prioritario capire come si ragiona e come non si ragiona, e come si debba reagire alle idee diverse altrui, prima che capire cosa è giusto e cosa è sbagliato.

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