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Chirurgia estetica VS. Naturalità

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Analogamente ai problemi che si hanno nel fotoritocco, in cui il fotoritoccatore può essere accusato di mistificare il merito della modella nella realtà percettiva bidimensionale, o di eliminare la naturalità della sua bellezza, così accade nella realtà fisica e tridimensionale che un soggetto possa essere accusato di compiere gli stessi errori:
1. eliminare il merito della sua bellezza.
2. perdere la naturalità della bellezza.
3. perdere umanità.

Come in ogni giudizio, per sapere cosa farci, invece che crederci ciecamente e conformarsi passivamente è necessario, per chi vuole essere razionale, analizzare il giudizio per vedere se corrisponde alla realtà.

Per farlo è necessario comprendere cos’è il merito e cos’è la natura.
Poiché del merito ho già parlato nel post sul fotoritocco passo a parlare della naturalità.

C’è chi confonde possibilità e impossibilità con naturale e innaturale. Può essere psicologicamente affascinante, ma solo se non si è studiata l’etimologia delle parole e non si conosce la scienza. Natura e possibilità sono due concetti estremamente diversi. La physis in greco antico era la natura, e corrispondeva nella realtà con “tutto ciò che c’è”.
E dunque il suo contrario è “ciò che non c’è”.
La scienza studia la natura, la matematica con il calcolo delle probabilità studia il mondo del possibile. Credo che la sua battuta non andasse presa alla lettera, ma presa metaforicamente per comprendere che chi vuol far credere che l’omosessualità sia contro natura crede a cose ben meno credibili. Il problema di questo concetto è che non lo intendiamo come andrebbe inteso ma lo scambiamo con “normale”, ovvero “quello che accade più spesso” o “ciò che è accettato dalla maggioranza”.

Lo scienziato ricerca le leggi della natura e queste sono un’espressione dell’ordine, che – in pratica – è l’insieme di tutte le leggi.  Quelle regolarità nella natura, e queste regolarità fanno parte, tutte insieme, di quello che si può chiamare l’ordine. Ma non è necessario che l’essere umano intervenga nei casi non si seguano queste regole, perché non esistono comportamenti che non seguono regole, la natura non ha opposti. E quindi la nostra capacità di modificare la natura fa parte della natura.
Le nostre regole sono relative alla sofferenza e ai nostri bisogni, e non alla natura in sé.
Col termine naturale nel linguaggio parlato ci si riferisce a qualche fenomeno che è meglio di un altro fenomeno. Naturale è un termine a cui viene attribuita positività, e innaturale un termine a cui viene attribuita negatività.
Ma usando con questo significato il termine quando si lega questo aggettivo a un soggetto, un oggetto, o un’azione si dice x,y o z = è positivo o negativo. Senza spiegare il perché lo sia  ma credendo di star dicendo anche il perché, e cioè, perché è innaturale. E quindi agendo di conseguenza nel modo in cui si agisce quando qualcosa è negativo, fuggendo o attaccando. Esiste invece ciò che viene modificato dall’essere umano e ciò che invece viene modificato dagli altri esseri viventi mammiferi o vegetali, dall’atmosfera, vulcani. Si può fare questa differenziazione tra umano e non umano.

Si dovrebbe de-naturalizzare tutti i concetti. Cioè togliergli il concetto di naturale. Perché porta a contraddizioni, e a impedimenti nel miglioramento della vita umana.
Le contaddizioni sono che difendendo la natura a priori diventa un concetto inutile per stabilire se qualcosa è giusto o sbagliato, morale o immorale, dato che anche l’omicidio e la pedofilia sono naturali, eppure vengono puniti, e anche funghi velenosi sono naturali, eppure vengono evitati, così come le malattie, e tutto ciò che provoca sofferenza fisica e psicologica, e dunque non è il concetto di naturalità che influisce nel giudizio morale.
Infatti, ipocritamente, cioè quando più fa comodo, questo concetto viene usato per impedire relazioni o matrimoni omosessuali o poligamici ad esempio. E questo dimostra quanto poco interessi il vero significato di natura piuttosto che il suo valore psicologico per modificare l’andamento delle cose.

In ambito di estetica e chirurgia estetica, per quanto riguarda la naturalità, ci sono dei canoni istintivi che ci portano a farci piacere ciò che si avvicina di più al concetto di umano, ma questo non impedisce che a certe persone, o in certi momenti, ci piaccia qualcosa che è evidente non umano ma artificiale.
Tanté che il make up non fa parte della natura umana, così come gli accessori, gli orecchini, l’abbigliamento.
Sono estranei alla biologia umana, così come i profumi. Il radersi i peli. Il cambiarsi di colore ai capelli.

L’essere umano è tecnologico, e la tecnologia serve a modificare la natura. non c’è niente di strano. il problema sta nella percezione umana, che viene attirata da qualcosa di nuovo. Perché in quanto sconosciuto può essere pericoloso. Le cose che ho elencato sono quotidiane. la chirurgia molto di meno, perché è dolorosa, c’è il rischio che possano esserci errore nell’operazione, e costa. Perché se non avesse queste caratteristiche sarebbe quotidianamente usata, come quotidianamente gli uomini si fanno la barba e le donne si fanno il make-up.

L’uso improprio del concetto di “natura” accade anche con gli OGM.
Citando Piergiorgio Odifreddi: “Eppure, per informarsi non ci sarebbe bisogno di molto. Basterebbe, ad esempio, leggere L’origine delle specie di Darwin, per imparare che la natura e l’uomo procedono di pari passo nella selezione degli organismi, vegetali o animali. L’agricoltura e l’allevamento, cioè, non fanno che riprodurre in maniera intelligente, mirata e veloce ciò che l’evoluzione produce in maniera cieca, casuale e lenta.
Chi è contrario alla chirurgia estetica dovrebbe, per coerenza, essere contrario anche alle tinte per capelli, al make up, ai tautaggi, a tutto ciò che contribuisce a modificare il corpo.
Dopo Darwin, centocinquant’anni di studi biologici e genetici ci hanno insegnato che tutti gli organismi sono geneticamente modificati, dalla natura o dall’uomo. Le specie di oggi, non sono quelle di ieri. E, soprattutto, le specie di oggi e di ieri non sono mai state pure e immacolate, come se fossero uscite dalle mani di un Creatore.
Che ci piaccia o no, tutto ciò che mangiamo è già geneticamente modificato, spesso in maniera radicale. A partire dal frumento che usiamo per il pane quotidiano, che è un incrocio artificiale del farro (a sua volta un incrocio) con un egilope, e che ancora qualche secolo fa era alto un metro e mezzo: basta guardare I mietitori di Bruegel, per accorgersene.

Chi crede di essere contrario agli ogm, semplicemente non sa di cosa parla. E il suo atteggiamento non è più anacronistico, o meno fondamentalista, di quello di chi pretendesse di curarsi solo con le erbe. Tra l’altro, già gli antichi sapevano che anche i farmaci naturali possono far male, e pharmakos significava infatti sia “cura” e “veleno”. Ma sono stati proprio i farmaci artificiali e gli organismi geneticamente modificati a farci vivere più a lungo e meglio. Coloro che vi si oppongono meriterebbero di vivere meno e peggio. E, magari, di morire felici mangiando qualche fungo naturale, ma velenoso.”

Al concetto di naturalità si aggiungo tanti altri concetti che portano a impedire l’uso della chirurgia estetica. Quello più diffuso è il concetto di troia.  Il voler piacere può essere correlato con la ricerca di sessualità, e dunque ecco che arriva il concetto/cavallo di “troia” che serve a condannare il piacere sessuale.

Oltre a questo c’è il concetto che Lorella Zanardo ha esplicato e diffuso attraverso il documentario “il corpo delle donne” che Valeria Ottonelli ha criticato nel suo libro “La libertà delle donne”:
“Le donne rifatte non sono vere, secondo Zanardo, perché nascondono il loro vero volto. E il volto, nell’ontologia dell’autrice, a quanto pare, è fondamentale. “Nascondendo la nostra faccia, si chiede infatti Zanardo, stiamo rinunciando alla nostra unicità e dunque alla nostra anima?”. La risposta è senz’altro positiva: “Il volto esprime la nostra autenticità. Anzitutto, c’è la sua esposizione diretta senza difesa, nella quale appare la sua nudità dignitosa. è proprio il volto che inizia e rende possibile ogni discorso ed è il presupposto di tutte le relazioni umane”.[…]è strano, che Zanardo identifichi il carattere artefatto del volto delle donne che si sottopongono a chirurgia plastica con qualcosa che non è umano, e che per converso sembri vedere la vera autenticità e verità dell’umano nelle facce schiette di chi invecchia “naturalmente” e possibilmente non ricorre a maquillage e abbellimenti. Perché uno dei tratti distintivi dell’umano, in realtà, è proprio il fatto di sottoporre il proprio corpo a iscrizioni e modificazioni, anche drastiche, che ne plasmano i connotati secondo i canoni e paradigmi culturali.”

