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Cosa c’è da limitare nelle foto di Miley Cyrus?

Non avevo mai ascoltato nessuna canzone di Miley Cyrus, né avevo visto nessun suo videoclip. Poi ho ascoltato e visto Wrecking Ball. E mi ha emozionato, mi è piaciuto. E l’ho rivisto altre volte.

A sentire le persone sul web non riuscirei a percepire la realtà così com’è. Oppure, sarei una persona cattiva, perché percepisco e interpreto la realtà in un modo che non dovrei.

In questi giorni è stato detto di tutto sulle foto che ha scattato con Terry Richardson.

Queste le foto:

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Definite “volgari” e “oscene”.
Di lei è stato detto che “offende l’immagine della donna” e “incita alla violenza sessuale i ragazzini”.
Di lei è stato che è una “troia”, e che “si prostituisce”.
Per dire di lei che è una troia sono state create e condivise sul web immagini con su scritto Hannah Bottana.

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Anche Sinead O’Connor le ha scritto una lettera, dichiarando di scriverla con “spirito di maternità e amore”.
Una lettera, in cui l’avvisa che l’industria della musica “Ti faranno prostituire, sfrutteranno tutto il tuo valore, e ti faranno credere che è quello che vuoi TU… E quando tu sarai finita in riabilitazione, loro staranno a prendere il sole sui loro yacht ad Antigua[…] Neppure agli uomini che ti sbavano intorno frega nulla di te, non farti ingannare. Molte donne scambiano la lussuria per amore. Se ti desiderano sessualmente, non vuol dire che ti abbiano a cuore. (…) Vali più del tuo sex appeal».

«Che ti piaccia o no, noi donne nell’industria musicale sia dei modelli. Il messaggio che tu continui a inviare è che sia fico prostituirsi. Non è fico, Miley, è pericoloso.”

Amanda palmer ha risposto dicendo “Miley, a quanto mi sembra di capire, sta guidando il gioco. Scrive lei il copione e firma gli assegni e anche se penso sia facile immaginarla in una stanza piena di stron*i del management e della casa discografica, non penso che nessuno di loro abbia fatto da regista per il suo piano di diventare una fierissima bomba del sesso che scuote il culo e sta mezza nuda. Creo sia tutta farina del suo sacco”.

La Palmer poi continua: “Il sesso vende. Lo sappiamo tutti. E Miley lo sa meglio di chiunque altro: dondolarti nuda su una palla d’acciaio gigante semplicemente è più vantaggioso che dondolarsi su una palla d’acciaio gigante con tutti i vestiti addosso. Siamo mammiferi. ‘Hey guarda un paio di tette!’. Ed è ancora più affascinante: “Guarda le tette di Hannah Montana!’. Ma niente di tutto ciò significa che Miley stia seguendo le indicazioni di altri. Anzi, mi pare che lei stia disperatamente cercando di scrivere il proprio copione e cerchi di essere davvero presa sul serio (anche se in un modo scherzoso e nuda)”.

Se non si vuole essere passivi di fronte alle affermazioni del web, o quelle di Sinead O’Connor, oppure se non si vuole seguire soltanto le proprie reazioni emotive, si dovrebbe ragionare su ciò che è stato detto. E chiedere perché. Perché Miley Cyrus sarebbe una puttana, perché le sue foto sarebbero volgari, perché inciterebbero alla violenza sessuale, perché si starebbe prostituendo.

VOLGARE

Partiamo da “volgare”.

Ciò che la maggioranza dei/delle fotografi/e e fotomodelle fuggono è il concetto di “volgare”.
Per volgare si può intendere una mancanza di qualcosa considerato virtù. Mancanza di cultura, di educazione, di finezza e di signorilità, di elevatezza e di nobiltà spirituale. E per questo, secondo la maggioranza delle persone della volgarità ci si dovrebbe vergognare.

Per questo motivo, moltissimi/e fotografi/e e fotomodelle/i si preoccupano del fatto che realizzare la volgarità è molto facile per il fotografo di nudo, per quanto ben intenzionato egli sia, specialmente se alle prime armi in questo genere.

L’aggettivo volgare  significa appartenente al volgo, delle classi popolari; con riferimento alla lingua, quella parlata dalla generalità della popolazione, contrapposta a quella della tradizione colta e letteraria. Rozzo, grossolano, indecente, osceno,privo di ogni qualità e valore.

Alla fotografia di corpi nudi chiamata “fotografia di nudo” viene associato il compito della rappresentazione della bellezza di un corpo, sia esso maschile o femminile.
Potremo concentrare la nostra attenzione su un singolo particolare che lo caratterizza o coglierlo nel suo insieme concentrandoci, in questo caso, sull’armonia delle sue forme o sulla grazia della posa assunta. I sinonimi sono “triviale” “becero”

Secondo alcune persone la volgarità riassume e compendia tutte le altre caratteristiche negative: la superficialità, l’egoismo, il narcisismo patologico, l’arrivismo cialtrone, l’utilitarismo cinico, la brutalità e la mancanza di compassione.

