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Analisi delle critiche ad Agent Provocateur 2013

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Il blog UGDC (un altro genere di comunicazione) ha analizzato l’ultimo spot di Agent Provocateur.

Le accuse fatte sono:
1. immaginario legato alla sessualità pieno di cliché (streap club o club privato in cui uomini vestiti possono rimirare, toccare, baciare e fare sesso con una schiera di donne, che tra pizzi e merletti, allusioni sessuali e pose da contorsioniste ammiccano agli scrutatori di turno)
2. normalizza l’immaginario dell’harem.
3. L’immaginario erotico veicolato è quello della pornografia mainstream e di fatto lo spot risulta essere un video soft pornografico e lesbo chic.
4. conformate al modello unico dominante della taglia 38, delle bocche carnose e del culo sodo. La varietà di corpi non esiste.
5. Le donne si fanno oggetto di uno sguardo terzo che scruta e giudica, uno sguardo introiettato, che le fa sentire inadeguate se non conformate all’unico canone di appetibilità veicolato.
6.Incarnano una sessualità passiva e di servizio.
7. inserisce i rapporti lesbici in una cornice di appetibilità per il maschio, svuotando di fatto la soggettività delle donne e veicolando un’idea stereotipata di sesso lesbico.

STEREOTIPO DI GENERE E PUBBLICITà
Quando l’aspettativa data dal ruolo diventa normativa, è preferibile usare l’espressione “stereotipo di genere”. Entrambi i termini rappresentano risposte diversamente graduate a comportamenti.
Nel caso dell’aspettativa ci sarà uno stupore, o una delusione, nel caso della normatività dei rimproveri, delle critiche, delle aggressioni.  L’immagine che rappresenta un essere umano può essere un modello per chi la vede. Cioè un aspetto ritenuto degno d’imitazione.
Per imitazione si indica l’utilizzare lo stesso make up o simili, gli stessi vestiti o simili, gli stessi atteggiamenti o simili. Ma un modello a cui ispirarsi volontariamente è diverso da una norma alla quale costringersi ad assomigliare. Nella scelta volontaria non c’è sofferenza, ma nella scelta non volontaria c’è sofferenza. La norma esiste solo se gli altri con i loro comportamenti o le loro parole (critiche, aggressioni, rimproveri, emarginazioni) impongono una scelta a qualcuno. Ad esempio tenere i capelli corti per gli uomini, e i capelli lunghi per le donne. Dunque, se la norma estetica o comportamentale dipende da un certo tipo di comportamento delle persone non dipende dalle pubblicità. Perciò, possono esistere pubblicità che presentano degli stereotipi, in un mondo in cui le persone non impongono attraverso critiche, emarginazioni o regole scritte questi stereotipi. Quindi essere contro la divisione netta tra i sessi non coincide con l’essere contro le pubblicità in cui vengono rappresentati stereotipi.

Inoltre, la soluzione al sessismo in pubblicità data dai vari femminismi è eliminare l’immagine di donne nude, o che rispondono a idee precostituite (stereotipo) per pubblicizzare qualcosa (merci, musica, pensieri sociali o politici).

Ma l’eliminazione totale di un certo tipo di donna dalle pubblicità produrrebbe l’assenza di donne nude, o stereotipizzate e la presenza di uomini nudi o stereotipizzati. E dunque il sessismo non sarebbe eliminato in generale, ma solo nello specifico nei confronti delle donne.

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Quindi, poiché eliminando soltanto la nudità femminile si crea un sessismo sul maschio, si devono eliminare le nudità di entrambi i sessi.

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Ma eliminare sia l’immagine stereotipata della donna che dell’uomo elimina la libertà delle persone di aspirare a modelli stereotipata con l’approvazione sociale, e la situazione si ribalterebbe. Dall’intolleranza verso chi non corrisponde al canone estetico e allo stereotipo si passerebbe all’intolleranza verso chi corrisponde al canone estetico e allo stereotipo.
Quindi, si potrebbero soluzioni diverse rispetto all’eliminazione di ciò che provoca sofferenze.
Se l’uso dell’immagine di un corpo femminile per pubblicizzare una merce, (su carta o su video) ma anche un pensiero come una pubblicità progresso o sociale, o un videoclip musicale, viene usata perché alla donna viene collegato il concetto di bellezza, e all’uomo quello di forza, ed è quindi un’idea che divide i sessi in due ruoli netti e distinti, si può ipotizzare che per eliminare il collegamento tra il concetto di bellezza e donna, si dovrebbe inserire obbligatoriamente in ogni immagine di nudo in cui si esalta la bellezza della donna anche l’immagine di un uomo nudo in cui si esalta la sua bellezza, e vietare l’uso dell’immagine di nudo un singolo sesso. In questo modo il trattamento sarebbe paritario e la nudità non sarebbe più sessista.

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In sintesi, le possibilità di cambiamento sono quattro:
1. Si elimina la nudità femminile e si lascia quella maschile
2. Si elimina la nudità femminile e maschile.
3. Si lascia la nudità ma si obbliga all’alternanza delle immagini a ogni rivista e azienda pubblicitaria
4. Si eliminano le immagini con un solo sesso e si obbliga a inserire sempre i due sessi i contemporanea


NORMALIZZARE L’HAREM
Con harem viene indicato un posto in cui gli uomini possono soddisfare i loro desideri sessuali con donne a pagamento. Chi è contro la prostituzione vorrà eliminare questa possibilità, e dunque sarà preoccupato di eliminare anche la sua rappresentazione visiva, ad esempio in pubblicità. Ma per eliminarla in modo razionale è necessario analizzare i motivi del perché eliminarla.

C’è chi è a favore della legalizzazione e tutela del lavoro sessuale (anche chiamato prostituzione) e chi non è a favore. Per capire come giudicare questo evento può essere utile confrontare i vari giudizi emessi dalle due parti opposte.

PERCHé PROSTITUIRSI è UN MALE?

C’è chi protesta per la propria libertà di non soffrire per le proprie scelte, ma di esserne felice.

Facendo eventi come la Slutwalk, o La marcha de la puta (la marcia della puttana).

Rivendicano:

1. Il diritto a decidere autonomamente i motivi per cui fare o non fare sesso con qualcuno, compreso il farsi pagare.
2. Chiedono di usare le energie che si utilizzano per contrastare l’esistenza della prostituzione nel tutelarla da violenza e ricatti economici, in modo che la scelta sessuale sia il meno condizionata possibile dal bisogno di soldi.

Morgane Merteuil, segretario generale di Strass, il sindacato francese del lavoro del sesso nato nel marzo del 2009 che conta 500 aderenti ha detto riferendosi alle femministe: «La vostra propaganda attorno al principio della dignità della donna ha costruito un unico modello di emancipazione verso il quale noi tutte dovremmo essere attratte. […]Non tutte le donne vogliono le stesse cose e hanno gli stessi obiettivi.[…]Prostituirsi può essere un modo di riappropriarsi del proprio corpo e della propria sessualità.[…]Siamo per la presa di coscienza che solo quando saremo libere nelle nostre scelte, il femminismo di lotta potrà essere considerato degno, indipendentemente dal tipo di decisioni prese.”

Obbligare una donna a non prostituirsi non è una scelta giusta, quanto obbligare una donna a prostituirsi. Solo che nel secondo caso è evidente a tutti, nel primo invece molti si sentono in diritto di imporre questo limite.

Solo se produce un maleficio si può vietare un beneficio a una persona. E la prostituzione fatta in assenza di sofferenza non produce malefici alla società. Il problema starebbe nella disparità di opportunità. Le donne avrebbero possibilità di guadagnare con la propria sessualità e gli uomini no, oppure in quantità sproporzionate, come già avviene in ambito di immagini del corpo nudo o seminudo.

Anche se fosse degradante, cosa che non è, non sarebbe giusto imporre a una donna di non fare quello che vuole col suo corpo se questa imposizione non è legittimata da un maleficio sociale che produce. Limitarla e riempirla con giudizi del tipo “ti degradi” “sei condizionata” è una violenza psicologica. E infatti molte ne soffrono di questa quantità di giudizi che ricevono.

MOTIVI PER CUI SI è A FAVORE DELLA PROSTITUZIONE

Le ragazze che vogliono prostituirsi hanno motivi diversi tra loro:

1. Guadagnano soldi.
2. Il proprio corpo è sempre disponibile a sé stesse mentre il lavoro dipendente o autonomo non è sempre disponibile.
3. Nel momento in cui provano piacere il lavoro è meno faticoso di altri lavori.


MOTIVI PER CUI SI è CONTRO LA PROSTITUZIONE

La prostituzione produce effetti diversi sulle donne che la praticano, che variano in dipendenza da come essa viene praticata.

Si possono prendere come esempio due modi opposti:

A. per libera scelta in un ambiente sicuro, quindi senza tensione.
B. per costrizione, come minacce di morte, o minacce di percosse.

Nel caso della prostituzione avvenuta per costrizione le conseguenze negative di cui molte persone si preoccupano di evitare e di far evitare alle donne sono:

1. la costrizione (minacce, percosse, usura, mancanza di libertà causata da bisogni finanziari dovuti alla povertà)
2. conseguenze psicologiche negative (desensibilizzazione, ricerca dell’oblio attraverso alcol e droga, depressione, ansia)
3. conseguenze fisiche negative (malattie, gravidanze)


La distinzione tra prostituzione scelta e subita viene negata da alcune persone in seguito ad una credenza, 
la credenza secondo cui nella prostituzione le donne vendono il corpo e gli uomini acquistano il diritto di proprietà del corpo delle donne, e acquistando questa proprietà le donne automaticamente sono costrette a fare sesso. 
E quindi queste persone credono che la prostituzione sia sempre costrizione, e che le donne che desiderano prostituirsi non comprendano che non c’è una prostituzione buona, ma che ne esiste soltanto una cattiva, e dunque pensano di dover agire per il loro bene contro la loro volontà.

Bisogna quindi verificare questa premessa per poter sapere se la deduzione fatta basandosi su essa sia una deduzione attinente alla realtà.

PROPRIETà DEL CORPO ALTRUI

Nei confronti di questa credenza c’è da considerare che teoricamente, la mediazione del denaro conferisce ai clienti lo status di poter chiedere di poter fare o farsi fare qualcosa con l’aspettativa che la richiesta verrà accettata temporaneamente, il tempo necessario per raggiungere l’orgasmo. La prostituzione, dunque, non è l’esplicitazione del rapporto patriarcale di dominio degli uomini sulle donne.

 Quindi, è l’interpretazione del singolo uomo che può trasformare la prostituzione in un rapporto patriarcale di dominio, poiché alcuni uomini, a differenza di altri, si interessano di sapere se le richieste sono accettate o no, e al massimo richiedono indietro la cifra e rinunciano al rapporto sessuale. E dunque non è la prostituzione in sé che va giudicata negativamente, ma il rapporto che alcuni uomini hanno con la prostituzione. E si dovrebbe cercare quindi soluzioni volte a controllare il rapporto di quegli uomini con la prostituzione. E nel caso in cui non si trovassero soluzioni ammettere di non riuscire a risolvere il problema indicandolo nell’interpretazione della prostituzione piuttosto che nella prostituzione.

Una volta che si è capita la distinzione tra gli effetti della prostituzione scelta e quella subita si può dire che il sistema, o al plurale i sistemi, adottati nella gestione della professione sessuale non assicurano la libertà di scelta delle ragazze che si prostituiscono, ma questo non equivale a dare un valore negativo alla sessualità come lavoro retribuito.

C’è chi dice che anche legalizzando il lavoro sessuale, la sofferenza che ne può derivare causata dalla coercizione non cessa, e chi afferma che aumenta.


BISOGNI FINANZIARI COME MANCANZA DI LIBERTà DI SCELTA

Le persone che vogliono abolire la prostituzione pensano che l’espressione delle scelte personali non sia favorita dallo scambio di servizi sessuali in cambio di denaro, perché la scelta che compiono le prostitute non è legata alla loro autonomia sessuale, quanto piuttosto ai loro bisogni finanziari. Quindi le intenzioni di chi crede ciò nel rifiutare la prostituzione non hanno lo scopo di oltraggiare la libertà sessuale degli individui, quanto piuttosto quello di creare le condizioni sociali che permettano di non oltraggiare questa libertà. Difendendo l’autonomia sessuale dei più poveri e delle persone più vulnerabili della società.
Quale deve vincere? la libertà di scegliere come fare sesso o la libertà di scegliere come guadagnare soldi? Libertà di esplorare le proprie preferenze sessuali, a condizione che le pratiche si svolgano tra adulti consenzienti. E quindi l’autonomia sessuale esiste soltanto in assenza di coercizioni economiche, e quindi la prostituzione impedisce l’espressione delle preferenze sessuali, soprattutto dei più poveri o nel caso in cui venga discriminato a livello lavorativo un genere sessuale. In base a questo principio, si potrebbe dire che tutti hanno la libertà di scegliere come muovere i propri arti, e che se ci sono motivazioni economiche, questa libertà venga negata. Ma per dare validità a questo principio è necessario trovare differenze tra la prostituzione e le altre attività lavorative come quelle dei camerieri, muratori, carpentieri, e scrittori che scelgono di muoversi, stare seduti, pensare, non in libertà ma obbligati dal bisogno di soldi.
Bisogna quindi spiegare perché la sessualità non può subire le stesse leggi che subiscono le altre attività umane, come il ragionamento per chi scrive saggi, romanzi, poesie, e il movimento e la forza fisica per chi fa il muratore, il cameriere o altro

Il principio secondo il quale la sessualità, non è un’attività separata da ciò che ci costituisce come soggetti e invece le altre attività lavorative sono separate da ciò che ci costituisce come soggetti.
La norma secondo la quale la sessualità deve essere soltanto attuata per il desiderio sessuale, e una persona non può scegliere di farla per motivi economici.

Che significa essere dei soggetti? Che cosa ci costituisce come soggetti?

 Sulla prostituzione è necessario dire che ci sono alcune donne che guadagnano anche settemila euro al mese. Una cifra non necessaria per la sopravvivenza mensile, e neanche per accumulare denaro utile a una sicurezza. Vittime sono le prostitute che sono costrette a farlo e che guadagnano 20 euro a prestazione sessuale sulla strada. e i carnefici/e sono tutte le persone che rendendo illegale questo mestiere e le costringono a farlo sulla strada.

CONFORMAZIONE AL MODELLO UNICO

Il ragionamento di chi si preoccupa per il benessere delle donne è: il trattamento della bellezza femminile può far soffrire le donne, dunque il trattamento della bellezza femminile deve essere eliminato.

Alcune soluzioni che si possono ipotizzare per soddisfare le esigenze di chi è contro il modello unico di bellezza nel mercato sono:

1. Obbligare le aziende a produrre sempre merci (abbigliamento) e pubblicità che soddisfino anche i desideri delle persone che non rientrano nel canone di bellezza.
2. Permettere alle aziende di produrre merci (abbigliamento) e pubblicità rivolte principalmente a chi rientra nel canone di bellezza, ma obbligarle a produrre anche merci e pubblicità che si rivolgono principalmente a chi non rientra nel canone di bellezza.

Per poter attuare la prima soluzione bisogna capire se è giusto obbligare un’azienda a produrre abbigliamento per persone che hanno differenti tagli, e obbligarle a pubblicizzare i loro abbigliamenti mostrando donne anche non corrispondenti ai canoni estetici. Per imporre qualcosa a qualcuno uno Stato dovrebbe avere la giustificazione dell’esistenza di conseguenze negative provocate da ciò che dovrebbe impedire, oltre al confrontarle con le conseguenze negative subite da chi dovrebbe essere limitato.
Le conseguenze negative dell’impresa potrebbero essere la diminuzione delle vendite, poiché ad alcuni le immagini provocherebbero reazioni emotive spiacevoli, che causerebbe conseguenze negative nei dipendenti dell’impresa, poiché ci sarebbe una diminuzione dei compensi, o licenziamenti. Quindi, per poter attuare la norma della diversificazione dei modelli estetici si dovrebbero trasformare tutte le imprese in servizi sociali in cui l’utilità della merce e della pubblicità siano rivolte al benessere sociale e non al profitto privato.

Si può invece obbligare a non produrre immagini con su scritte affermazioni assolute e generalizzanti. Ad esempio, utilizzando la reazione emotiva alla visione di certe immagini, una campagna pubblicitaria di uno yogurt ha inviato il messaggio “Scordatelo.  I gusti degli uomini non cambieranno mai”. Riferendosi alla possibilità di attrarre pur essendo grasse.

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Ma gli uomini non hanno tutti gli stessi gusti estetici, ma la maggior parte preferiscono le ragazze nel canone estetico. Quindi è un’affermazione ambigua, che da valore soltanto alla maggioranza.

 Quindi:

1. invece che aver paura di far diventare normale il concetto di harem si dovrebbe farlo diventare normale, legalizzarlo e tutelarlo piuttosto che lasciare venga fatto di nascosto e in modo pericoloso.