Anne Dickens la donna più rifatta al mondo.
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Il modello unico di bellezza e i contrasti ad esso distruttivi e produttivi

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Non è il corpo nudo così com’è che interessa. Infatti la visione di molti corpi nudi da fastidio a molte persone. Ad esempio il corpo nudo di un uomo grasso, peloso e anziano.

Ma il corpo nudo che ha certe caratteristiche come la bellezza.
Nel concetto di bellezza del corpo ci può essere il suo essere attraente, sessualmente eccitante, giovane, e spesso bianco.

In fotografia si chiede di muovere il corpo al soggetto nudo in modo da arrivare a fermarlo in un punto in cui esso risulti esteticamente migliore. Sono le cosiddette pose. Ed è questo che distingue una persona che si fa fotografare nuda da una persona che posa per farsi fotografare nuda.

La fotografa Grecie Hagen ha messo a confronto due tipi di foto, in cui le differenti pose producono differenti emozioni.

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Proprio per questo diffuso bisogno che il corpo visto sia anche bello, è molto difficile riuscire a convincere le persone a posare per foto in cui le loro forme non siano messe in risalto per la loro bellezza. Molte donne che hanno posato per foto di nudo, rifiutano certe proposte del tipo “vorrei evidenziare i tuoi difetti estetici”. Non si sentono a loro agio con l’idea di immagini non lusinghiere.
Bisogna quindi elaborare proprio la dipendenza da immagini “lusinghiere” nell’apprezzare la visione di corpi nudi, da immagini che esaltino quei tratti che la norma ci dice siano meglio di altri.

LA BELLEZZA
Il giudizio estetico, fatto da sé stessi o dagli altri, può provocare emozioni molto intense e piacevoli, e può anche provocare emozioni altrettanto intense ma spiacevoli.

A proposito delle emozioni Ludovica Scarpa scrive: 

“Le emozioni sono segnali e parte integrante dei processi cognitivi che collegano la mente e il cuore, in particolare costituiscono il risultato sensibile di giudizi e valutazioni subitanee: ciò che percepisco costituisce per me un fattore di benessere o un rischio? Mi posso rilassare o devo stare in guardia? La situazione sta cambiando in modo tale da sorprendermi o secondo le mie aspettative?
Per solito non ce ne accorgiamo, ma la nostra mente valuta costantemente le circostanze e le situazioni, e procede a una sorta di check continuo.”

Alla bellezza le persone sono portate a rispondere nella maggioranza dei casi i modo positivo. I complimenti provocano piacere nel soggetto ammirato, o attrazione sessuale e affettiva. L’aumento della disponibilità a relazionarsi degli altri provoca maggior autostima, assenza di solitudine, benessere, godimento sessuale, amore.

Disponibilità a relazioni sessuali provoca un senso di potere e godimento. Gentilezza, interesse, aiuto, disponibilità a fare favori, amicizia.

CONSEGUENZE NEGATIVE
L’ottenimento di questo tipo di vantaggi da parte di alcune ragazze possono provocare alle ragazze che non li hanno ottenuti invidia, astio, rabbia, vergogna, frustrazione, disperazione. 

Ad amplificare la sofferenza ci sono le risate, i soprannomi dispregiativi, e il bullismo.

NORME D’ABBIGLIAMENTO IN RELAZIONE ALL’ASPETTO DEL CORPO
Ci sono regole di abbigliamento  non scritte ma ripetute spesso, il cui scopo è far tendere l’aspetto estetico più vicino al modello, chiamate “buon gusto”.
In spiaggia, in strada, ma anche in foto si deve seguire il “buon gusto”, e chi non lo fa trasgredisce quindi questa regola morale che indica che dovrebbero farlo per gli altri, per non provocare in loro percezioni sgradevoli. Quando queste regole non vengono rispettate possono verificarsi critiche, risate, soprannomi, e atti di bullismo.

Oppure c’è chi lo interpreta come un fatto privato che denota una inconsapevolezza sul proprio corpo e come esso è fatto che porta indossare abiti che non lo valorizzano ma lo ridicolizzano, poiché, secondo molte persone ci sono vestiti che stanno bene alle magre, quelli che scoprono il loro corpo, e vestiti diversi che stanno bene alle grasse, quelli che coprono le parti più fastidiose da vedere.

La differenza sta nel pensarlo come un dovere nei confronti degli altri o come una scelta migliore che è libera da forzature. Un dovere imposto può produrre emozioni molto intense e spiacevoli come la vergogna. Anche i suggerimenti possono non essere graditi e provocare emozioni negative, soprattutto in chi ha bisogno di non sentire niente che stimoli la sua ferita psicologica. Perciò per evitare che gli altri soffrano si dovrebbe dare consigli solo se richiesti.

Per comprendere meglio una delle emozioni scatenate dal desiderio di bellezza o dal rifiuto della sua assenza, si può considerare ciò che lo psicoterapeuta Phil Mollon nel suo libro Shame and Jealousy – the hidden turmoils tradotto in italiano col titolo “Vergogna e gelosia – tumulti segreti” del 2002 ha scritto:

“La vergogna è una risposta all’insuccesso e ai sentimenti d’inadeguatezza che ne derivano – specialmente nei casi in cui si prevedeva la riuscita. Questi episodi comportano sempre il senso di aver fatto fiasco agli occhi degli altri.[…]Tuttavia il fallimento più basilare è a mio avviso l’incapacità di suscitare una risposta empatica nell’altro.[…]La vergogna a suo avviso nasce quando il bambino guarda la madre in cerca dell’emozione positiva generata dal rispecchiamento facciale, ma s’imbatte invece in una risposta indicante disgusto o disapprovazione: allora, in luogo del previsto stato di attivazione psicologica, prova vergogna, che è uno stato doloroso di drastica disattivazione. Mentre infatti nel positivo stato emotivo dell’interazione mimica con la madre il cervello del bambino produce oppiati endogeni, mediatori naturali delle risposte di piacere, nella vergogna genera composti biochimici da stress, come i corticosteroidi, che inducono inibizione e ripiegamento su se stessi. Secondo Schore la vergogna aiuta il bambino a capire quando è il momento di ritrarsi e mettersi buono.[…]Un sistema biologico mediante il quale l’organismo controlla la propria risposta affettiva in modo da non rimanere interessato o contento quando ciò potrebbe essere rischioso, oppure in risonanza affettiva con un organismo che non corrisponde ai modelli organizzati nella memoria.[…]Una risposta all’incapacità di corrispondere all’ideale dell’Io”

Queste emozioni interne al corpo si possono tradurre in comportamenti, come l’ossessione, comportamenti compulsivi volti a modificare il proprio aspetto, e suicidio.

Può essere d’aiuto utilizzare degli esempi tratti dalla fiction televisiva come Nip/Tuck (tradotto con taglia e cuci). La serie televisiva Nip/Tuck diretta da Ryan Murphy tratta della storia di due chirurghi plastici che s’imbattono in pazienti pieni di sofferenza psicologica nei confronti del proprio aspetto.

Come Nanette Babckok che nel secondo episodio, alla domanda ricorrente di apertura del telefilm “mi dica cosa non le piace di se stessa” lei risponde “tutto, dottore“. E dopo che il suo intervento chirurgico viene rifiutato perché le sue aspettative di passare da bulimica a ragazza magra e sana sono irrealistiche si spara alla testa con la musica di sottofondo che dice “you’re so damn beautiful“, (tu sei dannatamente bella).

Un’altra conseguenza negativa dall’esistenza di ciò che viene chiamato bellezza, o che nasce dall’avere vantaggi di certe ragazze è che ci sono ragazze che per assomigliare al canone e ottenere quei vantaggi si ossessionano nel perdere peso e perdono il controllo sul proprio desiderio che diventa automatico e compulsivo diventando così anoressiche (che è la mancanza o riduzione dell’appetito) e rischiando o arrivando alla morte. Come la pubblicità sociale del fotografo Oliviero Toscani denuncia e avverte con la modella Isabelle Caro.

SOLUZIONI AL DOLORE COGNITIVO PER L’ASSENZA DI BELLEZZA

Poiché l’esistenza di ciò che viene chiamato belle estetica produce sofferenza in molte persone diventa necessario trovare modi per eliminare, o ridurre questa sofferenza.

Alla base dei segnali emotivi positivi o negativi, e dell’interesse per l’essere apprezzati esteticamente ci sono diversi bisogni:

  1. il bisogno di veder confermato dagli altri il nostro modo di vederci. 
  2. l’avvicinamento psicofisico degli altri e quindi relazioni affettive
  3. più possibilità di rapporti sessuali 

Infatti, la bellezza viene chiamata anche “attrattività” per indicare che porta gli altri vicino a sé.
Secondo i principi della sezione aurea, della salute, e dei bisogni della specie di riprodursi ci sono dei gusti estetici indipendenti dalle influenze sociali dovute alla ripetizione degli stimoli visivi. Sarebbe necessario conoscere se è inevitabile o se può essere evitata una differenziazione del genere, e in che quantità sia evitabile. Ma poiché la società esiste anche per ridurre le differenze tra persone, e dare loro la maggior parità di possibilità, ci si deve chiedere cosa si potrebbe fare per ridurre questa differenziazione e permettere al maggior numero possibile di persone di venir apprezzate.