Quindi, la volgarità non è solo un fatto estetico, o anti-estetico: essa è anche il segno di un orientamento morale, una vera e propria malattia psicologica, sia nel singolo individuo che nella società tutta, e quindi la volgarità è immoralità.

La volgarità è l’affermazione dei lati peggiori della personalità, il narcisismo infantile, la cialtroneria, l’esibizionismo, l’edonismo da quattro soldi, il compiacimento dei propri vizi e difetti, spacciati sistematicamente per virtù e qualità.

Secondo certe persone c’è una architettura volgare, così come una pittura e una scultura volgari; una musica volgare; una scienza, o quanto meno una divulgazione scientifica, volgare, una televisione volgare, un cinema volgare, un mondo informatico volgare; una danza volgare, una ginnastica volgare, uno sport volgare (e quest’ultimo aspetto riguarda sia chi lo pratica, sia chi fa il tifo negli stadi); una letteratura volgare, una poesia volgare, un teatro volgare; una scuola volgare e una università volgare (da parte dei docenti e da parte degli studenti); un modo volgare di trascorrere il tempo libero e un modo volgare di lavorare.
Quindi, si può concludere che il termine volgare è un termine generico per identificare un’azione che è fatta in modo diverso da come si dovrebbe farla secondo certi parametri. Ogni critica è un tentativo di limitazione, e le singole critiche si differenziano per le informazioni che esprimono sul cosa limitare. La parola “volgare” è diversa dalla parola “impertinente” oppure dalla parola “superficiale”. Tuttavia le informazioni che singole parole astratte forniscono sono informazioni che vanno intuite, vaghe, non universali, di difficile se non impossibile uso.

Se la critica diventa di dominio sociale, allora questi parametri dovrebbero essere imposti per un benessere comune. Che la società sia regolata rientra nella norma, ed è giusto. Il patto sociale ha introdotto una limitazione della libertà individuale, per raggiungere il fine superiore di una società più civile e organizzata. Infatti, nello stato (selvaggio) di natura c’era libertà individuale, in particolare di assalirsi l’un l’altro e di regolare i propri conti individualmente. E non per questo oggi torneremmo a quello stadio.
Tuttavia, limitare non significa annullare e dunque si deve capire fin dove limitare e fin dove non limitare. Perciò, ogni volta che si definisce volgare un comportamento o una produzione umana si deve anche spiegarne il motivo per cui quell’azione dovrebbe essere regolata diversamente.

Cosa c’è da limitare nelle foto di Miley Cyrus?

La limitazione che è stata invocata è di tipo morale, ma spesso è stata presentata attraverso caratteristiche di tipo visivo. Estetica e moralità sembrano sovrapporsi per alcune persone. è stato detto che le foto da lei fatte sono “inutili”, oppure “senza senso”, o che la parete è stata pitturata male e pitturata in modo diverso in foto successive, e che lei aveva l’effetto occhi rossi, il fenomeno per cui, nelle foto scattate con l’uso del flash, spesso accade che gli occhi dei soggetti acquisiscano un colore rosso piuttosto marcato. Tuttavia, sono tutte critiche che non hanno un interessa riguardo alla sofferenza o al benessere della società.

In Italia, ha fatto discutere un passaggio della delibera presentata a fine giugno 2013 a Milano dalla giunta, su “Indirizzi fondamentali in materia di pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità della donna” nella quale si propone di contrastare la diffusione della pubblicità sessista.

Il testo della delibera è stato distribuito e reso pubblico a settembre nel corso di un convegno dal titolo “Quando comunicazione fa rima con discriminazione”.

Contrastare “le immagini volgari, indecenti, ripugnanti, devianti da quello che la comunità percepisce come “normale”, tali da ledere la sensibilità del pubblico;
Il punto che fa discutere è il numero 2, perché in esso ci sono due parole importanti: ‘normale’ e ‘comunità’. In molti luoghi virtuali si stanno mettendo a disposizione materiali di discussione sull’ambiguità, pericolosità dell’uso leggero delle parole in documenti pubblici: se è vero infatti che le parole sono pietre, e che in particolare le parole che la politica usa nei suoi documenti pubblici fanno scuola e sono da esempio, allora, dicono le attiviste milanesi, in varie prese di posizione pubbliche e molto dibattute qui, qui e qui (con un intervento video) bisogna fare molta attenzione.
Chi decide cosa è normale? A quale comunità si fa riferimento?