2. non si dovrebbe utilizzare il grado di somigilianza col porno come metro di misura per giudicare negativamente una pubblicità, perché il messaggio può essere frainteso, e chi lo ricevo può pensare che si stia denigrando la pornofrafia (soprattutto mainstream) quando invece il problema è che si faccia leva su emozioni forti per vendere merci di ultima necessità a un costo eccessivo (più di 100 euro per un intimo).

3. invece che vietare qualsiasi rappresentazione di un certo tipo di estetica o ruolo di genere, permettere pubblicità in cui siano rappresentati estetiche canoniche e ruoli stereotipati, ma imporre l’esistenza di una quantità proporzionale con altre rappresentazioni di altri tipi di estetiche in altre pubblicità ad ogni impresa, o eliminare la pubblicità trasformando il lavoro da profitto privato a servizio sociale.

 

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La Zanardo a favore della Yamamay e l’idea di perseguire il profitto senza offendere e umiliare (le donne)

Lorella Zanardo (autrice di Il corpo delle donne, e Nuovi occhi per i media) scrive sul suo blog, a proposito della pubblicità della Yamamay.

La Zanardo sostiene diverse cose. Ne analizzerò solo alcune perché ho molta difficoltà a soffermarmi troppo tempo su affermazioni che in modo estremamente sintetico implicano una moltitudine di falsità che non vengono filtrate dalle persone che le ascoltano.

La Zanardo afferma che qualsiasi pubblicità in cui si parla di violenza sulle donne aiuta ad innalzare il livello di consapevolezza.
Ma bisogna capire cosa significhi il termine “consapevolezza” per capire se lei dice il vero. Con una immagine, non si capisce perché accade ciò che accade, si sa solo che accade, non è neanche cronaca.

Poi aggiunge che investire soldi per pubblicità in cui c’è il tema della violenza sulle donne è meglio che investire soldi per pubblicità in cui ci sono “tette e culi”.
Forse, se la Zanardo chiama “tette e culi”, quelli che sono “seni e glutei”, e ripete più volte queste parole, c’è un motivo, che chi ascolta, poiché non è dentro la testa della Zanardo, può solo ipotizzare, prendendo in considerazione ad esempio il suo libro “il corpo delle donne”. E quindi, un dispregiativo, riguardo all’uso dell’immagine del corpo femminile, in particolare delle zone più erotiche.
In questo modo la Zanardo identifica il problema più grande nella visione del corpo nudo femminile, per motivi che non spiega nel post, ma spiega in altre parti. Motivi che possono essere considerati inconsistenti da molte persone.
Infine dice che utilizzare il tema della violenza sulle donne per fare profitto “non fa danno”. Ma invece, il tema, se utilizzato per fare profitti può perdere la sua realisticità nella traduzione pubblicitaria, e quindi la sua importanza.

Inoltre, da questo pensiero si può dedurre che se in nessuna pubblicità ci fosse più nessuna immagine considerata da eliminare, allora la pubblicità sarebbe una cosa buona.

Ma in realtà, i danni della pubblicità, indipendentemente dalla presenza di immagini di donne, sono reali e verificabili.
Prima di tutto, servono a aumentare il desiderio di consumare.
Il maggiore consumo produce il fatto che risorse limitate, e crescita esponenziale, portano alla catastrofe, e le persone lavorano più di quanto hanno bisogno di lavorare. Inoltre, la pubblicità esiste perché esiste il sistema capitalista e la domanda e l’offerta. E vederla come una cosa buona porta a preoccuparsi di utilizzare le pubblicità per aiutare le imprese a guadagnare.

Ma il problema non è che le piccole e medie imprese vengano sopraffatte dagli interessi di quelle grandi, ma è il fatto che ci siano le imprese: piccole, medie e grandi. Perché la loro esistenza presuppone un modello di vita rudimentale, basato sull’ “omnes contra omnium”. o sulla “legge della giungla”. o sulla “legge del mercato”, se si preferisce.

Ma l’unico modo razionale e “umanistico” di procedere, sarebbe di produrre e consumare socialmente, e di suddividere equamente guadagni e perdite tra tutti. naturalmente, perché questo abbia senso, non può essere fatto solo all’interno delle nazioni, ma dovrebbe essere realizzato globalmente. la vera globalizzazione sarebbe quella: un sistema economico planetario di produzione e di consumo dell’utile (mentre le imprese, PiccoleMedieGrandi, in genere tendono a produrre il vendibile, che non coincide affatto con l’utile).

In tal modo, le crisi sarebbero soltanto mondiali, e ripartite spalmandole su tutti.

Certe persone sfruttano il sistema che hanno trovato, il quale permette di vendere anche tavolette del water con suoni e luci colorate, grazie a pubblicità, per soddisfare i propri desideri a danno degli altri, dell’ambiente, e dei valori di onestà.

Il concetto di onesto ha perso significato. Se la disonestè è legale e l’onestà è legata al concetto di legalità allora tutto cambia. Secondo la legge, è onesto anche che i presentatori di un Festival come San Remo abbiano guadagnato anche 600mila euro, o che un comico come Benigni ne abbia guadagnati 6milioni di euro in una sola serata, per un servizio che nella scala delle necessità è molto lontano dai primi posti, secondo la legge. Ma non secondo il significato reale di onesto. E queste persone approfittano di un sistema disonesto, perché sono protette nel fare cose disoneste.

A proposito delle nozioni di prezzo, e dunque anche di compenso, si può dire che esiste un prezzo/compenso determinato in base al lavoro effettuato e al suo valore, mentre esiste un prezzo/compenso determinato dalle leggi della domanda e dell’offerta (in particolare, dall’introito pubblicitario, ottenuto tramite simbologie, memorabilità della merce o del servizio attraverso la celebrazione della sua storia).

Per evitare che si crei confusione sul significato di “valore di un lavoro” si può specificare che esso sia l’attinenza più prossima a quei bisogni la cui non soddisfazione provoca una sofferenza molto forte e che possono provocare danni all’organismo fino alla morte, che per questa caratteristica possono essere distinti dagli altri categorizzandoli come “primari”. Più quest’attinenza si allontana dai bisogni primari meno valore ha un lavoro.

Per vivere in società in cui le persone non soffrano a causa di mancanza di retribuzioni e privilegi dovuti al possedimento di capitali enormi rispetto agli stipendi medi, è necessario limitare il commercio e l’industria in modo da farli diventare dei servizi sociali: al servizio dei cittadini, cioè, e non dei commercianti e degli industriali.

In particolare, considerare un reato prezzi di beni o servizi non determinati in base a criteri di costo (materiali ed energie naturali o psicofisiche utilizzate) e utilità (il valore che hanno nel soddisfare i bisogni degli esseri umani), ma solo in base al meccanismo di domanda e offerta.

E regolamentare anche in maniera indiretta, tramite tasse progressive, che tendano radicalmente e velocemente verso il 100 per 100, la produzione e la vendita di beni di ultima necessità: dalle ferrari in giù. E quindi, eliminare le pubblicità.

L’argomentazione “fosse anche che una sola delle 300mila che segue Yamamay su fb, cercando un tanga, si soffermasse a riflettere sul tema violenza, sarebbe un successo” è dello stesso tipo delle argomentazioni  come”i ricchi fanno bene ai poveri perché investono soldi per le aziende in cui i poveri possono lavorare”.
Bisognerebbe capire perché chi si preoccupa dei diritti delle donne non si accorge di tutti i diritti degli esseri umani violati attraverso l’uso della pubblicità. Non si può perseguire il profitto senza offendere e umiliare.

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Paura di vedere immagini: l’uso del corpo nudo per rappresentare oggetti

Con l’immagine del corpo così come la natura lo fa, cioè nudo, si possono produrre molte configurazioni. Non solo un corpo può essere nudo, o stare in pose che esaltano le curve o le sue diverse parti, ma si possono utilizzare le caratteristiche della percezione visiva per creare illusioni ottiche. 

Fingere visivamente che un corpo nudo sia un oggetto, attraverso colori sovrapposti al corpo. Il body painting è un esempio. Si dipingono sopra al corpo vestiti, e vedendolo la persona sembra vestita, e quindi sembra che la pelle non sia pelle ma stoffa di vario tipo.

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Oppure attraverso l’accostamento al corpo di oggetti o altri corpi come fece Salvador Dalì.

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Un corpo singolo accanto a dei sassi può sembrare un sasso.
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Oppure un sedere accanto a degli uccelli in proporzione molto più piccoli di esso può sembrare una collina.
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Una vagina con sovrapposti parti di un hamburger può sembrare un hamburger.

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Il fotografo Allan Teger ha fatto moltissime foto chiamate “bodyscapes” in cui i corpi diventano qualcosa di diverso da un corpo, spesso paesaggi.

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Fingere visivamente che un corpo nudo sia qualcos’altro è possibile perché gli esseri umani percepiscono visivamente in un certo modo.
Appena viene visto, un oggetto è identificato in base alla sua forma e/o al suo colore e se ne riconosce facilmente la funzione. Guardando un tavolo sul quale si lavora, si distingue subito, un paio di forbici da una matita o da una penna, e si conoscono anche quali funzioni questi oggetti assolvano.
Il cervello analizza i margini di una forma. I corpi nudi sottoposti alla percezione visiva per poter essere riconosciuti con facilità devono essere isolati rispetto ad altre informazioni presente nell’ambiente.
La vicinanza con altri oggetti o corpi, crea difficoltà di identificazione, così come il cambio di colore del corpo, nel body painting, aggiunge questa difficoltà di identificazione.

LA PERCEZIONE DELLA FORMA

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Osservando tre diversi insiemi di cerchi neri, nelle tre configurazioni i cerchi sono sempre 20, ma assumono chiaramente un diverso significato per chi li osserva. A sinistra, un insieme sparso di cerchi neri che non ricordano niente, e poiché non ricordano un’immagine nella memoria, non si sa assegnare un nome a quella configurazione. Più a destra, si può dire di vedere una serie ordinata di quattro linee. Più in là si vede un cerchio, e la forma della lettera k, e in conseguenza alla lettera il cerchio diventa la lettera “o”, e il tutto lo si riconosco come la parola “ok”. In questi ultimi casi non si percepiscono più i singoli cerchi separatamente, ma li si vedono raggruppati in un insieme significativo a cui si può attribuire anche un nome. Se si sposta l’attenzione sui cerchi, ci si rende conto che quelle figure sono composte da cerchi, ma si tratta di un dato che assume un valore percettivo minore rispetto le figure che risaltano nella percezione.
Il processo mentale che permette di riconoscere figure, oggetti, lettere e altro da un insieme di stimoli che arrivano separatamente agli occhi dell’osservatore è stato oggetto di numerose ricerche a partire dalla fine dell’Ottocento. In sintesi, questi studi sono stati orientati da due tipi principali di orientamento teorico. Delle prime teorie, la più importante è stata la teoria della forma, avviata nei primi Dieci del Novecento da psicologi tedeschi. Nota come teoria della Gestalt. Questa teoria si occupò delle leggi fondamentali della percezione, proponendo una spiegazione di come avviene che, al di là dei singoli elementi sensoriali, la mente percepisca delle forme distinte (una linea, un oggetto, una lettera, un corpo nudo).
A partire dagli anni Sessanta del Novecento, una nuova teoria, il cognitivismo, evidenziò come nel riconoscimento di un oggetto intervengano altri processi cognitivi, quali la memoria e il linguaggio.
La teoria della Gestal ha avuto una larga influenza sulle arti visive, o sul design. Un particolare interesse fu suscitato dalle leggi dell’organizzazione percettiva, relative cioè alle modalità di “raggruppamento” dei singoli stimoli in configurazioni che vengono percepite come unitarie, staccandosi dal resto degli altri stimoli, e rappresentando appunto una figura significativa, rispetto allo sfondo indistinto degli altri stimoli.
Le leggi della Gestalt sono: vicinanza, somiglianza, destino comune, buona continuazione, buona forma o pregnanza.

I PROBLEMI MORALI DELL’USARE IL CORPO PER PRODURRE RAPPRESENTAZIONI DI COSE

L’atto di fingere visivamente che un corpo nudo sia un oggetto può provocare fastidio ad alcune persone, che possono giudicare immorale tale atto.

Questo è accaduto nel caso della pubblicità fatta a un auto.
Negli Stati Uniti la Fiat ha fatto realizzare uno spot della 500 Abarth Cabrio nel quale 12 modelle nude e dipinte si dispongono in modo tale da costruire, un autoveicolo fatto di esseri umani, dipinte dal body painter Craig Tracy e riprese dal fotografo R.J. Muna. Un gruppo di operaie cassintegrate dello stabilimento Fiat di Pomigliano vicino Napoli ha contestato la pubblicità realizzata.

Delle ragazze sono state disposte secondo uno schema precedentemente fatto, in modo da creare una forma che somigliasse all’auto da pubblicizzare, dopodiché è stata proiettata su di loro l’immagine dell’auto e sopra alla proiezione sono stati pitturati i corpi.

disegno
proiezione
ruota
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Il body painter nel video del backstage spiega che voleva far diventare l’auto sexy: “That’s the best thing about the project, it was the challenge, having a different Fiat, something that was sexy, a little bit dangerous, that made it all worthwhile.” Tradotto in Italiano: “È questo l’aspetto migliore del progetto, è stata la sfida di avere una Fiat diversa, qualcosa di sexy, con un che di pericoloso, che ha reso il tutto qualcosa che valesse la pena fare.”

Il testo riportato dai giornali delle ex dipendenti è:

«Qualcuno la chiama “arte” ma a noi fa rabbrividire il pensiero sottinteso con cui Marchionne intende strumentalizzare i corpi delle donne da lui considerati “cose”, semplici pezzi di componentistica da manipolare per “fare prodotto”. Donne usate come sottogruppi da assemblare, corpi negati come i diritti dei lavoratori. Questa logica aberrante non è diversa, ma rafforzativa e peggiorativa, del precedente slogan della Fiat “noi siamo quello che facciamo” (per la Panda di Pomigliano), come a dire che il lavoro e la vita umana diventano merce di rango e valore inferiore alle merci stesse in quanto ‘serventì del fine produttivo. è una filosofia che pretenderebbe di estromettere i diritti dei lavoratori e quelli sindacali dalle fabbriche».

Le lavoratrici, per esprimere la loro sofferenza riguardo lo spot, hanno utilizzato metafore, (cose, pezzi di componentistica da manipolare, sottogruppi da assemblare, corpi negati, il lavoro e la vita umana diventano merce di rango e valore inferiore alle merci stesse) e per capire il reale significato delle metafore è necessario eliminare la loro componente di fantasia e mantenere la loro componente fisica, reale e misurabile.

L’interpretazione, e le conseguenti accuse fatte da, un gruppo di operaie in cassa integrazione dello stabilimento Fiat sono:

Le accuse fatte alla pubblicità sono:
oggettificazione delle donne
strumentalizzazione

sessismo
rappresentazione dei diritti negati dei lavoratori


Il messaggio che le ex operaie della FIAT hanno interpretato è: “le donne sono oggetti”. 

Per chi ascolta questo giudizio e vuole sapere se è vero o no diventa necessario verificare.
Imputano al capo della FIAT di considerare le donne come cose.
Facendo questo passaggio logico: poiché il capo della FIAT ha pagato per creare uno spot in cui le donne sono come cose, allora il capo della FIAT pensa le donne come cose.

L’ipotesi di chi si preoccupa dei diritti delle donne è che:
1. Nell’immagine la fotomodella o il soggetto rappresentato è “oggettificato”
2. Dunque, l’immagine invia il messaggio “in questo mondo di fantasia gli oggetti e le persone non hanno differenze”
Fin qui però non ci sarebbero conseguenze sul mondo reale, a meno che l’osservatore non confondesse il mondo dell’immagine con la realtà. E continuasse l’affermazione dell’immagine con il passaggio logico “e dunque se si possono trattare le donne come si trattano gli oggetti in questa immagine, anche nel mondo reale si possono trattare le donne come nel mondo di fantasia di quest’immagine”

Bisogna verificare se è vero che nello spot le donne rappresentate sono come cose, e nel caso fosse vero capire che valore abbia questo e cosa comporti nella realtà fisica.

Non si capisce perché un’azienda di auto debba inviare un messaggio sulle donne in generale. Ma si può ipotizzare che il messaggio inviato sia involontario. Ma, ipotizzando l’involontarietà si pensa che il messaggio si trovi nell’immagine e non nella testa di chi interpreta.

La vicinanza con altri oggetti o corpi, crea difficoltà di identificazione, così come il cambio di colore del corpo, nel body painting, aggiunge questa difficoltà di identificazione. Si sfrutta questo processo percettivo per dare l’illusione dell’esistenza di un auto. Si può sfruttare questo processo percettivo per dare l’illusione che un corpo sia un oggetto. Un sasso, nel caso di un fotografo famoso.