FAMA COME SOLUZIONE ALLA VERGOGNA

Molte ragazze rispondono a questi segnali emotivi, come la vergogna, utilizzando l’estetica dell’abbigliamento e del make up, in diverse intensità.
Infatti, il volersi distinguere dalla massa non sempre nasce da una personalità forte come alcuni pensano.

A volte, o spesso, nasce da una personalità debole. Che ha bisogno di difendersi dal proprio senso di vergogna o di fragilità attraverso una immagine che sia in contrasto con gli altri, o che sia per qualche motivo superiore agli altri. In modo da sentirsi, anche se solo mentalmente, più forte.

Per chi ha una personalità forte il distinguersi è un effetto collaterale non ricercato, che può anche non accadere sempre.

Infatti, per essere se stessi, e fare cose che gli altri non hanno il coraggio di fare e considerano pazzie non è necessario ricercare l’essere diversi, è necessario farle.

Voler compiere azioni diverse per essere diversi è diverso da compiere azioni e diventare diversi. è come travestirsi da batman per voler essere diversi, invece che fare le cose che fa batman ed essere diversi.

Inoltre a volte essere diversi significa sbagliare, non sempre il mondo sbaglia, per fortuna. E spesso si considera “l’essere diversi” con un valore positivo a priori, senza considerare il contesto, giustificando così atti immorali che non hanno niente di superiore a quelli degli altri Non si può confidare ciecamente nella massa, ma neanche in chi si dice diverso in senso positivo, senza dimostrare nulla di positivo. Spesso infatti “i diversi” conosciuti e adorati e stimati per il loro “””coraggio””” di essere diversi non sono quelli che hanno tutte giacche uguali e tutte camice uguali nell’armadio per non perdere tempo a scegliere, come Einstein, ma sono quelli che non ne hanno neanche una uguale, chi vive il proprio valore grazie all’aspetto.

Nella puntata della terza stagione Rhea Reynolds, una ragazza si autoprocura le ferite al volto per far credere di essere una vittima del macellaio e finire sui giornali e una volta scoperta afferma:

Io non ce la facevo più. ero invisibile, come un fantasma. Non avrei sopportato di entrare in un altro bar e sedermi a un tavolo senza che si accorgessero della mia presenza. Non che mi considerassero brutta, no è che, non mi vedevano neanche. E questo fa molto più male di uno sfregio. Si certo, quel taglio è stato doloroso.  Ma poi dopo, è stato tutto così bello. Non mi sembrava vero, ti trattano tutti benissimo quando sei una vittima del macellaio“.

DEFINIZIONE ASSOLUTA DI BELLEZZA
Poiché produce sofferenze, imporre una definizione di bellezza del corpo, che tutti debbano usare per giudicarsi e giudicare gli altri, o per agire sul proprio corpo per farlo corrispondere a questa definizione è sbagliato, per diversi motivi:

  1. Svaluta le altre definizioni che non rientrano in questa definizione confondendo un gusto interiore con una descrizione di caratteristiche presenti nella realtà.
  2. Non si può negare che ad altri può piacere ciò che ad alcuni non piace, e viceversa dicendo che non sanno riconoscere la realtà. Sarebbe negare di vivere una realtà psicologica. 
  3. Reprime emozioni positive spontanee rendendo il concetto indipendente da quello che uno sente ed eliminando la possibilità alle altre persone di soddisfare il proprio bisogno di essere apprezzate esteticamente, portando così a cercare questa soddisfazione nel modo indicato dai repressori e producendo disturbi psicofisici (depressione, compulsività, anoressia, germofobia).

Quindi, una persona può avere una definizione precisa di bellezza, ma non deve imporla agli altri, perché questo è prevalere sui bisogni degli altri e creare in loro sofferenza. Si dovrebbe quindi trovare il modo di convivere tra persone che hanno gusti estetici diversi tra loro.
Tuttavia lo stato delle cose non è di tolleranza, ma di esclusione. Sia nella vita sociale attraverso la derisione e il bullismo che nei media attraverso regole rigide su chi può apparire e come può apparire. Perciò si può tentare di capire le cause delle stato di intolleranza esistente per poter capire se si possono eliminare e come.

L’unicità del modello di bellezza deriva da tre fattori:

  1. L’esistenza della sezione aurea usata nel giudizio in modo istintivo o volontario
  2. La predominanza della maggioranza nelle regole sociali
  3. Gli interessi economici della moda e del marketing

COME SI STABILISCE L’ESISTENZA DI BELLEZZA

Ogni strumento di misura, per quanto sofisticato, commette degli errori. Nei corsi universitari di “Teoria degli errori” si insegna a distinguerne i vari tipi, a capire che “accuratezza” e “precisione” sono due concetti diversi, e così via.
Ho tra le mani un normale righello e provo a misurare la lunghezza di una piastrella della mia cucina. Se vi dicessi che ho misurato 14.8135 centimetri mi prendereste per un bugiardo. Con una sola misura non si possono dare tanti decimali avendo solo un righello con tacche separate da un millimetro.Invece che 14.8135 centimetri si misura 14.8 cm. O forse era 14.9 non sono riuscito a leggere bene. Il righello ha una sensibilità di un millimetro. Pretendere di leggere più cifre decimali non ha senso e quindi la precisione non può essere inferiore a un millimetro. Potrebbe anche non essere l’unico errore commesso: ad esempio durante la stampa il righello di plastica potrebbe essersi dilatato un po’ e quindi i suoi 14 cm in realtà sono 15.
Quando si usa uno strumento di misura si deve essere sempre consapevoli che si commette un errore, e possibilmente avere una stima di questo errore. È questo il motivo principale per cui gli strumenti vanno tarati e verificati al fine di interpretare correttamente i risultati. In più le misure sperimentali vanno sempre ripetute, per poterle valutare statisticamente. E questo è ancora più vero nell’era degli strumenti digitali dove si rischia di dare credito alle troppe cifre decimali. Con il vostro termometro da cucina avete misurato la temperatura del cioccolato a 31.28 °C? Dai, facciamo 31 °C, e probabilmente il valore esatto sta tra 30 °C e 32 °C!
A volte anche gli esseri umani si improvvisano “strumenti di misura”. Guardate quel palazzo laggiù: secondo voi quanto è alto? Beh, contando i piani (si vedono i balconi per cui è facile) e facendo una stima dell’altezza di ogni piano arrivo a circa 15 metri, tenendo conto anche del tetto. Però potrebbe benissimo essere alto 17 metri oppure 13 perché non so esattamente quanto è alto un piano. Sicuramente non è alto 10 metri ma neppure 30. È quindi perfettamente inutile dare la stima dell’altezza con una o due cifre decimali come “secondo me è alto 14,84 metri”.
A volte allo strumento di misura “essere umano” viene chiesta una cosa ancora più difficile, come dare un punteggio quantificando delle caratteristiche malamente definite di “bellezza” o di “bontà” o di “gradimento”. Ad esempio i concorsi di bellezza, oppure le degustazioni di vino. Il famoso critico di vini Robert Parker ad esempio assegna un punteggio tra 50 e 100 ai vini che assaggia e recensisce. Altri usano scale diverse, a volte usando dei simboli invece che i numeri: chiocciole, bicchieri, medaglie e così via.
Quello che ci si può legittimamente chiedere è quanto siano ripetibili questi giudizi numerici. Se un critico assegna ad un vino 88 punti, che errore è associato a questa “misura”? Ripetendo lo stesso assaggio in cieco come varierà il punteggio? Rimarrà vicino a 88 o risulterà essere molto diverso?
Allo stesso modo, se un fotografo assegna ad un corpo nudo di una ragazza 90 punti, che errore è associato a questa misura?
Se per una piastrella esiste un valore “esatto” (o “vero” ) sottostante (magari 14.759… cm), e le nostre misure cercano di avvicinarsi, è per lo meno dubbio che possa esistere una cosa di questo tipo per un vino o una candidata a Miss Italia. È quindi forse più corretto interpretare questi punteggi non come una stima di una proprietà intrinseca dell’oggetto -come la “vera” lunghezza della piastrella- ma come una misura approssimata del gradimento dell’oggetto -una bottiglia di Barolo del 1996- da parte dell’assaggiatore, o un corpo nudo da parte dell’osservatore, in una scala almeno in parte arbitraria.

SEZIONE AUREA

Piergiorgio Odifreddi in C’è spazio per tutti scrive:
“Non stupisce che i greci, così attratti dalle espressioni artistiche, abbiano cercato di individuare l’essenza matematica della proporzione perfetta. Stupisce semmai che l’abbiano trovata, in quella che fu battezzata “divina proporzione” da Luca Pacioli nel 1509, e “sezione aurea” da Martin Ohm nel 1835.
Sembra che, ancora una volta, a trovarla siano stati Pitagora e i Pitagorici. E la trovarono nel rettangolo aureo. Più precisamente, in un rettangolo che, quando gli si sottrae il quadrato costruito sul lato minore, lascia come residuo un rettangolo simile a quello da cui si è partiti, nel senso che i loro lati corrispondenti sono proporzionali.”

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La sezione aurea indica il rapporto fra due lunghezze disuguali, delle quali la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la somma delle due.