INVITA ALLA VIOLENZA SESSUALE

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Riguardo al provocare eccitazione con l’abbigliamento, oppure con la nudità, poiché l’abbigliamento e la nudità sono qualcosa che si vede, possono essere fotografati, e dunque, anche attraverso le foto si può provocare eccitazione.
E, poiché esiste la causalità, cioè una relazione di dipendenza tra un evento attuale o futuro e un evento precedente nel tempo, le persone fanno collegamenti tra eventi diversi tra loro, e molte persone fanno anche il collegamento di considerare l’esposizione del corpo nelle sue varie forme (abbigliamento provocante, fotografie) come causa di violenze, sia morale che fisiche (lo stupro) da parte di chi vede quell’esposizione del corpo, o dal vivo o in foto, violenze non rivolte soltanto contro il soggetto fotografato, ma contro un qualsiasi soggetto appartenente allo stesso sesso del soggetto fotografato.
Credere a questa teoria porta a diverse implicazioni logiche.
Se fosse vera questa teoria, la persona che espone il proprio corpo avrebbe una responsabilità gravissima.
Oltre alla responsabilità nei confronti degli altri avrebbe anche una colpa in ciò che potrebbe subire o ciò che ha subito lei.
Infatti, in base a questa credenza, poiché sapere è potere, molte persone arrivano alla conclusione che il vivere molestie, e violenze, può essere un rischio scelto della ragazza che può prevedere il danno subito, dato che l’esposizione del corpo, nei suoi vari gradi produce violenze, una scelta dovuta alla disattenzione per il rischio, sebbene non un desiderio apprezzato, o la prudenza è quindi un dovere morale mancato. Oppure una mancanza di intelligenza, nell’avere la capacità di fare collegamenti corretti tra cause ed effetti, o è disattenzione, e quindi un dovere mancato, e quindi si merita una sofferenza per i doveri inadempiuti, perché inoltre la punizione potrebbe essere utile, perché probabilmente il vivere una situazione di sofferenza potrà farle imparare come comportarsi, cioè acquisire e modificare le proprie conoscenze, valori, e preferenze, (che vengono spesso criticati anche in forma interrogativa del tipo: “perché si vestono così?” “cosa sperano di ottenere?”) quindi i comportamenti, riguardo all’abbigliamento e alla sessualità, e portarla a prevedere il futuro e prevenire molestie e stupri.
Questa credenza è la stessa che viene usata quotidianamente per giudicare tante altre situazioni pericolose.
Se una persona si reca nel Bronx con una maglietta su cui è scritta una frase che inneggia all’odio razziale nei confronti degli afroamericani, gli afroamericani reagiranno, o poiché è risaputo che sono aggressivi nel Bronx, è prevedibile questa reazione ed evitabile attraverso l’inibizione del comportamento di andare nel Bronx con una maglietta del genere.
Così come chi fuma, poiché è risaputo che il fumo “nuoce gravemente alla salute” è prevedibile un tumore ed evitabile tramite l’inibizione del comportamento, cioè il fumare.
O una ragazza che si ubriaca a un rave party, e perdendo la possibilità di controllarsi o difendersi, viene stuprata.
Per poter affermare che ci sia un collegamento tra l’abbigliamento e le molestie, lo stalking e lo stupro bisognerebbe verificare se le donne molestate e stuprate sono quelle che si vestono in modo da lasciare scoperte le zone più erotiche del corpo, oppure se invece non hanno niente a che fare con questo tipo di ragazze, e anche in che quantità siano quelle che usano un abbigliamento provocante e quante quelle che invece usano un abbigliamento morigerato.

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso” è un antico proverbio.
Il significato mira ad ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno: costui dovrà prendersela esclusivamente con sé stesso, e non addossare la responsabilità ad altri.
Tuttavia, per falsificare l’assolutezza della teoria della colpa, è sufficiente un solo contro esempio a questa credenza, ed è che in spiaggia si sta in bikini, ma non per questo avvengono quotidianamente stupri durante l’estate.

In reazione al concetto di “gli sta bene, se l’è cercata” ci sono ragazze che protestano contro il concetto di colpa nell’agire in un modo in cui, in una società pericolosa, potrebbero provocare molestie, violenze e stupri, fotografandosi seminude con cartelli con su scritto: “”Non cambieremo il nostro modo di vestire perché è più conveniente per la vostra mancanza di auto controllo. La colpa è degli stupratori non delle vittime!”.
Tuttavia, alcune femministe, nonostante critichino chi le invita a coprirsi per evitare molestie e stupri, favoriscono leggi e azioni sociali (premio immagini amiche, Boldrini) che portano a esporre soltanto immagini di corpi coperti. Questa è una contraddizione che indebolisce sia la protesta per rimanere scoperte, che la protesta per far coprire. Questa contraddizione è uno dei motivi per il concetto di colpa si diffonde, e oltre alle molestie, e le violenze si aggiunge la sofferenza per il disprezzo sociale.