SESSISMO

Lo slogan della pubblicità è “made of pure muscle”, “fatta di puri muscoli” e i muscoli li hanno sia le donne che gli uomini, ma sicuramente gli uomini possono averli per natura più sviluppati, e il sessismo attribuisce solo a loro il concetto di forza, quindi si può dire che sarebbe stato più congruente con lo slogan inserire uomini, ma non perde comunque di efficacia con le donne, poiché le forme del corpo femminile per rispondere ai canoni estetici dominanti possono essere modellate con l’allenamento dei muscoli in ore di palestra da parte delle fotomodelle o delle performer. In ogni caso la congruenza di una scelta pubblicitaria è un problema di chi ci deve fare profitti e non di chi deve giudicarla moralmente. Infatti, per chi difende i diritti delle donne, non è la scelta incongruente con lo slogan a essere il problema, ma i motivi per cui ci sono donne e non uomini. Motivi che si possono trovare nel sessismo, inteso come differenza netta tra i ruoli e le capacità del sesso femminile e maschile. Tuttavia, affermare che la scelta sia sessista, non equivale a dire che la scelta sia discriminante nei confronti del sesso femminile. Questo perché il sessismo ha vantaggi e svantaggi per entrambi i sessi, ed esiste perché sia donne che uomini traggono vantaggi da esso.
La scelta di donne per dare una immagine di bellezza, sensuale, un valore aggiunto all’auto conferma l’idea che la donna a differenza dell’uomo possieda questa caratteristica per natura, e che quindi il corpo femminile viene preferito rispetto a quello maschile dalla maggioranza delle persone e delle aziende, e che quindi i fotomodelli hanno minori possibili di lavoro delle modelle.

ASSOCIAZIONE DONNE E OGGETTO INTERPRETATO DAL FEMMINISMO COME ASSOCIAZIONE MASCHILISTA
Per alcune persone preoccupate per i diritti delle donne sono certe associazioni a dover essere evitate a priori, indipendentemente dal se avvengano per soldi o per piacere, perché interpretate come maschiliste come:

Donne e motori
Donne e cucina
Donne e bambini

Chi desidera giudicare negativamente qualcosa a priori può continuare a farlo, ma i principii a priori non possono essere accettati come metri di misura morale.
Se per tanto tempo i razzisti hanno associato gli africani alle scimmie, oggi è molto difficile dare dell’orango a qualcuno senza essere considerato razzista.

OGGETTIFICAZIONE

Il processo di oggettificazione avverrebbe nel momento in cui il corpo o i corpi vengono disposti in modo da rappresentare qualcosa di non vivente. La parola “oggettificazione” contiene in sé un giudizio negativo il cui motivo non è esplicitato. Quindi si dovrebbe capire perché disporre il corpo in modo da rappresentare qualcosa di non vivente sia negativo, sbagliato e immorale.

Bisogna definire il significato di oggettificazione per poter sapere se qualcosa è o non è oggettificazione. Poiché un oggetto non ha una volontà, c’è oggettificazione quando si ignora la volontà altrui.
In alcuni casi la si conosce e si agisce ugualmente contro questa volontà, e in altri la si immagina ma si fa in modo di non doverla affrontare. Si può andare contro la volontà altrui nell’usare il suo corpo (violenza sessuale, ricatto economico, minaccia con armi) oppure non si può avere la sua volontà (se la persona è in coma, oppure drogata) o si inganna la sua volontà facendogli credere che sta vivendo un’esperienza diversa da quella reale (dichiarare di essere innamorati senza esserlo) per avere l’opportunità di usare il suo corpo tramite la sua scelta volontaria.

Quindi, questo non può essere il caso di fotomodelle che si inseriscono volontariamente sul mercato del lavoro e che vengono pagate per formare una configurazione di corpi che somigli a un oggetto inanimato come un auto, o come un teschio nel caso dell’immagine prodotta da Dalì, né si può ipotizzare che siano i personaggi di fantasia che potrebbero interpretare a essere oggettificati, poiché per esserci dei personaggi ci deve essere un minimo di personalità, ma poiché si vedono solo corpi, non ci sono personaggi, quindi non ci può essere oggettificazione.

Infatti, l’immagine di Dalì usa gli stessi principii utilizzati dallo spot della FIAT, per dare l’illusione che ci sia un teschio, ma nessun femminista direbbe che oggettifica il corpo delle donne. Questo perché arbitrariamente si dice che c’è “oggettificazione” in certe immagini piuttosto che altre.
Il fatto che sia arbitrario il giudizio è ulteriormente dimostrato da una disparità di giudizio verso lo stesso tipo di immagine.
In Australia è stata realizzata una campagna di sicurezza stradale dall’artista Emma Hack, specialista in pittura del corpo, che ha creato una composizione con 17 persone rappresentante un’auto incidentata. Poiché il messaggio è educativo, le persone che si preoccupano dei diritti delle donne non l’hanno giudicato come oggettificazione o mercificazione. Il giudizio sull’immagine è quindi scomposto in due parti.

Se l’immagine deve vendere una merce (un’auto) è sessista e oggettificante
Se l’immagine non deve vendere una merce (un’auto) non è sessista e oggettificante.

Secondo questo principio l’oggettificazione e il sessismo sarebbero dipendenti all’esistenza di un profitto economico.
Ma se questo fosse vero, ogni pubblicizzazione di una merce sarebbe oggettificante e sessista, e dunque non dovrebbero esistere immagini con donne con certe caratteristiche in nessuna pubblicità, ma potrebbero esistere in tutte le altre immagini prodotte dagli esseri umani che non siano a scopi di lucro.

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PROIEZIONE DELLE PROPRIE SOFFERENZE SULLE IMMAGINI
Poiché non c’è oggettificazione nel produrre un’immagine composta da una configurazione di corpi nudi, si può dedurre che le cassintegrate che hanno protestato, lo hanno fatto per la sofferenza dei loro diritti di lavoratrici negati, che hanno proiettato sullo spot pubblicitario, confondendo il problema del lavoro con il problema immaginario della rappresentazione femminile di fantasia usata per lo spot interpretata come oggettificante.
Il problema del lavoro è reale, invece il problema dell’oggettificazione è un falso problema, e quindi avrebbero dovuto occuparsi del lavoro, al massimo limitandosi a dire che l’immagine poteva essere interpretata come lo sfruttamento delle lavoratrici. Che è una interpretazione possibile. Ma lo sfruttamento delle lavoratrici non è dovuto alla possibilità di usare il proprio corpo per produrre immagini di un certo tipo, ma è dovuta al sistema economico in cui vivono, che per eliminare lo sfruttamento, va cambiato. La pubblicità dell’auto quindi può essere il simbolo del profitto, che ha bisogno di invogliare ad acquistare auto anche se i cittadini non ne hanno bisogno, invece che produrre solo quelle di cui la società ha realmente bisogno, e che quindi, nel momento in cui le auto non sono vendute, il lavoro è perso, e i bisogni che i lavoratori e le lavoratrici soddisfano con il lavoro insoddisfatti. Si dovrebbe vietare più che altro di pubblicizzare con espedienti creativi merci per indurre al consumo, che è causa di tanti mali.

COME INTERPRETARE L’USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO

Le persone che lavorano con le immagini trattano le immagini manipolandole in tutte le possibilità che esse hanno di essere manipolate, e lo fanno perché farlo non produce effetti diretti negli esseri umani che vivono nella società. Solo attraverso l’interpretazione personale una persona può provare sofferenza, indignarsi, arrabbiarsi, e dare la colpa agli altri per le proprie interpretazioni
Quindi dire che si trattano corpi come oggetti è falso, è vero invece che si trattano le immagini di corpi come immagini, e quindi soggette a manipolazioni che un essere vivente non potrebbe né dovrebbe subire. Il problema sta quindi nel dare un valore diverso a un’immagine di un corpo, come se fosse reale, come se fosse più importante delle altre immagini, e soggetta a leggi diverse. Come se fosse un’immagine mentale e non su carta o monitor. Perché attraverso le immagini su carta e monitor si possono influenzare le immagini mentali. Ma la soluzione sta nel diventare consapevoli che gli esseri umani hanno immagini mentali, e devono controllarle e non farsi controllare da esse. Non sta invece nell’aver paura di vedere le immagini su carta o monitor, o nell’aver paura che gli altri le vedano perché potrebbero interpretarle male.

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Immagini e video pubblicitari giusti secondo i femminismi

Per comprendere come i vari femminismi vorrebbero che le immagini fossero gestite, è necessario raccogliere tutti i divieti posti dai vari movimenti per i diritti delle donne:
oggettificazione,
mercificazione,
sessualizzazione,
eteronormativismo,
modello unico di bellezza,
ironizzazione sessuale
 (verbale o simbolica)

In base a questi divieti, riguardo le immagini si può dire che per essere giudicata giusta/o e legittima/o, una immagine o un video pubblicitario, o un videoclip musicale, deve rappresentare:
donne vestite,
non sensuali,
non normatizzate esteticamente,
non fotoritoccate,

che non compiono azioni inerenti a ruoli di genere sessisti,
che mostrano anche atti omosessuali,
e l’immagine non deve contenere frasi in cui si ironizza sulla sessualità femminile.

Delle immagini maschili non ne parlano i femminismi, quindi si può dedurre che possano rimanere così come vengono attualmente presentate. Non sembrano parlare neanche di film o romanzi, anche se pure essi sono oggetti scambiati con soldi.

Una volta eliminate certe possibilità, secondo i principii dei vari femminismi, si può delineare le possibilità rimanenti per produrre immagini o video in cui sono presenti donne con i quali poter fare commercio.

Per poter giustificare questo cambiamento, è naturalmente necessario giustificare i singoli principii.

Dell’oggettificazione ho scritto nel post :
Oggettificazione: Le fotomodelle (di nudo) saranno disoccupate a causa della Boldrini?
Della mercificazione ho scritto nel post:
Tutti parlano di mercificazione del corpo delle donne ma nessuno spiega cos’è: un pò di chiarezza
Del sessismo ho scritto nel post:
Cosa è e cosa non è il sessismo in pubblicità
Della violenza nelle immagini ho scritto nei post:
“Un altro di genere di comunicazione” e l’interpretazione di stupro invece che tradimento
Il ritorno di Clendy : la versione della pubblicità “moderata” dai femminismi
Del modello unico di bellezza ho scritto nei post:
Il modello unico di bellezza e i contrasti distruttivi e produttivi
Fotoritocco ed etica degli effetti psicologici

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Tutti parlano di mercificazione del corpo delle donne ma nessuno spiega cos’è: un pò di chiarezza

I temi trattati in questo post sono:
La funzione della parola mercificazione
I problemi nel comprendere il significato della parola mercificazione
Difficoltà della comprensione del concetto a causa dell’inclusione di elementi diversi tra loro

LA FUNZIONE DELLA PAROLA MERCIFICAZIONE

L’espressione “mercificazione del corpo delle donne” pone chi l’ascolta in una condizione di scelta sul se essere d’accordo o in disaccordo, interessarsi o disinteressarsi. Porta a ragionare, provare emozioni, scegliere ed agire.
Perché è una espressione che ha un valore oltre che un significato.
Ogni parola, può avere un valore neutro, positivo o negativo, in base ai bisogni umani e sociali, e a cosa li soddisfa oppure li mette in pericolo.
Nel caso della parola mercificazione, è quasi sempre usata con un valore negativo. Questo valore, serve per mettere in guardia chi l’ascolta che quella cosa indicata da quella parola è pericolosa per i bisogni di qualcuno o per il benessere della società o per la persona che l’ascolta, e dunque propone di scegliere e agire in base a questa nuova informazione ricevuta.

I PROBLEMI NEL COMPRENDERE IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA MERCIFICAZIONE

A una parola corrisponde qualcosa nel mondo reale. Un oggetto, un evento, un sentimento. Questa corrispondenza viene chiamata significato.
Tuttavia, l’essere umano ha la capacità di immaginare cose non attinenti alla realtà, e preoccuparsi quando non c’è motivo di preoccuparsi. Quindi, ha bisogno di verificare i suoi pensieri per poter agire in base ad essi. Per giudicare se un giudizio è corretto o no è banalmente necessario comprendere cosa esso significhi.

Molte delle persone che utilizzano certe parole non spiegano cosa esse significano, ma o danno per scontato che l’altro ne conosca già il significato, oppure si aspettano che cercheranno autonomamente il significato della parola, perché magari hanno l’intenzione di stimolare soltanto la curiosità e non di assicurarsi che l’altrui comprensione sia completa e chiara.

Nel caso della parola mercificazione, i giornali, i blog, ma anche le dichiarazioni fatte in tv, anche da figure di rilievo come il capo dello Stato, o dei Parlamentari, la parola viene usata quotidianamente ma mai spiegata. Chi sente dire la parola “mercificazione” una o più volte, senza sapere cosa significhi, soprattutto pronunciata da femministe/i, e vuole giudicare se questo è un giudizio corretto o scorretto troverà difficoltà nel capire che cosa significa perché la sua definizione non viene praticamente mai esplicitata da chi usa questa parola.

E per uno/una stesso/a femminista, o anche per chi vuole semplicemente giudicare la correttezza o scorrettezza del giudizio, diventa difficile capire come essere femminista, o come giudicare il valore di ciò che accade alle persone, perché ha due alternative:

1. Intuire, scoprire o dedurne il significato autonomamente.
2. Disinteressarsi di esser sicuro/a di aver capito, e giudicare senza sapere veramente perché.

La ricerca autonoma del significato può avvenire in diversi modi:

1. cercare di immaginare il significato, tramite assonanze con parole conosciute, o con concetti sentiti dire da altri e collegati alla parola
2. leggere sul vocabolario

Entrambe le soluzioni hanno dei problemi.

Nel tentativo di intuire il significato, l’immaginazione, essendo indipendente dalla realtà, può non corrispondere a realtà. La non corrispondenza tra la propria idea che una parola abbia un certo significato e il reale significato stabilito nella società produce il fraintendimento.
Nella maggior parte dei discorsi le persone danno molti significati diversi tra loro alla stessa parola, e finiscono per parlarsi credendo che l’altro pensi alla stessa cosa che si sta pensando, creando così fraintendimenti, o anche litigi che non sarebbero avvenuti se non ci fosse stata una confusione iniziale.
La confusione è resa ancora più complessa da un altro processo. Ovvero, non solo una persona può dare un significato a una parola diverso dal significato che un’altra persona dà alla stessa parola, ma può dare più significati alla stessa parola che utilizza anche un’altra persona ma con un altro significato. Dunque, il chiarimento tra i due diventa ancora più difficile.

DIFFICOLTà DI COMPRENSIONE DEL CONCETTO A CAUSA DELL’INCLUSIONE DI ELEMENTI DIVERSI TRA LORO

Diventa davvero difficile capire cosa sia la mercificazione se si includono all’interno di questo concetto eventi diversi tra loro e non pertinenti, e non di tutto e di più senza dargli un ordine e una giustificazione. Infatti una definizione serve a delimitare l’estensione del concetto e ad indicarne la sua area d’uso. Ad esempio, non si può infatti usare la parola “gatto” per indicare un “cane”.

C’è chi include nel concetto di “mercificazione del corpo delle donne”
1. sottoporre il corpo a leggi alienanti
2. usarlo per vendere merci
3. esporre l’immagine del corpo in modo ripetitivo e ossessivo
4. proporlo con la stessa conformazione fisica corrispondente ai canoni maggioritari

E quindi, chi è consapevole di questa possibilità di non corrispondenza con la realtà, se è interessato alla verità deve andare a cercare il significato delle singole parole che compongono la definizione della parola che si vuole comprendere, ma anche prevedere che l’altro possa attribuire un significato alla parola non attinente alla realtà, e quindi indagare sul significato che egli dà alla parola.

IL VOCABOLARIO
L’altro metodo è più sicuro. Ci si può attenere alla parola, e vedere se è composta da parole che possono essere comprese più facilmente separate dalla parola singola. E poi andare a leggere sui vocabolari.

Nel comprendere il significato di un termine, si trovano dei problemi nel basarsi sulla definizione dei vocabolari, soprattutto se è un concetto complesso o astratto. Essendo sintetiche, le definizioni dei vocabolari lasciano all’immaginazione il capire il significato delle singole parole che compongono la definizione della parola di cui si vuole capire il significato.
Infatti, definire significa spiegare il significato di vocaboli mediante altri vocaboli di significato noto. Ma se gli altri vocaboli che servono a spiegare il primo vocabolo non fossero noti a chi tenta di capire nasce un nuovo problema per lui/lei, quello di capire i nuovi vocaboli. Questo, prima di tutto è un lavoro mentalmente faticoso, e la fatica di comprendere, soprattutto in un mondo in cui il pensiero profondo è sistematicamente sostituito da quello superficiale e breve, degli sms, dei post nei social network, dei post nei blog, va contro gli interessi di chi vuole diffondere certe conoscenze e idee, perché è probabile che una persona rinuncerà alla comprensione, conseguenze di cui chi parla di un certo concetto ha la possibilità di disinteressarsi, ma anzi, aspettarsi che l’altro debba fare quel lavoro da solo perché fa parte della normalità.