In formule, se a è la lunghezza maggiore e b quella minore, “b” diviso “a” è uguale ad “a” diviso “a” più “b”.

b:a=a:(a+b)

Questa maschera per uomini e donne in base alla proporzione divina è indipendente da razza, età o nazionalità.

L’Uomo vitruviano è un disegno a matita e inchiostro su carta (34×24 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1490 circa e conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Celeberrima rappresentazione delle proporzioni ideali del corpo umano, dimostra come esso possa essere armoniosamente inscritto nelle due figure “perfette” del cerchio e del quadrato.

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In base a questo principio si può dunque creare una scala di valore per la bellezza.

Quanto un volto risulta esteticamente più piacevole, tanto maggiormente corrisponde alle proporzioni della maschera aurea. Più si allontana da queste proporzioni, maggiormente risulta sgradevole.

Gradazioni

L’esistenza dell’emozione estetica nei confronti degli esseri umani può essere spiegata in modo evoluzionistico. L’evoluzionismo, nelle scienze etnoantropologiche, è un approccio teorico che vede le varie culture umane collocate in differenti stadi evolutivi.
Secondo il principio per cui ciò che compone gli essere umani ha una funzione in base all’ambiente e a come si evolve, più ci si allontana da questa conformazione meno gli altri percepiscono l’appartenenza al genere umano. Ed è quindi una funzione per riconoscere il genere umano. Infatti, spesso per deridere qualcuno giudicato brutto si dice “sembra una scimmia!”, oppure “denti da castoro”, “naso da maiale”, “orecchie da elefante”. E nello specifico per riconoscere il genere sessuale, e infatti spesso si critica una donna o un uomo dicendo “sembra un maschio” o “sembra una donna”.

Tuttavia, la sezione aurea non è automaticamente e necessariamente vincolante a livello psicologico e non impedisce che si possano apprezzare caratteristiche che la cultura invece esclude (smagliature, cicatrici, nei, grasso). Infatti, è umanamente possibile provare piacere nell’osservare morfologie diverse dallo schema della sezione aurea. I nei possono essere posizionati in modo regolare, così come il grasso può conformarsi in modo proporzionato, così come le cicatrici, e si può provare piacere a guardare un essere umano che queste caratteristiche. Quindi questa teoria può spiegare una tendenza a provare piacere nell’osservare certe conformazioni degli esseri umani ma non può forzare a provare piacere osservando certe conformazioni. Si finisce con l’usare una spiegazione sul come avvenga un certo effetto emotivo in modo che diventi una regola che dia un premio se si provano emozioni positive in base a quella teoria.

«Non è bello ciò che è bello», si dice da tempi immemorabili, «ma è bello ciò che piace». «La bellezza è negli occhi di chi guarda», si aggiunge, «non una proprietà intrinseca degli individui».

Perciò, poiché non c’è un vincolo inevitabile, si può agire per creare una società in cui ci sia tolleranza per diverse reazioni emotive agli aspetti estetici delle persone. Nel caso delle pubblicità le persone vedono immagini scelte in base a canoni poco variabili rispetto alla variabilità che esiste nel genere umano. Questa scelta riflette un concetto di bellezza tramandato e desiderato dalla maggioranza delle persone, attraverso quotidiani giudizi, poiché nel commercio è importante la quantità di persone che consumano un dato prodotto. Ma questa è una imposizione del concetto di bellezza, sulla minoranza di persone che desiderano altri tipi di bellezza, cioè il prevalere di un concetto di alcuni sulla volontà degli altri, nel fatto di vedere dappertutto lo stesso tipo di donna perché non hanno scelto di vedere quelle immagini.

Ma il prevalere sulla volontà degli osservatori delle immagini è una caratteristica presente in entrambi i casi, perché nessuno chiede il consenso di inserire certe pubblicità ai cittadini, e quindi nel mostrarle può farle vedere anche a chi non le vuole vedere. Ma se questo è vero, anche vedere tipi di donne diversi è una imposizione perché non viene scelta. E dunque se si elimina la prima azione in base al fatto che sia una imposizione, si deve eliminare anche la seconda, per essere coerenti.

Ci dovrebbe essere una differenza tra le due azioni di presentare immagini per agire diversamente con l’una e con l’altra azione, e vietare una ma permettere l’altra. E qualcuno pensa che nel secondo caso non ci sarebbe un messaggio implicito in cui si pensa di non essere normali e quindi dover rifiutare quello stato e soffrire.

Quindi le pubblicità non impongono un modello ma creano un’abitudine nel pensare a quel modello, che sono due azioni diverse. Il creare un’abitudine a pensare a un certo modello estetico di donna comporta delle responsabilità? La responsabilità nei confronti di qualche azioni dipende dagli effetti che ha sul mondo.

Nel libro “The power of habit” (La dittatura delle abitudini) Charles Duhigg scrive:

“Quasi tutte le scelte che compiamo ogni giorno potrebbero sembrarci il prodotto di decisioni ben ponderate, ma non è così. Sono abitudini. E, sebbene ogni abitudine abbia un significato relativamente poco importante se considerata da sola, col passare del tempo, i pasti che ordiniamo, quello che diciamo ai nostri figli ogni sera, la nostra capacità di mettere da parte il denaro, la frequenza con cui facciamo attività fisica e il modo in cui organizziamo i pensieri e le abitudini di lavoro hanno un impatto enorme sulla nostra salute, produttività, sicurezza economica e felicità.”

SIMMETRIA DEL CORPO

In geometria, qualunque trasformazione che abbia la caratteristica di conservare le distanze si chiama isometria.
Esempi di isometrie sono:
la simmetria, la traslazione, la rotazione.
La simmetria è la proprietà di un corpo o di una figura geometrica di essere disposta in modo regolare rispetto a un sistema assegnato, che può essere
un punto: simmetria centrale,
una retta: simmetria assiale,
un piano: simmetria bilaterale.

In generale negli organismi viventi si parla di simmetria bilaterale e non di simmetria assiale, perché i corpi sono tridimensionali.
In alcuni casi, però, si considera la simmetria assiale per semplicità, in quanto la terza dimensione non è rilevante.

La simmetria assiale è una corrispondenza biunivoca tra i punti del piano che avviene mediante una retta r .
Nella simmetria assiale viene associato ad ogni punto A un punto A’ tale che il segmento AA’ sia perpendicolare alla retta r e il suo punto medio giaccia su r .

Il viso umano, anche se non perfettamente, può essere considerato un esempio di simmetria assiale con asse verticale, come si osserva nella figura
Anche il corpo umano presenta un piano di simmetria, ma tale simmetria bilaterale è piuttosto un’apparenza esterna che una realtà anatomica: infatti come nella maggior parte degli organismi, accanto a sistemi quasi perfettamente simmetrici, come: l’apparato scheletrico, l’apparato muscolare, il sistema nervoso c’è il fegato che non è simmetrico.

La prima distinzione che normalmente viene fatta per delimitare le diverse parti del corpo è quella di dividerlo in parte destra e parte sinistra. Questa distinzione, anche se sembrerebbe essere alquanto ovvia, risulta essere utile poiché ci permette di definire le parti del corpo in merito alla loro simmetria e asimmetria, relativamente alla centralità verticale. Parti del corpo sembrano essere simmetriche, come le braccia o il numero delle coste toraciche, e altre invece risultano asimmetriche come la presenza di un solo fegato e di una milza e cosi via. In merito alla simmetria del corpo sarebbe più opportuno riferirsi alla somiglianza simmetrica, più che alla simmetria pura, poiché non esiste una parte del corpo che sia perfettamente uguale a quella contrapposta. Un bicipite brachiale destro non sarà mai uguale a quello controlaterale, e viceversa, poiché sono diverse le tensioni muscolari che entrano in gioco nella gestione del peso in relazione all’arto dominante o non dominante. La descrizione rispetto alla parte destra o sinistra dev’essere solamente descrittiva e numerica rispetto alla somiglianza simmetrica delle due parti che compongono il corpo.

I DIVERSI TIPI DI MODELLI ESTETICI
Il modello estetico unico può essere sia realistico che semifantastico. Questo modello viene conosciuto attraverso i giudizi degli altri, o anche attraverso le immagini veicolate dai media o dalle pubblicità.
Nel caso delle immagini, l’immagine non è mai una rappresentazione fedele della realtà ma è migliorata con l’uso di luci, make up, pose, e fotoritocco. Quindi si può dire che esistono modelli estetici irragiungibili per tutte le donne, e modelli estetici irragiungibili o faticosamente raggiungibili:
modelli estetici irraggiungibili per tutte le donne
modelli estetici irragiungibili per alcune donne
modelli estetici faticosamente raggiungibili

Per quanto riguarda i modelli estetici irraggiungibili per tutte le donne, sentirsi inferiori rispetto alle altre è insensato, perché nessun’altra è conforme al modello di fantasia, e dunque per eliminare questa sofferenza è sufficiente comprendere che sia insensata. Inoltre, eliminare immagini non realistiche non eliminerebbe le immagini realistiche di modelli estetici irraggiungibili per alcune donne e faticosamente raggiungibili per altre donne. Dunque non eliminerebbe le sofferenze esistenti.