Se siamo d’accordo nel ritenere che i cittadini di un Paese civile non sono l’effetto del caso, bensì il frutto di un processo educativo, dobbiamo riconoscere che nessun processo formativo ha accompagnato questo potente cambiamento. La scuola, che avrebbe potuto e dovuto fornire percorsi di educazione alla relazione e alla sessualità, veniva sistematicamente resa sempre più impotente, l’altro importante agente di socializzazione, la televisione, agiva da indiscussa proponitrice di divertimento e abitudine al pensiero superficiale e al non ascolto delle emozioni negative. Piuttosto che pensare che gli uomini siano incapaci di accettare la libertà delle donne che li hanno amati sia dovuto a un loro pensarle come oggetti da possedere, o una supremazia naturale del genere maschile su quello femminile che facendosi forza attraverso relazioni e dispositivi culturali ha creato una mentalità e una società patriarcale e maschilista, causata dalla visione ripetuta del loro corpo, è necessario capire che molte violenze nascono dalla dipendenza dall’altro, dipendenza che esiste grazie a una personalità infantile, caratterizzata dalla mancanza di autonomia. Personalità che automaticamente si crea nei primi anni di vita, e che è protratta a causa dell’iperprotettività delle società industrializzate, oltre che da culture che esalta la dipendenza affettiva, il possesso nelle relazioni come dimostrazione di amore, la gelosia come dimostrazione d’amore. Giulio Cesare Giacobbe nel suo libro “Alla ricerca delle coccole perdute” scrive:
“L’adulto è un bambino che ha imparato a procurarsi il cibo da solo, a difendersi da solo, a sopravvivere da solo, a dominare da solo l’ambiente reale e non più soltanto quello del gioco.
Elenca gli aspetti positivi dell’adulto
“domina il suo territorio, la libertà è il suo valore primario, ha sicurezza in sé stesso, sopporta il disagio, non dipende da nessuno, non ha bisogno dell’approvazione degli altri, ha una stima illimitata di sé, non ha paure immaginarie, non ha né aspettative né rifiuti, accetta la realtà com’è e vi si adatta, si gode la vita
è un cacciatore di piaceri, non gli interessa il possesso, ma l’uso, non chiede mai, prende quello che vuole,
è capace di amicizia (collaborazione, aiuto), ha una grande capacità di vita sociale”

In altri casi è dovuta a frustrazioni causate da precedenti colpevolizzazioni alla propria intimità sessuale, che provocando rabbie represse per anni si liberano improvvisamente. E tanti altri motivi, diversi dall’aspetto estetico, cioè abbigliamento e cosmesi.

Dunque, invece di far coprire le ragazze per strada, sui social network, in tv, o sui manifesti pubblicitari serve educare le persone a capire che certe immagini non sono un invito alla violenza né verbale, né fisica, nemmeno un invito a degradare, a disinteressarsi della volontà altrui, o a non avere empatia. Insegnare alle persone a non fare violenze invece che insegnare alle ragazze a coprirsi.
Bisognerebbe potenziare la scuola, dare agli insegnanti gli strumenti adeguati per educare i ragazzi alla relazione, ad ascoltare la frustrazione della perdita, dell’insoddisfazione, senza reagire con rabbia. Censurare la possibilità di godere della visione dei corpi, mostrandoli o vedendoli, incentiva a relegarla in ambito privato e segreto, e quindi all’insoddisfazione e quindi al possesso di una persona, perché il possesso da la sensazione di avere la sicurezza della soddisfazione.

Infine, se dal punto di vista di chi critica le persone che espongono il proprio corpo in un certo modo esse producono desiderio di violenze sessuali nei confronti di altre persone dello stesso sesso, e quindi hanno grandi responsabilità nei confronti degli altri, soprattutto delle persone appartenenti al proprio sesso, allora quelle stesse persone che criticano dovrebbero credere che allo stesso tempo, la persona che giudica in base a questa teoria ha la responsabilità di doverla spiegare e dimostrare a causa del fatto che affermandola chiede alle persone che espongono il proprio corpo di censurare il proprio comportamento, pentirsi, sentirsi in colpa per ciò che ritiene abbiano causato. Tuttavia, molte persone che accusano gli altri di avere responsabilità così gravi, non rispondono del loro dover giustificare le proprie accuse. E questo non è coerente con quel senso di responsabilità che invocano nei confronti degli altri. Due pesi e due misure.

TROIA

Se l’equazione “fotografata nuda = troia” fosse vera per tutti, sarebbero tutte troie le seguenti ragazze famose e amate da grandi masse di persone, sia attrici che cantanti, “Marylin Monroe, Madonna, Rihanna, Lady Gaga, Christina Aguilera, Jena Malone…”

Marilyn Monroe

Madonna

Lady Gaga

Christina Aguilera

Rihanna

Jena Malone

Anche la Venere di Botticelli se fosse esistita realmente e avesse posato per il dipinto, secondo il principio “visibile nuda su qualche materiale = troia”, si sarebbe potuta legittimamente chiamare “troia”.