E oltre a ciò non da la sicurezza di aver davvero capito cosa indica nel mondo quella parola. Inoltre, in alcuni casi, seguendo il significato dei vocabolari, si può rimanere confusi sull’utilizzo fatto di certe parole, perché osservando quell’utilizzo non si vede una corrispondenza tra il significato al quale si è arrivati autonomamente e il significato a cui alludono le altre persone che utilizzano la medesima parola.
Bisogna quindi comprendere cosa indica nel mondo la parola “mercificazione”.

IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA MERCIFICAZIONE

La parola mercificare ha in sé la parola “merce” più la parola “ficare”, che è una parola presa dal latino, sulla base di “facere” che significava “fare” e si trova in parole come edificare, pacificare,esemplificare, lubrificare, ecc., nei quali significa «fare, rendere, fabbricare» e simili e quindi nel caso di mercificazione significa “fare merce un qualcosa” o “rendere merce qualcosa”, dandogli un prezzo.

Tuttavia, questo significato alla parola è accompagnato da un altro significato, utilizzato spesso dalle/dai femministe/i.

Significato che si trova anche nel dizionario: Riduzione a merce di scambio di beni, valori che non hanno di per sé natura commerciale.

Oppure: trattare valori o beni spirituali o culturali come se fossero prodotti da commerciare. Quindi, la parola “mercificazione” si può usare anche per dire accade il mercificare la letteratura.

Una volta scoperto il significato della parola diventa necessario comprendere:

1. Il significato dei termini singoli usati per la definizione del concetto di mercificazione: “riduzione” “valore” e “natura commerciale“.

2. Perché certe cose non hanno di per sé natura commerciale e altre invece si, e in particolare verificare l’idea che l’immagine del corpo nudo, o la visione del corpo reale nudo, non hanno natura commerciale.

RIDUZIONE

La parola riduzione indica un “mutamento della condizione di qualcuno o qualcosa, soprattutto in senso restrittivo” una “diminuzione di numero o di quantità”. Questa parola è simile a “degradare” che significa “ridurre di grado”.

Bisogna capire cosa è a essere ridotto negli atti di scambiare la visione della nudità con soldi, o foto di nudità con soldi, o video di nudità con soldi. Poiché si dice che il corpo muta, e si riduce a merce, dopo lo scambio di soldi con la sua visione diretta o tramite fotografia o video, significa che prima di essere ridotto a merce possedeva qualcosa in più rispetto al momento in cui è stato ridotta a merce.
Per capire cos’è che manca dopo il mutamento a merce del corpo bisogna delineare le differenze tra una merce e un corpo.

Il processo si può dividere in quattro fasi:
1. C’è una persona che ha un corpo.
2. Questa persona compie l’atto di mostrarlo
3. Dopo aver mostrato il proprio corpo riceve soldi
4. Utilizza i soldi guadagnati per acquistare una merce o un servizio

Ma la riduzione o diminuzione di qualcosa non può riferirsi a una entità fisica che lo compone. Perché se una persona prende soldi per compiere l’azione di mostrare il suo corpo, il suo corpo non subisce mutamenti fisici.
Quindi bisogna capire cosa c’è al di là della materia che può subire un cambiamento di riduzione.
Per comprendere a cosa si riferisce chi parla di riduzione, si può utilizzare un’espressione del linguaggio del tipo “ma come ti sei ridotto/a?”. Una persona che pronuncia questa espressione si riferisce alla condizione in cui vive l’altra persona a cui si rivolge. Una condizione contraria ai bisogni umani. Ad esempio, un/a alcolizzato/a, un/a tossicodipendente, un/a dipendente dal gioco d’azzardo che ha perso tutti i soldi. Quindi la riduzione si riferisce a una scala immaginaria che misura il benessere umano. Perciò, con riduzione a merce di un corpo si riferisce a una riduzione di qualcosa di concettuale e non fisica. Alla riduzione della scala di benessere di una persona può seguire simultaneamente una riduzione di considerazione di tale persona, ad esempio perché gli si attribuisce la colpa di aver ceduto alla dipendenza del gioco d’azzardo, della tossicodipendenza o dell’alcol e essersi fatto/a del male.
Perciò sono due gli elementi a essere ridotti:
1. riduzione della scala immaginaria che misura il benessere della persona il cui corpo viene mercificato.
2. riduzione del valore positivo attribuito alla persona il cui corpo viene mercificato.

La supposizione che avvenga una riduzione di benessere è un errore che deriva dall’idea che la parola “merce” corrisponda a un ente fisico e non a un concetto. Una merce, a livello fisico è materia naturale o tecnicamente prodotto, suscettibile di essere scambiato con altri beni (e si parla in questo caso di baratto), oppure con denaro all’interno di un mercato e si distingue da tutto il resto della materia attraverso il pensiero umano che attribuisce a della materia il nome di merce e ad altra il nome di oggetto o di generica materia, ma non si distingue dal resto della materia per delle caratteristiche fisiche. Questa distinzione viene aiutata attraverso etichette e codici a barre.
Quindi, l’interpretazione del corpo viene mutata da un tipo di interpretazione a un altro tipo.
Da corpo a merce.
Con una merce si è padroni di fare ciò che si vuole dopo un pagamento. Distruggerla, colorarla, qualsiasi cosa, la si può anche buttare nel cestino. E fare ciò che si vuole con il corpo di una persona, distruggerlo, colorarlo, buttarlo nel cestino è un atto inconcepibile.

Una volta conosciuta l’idea secondo cui qualcuno interpreti un corpo come una merce invece che come un corpo, si può ipotizzare che la preoccupazione di chi vuole eliminare quell’evento che definisce “mercificazione del corpo delle donne” è che le persone si comportino in un modo inconcepibile con la donna, ma concepibile con una merce, in seguito all’evento chiamato “mercificazione”.

Quindi, si potrebbe dedurre che la preoccupazione di chi protesta contro quella che definisce mercificazione del corpo delle donne è quella di evitare una riduzione del benessere della persona il cui corpo viene mercificato. Ma questa deduzione non corrisponderebbe con molte dichiarazioni fatte da chi protesta contro quella che definisce “mercificazione del corpo delle donne”.

Nell’espressione “ridurre un corpo a merce” o “vendere un corpo” riferita alle immagini pubblicitarie c’è un errore.

Rendere un corpo una merce e ridurre un corpo a una merce per alcune persone sarebbero sinonimi. Se si rende merce la sessualità, la visione di un corpo nudo, la visione fotografica, o in video del suo corpo si riduce a merce il suo corpo.

Ma in realtà, se avvengono questi atti (sesso, nudità, foto, video) il corpo rimane un corpo privo di prezzo e non cambia da corpo a merce.

NATURA COMMERCIALE

Usare il termine natura, significa riferirsi all’insieme delle cose che esistono e che sono governate da leggi costanti che l’essere umano può conoscere, chiamate “leggi di natura”. Quindi, nell’unire la parola “natura” alla parola “commerciale” è come se si dicesse che il commercio è stabilito secondo leggi di natura, e si aggiungesse che gli esseri umani devono seguire la natura.

Per verificare se questa idea corrisponde con la realtà è necessario comprendere cosa sia il commercio.

Il commercio è quel sistema che permette agli esseri umani di sopravvivere e soddisfare le proprie esigenze in una società, attraverso lo scambio del denaro con il lavoro.

Qualcuno da un bene o un servizio mentre qualcun altro da la possibilità di chiedere legittimamente un bene o un servizio a qualcun altro attraverso lo scambio fisico di denaro.

Per quanto riguarda la naturalità del commercio si deve considerare che le leggi del commercio sono stabilite dagli esseri umani, e non dalla natura.

Quindi forse chi usa tali espressioni non si riferisce alla natura, ma a degli assiomi di partenza. Un assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento.

Quindi, probabilmente chi pensa ci sia una “natura commerciale” si riferisce al fatto che in precedenza allo scambio di soldi con beni o servizi, è stato stabilito che certe cose non fanno parte del commercio.

LA MERCIFICAZIONE NEL SENSO DATO DA MARX

C’è un ulteriore significato del termine “mercificazione”, riportato anche nei dizionari.

“Nella teoria marxiana, processo interno al sistema capitalistico, che tende a sottoporre tutte le relazioni e creazioni umane alle leggi alienanti che caratterizzano la produzione di merci”

Il filosofo, economista, storico, sociologo Karl Marx usò il termine “mercificazione” nei suoi libri. Per comprendere il senso che Marx dà al termine mercificazione diventa necessario comprendere cos’è l’alienazione.

L’economia politica, per Marx, aveva trascurato il rapporto tra l’operaio, il suo lavoro e la produzione per celare l’alienazione, caratteristica del lavoro nella società industriale moderna. L’alienazione, termine che Marx recupera da Hegel, è il “diventare altro”, il “cedere ad altri ciò che è proprio”.

La definizione di cedere è “rinunciare temporaneamente o definitivamente a qualcosa per darla agl’altri”.

Marx aveva analizzato il fatto che, sfortunatamente, la maggior parte della gente lavora anzitutto per mantenere sé stesso e la propria famiglia, invece che per ottenere soddisfazione nel poterlo fare, come fa ad esempio chi fa ricerca per passione, o chi fa foto per passione. Spesso, dunque, fa un lavoro che trova la sua giustificazione al di fuori di sé, nel denaro che procura. Marx parlava al proposito di “alienazione”, un termine che oggi è giustamente entrato nel linguaggio comune, anche se poi spesso non lo si applica dove si dovrebbe.

Vedendo la corsa ai soldi che caratterizza la nostra società, si può dedurre che questa società si basa, da un lato, su una serie di lavori in gran parte alienanti, e dall’altro, su una popolazione in gran parte alienata. lo dimostra ad esempio il fatto che ci sia nei weekend, nelle vacanze e nel pensionamento, una simmetrica “corsa via dal lavoro”; che conferma a sua volta un’insoddisfazione di fondo nel fare il lavoro. E dunque, l’alienazione, cioè la giustificazione del lavoro al di fuori di sé, sta in tutti i lavori, e non solo nel lavoro della fotomodella, o nella prostituzione. Quindi non si capisce perché si debba dare un rilievo maggiore alle fotomodelle e alle prostitute.

LA MERCIFICAZIONE E IL CORPO

Riguardo alla mercificazione specifica del corpo, esistono diversi significati che si danno a questa espressione:
1. rendere merce il corpo
2. ridurre a merce il corpo
3. lucrare tramite il corpo
4. lucrare tramite il corpo altrui
5. cedere ad altri ciò che è proprio in cambio di soldi (Marx)

Rendere qualcosa in un modo, ridurre qualcosa a qualcos’altro, e lucrare su qualcosa e lucrare su qualcosa che non è proprio sono atti diversi.

In un caso, tramite l’esistenza e l’uso del corpo si guadagnano soldi, nell’altro caso si rende merce il corpo e si da a un pagatore il potere di usarlo in cambio di soldi.

RENDERE MERCE IL CORPO

Poiché nel femminismo il concetto di mercificazione è riferito al corpo femminile nel contesto di fotografie o video di nudità parziali o totali e atti sessuali, e infatti si sente spesso dire che “il corpo delle donne è mercificato”, cioè “il corpo è reso merce” e quindi scambiato con dei soldi, bisogna definire cos’è un corpo, e verificare se effettivamente sia mercificato basandosi sulla definizione del termine “mercificazione”.

Il corpo è una quantità di materia definita nello spazio, contraddistinta da proprietà particolari, nel caso dell’organismo umano la caratteristica che viene chiamata “vita”, e avente una data forma e una certa massa.

Tuttavia, scambiare soldi con il corpo di esseri umani, bambini, adulti, anziani, per renderli schiavi, o di parti di esseri umani come gli organi del corpo (i reni), è sbagliato e illegale, ed è un ridurre a merce qualcosa che non deve essere ridotto a merce. Ma non ha niente a che fare con certe attività in cui non si scambia il corpo ma la prestazione.

Per capire cosa realmente sia la mercificazione, ed evitare di parlare a sproposito, ci si può riferire a dei casi realmente accaduti e documentati dai giornali.

Un altro modo per rendere merce il corpo è il sequestro di persona che comprende il tagliare parti del corpo come forma di condizionamento di un caro al pagamento del riscatto.
Il sequestro a scopo di estorsione è un delitto contro la libertà personale e il patrimonio, previsto dal codice penale italiano all’art. 630. Condotta tipica del reato consiste nel privare taluno della libertà personale per un fine estorsivo.

La privazione della libertà personale può essere provocata non solo con l’uso di violenza fisica o di minaccia, ma anche con l’inganno. La violenza è intesa come l’uso dell’energia fisica tale da non permettere alcuna forma di resistenza, ma la Cassazione (con sentenza 14566/2005) ha delineato anche la forma della violenza morale che, ricorre quando pur in assenza di parole e di specifici atti intimidatori, si pone in essere un atteggiamento suscettibile di togliere alla persona offesa la capacità di determinarsi e di agire secondo la propria volontà.

Circa la minaccia essa va intesa come il prospettarsi di un male ingiusto e notevole, anche senza l’utilizzo di ulteriori strumenti coercitivi.

Il reato in questione, però, è perpetrabile anche attraverso l’induzione in errore di un soggetto. La privazione della libertà può essere assoluta e relativa. Nel primo caso vi è l’impossibilità assoluta di autoliberazione, nel secondo vi sono ostacoli che rendono difficile il recupero della libertà.

108965300

Il 10 luglio 1973 venne rapito a Roma a piazza Farnese dalla ‘ndrangheta, facente capo alle ‘Ndrine dei Mammoliti, Piromalli e Femia, con la richiesta di un riscatto di diciassette milioni di dollari. Nel novembre dello stesso anno, un suo orecchio ed alcune fotografie sono fatte pervenire dai rapitori ai giornali per sollecitare ulteriori pagamenti, onde indurre l’inflessibile e ricchissimo nonno Paul Getty I a pagare il riscatto.

Merce di scambio per la droga. Sesso in cambio delle dosi degli spacciatori. Una storia di degrado e di violenza quella accaduto in uno scantinato a Torino. Una ragazza italiana è stata sequestrata da una donna e violentata da due uomini, usata come merce per pagare le dosi di cocaina.
La ragazza è riuscita a liberarsi dopo 24 ore e ha chiesto aiuto alla polizia. Un’auto delle volanti del commissariato Barriera di Milano ha raccolto, per prima la terribile storia della giovane donna, ancora sotto shock. Gli investigatori hanno trovato la donna che ha costretto la vittima a subire la violenza sessuale ma non gli uomini che l’hanno violentata.
Nel suo racconto la giovane donna descrive uno scantinato, il luogo dove è rimasta prigioniera per un giorno intero e grazie alla sua descrizione gli investigatori riescono a trovare il posto e qui trovano anche la donna, marocchina, ora in stato di fermo, in attesa di convalida.
Il racconto della ragazza è pieno di dettagli ancora da chiarire e sull’episodio indaga la sezione omicidi della squadra mobile, coordinata dal pm  Giulia Rizzo. Non è chiaro, infatti, come la marocchina e la sua vittima si conoscono. La giovane italiana non ha precedenti penali, e non ha contatti –  almeno così pare –  nel mondo della droga. La sua aguzzina la blocca per strada e sotto la minaccia di un taglierino ( poi sequestrato dalla polizia durante la perquisizione) si fa consegnare il bancomat. Cerca i soldi per la droga, dice, alla ragazza. Ma poi cambia idea e invece di un prelievo alla cassa automatica di una banca, trascina la giovane nello scantinato. “Sarai tu i miei contanti”, le dice. I primi due spacciatori arrivano per consegnare le dosi e accettano quel “pagamento”. La ragazza che ha denunciato gli abusi, ha raccontato che i due l’hanno violentata. A quell’episodio, probabilmente, ne sarebbero seguiti altri se la ragazza non avesse convinto la sua aguzzina a lasciarla andare promettendole che avrebbe accettato di prostituirsi per suo conto.  Appena uscita in strada, la ragazza si è fiondata nel primo bar e ha chiesto aiuto.

Ciò a cui si riferiscono molte persone con l’affermazione “rendere merce il corpo” è “il fotografare persone o registrare in video la loro immagine per poi scambiarle con soldi” e questo non è illegale. Quindi, ci deve essere una differenza tra questi atti.