SOLUZIONI AL MODELLO UNICO DI BELLEZZA
Le soluzioni che le persone mettono in atto per modificare lo stato delle cose sono:

  1. Affermare il proprio piacere per un aspetto estetico rifiutato e ripetere quest’affermazione per molte volte tentando di farsi ascoltare da grandi quantità di persone in modo ripetuto nel tempo
  2. Affermare che l’aspetto estetico rifiutato è il migliore aspetto, e far ascoltare quest’affermazione a grandi quantità di persone in modo ripetuto nel tempo
  3. Celebrare la naturalità priva di selezioni estetiche, e far ascoltare quest’affermazioni a grandi quantità di persone in modo ripetuto nel tempo
  4. Regolamentare la pubblicità imponendo l’inclusione degli aspetti estetici rifiutati
  5. Affermare il proprio rifiuto per certe selezioni estetiche
  6. Tentare di eliminare ogni definizione di come una donna o un uomo dovrebbero apparire


ESSERE LIBERI DAL CONDIZIONAMENTO

Secondo certe persone nessuno, uomo o donna, dovrebbe sentire necessario essere in un certo modo perchè oggetto dello sguardo di altri che ci vogliono omologati a modelli propri o mediatici. Ma se si impone all’altro di essere libero dai condizionamenti si deve accettare che debba essere condizionato da almeno questa regola. E l’altro può sempre rifiutare dicendo di non dirgli cosa fare, perché lo sceglie da solo. E quindi chiedere di essere libera di truccarsi, fare la dieta, e la chirurgia estetica. Quindi, la libertà dal desiderio di corrispondere a gusti estetici altrui non può essere imposta.
Chi invece vuole scegliere per sé stesso, e non per gli altri, di liberarsi dal proprio condizionamento di confrontarsi con i canoni e desiderare fino a far diventare una necessità il corrispondere a essi può trovare degli aiuti psicologici, come il non sentirsi soli.
C’è chi pensa che il percepire che alcune persone apprezzano un tipo di estetica diverso rispetto a quello dominante può creare emozioni positive che possono liberarle da ansie, frustrazioni e sofferenze. Ma questa soddisfazione è un dovere di chi fa le pubblicità?

Riguardo al modello unico alcune femministe nel tentativo di ampliare la quantità di modelli estetici esistenti utilizzano le affermazioni delle star e la loro potenza emulativa sui giovani a proposito la bellezza condividendole e apprezzandole pubblicamente. Molte donne affermano in tv che amano il loro corpo, perché è “curvy”, ad esempio. E le donne che utilizzano i media per esprimere le loro opinioni estetiche acquisendo consensi tramite le persone che vorrebbero un mondo in cui la propria estetica fosse accettata aumentano anche i guadagni. Questo tipo di azione può produrre effetti positivi, come la sedimentazione nelle abitudini di giudizio delle persone di un nuovo modello estetico, che quindi verrà tollerato e accettato, e in alcuni casi anche apprezzato. Ma di negativo ha due aspetti:
Nelle affermazioni positive su certi tipi di aspetti estetici, del tipo “mi piaccio in carne” o “le curve sono belle” molte persone dipendono dalle star per credere in certi giudizi, e questo è sbagliato, quindi contare in un cambiamento sociale attraverso ciò che le star dicono a favore o contro qualcosa non è un beneficio ma un maleficio. Bisogna al contrario diventare indipendenti dalle star, e da tutte le altre persone che hanno dei giudizi sulla vita, e crearsi un giudizio proprio che può ispirarsi ad altri ma non dipendere automaticamente da essi.
E inoltre, che rimane all’interno delle leggi del mercato, e quindi la dipendenza dai modelli estetici astratti e dai modelli in carne ed ossa come le star rimane, e dunque rimangono anche tutte le emozioni negative connesse come la frustrazione.

MOSTRARE CIò CHE VA AL DI Là DEL CANONE DI BELLEZZA

Lady Gaga dopo il suo aumento di peso ha lanciato una campagna della sua “Born this way foundation” dal titolo “Body Revolution 2013”.

Sul sito ha postato delle foto di sé in intimo con sotto scritto:

“Bulimia e anoressia da quando ho 15 anni.
Ma oggi mi unisco alla RIVOLUZIONE DEL CORPO.
Per infondere coraggio.”

Sei Brutto? Grasso? Con gli occhi storti? Monco? A macchie?

Invia e condividi i tuoi difetti su littlemonsters.com:

“Mia madre ed io abbiamo creato la fondazione Born This Way per una ragione, per ispirare coraggio. Questo profilo è un’estensione di quel sogno. Siate coraggiosi e festeggiate con noi i vostri “difetti evidenti”, come ci dice la società. Ora che la body revolution è iniziata, devi essere coraggioso e pubblicare una foto di te che celebra il tuo trionfo sulle insicurezze.”

e ancora:

“Sono stata sorpresa e travolta dalla commozione nei giorni scorsi e soprattutto vi ringrazio, ho visto postare tante foto di voi e del vostro corpo e se nella vostra mente sentite che la società vi dice che dovreste vergognarvi, state dimostrando a tutti di non avere o provare vergogna

Esistono molte foto che tentano di esaltare la bellezza di caratteristiche diverse dal canone estetico:

Nonostante ci sia una lotta per ampliare la libertà ad altre estetiche, il tipo di caratteristica estetica che più viene emancipata è la taglia del corpo definita plus size.

Si può etichettare una persona e fare ipotesi sulla sua vita e sulla sua personalità solo in base al suo fisico? A quanto pare sì e le ‘etichette’ che vengono affibiate spesso non corrispondono affatto alla realtà.

Leggi anche: Come ottenere il fisico ideale

A confermarlo è un sondaggio esclusivo commissionato da Glamour su oltre 1800 donne tra i 18 e i 40 anni e strutturato in base alla guida di Rebecca Puhl, direttore di ricerca al Yale Rudd Center per Food Policy e obesità. Il sondaggio chiedeva di immaginare una donna che non avevano mai incontrato e della quale non sapevano nulla, a parte la descrizione ‘magra’ o ‘grassa’.

Partendo da questo dato i partecipanti dovevano scegliere tra coppie di aggettivi, come ‘ambiziosa’ e ‘pigra’ o ‘insicura’ e ‘vanitosa’ o ‘egocentrica’ e ’superficiale’ e così via. In molti hanno scelto aggettivi come pigra e insicura per la donna in carne ed ecocentrica e superficiale per la donna madra. Praticamente il pregiudizio è molto radicato nella mente delle persone.

“La gente pensa che sono egocentrica e superficiale – commenta la 24enne magra Laura Jansen – invece faccio volontariato in un rifugio per senzatetto ogni due settimane”. “Pigra? Mi alzo ogni giorno alle 5.30 e sono costantemente in movimento. Le mie dimesioni non definiscono chi sono”, commenta la 34enne in carne Danielle-Line.

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Tutti amiamo guardare. Mentre l’atto di fissare è generalmente percepito come un atto da evitare o di cui vergognarsi, Rosemarie Garland-Thomson, studiosa di disabilità e women studies, afferma che lo sguardo, nella sua accezione migliore, ha in realtà il potenziale di creare nuovi significati e società più aperte. Lo sguardo, nell’accezione di Thomson, ha il potenziale per aiutarci a ridefinire il linguaggio che usiamo per descrivere noi stessi e gli altri, creare spazio per coloro che si trovano più spesso esclusi dalle comunità, e forgiare le nostre identità. Lo sguardo è più dinamico e produttivo quando il soggetto dello sguardo, la persona che viene guardata, è in grado di esercitare un certo controllo sull’interazione, e così facendo presentare la propria storia alla persona che guarda. L’empatia può far superare emozioni sgradevoli. E quindi mostrare immagini che includano caratteristiche di empatia può aiutare.

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Jes Sachse è un’artista canadese venticinquenne, con un disordine genetico chiamato Sindrome di Freeman Sheldon. In questo articolo saranno presi in considerazione due progetti distinti nei quali sono state utilizzate fotografie di Sachse, al fine di illustrare come “l’atto di guardare” sia in grado di modificare la nostra percezione delle categorie sociali, nel momento in cui, ad individui palesemente ‘differenti’, sia concesso di presentare le proprie storie. Questo tipo di narrazione ha il potenziale di creare un discorso sociale e categorie più fluide, superando emozioni sgradevoli. Il modo in cui Thomson considera lo sguardo fornisce un mezzo per raggiungere il tipo di dialogo sociale che Wilchins e Clare hanno identificato come la chiave per stabilire concetti inclusivi di genere, sessualità e identità in generale.

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Questa foto è tratta da American Able, una serie – nello stile delle pubblicità di American Apparel – realizzata dalla fotografa Holly Norris con Sachse per soggetto. Norris utilizza la parodia per rendere evidente il modo in cui “le donne con disabilità sono invisibilizzate nella pubblicità e nei mass media” (Norris). In proposito scrive che “in una società dove la sessualità viene prodotta ed esibita … nella cultura popolare, l’invisibilità delle donne disabili … nega la loro sessualità” (Norris). La serie utilizza lo stile di American Apparel per sessualizzare Sachse, rivendicando la sua realtà di donna e essere sensuale.