COSA è NECESSARIO SAPERE PER REAGIRE IN MODO ADEGUATO E RAZIONALE AL GIUDIZIO

Quindi, per prendere in considerazione questo giudizio è necessario per prima cosa pensare che potrebbe essere vero che tutte le ragazze visibili nude nelle foto sono troie perché sono visibili nude nelle foto. Ma per scoprire se tutte queste ragazze siano troie oppure no è necessario indagare e verificare se a questo giudizio corrisponde una realtà. Ma per scoprire se a questo giudizio corrisponde una realtà è necessario scoprire anche se è vero che essere troia è un comportamento da ritenere immorale e quindi agire per eliminarlo. Quindi è necessario prendere in considerazione la possibilità che potrebbe anche essere vero.

Ma per sapere se una che si fa fotografare o si fotografa nuda è troia, e se è sbagliato essere troia, è necessario capire esattamente che cosa significa la parola “troia” e i suoi sinonimi.

PERCHè è NECESSARIO DEFINIRE IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA TROIA

Perché anche se si può credere che tutti sappiano perfettamente cosa questa parola voglia dire, parlando con molte persone diverse si può verificare autonomamente che molte danno definizioni leggermente o anche molto diverse tra loro della parola “troia”.

Ad esempio “una che la da a tutti” o “una stupida“, che sono significati diversi.

A conferma della disparità di significati che le persone danno a tale parola, e al disorientamento che quindi si crea nel confrontarsi con questo concetto, riporto una domanda trovata in un forum: “ma fare un pompino è una cosa da troie? anche se si fa solo ed esclusivamente al proprio fidanzato?” questa domanda denota che qualcuno ignora ciò che rientra in questo termine e ciò che è escluso da questo termine.

Infatti, se non ci fosse ignoranza non ci sarebbe chi ha bisogno di chiedere spiegazioni ad altri per poter inserire con sicurezza nella categoria “troia” qualche comportamento da lei o da altri compiuto. Infatti, il giudizio troia non fornisce informazioni utili a chi volesse conformarsi a tale giudizio su come operare, perché fornisce solo un comando generico: “poiché sbagli, ti ordino di non sbagliare!” dove “lo sbaglio” consiste nell’essere troia.

Senza conoscere il significato delle parole si finisce col non comprendersi nel momento in cui si comunica, perché si ordina la realtà in categorie diverse da quelle degli altri dimenticandosi di comunicarle, e aspettandosi che gli altri attribuiscano lo stesso significato alle parole.

Il logico matematico Alfred Tarski scrisse nel suo libro “Truth and Proof”:

“Ogni volta che si precisa il significato di un termine tratto dal linguaggio quotidiano, si dovrebbe tener presente che lo scopo e lo status logico di una tale spiegazione può variare da un caso all’altro. Per esempio, la spiegazione può essere intesa come un resoconto dell’uso effettivo del termine in questione e in tal caso ha senso domandarsi se il resoconto sia corretto. In altri casi la spiegazione può essere di natura normativa, ossia può essere fornita come indicazione circa l’uso del termine in modo ben definito, senza tuttavia pretendere che il suggerimento si adegui al modo in cui il termine viene effettivamente usato nella pratica; una tale spiegazione può essere valutata, per esempio, dal punto di vista della sua utilità anziché da quello della sua correttezza”.

Come fare a capire che significa una parola se non la si sa, come se si fosse un alieno sceso sulla terra che cerca di conoscere il linguaggio umano?

1. Osservando i momenti in cui gli esseri umani pronunciano certe parole e trovare il collegamento con il loro ambiente esterno

2. Leggere il vocabolario ( un’opera che raccoglie, in modo ordinato secondo criteri anche variabili da un’opera all’altra, le parole e le locuzioni di un lessico fornendone informazioni quali il significato, l’uso, l’etimologia, la traduzione in un’altra lingua, la pronuncia, la sillabazione, i sinonimi, i contrari ).

Tuttavia il vocabolario ha un limite se si vuole conoscere la definizione di una parola perché spesso non si trovano nuove informazioni nella definizione, ma le stesse dette in parole più estese, che però non risolvono la domanda “che cosa significa?“. Infatti come scrive Wikipedia “Una caratteristica che accomuna tutti i dizionari è quella di ricorrere a sinonimi o perifrasi. La sinonimia si basa su una parziale equivalenza di significato dei termini, più che sulla totale identità.