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Tossicodipendenti e alcolisti che hanno continuo bisogno di denaro, nordafricani e disperati che non riescono a trovare una fonte di guadagno legale possono essere vittime di associazioni a delinquere per truffare le assicurazioni con un perito assicurativo corrotto. Persone che per soldi si sono fratturare braccia e gambe, per simulare un incidente, con l’impiego di pesanti dischi di ghisa da 20 chili, praticando una iniezione di anestetico procurato direttamente da una complice infermiera, e percepire il premio assicurativo, ricevendo 300 euro subito con la falsa promessa di intascare il 40% dalle assicurazioni che poi invece vanno tutte a chi li sfrutta.
Con un tariffario fisso: “300 per un braccio rotto, 400 euro per una gamba, 800 per un braccio e una gamba rotti, 1000 euro per fratture complete degli arti”.
Anche quando una volta sdraiato il o la malcapitato aveva visibili rimostranze praticavano comunque la frattura.
Per questo le vittime erano costrette per lunghi periodi all’uso di stampelle ed a volte di sedie a rotelle proprio a causa della gravità delle mutilazioni.
Solo dopo la messinscena dell’incidente, venivano avviate le pratiche assicurative che potevano valere fino a 150 mila euro ciascuna.

si può dire un canguro che viene ucciso dai visitatori di uno zoo, che gli hanno gettato addosso dei grossi sassi ferendolo a morte per ottenere una reazione e farlo saltare, ma che rimasto intrappolato per un piede malato non salta lo oggettificano: trattare gli esseri viventi senzienti come fossero oggetti e strumenti al proprio servizio.

LUCRARE TRAMITE IL CORPO

Nell’atto di lucrare tramite l’uso del corpo possono rientrare tutte le persone che usano il corpo per ottenere soldi, comprese quindi le fotomodelle che non producono pubblicità. Dunque le fotomodelle mercificano il loro corpo, e se la mercificazione è negativa, compiono un atto negativo. E se questo atto negativo è nemico dei principii del femminismo compiono un atto antifemminista.

RIDURRE A MERCE IL CORPO

Se la mercificazione è ridurre a merce qualcosa che non deve essere merce, per poter sapere quando c’è mercificazione bisogna sapere:
1. cosa non deve essere merce
2. perché non deve essere merce

Quindi nel caso del corpo, bisogna comprendere se immagini o video di corpi nudi, o se la visione reale di corpi nudi possano essere scambiate con soldi oppure no, e se no, per quale motivo immagini di corpo non possano essere resi merci ma immagini corpi vestiti invece possano essere resi merci. Quando si accusa di mercificazione il corpo nudo si seleziona il corpo e si esclude tutto il resto. Non è un problema la mercificazione delle immagini di donne vestite, o con i capelli rossi, ma il corpo.

DIFFERENZA TRA RENDERE MERCE L’IMMAGINE DEL CORPO VESTITO E RENDERE MERCE  L’IMMAGINE DEL CORPO NUDO

GIUSTIZIA O MENO DEL RENDERE MERCI IMMAGINI DI CORPI
Per capire se immagini o video di corpi nudi, o se la visione reale di corpi nudi possano essere scambiate con soldi si può confrontare questi atti con tutti gli altri atti mercificati che non vengono accusati di mercificazione, e dal confronto trovare le caratteristiche che differiscono e che quindi possono essere la causa di tale accusa.

L’atto preso in considerazione nell’accusa di mercificazione si distingue in almeno tre tipi:

1. il soggetto scambia soldi con la visione reale del proprio corpo nudo
2. il soggetto scambia soldi con la visione in fotografia del proprio corpo nudo
3. il soggetto scambia soldi con la visione in video del proprio corpo nudo

poiché molte persone, soprattutto quelle che si dichiarano femministe, affermano di non essere contrario in generale allo scambio di soldi per la visione del corpo nudo, nella realtà, in foto o in video, ma solo in alcuni casi specifici, cioè quelli pubblicitari, diventa necessario comprendere la differenza tra lo scambio di soldi per pubblicità e per qualcosa che non pubblicità, e comprendere perché la pubblicità non va bene ma lo scambio di soldi per qualcosa che non è pubblicità va bene. La differenza è che in un caso è assente la merce accanto al soggetto e in un altro è presente la merce accanto al soggetto.

Si deve procedere cercando di capire quali sono le differenti conseguenze nell’inserire una merce accanto a un soggetto reale (nelle vetrine, negli stand, accanto a merci come moto o auto) o no all’interno di un’immagine o di un video.

DIFFERENZA TRA OGGETTIFICAZIONE E MERCIFICAZIONE

L’insieme totale di ciò che una persona, in genere donna, può fare attraverso la visione del proprio corpo (visione reale, foto e video) è soggetto a diversi giudizi in base alle differenti modalità.

Ci può essere:

Presenza di corpo nudo, assenza di soldi, assenza di merce

Presenza di corpo nudo, presenza di soldi, assenza di merce

Presenza di corpo nudo, presenza di soldi, presenza di merce

Il concetto di oggettificazione può includere tutte e tre le varianti, mentre il concetto di mercificazione può includere o il secondo e il terzo caso o solo il terzo caso in base alla definizione iniziale di giudica l’atto.

Se la definizione di mercificazione che ha una persona è “l’atto di scambiare soldi con la visione del corpo reale, in foto e in video” sia il caso in cui ci sia presenza di corpo nudo, presenza di soldi, assenza di merce che il caso in cui ci sia presenza di corpo nudo, presenza di soldi, presenza di merce possono essere giudicati mercificazione.

Il caso in cui ci sia presenza di corpo nudo, presenza di soldi, assenza di merce non è incluso nel concetto di mercificazione da molte/i femministe/i, tuttavia viene interpretato come una sorta di prostituzione da molte persone.

USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO NUDO DI DONNA RITENUTO GIUSTO
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OGGETTIFICAZIONE, STRUMENTALIZZAZIONE, MERCIFICAZIONEPer non rimanere confusi, con emozioni negative che tendono a rinunciare a capire il problema sulle immagini di corpi, o sulla visione in generale di corpi, si deve fare ordine e chiarezza sulla differenza dei concetti di “oggettificazione”, “strumentalizzazione” e “mercificazione”, che spesso vengono usate come fossero sinonimi.

La “strumentalizzazione”, si può definire come “rendere qualcosa o qualcuno come un mezzo per ottenere qualcosa”.

La “mercificazione” invece si può definire come “rendere merce qualcosa”.

Uno sgabello utilizzato per raggiungere la marmellata inserita in alto nei cassetti della cucina è uno strumento, e quindi la materia che compone lo sgabello viene strumentalizzata. Ma in questa interpretazione del concetto non c’è un valore negativo, questo porta a dedurre che esiste sia un valore positivo che uno negativo del termine.

Il concetto di strumentalizzazione ha delle comunanze con i concetti di “oggettificazione” e “mercificazione”. Ciò che viene oggettificato viene reso mezzo per ottenere un qualcosa, così come ciò che è mercificato viene reso mezzo per ottenere qualcosa. Ma ciò che è strumentalizzato non viene necessariamente reso merce.

MERCIFICAZIONE DELL’IDEA ASTRATTA DI DONNA
Una volta compreso che la parola “mercificazione” significa “ridurre a merce qualcosa che non deve essere ridotto a merce” si deve considerare che si può attribuire questo processo sia all’immagine reale del soggetto fotografato, sia all’immagine fotografica o video del soggetto ripreso sia l’immagine mentale della Donna con la D maiuscola, ovvero la generalizzazione dell’insieme delle donne esistenti sul pianeta terra.

Quindi, chi ascolta una tale accusa deve scegliere come interpretare l’accusa. Se includendo tutte e tre le possibilità, o le possibili combinazioni di tali possibilità, o solo una possibilità.

ORGANIZZAZIONE DELL’ATTIVITà COMMERCIALE ESTERNA AL SOGGETTO COME SININOMI DI MERCIFICAZIONE

Coloro che si professano femministe possono non criticare l’esposizione del corpo femminile in cambio di soldi chiamandola mercificazione, ma solo nel caso in cui l’atto di esporre il corpo in cambio di soldi sia organizzato e ideato da qualcuno di esterno dalle ragazze che vengono osservate, definito sistema maschilista-patriarcale, e quindi accettabile nel caso in cui sia organizzata dal soggetto autonomo o da una cooperativa formata dai soggetti stessi oggetto dell’esposizione del corpo. Quindi, secondo questo pensiero, le fotomodelle che scelgono di farsi pagare per l’esposizione del proprio corpo non compiono male. E nel caso in cui si tratti di una esposzione più complessa, ad esempio una sfilata, in cui non è sufficiente spogliarsi e sostare davanti a un’osservatore, ma è necessario coordinarsi con altre persone, ad esempio le altre ragazze, i cameraman, i presentatori del programma televisivo, per essere legittima l’attività commerciale dovrebbe essere diretta dalle ragazze che vengono osservate. Il problema è che se le ragazze vengono osservato non possono dirigere allo stesso tempo.

Questa definizione di “mercificazione” si differenzia dalle altre tre esistenti

1. Rendere merce qualcosa, dandogli un prezzo
2. Ridurre soltanto a merce qualcosa, dandogli un prezzo
3. Usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci (in senso generico)

E si può riassumere come “utilizzare l’aspetto estetico femminile o sessuale per vendere merci senza essere colei che è il soggetto utilizzato per vendere merci”. Questa definizione è più specifica del’atto generico di “usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci”, perché in questa definizione sono incluse nell’accusa anche le ragazze che si mostrano per vendere merci.

Quindi, diventano quattro le definizioni del concetto di mercificazione:

1. Rendere merce qualcosa, dandogli un prezzo (valore neutro)
2. Ridurre soltanto a merce qualcosa, dandogli un prezzo (valore negativo)
3. Usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci (in senso generico)
4. Usare l’aspetto estetico femminile o sessuale per vendere merci senza essere colei/lui che è il soggetto utilizzato per vendere merci

DIFFICOLTà DI COMPRENSIONE DEL CONCETTO AL CAUSA DEL DIRE QUALCOSA E PENSARE DI DIRE QUALCOS’ALTRO

C’è chi scrive o dice qualcosa pensando di scrivere e dire qualcos’altro, e in questo modo chi riceve il messaggio rimane confuso.
C’è chi può dire che “mercificare” è “lucrare attraverso il corpo” ma intendere “lucrare attraverso il corpo altrui”. Questa è una pratica comune. Spesso le persone dicono una cosa e ne intendono un’altra. Ed è necessario esplicitare ciò che si pensa per evitare confusione.

DECISIONE DEI CONTENUTI DELLE IMMAGINI DA PARTE DI CHI POSSIEDE LE AZIENDE PUBBLICITARIE O LE RIVISTE O HA POTERE ECONOMICO COME SINONIMO DI MANCANZA DI LIBERTà INDIVIDUALE

C’è chi pensa che solo chi ha i soldi per far lavorare le ragazze producendo foto è libero e può fare liberamente delle scelte. Che le ragazze che posano per foto commerciali non abbiano deciso loro come funzioni il sistema è ovvio. Ognuno nasce e si ritrova il mondo già fatto e con una storia lunga millenni. Neanche molti proprietari di aziende decidono cosa fare, anzi, cercano di capire cosa il pubblico può consumare e si adattano, o al massimo creano abitudini per far consumare, anche quando tentano di creare abitudini, è sempre un tentativo e non una magia che porta risultati certi, quindi non è una scelta totalmente libera la produzione di merci. è evidente che in uno sistema in cui per sopravvivere sono necessari i soldi tutti non sono totalmente liberi di fare ciò che vogliono, ma questo accade per qualsiasi lavoro e non solo per le fotomodelle di nudo.

Il potere economico può essere in mano a chiunque. Quindi, può essere posseduto da un maschilista come da un anti-maschilista. Perciò è possibile che esistano sia merci maschiliste che merci anti-maschiliste. Ma anche relazioni professionali maschiliste e relazioni professionali anti-maschiliste. Perciò, è necessario comprendere la differenza tra le due.

LE IPOTETICHE CONSEGUENZE NEGATIVE DELLA MERCIFICAZIONE

Alcune persone ipotizzano che dall’atto di utilizzare l’immagine reale, fotografica o videografica di un corpo seminudo o nudo, per aumentare le probabilità di vendita delle merci avvenga la creazione dell’idea che le donne sono una merce, e quindi un comportamento conseguente a questa idea che consiste nell’ignorare la loro sofferenza e i loro desideri. E questo è lo stesso effetto che produrrebbe il processo di oggettificazione, infatti le merci sono oggetti (alimenti, utensili, armadi, letti, cellulari…). Per chiarire le idee sul concetto di oggettificazione e mercificazione è necessario comprendere quando questi due concetti coincidono.

MERCIFICAZIONE E SESSUALITà

In base alle dichiarazioni fatte da molte/i femministe/i si può ipotizzare che il significato che queste persone danno a questa parola può essere che la mercificazione sia la presenza di sessualità in ciò che si scambia con il denaro, ma allora la parola “mercificazione” dovrebbe essere accompagnata sempre da “della sessualità femminile”, perché la parola “mercificazione” è generica, e quindi non indica soltanto la sessualizzazione. Ma poiché non viene sempre detta in questo modo, è difficile capire se è quello che realmente pensano significhi mercificazione.

Quindi, le ipotesi che si possono fare sui significati che le persone attribuiscono al significato di mercificazione sono:

  1. Rendere merce qualcosa, dandogli un prezzo
  2. Ridurre soltanto a merce qualcosa, dandogli un prezzo
  3. Usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci

POSARE NUDA PER FOTO COME PASSAGGIO INEVITABILE PER UNA DONNA E SINONIMO DI MASCHILISMO E MERCIFICAZIONE

Una delle accuse di mercificazione e conseguente maschilismo è che viene resa necessaria una certa attività a un sesso, quello femminile, per guadagnare soldi, o per accedere a ruoli che, l’altro sesso raggiunge senza compiere quell’attività. L’esposizione del corpo su foto o video viene interpretata come necessaria per raggiungere la fama, al contrario del sesso maschile. Come prova di questa teoria viene indicata la quantità di attrici che hanno posato nude per fotografie.

Per quanto riguarda le attrici che hanno posato per Playboy, escludendo le italiane, che la maggioranza non sono grandi attrici, e infatti puntano di più sulle qualità estetiche, le straniere (escludendo la Bardot del 1933) sono Charlize Theron, Drew Barrymore, Shannen Doherty, Kim Basinger, Juliette Binoche, Jessica Alba, Sharon Stone.

Potrebbero essercene delle altre ma sicuramente non sono tutte e non sono per la maggior parte quelle che vediamo in quasi tutti film più famosi. E inoltre non è importante la quantità delle attrici per determinare se è un passaggio necessario per diventare attrici famose. Ma se anche fosse vero che per diventare attrici famose è necessario fare foto di nudo per riviste famose, diventare attrici famose non è necessario, e dunque la scelta di fare foto di nudo per diventare attrici famose è una libera scelta, non condizionata dai bisogni primari.

Infatti nelle interviste alle ragazze che posano per Playboy si può osservare che sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici. Quindi il problema della costrizione-sottomissione e mancanza di libertà non sussiste.

Le ragazze che posano per Playboy sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici.  Quindi non si tratta di costrizioni-sottomissione e mancanza di libertà. Nè di un passo necessario per fare carriere nel cinema. Ci sono tantissimi esempi di attrici che non hanno mai posato nude per riviste erotiche. è un atto che può aiutare, ma può anche non aiutare, perché molte persone sono contro le foto di nudo in generale, o contro le foto di nudo nelle riviste. E infatti le chiamano “troie”, o mostrano disprezzo in tanti altri modi.

Per capire se certe attrici hanno scelto di posare nude per fini di potere all’interno dell’industria cinematografica si può analizzare la loro carriera:

Le foto della Binoche non mostrano praticamente niente del suo corpo perché sono tutte in movimento e sfocate (l’esatto contrario della pornografia). Inoltre la Binoche è diventata famosa nel 1989 con l’insostenibile leggerezza dell’essere e il set lo ha scattato nel 2007, (quindi non aveva bisogno di questo set per diventare famosa) la Theron è diventata famosa nel 1997 con l’avvocato del diavolo insieme ad Al Pacino e il set lo ha scattato nel 1999, la Barrymore è famosa per il suo desiderio spontaneo di mostrarsi nuda, e anzi, anche per il farlo contro il volere di tanti (Steven Spielberg, il padrino della Barrymore, per il suo ventesimo compleanno le regalò una copia della rivista completamente ritoccata, dove lei appariva perfettamente vestita in ogni foto; in allegato lasciò una nota con scritto “copriti”). Kim Basinger è famosa per 9 settimane e mezzo, un film in cui ci sono molte scene erotiche, che ha scelto liberamente di fare. Tutte le altre attrici comparse su Playboy sono spesso attrici porno, oppure sono attrici non molto famose né molto brave. E inoltre per sapere realmente le varie dinamiche bisognerebbe conoscerle personalmente per capire se gli andava oppure lo hanno fatto perché costrette dal bisogno di soldi. Ma anche senza conoscerle si può pensare che ogni donna ha altre possibilità oltre a diventare un’attrice famosa grazia alle foto di nudo (anche se in realtà facendole queste foto si gioca tanti altri lavori). Quindi è impossibile che le ragazze pubblicate su playboy lo hanno fatto perché non arrivavano a fine mese, è probabile invece che l’abbiano fatto perché preferivano una vita in cui potevano avere un grande potere d’acquisto grazie a tanti soldi che poteva permettere loro di vivere nel lusso, e preferivano sentirsi ammirate da tante invece che anonime.