Jes Sachse si propone come soggetto e ci invita a fissarla. Cioè, a guardare bene. In Staring: how we look, Thomson afferma che lo sguardo è “una risposta al carattere distintivo di qualcuno e uno scambio di sguardi può perciò generare un riconoscimento reciproco” (Thomson, 196). Suggerisce che “l’atto positivo del guardare” prevede la partecipazione attiva di entrambi, la persona che guarda e quella che viene guardata. La persona che guarda deve consentire all’interazione di essere trasformativa ed essere disponibile a venire cambiata dall’evento. La persona che viene guardata è responsabile nel dare forma ad una storia comune, in modo tale da consentire a entrambe le parti di riconoscere reciprocamente la propria e altrui “piena umanità” e creare spazio per entrambi (Thomson, 203). Tale tipo di sguardo può portare alla ridefinizione dei termini e ad un allentamento dei confini intorno ai soggetti di tale scambio.

<p><a href=”http://vimeo.com/63183709″>Body Language</a> from <a href=”http://vimeo.com/feminoska”>feminoska</a&gt; on <a href=”http://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

Body Language  è un documento realizzato da Sachse come contributo al progetto Envisioning new Meanings. Si noti il modo in cui l’autrice richiede il coinvolgimento attivo degli spettatori. In questo filmato, Sachse non solo invita lo sguardo, ma lo utilizza anche come strumento con il quale condividere la propria esperienza e aiutare gli altri a capire. Si rivolge direttamente allo spettatore dandogli suggerimenti, chiedendo “Hai paura?” e dicendo “voglio che guardi queste foto e veda te stesso” (Sachse, Body Language).

In Body Language, Sachse è impegnata in quell’attacco alle categorie sociali che Wilchins reclama in Queer Theory, Gender Theory. Wilchins scrive che le persone che non rientrano nella binarietà di genere diventano “oggetti di discorso, non partecipanti (di esso)” (Wilchins, 61). Eppure, qui Sachse realizza uno spazio dove non è solamente una partecipante, ma anzi è colei che agevola il discorso. Fa spazio per se stessa nelle categorie di essere umano, donna, e essere sessuale. Sachse espone la propria umanità facendosi vulnerabile, “Ho avuto paura quel giorno”, e scegliendo immagini che ritraggono le sue amicizie e la sua arte così come il suo corpo. Ci racconta la storia di una vita, non di una disabilità, e questo racconto totale è ciò che vediamo. Sachse afferma la propria femminilità includendo fotografie che mettono in risalto la sua grazia e sensualità.

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Sachse è illuminata da una luce calda che dà alla scena un senso di morbida femminilità, quasi angelica. Gli angoli e le curve del suo corpo appaiono fluide e morbide, comunicano una sorta di femminilità innata. Guarda verso la finestra, ma il suo corpo è rivolto in avanti. Anche se forse non apertamente sessuale, la posizione di Sachse e il modo in cui presenta il suo corpo allo spettatore, la sessualizzano. Eppure Sachse appare non come destinataria passiva dello sguardo, ma come una donna a proprio agio e pienamente in controllo. Sta di fronte all’obbiettivo invitando gli sguardi degli spettatori, mantenendo allo stesso tempo un senso di padronanza della situazione. Appare a suo agio e sicura di sé. E’ come se l’avessimo colta nel bel mezzo di una conversazione. Il pubblico è invitato a interagire con Sachse in modo dinamico. L’immagine invita il tipo di ‘interazione positiva nello sguardo’ di cui parla Thomson.

Body Language riguarda anche il rivendicare il corpo come casa. Eli Clare scrive in proposito che “casa comincia qui nel mio corpo” (Clare, 12). Quindi essere casa significa anche abbracciare i nostri propri corpi. Sachse ci invita nel suo “farsi casa” e fa eco al sentimento di Clare dicendo: “Hai bisogno di sapere che questo è tutto” (Sachse, Body Language). Jes ci mostra una serie di immagini in bianco e nero di lei sola con il suo corpo.

L’immagine qui a fianco mostra Sachse rivolta nella direzione opposta rispetto alla macchina fotografica, quasi ripiegata in se stessa. Sembra concentrata, ignara dell’esistenza d’altro – in questo momento il suo corpo è “tutto.” La forma che il suo corpo prende in questa foto ricorda il disegno di una casa – il suo busto forma le pareti e le spalle e le braccia il tetto al di sopra. Appare qui racchiusa, introversa, concentrata nella ricerca della casa e quasi rannicchiata al suo interno.

La messa in discussione del linguaggio da parte di Wilchins è estremamente importante per la nostra capacità di rivendicare i corpi che ci appartengono come casa. Il linguaggio è intimamente legato alla nostra capacità di descrivere noi stessi e costruire identità. Come scrive Clare: “anche il linguaggio vive sotto la pelle. Penso alle parole storpio, queer, freak, bifolco…. Segnano il bordo frastagliato che si erge tra odio di sé e orgoglio “(Clare, 12). Il modo in cui assegniamo etichette identitarie colpisce le comunità e i ruoli nei quali ci sentiamo a casa. Parte dello sforzo di trovare casa, allora, è trovare il modo di espandere i confini di tali etichette – donna, queer, disabile – di darci spazio a cui appartenere.

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Questa espansione dei confini viene in parte raggiunta dalla serie American Able. Obiettivo esplicito della fotografa Holly Norris è stato quello di mettere in evidenza fino a che punto le donne disabili sono escluse dal nostro concetto di “donne normali” e, di conseguenza, spesso desessualizzate (Norris). La serie riesce a farlo per via della natura della sua stessa modalità, prendendo in giro gli annunci apertamente sessualizzati di American Apparel. Tuttavia, credo che la parte più potente di entrambi, questa serie di foto eBody Language, è il modo in cui riescono a costruire storie intorno a Jes. La serie si apre con l’immagine qui a fianco. Sachse sta sfacciatamente davanti alla macchina fotografica, con indosso eccentrici occhiali da sole e un sorriso. Appare sicura di sé, e si sporge in un modo che suggerisce proprietà dello scatto e afferma la propria presenza. Sembra reclamare la propria femminilità, ma forse più importante, di essere vista.

La serie sessualizza Sachse, affermando chiaramente la sua sessualità e femminilità, mostrandola a letto con una donna con addosso lingerie. Alcuni hanno sostenuto che il modo in cui Sachse è stata sessualizzata “manca il punto della questione” (Jean). In merito verrebbe da dire che l’obiettivo del progetto non è quello di commentare il modo in cui vengono mercificate le donne nelle pubblicità di American Apparel, ma di mostrare che questi annunci danno spazio soltanto ad un tipo specifico di donna.

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Fotografie come l’immagine Tops and Bottoms costringe gli spettatori a dare spazio ad altri modelli nelle nostre definizioni di donne e di esseri sessuali. Clare scrive che le persone disabili sono spesso reificate in senso medico, “trasformano i nostri corpi in reperti” (Clare, 121). Fa notare che ciò comporta l’idea che le persone disabili siano asessuate perché “la reificazione sessuale è completamente intrecciata con la sessualità … [e] nella creazione di noi stessi come esseri sessuali” (Clare, 129). American able de-medicalizza e de-problematizza la disabilità di Jes Sachse. La reificazione che realizza di Sachse può essere vista come riabilitazione da un certo punto di vista, trasformandola in una donna sessuata. L’attenzione è posta sulla sua presenza sessuale, ci viene presentata un’immagine sessuale, invece di una medica.Attraverso questi progetti, Jes Sachse e Holly Norris sono state in grado di espandere le nostre nozioni di chi è sensuale o femminile e, forse anche di rendere più sfumati i confini esistenti tra categorie. Jes Sachse è presentata come amica, amante, donna, artista. Lei è disabile e anche sensuale, femminile e anche forte. Questi progetti raccontano storie di una vita multiforme e “consentono [agli spettatori] di riconoscere la sua piena umanità” (Thomson, 203). La serie American Able rivendica la sessualità delle donne con disabilità. Mette in discussione restrizioni tradizionali su chi è autorizzato a/può essere visto come/ essere sessuale. Cambia il discorso. Body Language mette il potere nelle mani della persona guardata. Nelle parole di Thomson, Sachse ci mostra “come guardarla” (Thomson, 200). Ci guida attraverso la propria identità e cattura ritratti che mettono in risalto la bellezza e la completezza del suo corpo. Sachse coinvolge attivamente il suo pubblico nella maniera rivendicata da Thomson. Insieme, questi progetti hanno la capacità di abbattere barriere e creare categorie sociali più flessibili. Possono anche riuscire a ripristinare il potere di quelle persone che sono “rese altro” dalla società, mostrando che gli individui hanno il potere di rivendicare la propria presenza e iniziare a cambiare il modo in cui la società concepisce l’identità.