Per introdurre le definizioni, ci si serve anche di perifrasi rese con frasi relative (‘seduttore’ equivale a ‘che seduce’, ‘che esercita una forte attrazione’).

3. Chiedere alle persone “che cosa significa la parola X?”

Significato del termine “troia” e dei suoi sinonimi:

Ho chiesto: “Che significa la parola troia?

E mi è stato risposto: “Non ho capito se intendi una vera prostituta. che tipo di troia???”

Mi aspettavo di ricevere una risposta che valesse per tutte le ragazze che vengono quotidianamente chiamate troia, e non una risposta che valga per un tipo di troia. Un principio in base al quale sapere quando chiamare una ragazza troia. Ma ho trovato emozioni in base alle quali le persone chiamano troia una ragazza.

Ho provato a cambiare domanda dato che non mi riusciva facile capire cosa è una troia.

Quando le persone chiamano troia una ragazza?

Nel vocabolario ci sono 4 significati della parola troia:

1 popolare: Femmina del maiale non castrata destinata alla riproduzione

2 volgare-offensivo: Prostituta, usato spec. come epiteto ingiurioso

3. (spreg. triv.) donna di malaffare (Malaffare viene usato a proposito di persone, gruppi sociali e sim. che vivono fuori della legalità o verso chi è disonesto, cioè chi non rispetta gli altri e non agisce lealmente verso il prossimo )

4. che si concede con estrema facilità

VERIFICA DEL VALORE NEGATIVO DEI DIVERSI SIGNIFICATI

1. La parola “troia” nel significato della “femmina del maiale” alcune persone trovano caratteristiche simili con delle ragazze. Ma non ha senso disprezzare una ragazza perché si trovano delle caratteristiche simili in un animale. Se la femmina umana chiamata “troia” è come la femmina del maiale significa che non è castrata, e non essere castrati si può ritenere una cosa buona per la sua salute e soddisfazione, e non un pericolo per gli altri, e psicologicamente non è impotente sessualmente o repressa, e anche questa caratteristica è è una cosa buona per la salute della femmina umana, e dunque inutilizzabile per disprezzare una ragazza. Inoltre, se fosse realmente come la femmina del maiale sarebbe destinata dall’allevatore alla riproduzione, ma la femmina umana non ha allevatori che la spingono alla riproduzione, sceglie di fare sesso e anche senza riprodursi, ma per soddisfare la propria libidine e provare e riprovare piacere.

L’unica somiglianza è che si accoppia con i genitali di un altro. Cosa che però fanno tutte le specie sessuate. Anche le coppie umane monogame votate al matrimonio lungo l’intera vita.

Si può vedere una somiglianza nel fatto che molti uomini o donne si accoppiano con lei, e quindi la sua attività prevalente è l’accoppiamento sessuale promiscuo, come è l’attività prevalente della scrofa, ma in questo c’è sia una importanza personale che sociale, le altre e gli altri che fanno sesso con lei provano benefici.

Inoltre, la femmina del maiale è capacissima di prendersi cura dei propri figli nonostante le sue abitudini sessuali. Come lo sarebbe la donna umana se le fosse permesso.

Infine, esseri umani e maiali hanno dna rassomiglianti e dunque prenderli come metro di misura per l’insulto è decisamente contraddittorio, oltre che antiscientifico, e antropocentrico. Le ricerche scientifiche su di essi, sono state utili per scoprire geni in potenza riguardanti molteplici malattie: conclusioni usufruibili in futuro per altri studi sull’utilizzo dei maiali in agricoltura e nella biomedicina.  Nelle patologie che affliggono l’essere umano, gli studiosi hanno scoperto 112 correlazioni con gli aminoacidi implicati nelle malattie che tormentano il maiale: fra tali patologie pure quelle più rischiose e pericolose, Alzheimer, Parkinson, obesità e diabete.

2. Nel secondo caso anche senza leggere il dizionario, è possibile sapere che i termini “troia, mignotta, zoccola, cagna, baldracca ecc..” sono legati alla prostituzione, perché tutte le prostitute vengono anche chiamate “troie” o “mignotte” o “puttane” o tutti i sinonimi esistenti, da chi ne parla.

Perciò è necessario chiedersi cosa significa “prostituta” e chiedersi se è sbagliato prostituirsi, e in quale quantità ci sia un collegamento con chi si fa fotografare nuda o in pose provocanti o in atti sessuali.

Nel vocabolario Treccani.it online alla parola “prostituzione” i risultati di ricerca sono:

prostituzióne singolare femminile [dal latino Tardo prostitutio-onis, derivato di prostituĕre «prostituire»]. –

1. Il fatto di prostituire, di prostituirsi, spec. come attività abituale e professionale di chi offre prestazioni sessuali a scopo di lucro.