Le ragazze che posano per Playboy sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici. Quindi non parlerei di costrizioni-sottomissione e mancanza di libertà.

Le ragazze che posano per Playboy sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici.  Quindi non si tratta di costrizioni-sottomissione e mancanza di libertà. Nè di un passo necessario per fare carriere nel cinema. Ci sono tantissimi esempi di attrici che non hanno mai posato nude per riviste erotiche. è un atto che può aiutare, ma può anche non aiutare, perché molte persone sono contro le foto di nudo in generale, o contro le foto di nudo nelle riviste. E infatti le chiamano “troie”, o mostrano disprezzo in tanti altri modi.

Perciò se ci sono squilibri di potere non sono causati dal maschilismo, ma dal sistema economico adottato per vivere che permette squilibri di potere. Infatti, senza sistema economico non c’è potere, se non c’è potere non ci sono squilibri di potere.

Per capire perché le cose stanno così è necessario osservare il sistema monetario. Le conseguenze del sistema monetario includono la priorità del profitto da parte di chi da lo stipendio a un lavoratore, che evidenzia la vasta presenza di corruzione, e di violazione delle persone.

Se una compagnia riesce a convincere il pubblico che il proprio prodotto ha valore allora potrà venderlo, e anche a un costo elevato.

Nell’economia monetaria domanda e offerta definiscono il modo in cui i beni e servizi ottengono valore. Meno una cosa è disponibile più ha valore. Se una compagnia riesce a convincere il pubblico che il proprio prodotto è raro potrà venderlo e anche a un prezzo più alto. Per questo vengono usate le immagini di ragazze considerate bellissime, perché la bellezza è considerata un valore ed è considerata una caratteristica dell’aspetto rara perché non si vede ovunque. E un modello unico di bellezza è necessario a mantenere scarsa la presenza di essa, e quindi a mantenere elevato il valore economico di essa. Sono processi economici e non maschilisti.

Per eliminare disparità di potere sarebbe necessario applicare il metodo scientifico, e quindi delle tecnologie che esso può creare, allo sviluppo sociale, invece che accusare di maschilismo le aziende che producono riviste.

MERCIFICAZIONE DEL SOGGETTO FOTOGRAFATO MEDIATA E IMMEDIATA

Giudicare mercificazione una immagine pubblicitaria può significare giudicare l’atto del soggetto fotografato di scambiare soldi con la ripresa fotografica o videografica della sua immagine. Sia nel caso che lo scambio di soldi con la ripresa dell’immagine sia mediato che immediato.

Lo scambio di soldi con l’immagine, il video o la visione del corpo nudo può essere mediata o immediata.

Nel caso delle ballerine in discoteca non avviene uno scambio diretto, quindi immediato, di soldi e servizio tra l’osservatore della ballerina e la stessa, perché l’osservatore paga il biglietto d’ingresso, e poi sono i gestori del locale a prendere una percentuale del suo biglietto per darla alla ballerina, e quindi fanno da mediatori.

Partendo dalla definizione di “mercificazione” che si trova nel dizionario bisogna chiedersi se la forza fisica di un muratore, la cordialità di un cameriere, hanno di per sé natura commerciale?

Ma in questa domanda non c’entra l’uso del corpo in generale delle donne, dato che nessuno, a parte la ragazza che lo possiede, può usare il suo corpo.

Tutti i lavori necessitano dell’uso del corpo. Un muratore, un carpentiere, un cameriere, un barista, usano tutti il loro corpo per guadagnare soldi, e scambiano soldi con il prodotto ottenuto attraverso l’uso del proprio corpo, vengono scelti per le loro caratteristiche fisiche, forza, resistenza, robustezza, e nel caso del cameriere anche la bellezza.

La differenza tra i vari lavori sta in cosa il cliente paga. In casi diversi da quello delle fotomodelle, o delle performer come le ballerine di night club, o pin up, ciò che la persona paga non è connesso con il corpo quanto lo è il lavoro di altri. In alcuni casi paga un prodotto ottenuto attraverso l’uso del corpo (una casa, un caffé, una canzone) e in altri casi paga l’immagine del corpo su carta o monitor, oppure sulla retina dell’occhio e il prodotto delle azioni del corpo per produrre una immagine di un certo tipo (pose, espressioni).

La differenza tra chi guadagna soldi attraverso l’osservazione altrui del proprio corpo (fotomodelle, vallette, attrici, pornoattrici) sta nella natura di ciò che gli altri pagano. In un caso chi usa il proprio corpo per lavorare guadagna soldi per il prodotto  finale percepibile dai sensi in modo separato da chi lo produce (una casa, un caffé, una informazione verbale) che riesce a produrre con una serie di movimenti del proprio corpo, e invece nell’altro caso si guadagna soldi per l’osservazione del proprio corpo che attua l’osservatore che decide di dare soldi, e quindi il pagatore non riesce a percepire l’oggetto acquistato in modo separato dal corpo di chi lo produce, e lo pensa non come un oggetto esterno ma coincidente col produttore, la ragazza.

ASSENZA DI PERCEZIONE DELL’ESTERNALITà DAL CORPO DEL PRODUTTORE DELL’OGGETTO ACQUISTATO

Tuttavia, attraverso gli studi scientifici compiuti da persone vissute in epoche passate, si può sapere che a livello più piccolo di ciò che i sensi possono percepire avviene qualcosa di esterno al corpo del soggetto che mostra la sua nudità.

La teoria matematica di James Clerk Maxwell del 1873, prediceva che le “perturbazioni elettromagnetiche”, generate da scariche elettriche o da rapidi movimenti di magneti, dovevano propagarsi nello spazio mostrando caratteristiche simili alla diffusione della luce. Nel 1887 Heinrich Hertz progettò una serie di esperimenti in cui dimostrò l’esistenza delle onde elettromagnetiche confermando la validità delle ipotesi di Maxwell. La mente non distingue tra percezione e realtà, ma se la ragione produce certe teorie, attraverso la facoltà immaginativa umana si può credere in teorie come quella delle onde elettromagnetiche, producendo così un cambiamento nelle emozioni, allineandole alle stesse che si provano valutando il lavoro del muratore o del cameriere, e quindi comportandosi diversamente, ad esempio smettendo di protestare per quella specifica attività. Ci sono esempi diversi che coinvolgono la visione del corpo (atleti, calciatori, ballerine, cantanti, attori) sono tutte persone che si guardano o dal vivo o in tv o in foto e che scambiano la loro visione con dei soldi. Ma il loro mostrarsi non viene interpretato come mercificazione.

Le onde elettromagnetiche sono esterne al corpo, e l’immagine creata sulla retina è esterna al corpo di chi guadagna i soldi. I raggi luminosi passano attraverso il cristallino e vengono messi a fuoco sulla retina. Gli impulsi nervosi vengono convogliati dalle fibre del nervo ottico verso la corteccia visiva, che si trova nella parte posteriore del cervello. Il soggetto che mostra la sua nudità utilizza la luce, e quindi viene pagato per eseguire degli atti, che sono essenzialmente 2 atti.

1. togliersi i vestiti

2. rimanere in una posizione visibile davanti all’osservatore.

Chi crede qualcosa di diverso dal fatto che sia prodotto qualcosa di esterno dal corpo lo fa perché semplifica il processo, partendo dalla premessa per cui se la ragazza si spoglia e qualcun altro la paga per guardare il suo corpo allora si può pensare che la ragazza vende il suo corpo. A queste persone si può far presente come funziona a livello scientifico la percezione visiva.

Diventa ancora più difficile credere che la prostituzione o la pornografia non siano pagare per l’uso del corpo, poiché la percezione umana porta a pensare che se non c’è distanza tra il proprio corpo e una materia esterna ad esso non c’è mediazione, e dunque accade un uso diretto. Ma in realtà i corpi non si incontrano mai, non si fondono mai, gli elettroni che li compongono si respingono a vicenda, e producono delle sensazioni sulla pelle. Dunque ciò che produce un atto sessuale pagato è delle sensazioni nell’altro corpo, perciò esterne al corpo di chi viene pagato.

La fotomodella compie degli atti che producono un elemento esterno al suo corpo, che è l’immagine sulla retina, così come un muratore compie degli atti e produce un elemento esterno al suo corpo, una casa.

La ballerina di strip-tease muovendosi produce immagini percettive ed emozioni, ad esempio incurva il bacino dando risalto al sedere, quindi non qualcosa di esterno dai due soggetti dello scambio economico, come nel caso del muratore (la casa) o del barista (il caffé), i quali sono un mezzo per arrivare a consumare una merce evitando al cliente di produrla autonomamente col proprio corpo. Viene quindi mercificata la visione del corpo, il riflesso delle onde elettromagnetiche percepite dagli occhi. In aggiunta, in base al tipo di lavoro legato all’immagine vengono mercificati anche vari movimenti del corpo. Una ballerina di lap dance si muove molto di più di una fotomodella, una pornoattrice si muove e provo anche sensazioni ed emozioni, per cui il consumatore ne paga la visione. Viene quindi resa merce l’immagine, i movimenti, la visione fisica delle sensazioni e delle emozioni (attraverso le espressioni del viso, o i suoni provenienti dalla bocca) ma anche attraverso l’eiaculazione nel caso dei maschi.

Ma anche un presentatore, o uno speaker radiofonico guadagnano soldi per l’ascolto della sua voce, quindi qualcosa che non è esterno ai due che fanno uno scambio economico, ma che è prodotto col proprio corpo (le corde vocali).

In entrambi i casi c’è una percezione del corpo, ma cambia il senso interessato, vista e udito.

Perché nel caso del presentatore o dello speaker radiofonico non è definita una mercificazione della voce umana, maschile o femminile che sia?

Si può dire che il cameriere viene anche osservato e gratifica in modo lieve chi lo guarda attraverso l’abbigliamento imposto dal locale che gli da lo stipendio, così come la promoter, ma non è lo scambio principale che fanno col proprio datore di lavoro, il quale invece è lo spostare oggetti utili all’alimentazione in un ristorante (cameriere) e la capacità di parlare e informare (promoter).

E questo è un modo di guadagnare soldi legittimato e non perseguitato dallo Stato. Un atto che somiglia al noleggio, perché qualcuno obbliga a far utilizzare a un altro soggetto il proprio corpo per un dato tempo, in cambio di un determinato corrispettivo di soldi.

In modo analogo, il datore di lavoro ha il diritto di usare indirettamente le mani, le braccia, le gambe, i muscoli, e l’intelletto dei lavoratori che hanno scelto di lavorare per lui in cambio di un corrispettivo di soldi per ottenere dei soldi attraverso le merci da loro prodotte.

Perciò, per dare parità di condizioni a chi lavora col proprio corpo nudo anche l’uso del corpo nudo non deve essere condannato e ostacolato dallo Stato, ma invece lo è.
Quindi, riguardo a fotomodelle di nudo, ballerine, intrattenitrici, attrici porno, webcamgirl, prostitute molti dicono che “vendono il corpo”, e di chi usufruisce del servizio che acquistano una donna“, ma entrambe non sono espressioni pertinenti, perché non è quello che realmente accade.
Il dizionario riflette la confusione mentale e i valori morali della società in cui è stato redatto, dunque il fatto che anche il dizionario usi espressioni come “vendere il corpo” non comporta che queste espressioni siano realistiche.

La vendita è diversa dal noleggio così come è diversa dal baratto e così via. Chi vende un servizio generato tramite l’uso del proprio corpo non vende il proprio corpo ma il servizio. Infatti, nei lavori che implicano la sessualità non è in vendita nessun corpo. Nel caso della fotomodella erotica, o della webcamgirl, o della stripper, è in vendita la visione del corpo e dei suoi movimenti, e tutto ciò che permette tale visione (la volontà del soggetto, il tempo del soggetto, l’energia fisica del soggetto), nel caso della pornoattrice e della prostituta viene scambiato con i soldi l’atto di fare sesso tramite parti del corpo, non la persona o il corpo che fa sesso.

Il corpo che fornisce il servizio sessuale, così come chi fornisce un servizio sessuale online tramite webcam, o una stimolazione sessuale visiva facendo strip-tease, o pornografia rimane al legittimo proprietario una volta finito il servizio. Le merci vendute invece appartengono fino alla loro dissoluzione a chi le ha comprate.

Espressioni del genere sono semplicemente espressioni spesso volutamente usate da chi è contrario all’atto e vorrebbe impedirne la realizzazione, per modificare la percezione dell’atto di prostituirsi in mo da provarne un’emozione negativa.

Una immagine di una donna completamente vestita, non mostra il suo corpo, ma vestiti e il suo volto. Ma perché non esistono persone che protestano per una mercificazione della visione del volto della donna, invece che della visione corpo della donna?

Quindi nella critica all’uso del corpo che ipotizza che usandolo verrebbe oggettificato e mercificato c’è una differenza tra il lavoro della fotomodella di nudo, l’attrice pornografica, la prostituta e i muratori, baristi, camerieri, carpentieri che sta in quali parti del corpo vengono usate.

Infatti, quando si critica “l’uso del corpo” non si sta realmente criticando l’uso del corpo in generale, ma l’uso del corpo in modo sessuale. Infatti, la prostituta usa la vagina, il seno, parti considerate intime al contrario di mani, braccia, e gambe, e infatti né i muratori, né i carpentieri, né i camerieri, né i baristi usano le parti intime del corpo per guadagnare soldi. Infatti, una prostituta anche se usasse soltanto parti del corpo che non rientrano in quelle intime, e quindi usate anche dagli altri lavoratori come mani, braccia e gambe, lo farebbero sui genitali di qualcun altro o sulla pelle di qualcun altro a fini erotici.

E nonostante in fotografia nessuno a parte il soggetto fotografato usa un corpo, l’immagine del corpo nudo in un certo tipo di fotografia fatta per essere retribuita con soldi può eccitare.

Non è quindi il corpo a essere protetto da critiche e leggi ma la sessualità.

Tuttavia lo sfruttamento per poter portare a mettere fuori legge il lavoro stesso deve essere netto, prevalente e chiaro per poter agire solo nell’industria del porno, perché lo sfruttamento c’è anche nel settore operaio e contadino ma nessuno pensa di chiudere i settori industriali operai o agricoli per questo, ma tutt’al più di migliorare le tutele e i diritti dei lavoratori, anche perché sono i lavoratori stessi a non voler chiudere le loro attività lavorative visto che forniscono loro il pane in contesti dove guadagnarsi a quel modo il pane spesso è meglio di altro come criminalità, droga, o prostituzione illegale.

Il muratore come il cameriere provano emozioni per il fatto che stanno agendo per guadagnare soldi. Il muratore può ferirsi con delle schegge lanciate dal martello pneumatico contro una parete. il cameriere può provare emozioni nell’interagire con clienti insoddisfatti. così come una pornoattrice prova emozioni nel fare sesso. o una fotomodella prova emozioni nel farsi fotografare. La differenza è che chi da i soldi non è interessato a osservare le azioni che compie il corpo del muratore e o del cameriere, né l’espressione fisica delle emozioni del muratore e del cameriere espresse sul suo volto, ma anzi potrebbe esserne infastidito vedendo tali espressioni emotive.

Invece nel caso della pornoattrice, o della fotomodella chi paga è interessato a osservare l’espressione fisica delle sue emozioni e il suo corpo. Questo atto, pagare per osservare espressioni fisiche delle emozioni del corpo altrui, o il corpo in sé, anche se il volto non rivela particolari emozioni, e quindi rendere merce la visione del corpo (e non il corpo fisico) o rendere merce la visione delle espressioni del volto (e non il volto fisico), è un atto che viene condannato da tanti, soprattutto da persone che si dichiarano femministe, come mercificazione.

Ma l’atto di pagare per usufruire del lavoro prodotto con l’uso del corpo di qualcuno, il quale ha provato emozioni, che non si osservano, né si è interessati a osservare o sentirsele raccontare, non viene condannato come mercificazione.