CONTRASTO AL MODELLO UNICO CONTROPRODUCENTE: 
VIETARE IL MODELLO UNICO 


VITA PRIVATA

Chi tenta di far accettare un tipo di estetica del corpo diversa, a favore delle taglie più grandi, o di quelle più piccole rispetto al canone, a volte fa l’errore di arrivarci disprezzando e vietando che gli altri preferiscano il corrispondere al canone di bellezza dominante e scelgano di agire (facendo diete o ingrassando, rassodando i muscoli o facendo operazioni chirurgiche). Questo è un errore perché la libertà di scegliere come apparire fisicamente potrebbe riguardare gli altri solo se avesse effetti diretti su di loro, perché solo ciò che colpisce realmente gli altri li riguarda.

Quindi si tratta di verificare se ci sono effetti diretti. dunque chi sceglie di corrispondere a un’idea estetica non avendo responsabilità nei confronti delle esigenze psicologiche degli altri può avere la libertà di seguire il proprio desideri di apparire in un determinato modo.

REALTà e NATURALITà E FINZIONE
Credendo invece di stare dalla parte del giusto con l’idea di appartenere alla realtà in opposizione alla finzione, si arriva a dire, e scrivere sul web “Le donne vere hanno le curve” e giocando sulle allegorie “Le ossa diamole ai cani”.


Vanno prese con le pinze certe affermazioni come “vera donna” unito al concetto di “donna in sovrappeso”. Probabilmente neanche chi dice certe cose ci crede, perché sono metafore miste a semplificazioni, e quindi non da prendere alla lettera. Ma è anche vero che in mezzo a tanta confusione si può finire per prenderle alla lettera e confondere realtà con immaginazione. Sottolineare che “vera donna” non significhi niente, poiché tutte le donne in quanto esistenti sono vere, al pari della differenza tra “naturale” e “innaturale”, è meno importante di quanto invece è importante identificare il vero motivo per cui c’è tanto dibattito, che non è il “vero” “naturale” e “reale” ma è il valore, l’autostima. Infatti, aspetto estetico e valore non sono automaticamente ed evidentemente collegati, ma è evidente che se c’è qualcuno che arriva a dire “le ossa datele ai cani”, e usa il suo tempo per fare questo tipo di campagne, non è per un’interesse scientifico sul categorizzare correttamente certi aspetti estetici nella categoria logica “vero” “reale” “naturale” o il contrario. Farebbe ridere se fosse così. Quella è soltanto la facciata fredda e razionale che nasconde bisogni “caldi” e irrazionali.

Infine, dai giudizi su un certo tipo di estetica si passa agli appelli del tipo “Non fate la dieta: celebriamo la nostra taglia naturale”.
Ma, ognuno ha il diritto di avere le proprie preferenze, compresa quella di fare la dieta, e questo diritto deve essere rispettato. Probabilmente chi agisce negando questa libertà unisce il fare la dieta al cercare valore di esistenza attraverso la corrispondenza del proprio aspetto con un’ideale. Cosa che non è automatica in tutti quelli che fanno una dieta o cercano di modificare il proprio aspetto. Perciò, invece sarebbe utile dire “Non collegate il valore della vostra esistenza con il vostro aspetto” o “Non fate la dieta per avere valore”.

Nel giudicare la gravità di queste affermazioni va considerato che sono slogan metaforici e non descrizioni scientifiche della realtà, quindi è molto probabile che neanche chi pronuncia certe frasi le prenda alla lettera. Anche perché se prendessero alla lettera la parola curve, potrebbe significare molte cose, come ad esempio una donna magrissima con seno e glutei sferici, cioè aderente al modello estetico dominante.

Per comprendere quale possa essere un modo migliore per contrastare il modello unico di bellezza e la sofferenza che produce, si deve considerare che una maggioranza è fisiologica che ci sia, perché è molto improbabile che il caso produca gruppi di persone che amano donne magre o donne grasse composti da quantità numeriche identiche. Quindi, non è il modello maggioritario che può essere combattuto ma l’assolutizzazione di questo modello al di là delle singole percezioni e preferenze individuali, reso norma commerciale e sociale, ottenuto attraverso imposizioni mediatiche.

L’esistenza del modello unico non si può combattere eliminando la scelta corpi vicini o coincidenti agli standard, oppure si creerebbe un altro modello unico ma opposto a quello esistente, che non permette la rappresentazione della canone attualmente dominante. Invece, devono essere inclusi altri modelli.

Quindi chi se la prende con una singola foto o una singola pubblicità a caso, se la prende con l’intero genere di foto e attua un contrasto controproducente ai fini della libertà per tutti.

on “viva” intendo “essere a favore dell’esistenza di” tutti i seni che esistono. Goderne visivamente, tattilmente è diverso da essere a favore della loro esistenza! ovviamente parlo della libertà di esistere con un certo seno senza vivere giudizi normativi

Stessa cosa accade col seno. Si dice “viva i seni naturali” escludendo quelli non naturali, e svalutando quelli non naturali. Invece si dovrebbe includere tutti i tipi di seno nelle rivendicazioni contro il modello unico estetico, “essere a favore dell’esistenza di” tutti i seni che esistono al di là del proprio godimento visivo o tattile senza far vivere agli altri giudizi normativi. Perché il problema del modello unico di bellezza non è il tipo di seno ma, la mancanza di libertà da denigrazioni nello scegliere di cambiare il proprio seno o lasciarlo com’è, e lasciandolo com’è vivere senza sentire pressioni a coprirlo o modificarlo.

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NEGARE ALLE DONNE LA POSSIBILITà DI DARE IMPORTANZA AL GIUDIZIO ESTETICO DEGLI UOMINI

Al di là dell’esistenza del modello unico, chi si preoccupa del benessere delle donne vorrebbe che tutte le donne non dessero importanza al giudizio estetico degli uomini sono due, oppure di negare alle pubblicità di rappresentare donne che danno importanza al giudizio estetico maschile che possono influenza le donne reali sono:
Il concetto di passivo e attivo
La sofferenza prodotta dalla dipendenza affettiva

L’attribuire importanza al giudizio estetico altrui, può produrre sofferenza se l’importanza che si dà al giudizio altrui raggiunge una certa intensità, variabile da persona a persona. Perché così facendo si confondono i bisogni (mangiare, bere, dormire e altri) con i desideri, e questa confusione porterebbe ad agire sforzandosi, come ci si sforzerebbe per trovare un modo per mangiare e sopravvivere, e sentirsi disperati come se non si avesse più un lavoro e nessuna possibilità di sopravvivenza. Si crea una dipendenza nei confronti della persona che si vorrebbe attrarre con la propria estetica, o nei confronti degli apprezzamenti.

Per questo, tutti i desideri che vanno al di là dei bisogni primari devono essere mantenuti sotto una certa considerazione per poter essere sereni. Ma questo non implica che la minima importanza sia già una fonte di sofferenza, e inoltre questo vale anche per ciò che va al di là del desiderio di essere apprezzati/e esteticamente. Ma è anche vero che non si può obbligare gli altri a essere sereni. quindi se vogliono dare una importanza a qualcosa maggiore di quanto ne abbia non si può dare loro delle norme dicendogli che non DEVONO dare importanza al gusto degli altri.

Una donna deve avere il diritto di occuparsi di ciò che vuole riguardo il suo aspetto se quella occupazione non fa male agli altri. E dunque, se è interessata a piacere a un uomo, o alla maggioranza degli uomini deve poterlo fare libera da persone che le dicono che è una cosa che non si deve fare. Informare le persone, soprattutto quelle che soffrono, di possibilità alternative è una buona cosa per loro. Ma non aggiungere nuove norme di comportamento, se non giustificate dall’esistenza di conseguenze negative per gli altri.
Chi crede in questa regola di comportamento finisce col credere che le donne che tentano di somigliare ai gusti che immaginano abbiano le persone a cui sono interessate vengono pensate come donne che si fanno oggettificare. Che “si fanno oggetto di uno sguardo estraneo che le giudica”. In questo modo, le donne che compiono l’azione di modificarsi in base agli apprezzamenti si possono sentire svalutate, criticate, e non accettate, dalle stesse persone che si preoccupano per il loro benessere utilizzando un termine “oggettificazione” che dovrebbe servire per indicare un pericolo per la propria salute mentale.

Di conseguenza a chi crede in questo concetto, le pubblicità non devono rappresentare donne che danno importanza al giudizio estetico degli uomini.

Ci sono donne che si sentono appagate nel tentare di soddisfare un uomo di cui sono attratte, al contrario di altre che preferiscono sentirsi soddisfare senza però soddisfare l’altro. quindi, uno spot sull’intimo femminile può mostrare uno dei punti di vista maschili sulle proprie fantasie sessuali e quindi soddisfare l’esigenza di quelle donne interessate a sedurre di sapere cosa fare per attrarre un certo tipo di uomini.
Semmai, i problemi delle consumatrici della merce pubblicizzata, l’intimo, sarebbero due:
Non tutti gli uomini sono uguali, e dunque una pubblicità che si concentra su un solo tipo di uomo non informa sugli altri, e se presenta quel singolo uomo come la rappresentazione di tutti gli uomini può confondere con informazioni non attinenti alla realtà le donne interessate alla seduzione.
Inoltre, altre donne che non rientrano in quell’insieme non sarebbero soddisfatte se non esistessero pubblicità diverse. Ma imporre dall’esterno che le imprese facciano ciò che soddisfa un insieme di cittadini è un controsenso agli scopi dell’impresa, la quale soddisfa le persone per soldi, ed è quindi chi ne è proprietario che può scegliere chi soddisfare e chi non soddisfare e come tentare di farlo. Imponendo dall’esterno la regola di soddisfare anche le altre donne si trasforma un’impresa privata in un servizio pubblico. ma una pubblicità commerciale non è una pubblicità progresso, né un servizio pubblico.