2. In etnologia e nella storia delle religioni, p. sacra, atto rituale presente nelle cerimonie di culto di molte popolazioni, che si compiva occasionalmente durante la cerimonia o la cui pratica era stabilmente affidata a sacerdotesse, secondo concezioni cosmologiche che attribuivano all’atto sessuale un valore propiziatorio legato al culto della fertilità.

La Wikipedia italiana risponde così:

“Con il termine prostituzione si indica l’attività di chi offre prestazioni sessuali, dietro pagamento di un corrispettivo in denaro. L’attività, fornita da persone di qualsiasi orientamento sessuale, può avere carattere autonomo, professionale, abituale o saltuario.

L’uso del termine non è univoco e a seconda del Paese, del periodo storico o del contesto socio-culturale può includere qualsiasi atto sessuale e qualsiasi tipo di compenso (anche non in denaro) o indicare, moralisticamente ed erroneamente, coloro che svolgono atti sessuali fuori dal matrimonio, o uno stile di vita simile a coloro che offrono le prestazioni o chi intrattiene atti sessuali disapprovati. Può indicare anche un comportamento zelante più del dovuto nei confronti di un superiore, finalizzato all’ottenimento di gratifiche lavorative o economiche”.

Saltando altre parti non interessanti per l’analisi, alla voce “Modi di dire” di Wikipedia si trova scritto:

“Nel linguaggio colloquiale esistono moltissimi sinonimi del termine “prostituta”, la maggior parte dei quali, pur avendo un’origine dialettale, sono entrati a far parte dell’italiano parlato nelle diverse regioni e hanno carattere prevalentemente offensivo.

Tra i principali si trovano: puttana (il più comune a livello nazionale e di varie ipotesi etimologiche, probabilmente originario da putto, in quanto i rapporti a pagamento causavano spesso gravidanze, oppure dal latino putta “ragazza” passato attraverso il francese antico putain “puzzolente”; è possibile, in alternativa, che sia collegato al demone Putana, che sotto sembianze di bellissima donna avrebbe dovuto avvelenare Krishna allattandolo al seno), troia (di origine contadina; propriamente: femmina di maiale destinata alla riproduzione), zoccola e maiala (termini d’uso in Toscana), mignotta, battona, bagascia (termine d’origine ligure), baldracca, sgualdrina, vacca, ed il sempre piu usato vezzeggiativo in senso dispregiativo puttanella oltre ai meno noti androcchia, pelanda, sciacquetta, ‘tufera e lumera.

Molti di questi termini volgari vengono usati anche, con significato non letterale, per indicare le donne che conducono una vita sessuale libera e intensa, nonché sono spesso utilizzati come epiteti offensivi sempre nei confronti delle donne.

Sinonimi di differente e più moderna origine sono invece termini allusivi come passeggiatrice, laida, squillo (in riferimento alla chiamata telefonica), lucciola (quest’ultimo in riferimento agli accendini accesi che si intravedono di notte ai lati delle strade) e eufemismi come donna di facili costumi o di larghe vedute. Tra i sinonimi che non provengono dal linguaggio popolare troviamo invece meretrice (usato soprattutto nel periodo tardo imperiale e nel medioevo), cortigiana, lupa (termine che deriva direttamente dal latino, da cui anche “lupanare”). Recentemente si è diffuso in Italia, anche grazie ad episodi di cronaca, il termine escort, un prestito dall’inglese come sinonimo di “squillo di lusso”, ovvero una persona che lavora per appuntamenti, in proprio e/o tramite contatti forniti da terzi.

Termini invece più neutri dalla punto di vista della “coloritura” linguistica e più formali sono: prostituta, meretrice e peripatetica. Sempre nel linguaggio colloquiale, per definire l’atto con cui si usufruisce dei servizi delle prostitute si usa l’espressione andare a puttane. In senso figurato, l’espressione è anche usata per indicare la rovina completa di un’idea o progetto. Quando tale rovina è attribuibile a qualcuno in particolare, si usa l’espressione analoga mandare a puttane, sinonimo di “mandare a monte”. Di uso molto comune è la locuzione fare una puttanata, figurativo per “compiere un’azione sbagliata” ovvero “agire in malo modo”. Il termine puttaniere indica un cliente abituale di prostitute.”