Tuttavia, se il metro di misura del giusto e sbagliato è la sofferenza umana, il muratore, quando usa i suoi muscoli e fatica, o quando viene ferito da schegge di pareti, soffre. Così come quando il cameriere viene rimproverato, ridicolizzato, dai clienti, oppure lavora il doppio delle ore che per legge si deve lavorare, soffre. Quando invece una fotomodella non soffre nel posare nuda, oppure una pornoattrice non soffre nel fare sesso, salvo incidenti, che però non sono considerati normali nel percorso, invece è considerato normale ferirsi con delle schegge, non è un infortunio per cui qualcuno risarcise un danno. Per essere risarciti bisogna passare un tot di giorni all’ospedale. Quindi in teoria si possono accumulare moltissime cicatrici negli anni, senza nessun risarcimento. Il concetto di mercificazione è quindi utilizzato in modo contraddittorio rispetto al suo scopo di proteggere le persone da sofferenze. Agisce dove non ci sono sofferenze e non agisce dove ci sono sofferenze, per il fatto che si crede che ci siano sofferenze dove non ci sono, e poiché si vuole risparmiare agli altri e a sé stessi queste sofferenze si è contro tali atti. Il desiderio di risparmiare sofferenze agli altri è un valore positivo, ma per non cadere nella sua esagerazione, cioè un’applicazione non attinente alla realtà, è necessario un altro valore che lo equilibri, ad esempio il desiderio di essere analitici, e attinenti alla realtà, quindi verificando ciò che si crede vero, e confrontarsi con chi la pensa in modo contrario.

Per gli effetti negativi che possono avere certe intenzioni, se si ha l’intenzione di risparmiare realmente sofferenze agli altri, si dovrebbe verificare il concetto di mercificazione e correggere gli errori insiti, se ci sono.

In un mondo ideale, nessuno si sentirebbe costretto a compiere delle azioni per sopravvivere. La sopravvivenza sarebbe assicurata. La condizione naturale dell’essere umano, quella di dover soddisfare dei bisogni, e di dover soffrire, rischiare la morte per soddisfarli sarebbe sparita. Ma finché esiste questa condizione, e per occuparsi dei propri bisogni si utilizza il sistema monetario, qualcuno pagherà per far agire qualcun altro, in modo da produrre qualcosa che soddisfi una esigenza. Un terzo elemento diverso dai due, cliente e lavoratore/tric. Una casa, un caffé, una fotografia, un video.

LE ZONE EROGENE E LA SESSUALITà DIFESE DA OGGETTIFICAZIONE E MERCIFICAZIONE

Quindi invece che di oggettificazione o mercificazione del corpo in senso generale si sta parlando di certe parti anatomiche specifiche del corpo, le zone erogene. Il modo meno ambiguo di chiamare ciò che si critica è quindi “oggettificazione e  mercificazione delle zone erogene” e non del corpo nella sua totalità. Chiamare con un nome diverso ciò che si critica comporta il produrre continui errori di giudizio, e una incapacità di identificare ciò che si tenta di proteggere con i divieti.

Una zona erogena è un’area del corpo umano, spesso un organo o parte di esso, la cui stimolazione esterna è legata all’eccitazione e al piacere sessuale. Letteralmente erogeno significa “che genera amore” (amore come eros), e si riferisce appunto alla proprietà della zona in questione di procurare piacere sessuale.

Nel corpo, le zone erogene comuni sono i genitali, la cui stimolazione anche breve provoca sensazioni di eccitazione sessuale e piacere. Altre due zone erogene sono i capezzoli e l’ombelico. Altre zone erogene sono legate per lo più all’esperienza individuale ed alle preferenze: possono essere zone erogene la zona perianale ed altre aree particolarmente sensibili del corpo.

Celeberrimo è il punto G, una formazione anatomica posta nella parete interna della vagina, la cui stimolazione profonda provoca un piacere intenso e, talvolta, l’eiaculazione femminile.

Certe frasi come “è triste che si ricorra al lato sessuale del corpo per vendere elettrodomestici” sono ambigue, perché possono essere interpretate come “per vendere altre cose invece non è triste”. Infatti per alcune persone l’uso del proprio corpo per ottenere soldi destinati alla beneficenza può essere accettato.

Perché l’uso delle zone erogene, anche in modo indiretto attraverso le fotografie, provocano un comportamento differente in chi critica e censura?

La sessualità viene protetta e identificata con certi sentimenti che secondo un certo pensiero devono essere lasciati liberi dal desiderio dei soldi.

C’è chi pensa: “Se si afferma che esiste un “mercato” allora si afferma che le donne sono merce” Ma prima di tutto che vuol dire “le donne sono merce”? quel verbo essere “sono” che spazio temporale indica? sempre? ogni tanto? per 5 minuti?

Una merce è un qualsiasi prodotto o bene economico mobile che può essere oggetto di scambio in seguito a un pagamento. Il corpo di una donna non può essere scambiato in senso fisico dopo un pagamento. Rimane lì dove sta il suo corpo una volta fotografata e stampata la fotografia. Non è il corpo che viene scambiato per un pagamento ma la foto di quel corpo, e dunque non è mercificato in questo caso il corpo, ma è mercificata la fotografia.

Se voglio usare il mio corpo, la mia bellezza, lo decido io, non lo lascio fare al giornale che pubblica le mie foto per aumentare i click alla pagina, solo perché sono X o Y.

Ma se qualcuno non vuole lasciare decidere a una rivista se usare le sue foto o no, perché non lo devono fare anche tutte le altre donne?

La mercificazione è un atto che avviene ovunque in una società basata sui consumi e in cui esiste la moneta.

La fatica fisica è mercificata, il lavoro mentale è mercificato, e non solo l’aspetto estetico, quindi perché demercificare solo l’aspetto estetico?

Considerando il bisogno umano di non soffrire e di stare bene la mercificazione può essere differenziata in una mercificazione spontanea piacevole e una mercificazione di convenienza spiacevole.

Per eliminare questo problema sarebbe necessario introdurre il reddito di cittadinanza che permetterebbe di lavorare solo se si vuole e non per evitare di stare male.

Il concetto di espropriazione del corpo, e il suo farlo diventare di dominio pubblico produce il concetto che non può esistere una mercificazione spontanea e piacevole, ma che essa sia solo una illusione che copre la realtà in cui c’è autosfruttamento o autoabuso. Ma per pensarla così si deve pensare che il proprio corpo sia soggetto a una qualche legge speciale che ne vieta l’uso. Legge che in natura non esiste.

Dunque, non è una violenza che accade quando si fotografa una ragazza nuda o una parte del suo corpo nudo, ma lo stimolo di una paura di una possibile violenza in chi guarda l’immagina ed è predisposto a provare paura per possibili violenze. Ma benché ci si possa dispiacere al sapere che qualcuno si è spaventato per una foto prodotta da sé stessi, non si è responsabili delle paure immaginarie altrui, e dunque si può continuare a produrre foto nonostante le paure di alcuni che le osservano.

COSA è REALMENTE INGIUSTO NELLA MERCIFICAZIONE DELL’IMMAGINE DEL CORPO?

Le ragazze possono scegliere liberamente oppure costrette da dei bisogni, possono essere pagate poco, male, in nero, senza contratti, oppure con contratti. Ed è possibile che abbiano delle richieste legittime in base alle quali protestare e censurare ma che riguardano tutt’altro rispetto all’atto di mercificare l’immagine del corpo. Magari migliori condizioni contrattuali, per esempio.

Avuta notizia della condizione di sfruttamento può essere giusto e utile fare un presidio disturbante, un volantinaggio.

Negare la possibilità di scegliere di guadagnare soldi con l’esposizione del proprio corpo, dal vivo, in foto o in video, sarebbe giustificato se producesse sofferenze.
L’atto di esporre il corpo per guadagnare soldi non produce sofferenze nei soggetti che compiono tale atto.

L’unico caso in cui possa provare sofferenza non è prodotto dall’atto in sé, ma dalla combinazione dell’atto e delle condizioni in cui si compie, ed è il caso in cui non sia una libera scelta ma dovuta alla povertà. Condizione di cui possono soffrire sia donne che uomini in tanti altri atti retribuiti diversi dall’esposizione del corpo. Di cui la soluzione non sta nell’impedire l’atto dello scambio della visione del corpo con dei soldi, ma nell’assicurare il lavoro oppure gli elementi necessari alla soddisfazione dei bisogni primari.

L’esposizione del corpo retribuita a livello sociale produce sofferenze in modo indiretto, attraverso privilegi economici con la propria sessualità dovuta all’esistenza del sessismo, secondo cui la donna è una principessa e l’uomo un guerriero, quindi la donna si mostra e soddisfa il suo bisogno/desiderio di guadagnando e l’uomo paga e soddisfa il suo bisogno/desiderio di eccitazione. Facendo in modo che gli altri abbiano ciò di cui hanno bisogno senza dover soffrire mentre qualcuno può guadagnare per il semplice fatto che ha un corpo nudo, e può denudarsi, anche parzialmente.

Se il problema delle pubblicità fosse la quantità di donne sessualizzate, e non quella che viene chiamata oggettificazione, la soluzione sarebbe mostrare più scienziate, più imprenditrici, più professioniste, più manager, e non solo ragazze sessualizzate.

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Valentina Nappi a gambe aperte e la violenza sulle donne

valentina_nappi

La pornostar Valentina Nappi ha prodotto un video in cui seduta a gambe aperte e nude, col seno però coperto, in bagno, dice delle cose riguardo alla violenza sulle donne:

“Va detta una cosa importantissima sulla violenza sulle donne. Su 100 morti sul lavoro 97 sono maschi e solo 3 sono femmine. Da femmina, sono incazzata per questo. Se pensate che questo non abbia a che fare con la violenza sulle donne vi sbagliate. è un problema di ruoli. Finché ci saranno i ruoli e le differenze ci sarà la violenza di genere. La violenza di genere nasce dall’idea che la donna sia preziosa. Alle bambine si insegna che sono preziose. E da lì discende la logica delle fighe di legno. A tutte queste femministe, fighe di legno, che si riempiono la bocca di violenza sulle donne e sciocchezze del genere dico datela”

Ho tentato di intervistarla lo scorso anno senza però riuscirci. Io ero interessato a farle domande sul rapporto tra gelosia, relazioni sentimentali e pornografia, ma lei non era molto interessata, perciò mi sono tenuto solo l’altra intervista a Simone Regazzoni che ho fatto la stessa sera a Popsophia.

Questo video può essere giudicato in moltissimi modi, e soprattutto interpretato poiché nessuno è nella testa di Valentina. E quando ci sono interpretazioni ci possono essere errori.

Io non sono d’accordo su alcune cose ma su altre si.
Il suo stile è sicuramente provocatorio. Utilizza semplificazioni, generalizzazioni (“le femministe”), estremizzazioni (“la violenza di genere nasce dall’idea che la donna sia preziosa”) di cui è consapevole che qualcuno si sentirà contrariato.
Ma è necessario tradurre e vedere i motivi e le argomentazioni nascoste dietro le provocazioni.
In questo è simile alle Femen, che si definiscono “sexestremist”, nonostante sia opposta, prima di tutto molto pacifica nei gesti rispetto invece alle gesta aggressive delle femen (l’attacco alla pornostar al porn forum), forse non nelle parole, ma ad esempio in modo opposto alle Femen, ha coperto il seno e scoperto la vagina, le quali invece scoprono il seno e coprono la vagina. Una comunicazione che trovo produca molte resistenze, e quindi non sia utile a un cambiamento, ma forse può essere utile a direzionare l’attenzione su concetti diversi da quelli quotidianamente ascoltati a proposito della violenza sulle donne.

Su nonciclopedia si può leggere che una figa di legno è una ragazza che “prima di offrire il suo Tesoro Segreto espone il corteggiatore a una lunga via crucis di vari anni”.
L’espressione “figa di legno” fa concentrare chi la riceve sul cosa non dovrebbe fare, invece che sul cosa dovrebbe fare, e negativizza il non fare sesso occasionale, oppure il non fare sesso occasionale perché si crede che la propria vagina sia preziosa e si deprezzi facendolo, nonostante si vorrebbe farlo.
Una ragazze che rifiuta di fare sesso nonostante provi desiderio può farsi domande del tipo “ma è giusto farci sesso ora?” “Sarebbe più giusto aspettare ancora?” “Sarebbe più giusto avere maggiori sicurezze sul suo affetto?” “Cosa penseranno gli altri di questo mio gesto?” “mi sto facendo trattare come un oggetto?” invece di passare dal desiderio sessuale all’atto sessuale. Chi usa questo termine può vedere una colpa intenzionale nelle ragazze criticate “le fighe di legno”, ad esempio quella di pensare di “averla d’oro” e trattare quindi i maschi come se il loro pene valesse meno della loro vagina.

Questo tipo di comunicazione può urtare chi sceglie di non fare sesso occasionale, perché non soddisfa il bisogno umano di sentirsi dalla parte del giusto, e così finire con l’impedire una possibile comprensione degli aspetti positivi del farlo a chi sceglie di non farlo perché valuta degli aspetti negativi nel farlo. Perché per ascoltare una critica bisogna non sentirsi sulla difensiva.
Quindi, sarebbe più utile dire “Viva il sesso occasionale” o “Sono a favore del sesso occasionale” “Ti/vi consiglio il sesso occasionale”, oppure non etichettare la persona che sceglie di non fare sesso occasionale per diverse paure.
L’atto di dire a una ragazza “figa di legno” è l’equivalente dell’atto di dire a una ragazza “troia” ma con intenzioni opposte. In un caso si critica la non promiscuità e nell’altro si critica la promiscuità. Entrambe le persone che usano queste espressioni si rivolgono in modo scontroso e normativo. Va invece tutelata la libertà di essere ciò che viene criticato con i termini “figa di legno” e “troia”. Quindi, se si vuole aumentare la propria libertà sessuale e aumentare la quantità di donne che si sentono libere di essere “ragazze facili” è necessaria una critica empatica, che è un regalo che arricchisce l’altro, rispettando il loro bisogno di star bene e le strategie messe in atto per riuscirci. Ma chi critica è interessato/a modificare il mondo in funzione dei propri bisogni, e l’interesse di migliorare la propria vita si scontra con la possibilità di criticare gli altri lasciandogli la possibilità di agire diversamente.
Se si pensa che le ragazze pensando di avere una caratteristica superiore a quella maschile producano disparità di genere, e quindi sentimenti negativi e violenza, il proprio bisogno di modificare la realtà sarà molto alto. Se ci si rivolge a una ragazza dicendole “dalla ogni volta che ne hai voglia” come fosse un obbligo il desiderio di assecondare le richieste sessuali che si vorrebbe assecondare svanisce.

C’è chi ha pensato che la Nappi pensi che il fare sesso con facilità risolva le violenze sulle donne. Io, non credo che la Nappi voglia dire che sia il darla via a diminuire la violenza sulle donne, ma che invece sia l’eliminare differenze culturali tra uomini e donne, e che tra le varie differenze esistenti ci debba essere anche l’eliminazione della differenza di valore estetico e sessuale tra uomini e donne, e quindi livellando le possibilità sessuali di uomini e donne che sono invece diverse.
In precedenti post sul suo blog ha parlato di “spendibilità del sesso” femminile, o del rapporto tra la quantità di possibilità sessuali che hanno la donne e l’uomo.

Rimane difficile comprendere la frase “La violenza di genere nasce dall’idea che la donna sia preziosa”. Perchè se la violenza di genere nasce dalle differenze di ruoli, che producono comportamenti dominanti sull’altro sesso, non si capisce perché qualcuno debba dominare qualcun altro che ritiene prezioso, se non nel caso in cui la donna si ritenga preziosa, e questo dia fastidio agli uomini, e la violenza sarebbe una conseguenza del fastidio che provano. Una invidia della vagina.

Non credo che lei creda che per avere la parità sia necessario che le donne la diano quanto lo danno gli uomini, ma credo che lei creda che sia necessaria eliminare valori aggiunti nel “darla” delle donne, che negli uomini non c’è.
Ad esempio, nella prostituzione l’uomo paga, la donna incassa, anche se la donna non è particolarmente abile nel fare sesso, semplicemente perché ha un corpo femminile.
In fotografia, la donna si spoglia, l’uomo paga, anche se la donna non ha particolari abilità nel posare e interpretare, semplicemente perché ha un corpo femminile che vale in sé.
In televisione, la donna si mostra, incassa, anche se non ha particolari doti o non fa particolari azioni.
Ottiene posti in parlamento semplicemente perché ha la possibilità di utilizzare la propria femminilità.
Nei concorsi di bellezza, la donna viene premiata, l’uomo premia, non partecipa.
Nei siti di incontri il rapporto di uomini e donne è 1 a 100. La Nappi ha detto che quando ha messo un annuncio per far un film porno ha trovato subito una marea di persone disponibili, ma che se un suo collega pornoattore facesse la stessa cosa non sarebbe uguale. E individua queste differenze non semplicemente nel caso, ma soprattutto nella cultura. Quella per cui le donne possono vestirsi con (gonne, calze, smalto, rossetto, make up e roba varia) e gli uomini no ecc.. Ovvero, il sessismo.
Non credo neanche che identifichi tutte le femministe in femministe anti promiscuità, o che riconducono ambiti sociali in cui questa promiscuità viene mostrata come la pornografia a un qualcosa di negativo per le donne.