SOLUZIONI ALL’INTOLLERANZA VERSO UN CERTO TIPO DI MODELLO ESTETICO
Le soluzioni sono:

  1. Tentare di eliminare ogni definizione normativa di come dovrebbe apparire un essere umano per essere bello o attraente
  2. Tollerare i gusti estetici e sessuali altrui
  3. Dare la libertà alle persone di interessarsi o disinteressarsi dei giudizi estetici e sessuali altrui
  4. Far diventare il lavoro un servizio sociale e fornire a tutti i vestiti e le pubblicità dei vestiti ad adatti alla loro estetica


TENTARE DI ELIMINARE OGNI DEFINIZIONE DI COME DOVREBBE APPARIRE UN ESSERE UMANO

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Non si può dire che è ingiusto provare repulsione per certe visioni, perché incolpare qualcuno di questo tipo di percezione sarebbe una repressione della sua libertà di provare emozioni. Quindi tutti hanno il diritto di provare repulsione per certe visioni. Ma non di fare pressioni sulle altre persone. Perciò si può provare a regolamentare l’espressione di tali emozioni. Vietandole, o limitandole a certe forme e a certi casi. Escludendo risate, soprannomi, giudizi distruttivi, turpiloqui, o insistenze e pressioni. Ma anche espressioni assolute. Si possono fare affermazioni assolute e relative. “Una donna è bella se ha la caratteristica x” (ad esempio la magrezza) è assoluta, e “Mi piacciono le donne che hanno la caratteristica x” (ad esempio la magrezza) è relativa.
Le prime disturbano le altre persone perché c’è insito un dover essere, le seconde invece deresponsabilizzano dal corrispondere ai desideri altrui. Tuttavia a volte si parla intendendo qualcosa di relativo a sé con un linguaggio che indica un pensiero esterno e assoluto. Questa è un’abitudine diffusa, e non implica automaticamente una intenzione di discriminare e limitare la libertà altrui.

PUBBLICITà
Il desiderio che molte persone hanno nei confronti dell’estetica è che  tutti/e vengano rappresentati/e nelle pubblicità senza discriminazioni, in modo rispettoso, per far sì che poi nella vita reale vengano tollerati tutti gli aspetti estetici, senza critiche, o insulti.
Ma nella pubblicità non si può rappresentare tutti/e senza discriminazioni poiché la pubblicità commerciale deve seguire un sistema che deve vendere, a differenza della pubblicità progresso, è un mezzo per guadagnare soldi, e quindi deve soddisfare le esigenze estetiche dei consumatori. E le esigenze si possono somigliare tra loro, e quindi posso esistere gruppi di persone a cui piace un certo tipo di estetiche e altri gruppi di persone a cui piace un altro tipo di estetica, e alcuni gruppi prevalgono su altri, e uno in particolare prevale su tutti. solo nel caso le esigenze maggioritarie diventassero il vedere rappresentati tutte le estetiche esistenti e non solo alcuni tipi di estetiche, allora il mercato si adatterebbe per guadagnare soldi tramite i nuovi desideri.

CONTRASTO AL MODELLO UNICO IN PUBBLICITà PRODUCENTE

Per avere un’idea su come potrebbero essere modificate le regole commerciali in modo positivo, ci sono degli esempi da considerare.

Molte aziende hanno deciso di soddisfare le diverse esigenze delle persone in quanto abbigliamento, e l’esigenza di valorizzare la propria estetica anche se non corrispondente ai canoni estetici.

In Svezia un negozio di intimo ha messo in vetrina manichini con taglie più grandi.
Quindi far esistere nel mercato taglie diverse può soddisfare le esigenze dei cittadini, e dunque anche mostrare persone con canoni estetici diversi nelle pubblicità delle merci vendute. Puntare i riflettori su dei fatti difformi dalla norma ha l’utilità di influenzare il resto del mondo.

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Il fatto che una modella strabica esiste (Brunette Moffy) è importante solo nella misura in cui nella società non è diventato normale un simile aspetto. Se la società fosse diversa, si potrebbe anche della modella strabica, ma solo per puro caso, cioè perché piace, e non perché la sua esistenza è anche un atto controculturale.
La nostra società non funziona in base alla ragione ma in base ai riflettori e alla maggioranza. questo discorso vale per tutti gli argomenti. Servono i riflettori per tutto, come ad esempio per parlare degli omosessuali.

In Germania alcune catene di supermercati tedeschi come la Lidl e Bonprix hanno scelto la figura in carne di Silvana Denker per sponsorizzare i propri prodotti.

La ragazza, 28enne, è alta 1 metro e 77 e pesa 84kg. Dichiara: “Perché dovrei dimagrire? Di recente ho dovuto addirittura ingrassare di cinque chili per un lavoro in Danimarca. Non ho alcun problema a mostrarmi in bikini – aggiunge – anzi, sono contenta di essere il modello delle donne normali”.

Secondo lo studio “Size Germany” del 2009, la donna tedesca è ben lontana dalle misure da sogno 90 – 60 – 90, ma è piuttosto una 98.7 – 84.9 – 102.9. E allora perché rincorrere un ideale impossibile? Molto meglio fare indossare i capi d’abbigliamento a uomini e donne normali come sono i loro clienti. Così si vende molto di più!

è necessario non confondere il problema del modello unico come un problema femminile e quindi di competenza del femminismo perché rientra invece in un contesto che riguarda entrambi i generi sessuali. Anche gli uomini subiscono l’aspettativa di un modello estetico unico. Infatti quelli troppo magri e quelli troppo grassi non riescono a trovare facilmente vestiti, e non si vedono nelle pubblicità. E vengono anche denigrati con ironie dispregiative nel web.

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Infatti, lo stesso esperimento di marketing è stato fatto con un ragazzo 27enne, Hans Peter Reicharts.  Alto 1 metro e 84 cm e con i suoi 110 chili ha trovato anche lui lavoro. Studia all’università di Norimberga, ma allo stesso tempo posa per le aziende leader nella grande distribuzione tedesca. “Ho pensato di dimagrire, ma la cosa finirebbe per danneggiarmi: come modello extra large sono particolare, colmo un vuoto e non devo competere con chi ha gli addominali scolpiti”.

Inoltre esistono riviste per plus size e sfilate di moda per plus size.

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Il ragionamento di chi si preoccupa per il benessere delle donne è: il trattamento della bellezza femminile può far soffrire le donne, dunque il trattamento della bellezza femminile deve essere eliminato.

Alcune soluzioni che si possono ipotizzare per soddisfare le esigenze di chi è contro il modello unico di bellezza nel mercato sono:

1. Obbligare le aziende a produrre sempre merci (abbigliamento) e pubblicità che soddisfino anche i desideri delle persone che non rientrano nel canone di bellezza.

2. Permettere alle aziende di produrre merci (abbigliamento) e pubblicità rivolte principalmente a chi rientra nel canone di bellezza, ma obbligarle a produrre anche merci e pubblicità che si rivolgono principalmente a chi non rientra nel canone di bellezza.

Per poter attuare la prima soluzione bisogna capire se è giusto obbligare un’azienda a produrre abbigliamento per persone che hanno differenti tagli, e obbligarle a pubblicizzare i loro abbigliamenti mostrando donne anche non corrispondenti ai canoni estetici. Per imporre qualcosa a qualcuno uno Stato dovrebbe avere la giustificazione dell’esistenza di conseguenze negative provocate da ciò che dovrebbe impedire, oltre al confrontarle con le conseguenze negative subite da chi dovrebbe essere limitato.
Le conseguenze negative dell’impresa potrebbero essere la diminuzione delle vendite, poiché ad alcuni le immagini provocherebbero reazioni emotive spiacevoli, che causerebbe conseguenze negative nei dipendenti dell’impresa, poiché ci sarebbe una diminuzione dei compensi, o licenziamenti. Quindi, per poter attuare la norma della diversificazione dei modelli estetici si dovrebbero trasformare tutte le imprese in servizi sociali in cui l’utilità della merce e della pubblicità siano rivolte al benessere sociale e non al profitto privato.

Si può invece obbligare a non produrre immagini con su scritte affermazioni assolute e generalizzanti. Ad esempio, utilizzando la reazione emotiva alla visione di certe immagini, una campagna pubblicitaria di uno yogurt ha inviato il messaggio “Scordatelo.  I gusti degli uomini non cambieranno mai”. Riferendosi alla possibilità di attrarre pur essendo grasse.

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Ma gli uomini non hanno tutti gli stessi gusti estetici, ma la maggior parte preferiscono le ragazze nel canone estetico. Quindi è un’affermazione ambigua, che da valore soltanto alla maggioranza.

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