Credo che lei ritenga una violenza di genere le morti sul lavoro degli uomini perché il lavoro pesante viene assegnato agli uomini a causa della cultura che divide in modo netto i sessi. La donna votata all’estetica, e l’uomo votato alla fatica e al pericolo. Poichè, nel suo settore, e in altri, moltissime donne approfittano di questo stato di cose, e scelgono quindi di, mostrare la figa, o il corpo a pagamento, semplicemente perché ce l’hanno, contribuiscono a mantenere il sessismo. Ecco perché lei riconduce alle fighe di legno questi effetti, per lei, le fighe di legno sono quelle che sono più interessate al potere che ottengono col proprio corpo che al piacere fisico. quindi, secondo lei, dovrebbero darla, gratis, in modo da riequilibrare questo potere. Però nel mostrarsi gratis, e fare sesso gratis, la spendibilità dell’immagine del corpo e del sesso si svaluta nel mercato, e quindi esse devono rinunciare a quel privilegio economico.

La pornostar aveva precedentemente girato un video di propaganda culturale a favore dell’atto di fare sesso occasionale.

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“TROYA” la canzone antitradimento interpretata come maschilista (intervista all’autrice)

Giorni fa mi sono imbattuto in una canzone chiamata “troya”.


Una parte del testo della canzone:

– Piacere di conoscerti sono la fidanzata di quello con cui prima ti sei imballata (si troietta) sono estasiata, dalla tua parata, sei così educata che quasi mi hai imbrogliata. quelle come te, i sorrisetti ammiccanti, le mangio a colazione coi cereali più croccanti. è chiaro hai bisogno di qualcuno da scoparti, ma il mondo è pieno di cazzi vacanti. e tu col mio cazzo sicuro non ci canti.[…]mi fai tenerezza nella tua piccola piccolezza. Puttana, lucciola, mignotta, bagascia, vacca, baldracca, passeggiatrice, cagna, meretrice, zoccola, donnaccia, ma il migliore che so è troia con la y. –

Così, poiché ho scritto un post riferito al termine troia e all’accusa di maschilismo, mi sono informato e alla fine ho intervistato l’autrice della canzone.

La rapper Juggy ha scritto una canzone che dimostra come il termine “troia” sia utilizzato, in modo serio, dalle donne sulle altre donne per scopi personali, ovvero per riuscire a stimolare processi psicologici nella donna insultata che porti a ottenere una sua inibizione utile al proprio benessere, e non per rendere onore alla superiorità maschile di maschilisti, come pensano in molti/e, e che quindi certe parole non sono proprietà esclusiva del patriarcato, come certe persone affermano. Per quanto riguarda il possesso, esso è trasversale, colpisce tutte le persone che non sono capaci di accettare la mancanza di controllo che hanno sugli altri. Spesso le persone fragili, (nevrotiche infantili) oppure le persone che sono cresciute con l’idea che l’amore produca automaticamente uno stile di vita chiamato fidanzamento che non prevede autodeterminazione ma costruzione continua di un’idea attraverso la rimozione degli ostacoli, comprese persone, nel caso specifico di stimoli che impediscano la monogamia.

Di seguito l’intervista:

Ciao Juggy, questa è una intervista insolita, ovvero non vuole essere celebrativa né pubblicitaria. Ti ho conosciuta attraverso la canzone “Troya” ma non m’interessa giudicare la tua canzone a livello musicale, ma la scelta del testo, e forse anche il tipo di linguaggio con il genere del rap.
Devo quindi farti una premessa prima di cominciare a chiederti qualcosa.

Come ti ho già detto in chat, io non approvo il messaggio della tua canzone, da un punto di vista etico. Il motivo è che in generale la parola troia, come tutte le altre parole riferite alla sessualità che possono essere dette agli uomini, come “porco”, non sono parole che io trovo giuste per un mondo fatto di empatia, civiltà e non violenza.
E in particolare, nel modo in cui la usi tu (poiché esistono molti usi della parola) riferita al tradimento, o meglio a chi aumenta la possibilità di tradimento provandoci con ragazzi/e fidanzati/e, trovo inutile agire così, e più utile agire in un altro modo. Premettendo che a chiunque capiti che un/a ragazzo/a ci provi con il/la ragazzo/a con cui si è fidanzati in modo monogamico (esistono anche altri tipi di fidanzamento) potrà soffrire.

La fedeltà sessuale, nel fidanzamento o nel matrimonio, è una scelta perché nessuno obbliga con minacce di morte una donna o un uomo a frequentare un altro uomo o donna ed essergli fedele sessualmente. E se per qualcuno/a è bella la fedeltà sessuale è giustissimo che la persegua. Ma gli stati emotivi e il contesto in cui si vive cambiano. E quindi, essendo la fedeltà una scelta, nel momento in cui ci si accorge che non fa più per sé, si può cambiare questa scelta, come appunto si può divorziare. L’atto sessuale fatto con un’altra persona mentre si ha un relazione monogamica nasce da una inattesa emozione alla cui soddisfazione non si vuole rinunciare. Dopo quest’atto, oppure poco prima di scegliere di seguire le proprie emozioni e si può comunicarlo al partner oppure ingannarlo. Ciò che al massimo una persona vorrebbe è che prima di fare sesso si tronchi la relazione che già si ha. Il problema è che molti/e non vorrebbero troncare le loro relazioni per fare sesso con altri/e, e quindi scelgono la via dell’occhio non vede cuore non duole, che in effetti funziona, poiché il dolore è cognitivo e non fisico. Ma dura solo fino a quando non si viene scoperti.

Una persona può soffrire sia per la consumazione dell’atto sessuale sia per l’inganno o anche per la rottura della relazione al fine di fare sesso con un’altra persona.
Ma nel caso della fedeltà sessuale, la propria sofferenza non implica che l’altro abbia il dovere di mantenere un progetto fatto all’inizio della relazione se esso va contro i suoi nuovi bisogni. Anzi, è proprio questo concetto di dovere, e quindi di dovere disatteso che porta al concetto di punizione, e quindi di aggressioni verbali e simboliche (come lo sputo in faccia) a violenze fisiche fino all’omicidio. Non a caso la maggior parte delle notizie di aggressioni e uccisioni avviene nelle relazioni sentimentali con ex donne e uomini. In discoteca, spesso i maschi usano direttamente bottiglie e cinte per allontanare gli altri uomini dal provarci con le donne con le quali hanno una relazione (e loro stanno a guardare senza dire niente). Alcuni finiscono in ospedale con dei punti, altri muoiono. Le femmine si tirano e strappano i capelli oltre a darsi pugni.

Quindi se chi desidera una rapporto monogamico fa diventare la scelta reciproca una norma è naturale che ne segua non solo sofferenza quando le cose non vanno come ci si aspettava, ma anche rabbia. Infatti, in genere non ci si limita a dire di essere dispiaciuti perché le cose sono andate in modo diverso da come le si desiderava, ma aggiungono vari gradi di reazioni aggressive. Urla, insulti. Lancio di oggetti. Persecuzioni. Diffamazioni. Fino all’omicidio.
Per questo è sbagliato fomentare le persone a insultare (che è sempre reato di ingiuria al contrario del tradimento) dicendo che “chi tradisce si merita di essere chiamata/o in tutti i modi possibili dalla persona che ha ferito”. Sarebbe più giusto per il tradito riflettere, o per chi aiuta il tradito a superare la vicenda far riflettere sul livello di intensità di sicurezza che ripongono nelle promesse e nel loro impegno nel mantenerle.

Il fatto che si progetti un matrimonio monogamico non obbliga nessuno a portarlo avanti se le esigenze cambiano. esiste infatti il divorzio perché appunto ognuno ha il diritto a modificare comportamento se non lo soddisfa più. E nessun dispiacere e nessun pianto possono obbligare qualcuno a dare all’altro ciò che desidera. Inoltre, l’insultare qualcuno è un gesto inutile perché non modifica il passato, e non fa ottenere vantaggi nel presente, e in più non tollerare il tradimento reagendo con la rottura della relazione significa che si da più importanza alla monogamia che alla relazione, e che quindi probabilmente non è così importante continuare la relazione, e dunque non è neanche necessario agitarsi tanto per la sua perdita.

Ecco le mie domande:

Ney: Ho trovato la tua canzone in pagine femministe su Facebook, condivisa da ragazze che scrivono “la sto odiando” o comunque disprezzo. Che cosa ne pensi delle ragazze/donne che dichiarandosi femministe e lottando per i diritti delle donne ti additano per questa canzone, e ti accusano di essere maschilista?

Juggy: Partiamo dal presupposto che questa è una canzone che ho scritto ormai più di sei anni fa, quando ero praticamente una ragazzina in quanto non avevo nemmeno 20 anni.
E’ una canzone caratterizzata da una forte ironia e penso si percepisca dal testo che volutamente tende ad “enfatizzare” delle situazioni. La canzone non è riferita ad una troya in particolare, ma bensì a diverse persone incontrate nella mia vita che in qualche modo mi hanno creato dei disagi o problemi o che semplicemente mi stanno antipatiche: da quella che ci prova con il mio ragazzo (non ho mai parlato di tradimento o corna da parte del mio ragazzo nella canzone in questione!), dalla finta amica che ti sfrutta per un passaggio in discoteca, dalla professoressa che, pur sapendo che hai l’ultimo esame per laurearti, ti boccia, dalla scarsa che crede di fare rap ed invece è inascoltabile.
E’ una canzone volutamente forte, perché il mio obbiettivo era quello di stupire, di non passare inosservata, di fare anche, perché no, sorridere gli ascoltatori!
E’ una canzone contro donne stronze è vero ma questo non fa di me una maschilista. Cosa c’entra? Se avessi fatto una canzone contro gli uomini avrei dimostrato invece di essere femminista, secondo i ragionamenti delle femministe?
In quel momento ero incazzata, furiosa, ispirata e, come in tutti i momenti in cui mi sento così, mi sono sfogata scrivendo: penso sia molto meglio di alzare le mani o insultare, io nei miei pezzi fortunatamente posso dire ciò che voglio e togliere da me stessa un po’ di quella rabbia accumulata.
Chi sono io al di fuori? Una ragazza come tante, che ha fatto un sacco di altre canzoni oltre troya, che cerca di non farsi mettere i piedi in testa da nessuno (né da uomini né da donne), che crede nel potere delle donne (e penso si percepisca da ogni cosa che dico/scrivo/faccio), che si fa un mazzo così per raggiungere i propri sogni.
Sono anche parte di un collettivo FLY GIRLS tutto al femminile che è nato dall’idea della rapper Vaitea di dare più spazio alle donne nel rap (e non solo) e che poi si è esteso anche al rap maschile. Abbiamo sempre creduto molto nel potenziale delle donne, così come in quello degli uomini. Anzi non capisco proprio che bisogno ci sia di distinguerli quando è palese che uomini e donne siano uguali.
Alle femministe che mi criticano consiglio di condividere altri video e diffondere altri messaggi se mi odiano così tanto, anche se mi fa piacere che si parli di me. E di ascoltarsi RESTO CON ME, pezzo che ho fatto con una meravigliosa cantante di nome Michi. Sono egocentrica, come tutti i rapper

Ney: Pensi che esistano altri modi, magari migliori, per gestire il pericolo di tradimento?

Juggy: Ribadisco che che la canzone non parla di tradimento.
Penso che il tradimento non possa essere gestito, quando avviene si può decidere se perdonarlo, rivelarlo, accettarlo.
Sicuramente se il mio uomo mi tradisse non andrei mai dall’”amante” a chiedere conto e ragione ma sempre e solo da lui. L’amante non ha nessuna colpa perché è il fidanzato o la fidanzata in questione che si deve spiegare con il partner. Non credo nella violenza, non è nella mia indole. Credo nel dialogo e nel confronto: l’unico modo intelligente di risolvere i problemi.


Ney: Io credo che l’uso del termine “troia” non sia automaticamente un uso maschilista, ma che dipenda dalle intenzioni di chi usa tale parola. E che quindi vada considerato il contesto per comprendere di quale uso si sta parlando. Al contrario molte persone, comprese quelle delle pagine femministe nelle quali ho trovato la tua canzone, credono esista un unico uso della parola, e che questo uso sia sempre e comunque maschilista, e che anche se la persona che utilizza tale parola affermasse di non essere maschilista sarebbe una maschilista inconsapevole, tu cosa ne pensi?

Juggy: Penso che tutta questa questione tenda ad ampliare il problema. Un problema che di fatto non esiste. Uomini e donne sono uguali. Io troya lo uso anche per dire stronza, per un uomo puoi dire puttaniere o stronzo. Che differenza c’è?
Io che non mi sono mai posta il problema della differenza uomo e donna perché è lampante che siano sullo stesso piano, beh non riesco a farmene un problema.

Ney: Tu dici che la parola troia la usi anche come sinonimo di stronza, e che questo uso non fa di te una maschilista. Questo è un uso della parola molto diffuso. Il problema che vedono in questo molte femministe sta nel fatto che assumono ci sia disparità negli insulti tra uomo e donna. Ovvero che troia è una parola declinabile solo al femminile e non al maschile con “troio” e che quando le persone devono dire stronzo a un uomo non utilizzano termini diversi da “stronzo”, termini che letteralmente avrebbero riferimenti sessuali come “troia”, e spiegano questo processo col fatto che la sessualità delle donne è normata dal patriarcato mentre quella degli uomini è libera osannata e agevolata. Ma io non credo sia verso, e ho scritto anche un post su questo. Prima di tutto perché “sfigato” lo sento dire tante volte, e poi perché esistono tantissimi altri insulti al maschile riguardanti la sessualità, e perché il fatto che esistano termini solo al femminile può essere spiegato in molti altri modi rispetto al patriarcato e inoltre, chi utilizza oggi termini nati in epoche passate non vuole automaticamente comunicare significati che magari avevano in origine. E quindi, anche nel caso qualche femminista non creda che tu sia maschilista, ti accuserebbe comunque di perpetuare il maschilismo attraverso parole e significati che si suppone siano state coniate da esso. Pensi perpetuare e assecondare il maschilismo (magari non essendo maschilista) è quello che hai fatto con quella canzone?

Juggy: L’insulto mezza sega è un insulto tipicamente rivolto agli uomini. Quindi se faccio una canzone in cui insulto un uomo dandogli della mezza sega sarei femminista? Ma per favore!


Ney: Il turpiloquio, il linguaggio forte, è necessario nel rap? Non rischia di aumentara stili di comunicazione violenti che già esistono?

Juggy: Non è necessario. Sai tempo fa parlando su msn con questa mia amica, lei ha iniziato a scrivere il termine troya con la Y ed a me è venuto in mente la possibilità di fare un ritornello di una canzone in cui elencavo tutti i nomi per dire troya che terminasse dicendo che il migliore era comunque troya con la Y. La canzone è nata per farsi due risate!!! Basta coi finti moralismi!
Penso che se una persona è violenta lo è comunque, non lo diventa certo dopo aver ascoltato una canzone! Sono altri i problemi della vita!
Il rap nasce come sottocultura e musica di protesta quindi è probabile sia più colorita rispetto ad altri generi ma non è necessario ci siano parolacce nel rap.
Detto questo, tra tutte le canzoni bellissime, profonde ed intense che ho fatto, nessuno si è mai interessato tanto ad una mia canzone come è successo per Troya. Quindi a questo punto, se ci pensiamo su: i pezzi intelligenti non vanno, quelli più leggeri vanno ma sono criticati. Io non posso farci niente di fatto. Sono le persone che lo hanno condiviso e ne hanno parlato con amici e conoscenti ad aver reso la canzone troya “famosa”. Non è dipeso da me.
Io semplicemente non volevo passare inosservata e penso di esserci riuscita.

Quindi, che ne pensi di Fabri Fibra cacciato dal concerto del 1°maggio, al quale avrebbe dovuto partecipare, a causa delle proteste femministe sui suoi testi accusati di essere misogini?

Non so precisamente cosa sia accaduto perché non ho seguito bene le notizie ma in sostanza penso che sia stato un avvenimento che ha fatto ancora più parlare di lui, molto più di quanto avrebbero fatto parlare le sue canzoni quindi se si voleva ottenere un risultato, si è ottenuto l’esatto opposto.
A questo punto bisognerebbe eliminare dalla tv anche i reality di MTV, Grande Fratello, e chissà quanti film perché danno un cattivo esempio. L’arte descrive una realtà, una possibilità di come lo cose possano andare. Sta alla persona fare le proprie valutazioni
Ascoltare ed apprezzare una canzone piuttosto che un’altra poi magari per il concerto del primo maggio non avrebbe cantato canzoni contro le donne.

Troya è solo uno dei miei tanti pezzi. Solo una delle mie mille sfaccettature. Non fermatevi in superficie, andate a fondo nelle cose:) un saluto a tutti anche a chi mi odia!

 

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