Nella Treccani il significato letterale è : “attività abituale e professionale di chi offre prestazioni sessuali a scopo di lucro

Chi usa l’appellativo “puttana” verso una donna, riferendosi alla sua attività sessuale, sta negando a tutte le donne, e agli uomini che hanno rapporti sessuali con queste donne, il diritto ad una sessualità vissuta con chi vogliono e con quante persone vogliono, e con la frequenza che vogliono, e ad un ruolo autodeterminato, protraendo tradizioni, secondo cui o la verginità o l’astinenza sessuale o la monogamia devono essere valori importanti per una donna, senza spiegarne il perché, e tradizioni secondo cui è brutto, cattivo, pericoloso e quindi immorale fare sesso promiscuo e occasionale; costringendole, attraverso il tentativo di instaurare il senso di colpa e la vergogna, e non attraverso la ragione, o minando la conoscenza che gli altri hanno del complesso delle condizioni da cui dipende il valore sociale della persona giudicata. E così a doversi legare sentimentalmente in modo monogamico, e dunque dipendere soltanto da una persona (uomo/donna) per appagare i propri desideri e impulsi sessuali senza venir considerate ragazze o donne da emarginare e denigrare. Provocando così repressione, patologie, e difese psicologiche complesse, fatte di inganni, e insulti ad altre donne per distinguersi non essere giudicate “troie”.

Allo stesso modo, chi usa l’appellativo “porco” o “maniaco sessuale” e tutti i suoi sinonimi verso un uomo, riferendosi alla sua attività sessuale, sta negando a tutti gli uomini, e alle donne che hanno rapporti sessuali con loro, il diritto ad una sessualità e ad un ruolo autodeterminato, portando avanti tradizioni, secondo cui la dedizione alla famiglia formata da due persone monogame sono valori importanti per ritenersi veri uomini; o concetti per cui ci si deve dedicare a cose diverse dal sesso, o non con tale intensità o quantità di tempo, costringendo gli uomini, attraverso il senso di colpa e la vergogna, a doversi legare sentimentalmente in modo monogamico, e dunque dipendere soltanto da una donna per appagare i propri bisogni sessuali senza venir considerati ragazzi o uomini da emarginare e denigrare

Gli uomini hanno il diritto di fare sesso con tante persone e con la frequenza che vogliono.

Negando e impedendo queste libertà si provocano sofferenze, repressioni e disturbi psichici. Come frigidità, paura del sesso, senso di disgusto del sesso, vergogna e senso di colpa, con conseguente aggressività volta a ribellarsi alla costrizione di reprimere la propria energia sessuale. Oppure un uso della propria energia per attività totalmente astratte che portano al bisogno di potere mentale e non di piacere fisico, come il narcisismo. Reprimere il piacere fisico può portare ragazze a cercare nella fotografia una valvola di sfogo per ottenere piacere mentale attraverso il potere della loro immagine sull’eccitazione altrui, e quindi non farlo come gesto gioioso, ma come gesto pieno di tensione.

Alexander Lowen spiega nel suo libro “Il narcisismo” che è: “Un esagerato investimento nella propria immagine a spese del sé.[…]Ciò che accade è che il narcisista si identifica con l’immagine idealizzata . L’immagine reale di sé è così perduta.[…]Il disturbo fondamentale della personalità narcisista è la negazione dei sentimenti.[…]Mancando la forza reale che deriva dai sentimenti intensi, il narcisista ha bisogno del potere, e lo cerca per compensare questa deficienza. Il potere sembra infondere energia all’immagine del narcisista, sembra conferirle una potenza che altrimenti non avrebbe.”  e nel suo libro “il piacere” scrive: “il potere è divenuto il valore primario, mentre il piacere è stato confinato alla posizione di valore secondario. […]Il corpo, al contrario dell’Io, desidera piacere, e non il potere. Il piacere del corpo è la fonte da cui scaturiscono tutti i nostri buoni sentimenti e pensieri..[…]L’egoista, nonostante sembri agire senza inibizioni, non gode del suo esibizionismo perché tutta la sua attenzione e le sue energie sono focalizzate sull’immagine che spera di rappresentare. Il suo comportamento è dominato dall’Io ed è incanalato verso il raggiungimento del potere, e non verso l’esperienza del piacere.”

Non si scherza con certi termini perché certe azioni non fanno niente di male agli altri. E così come è normale pensare che non si scherza dicendo “froci” e “negri” deve essere normale pensare che non si scherza dicendo “troie”. è diseducativo.
Tuttavia, si può pensare impossibile che tutte le donne si sostengano a vicenda evitando di chiamarsi troie dal momento che una parte di esse è spaventata dalla possibilità che il ragazzo che desiderano preferisca una ragazza che si concede più facilmente, o il fidanzato le tradisca e desideri una relazione poligama. Hanno un forte bisogno di eliminare dalla mente delle altre ragazze e dal loro sistema nervoso in cui sono registrati i comportamenti abituali le idee a favore di un certo tipo di sessualità e i comportamenti che rifletto idee a favore di un certo tipo di sessualità. Ed è difficile credere che possa sparire per sempre questa esigenza, ma potrebbe essere ridotta in una cultura che pone come valore la libertà sessuale, e considera termini come “troia” e “porco” da evitare tanto quanto attualmente si considera “frocio” o “negro” termini da evitare.

MODELLI SESSUALIZZATI AGLI ADOLESCENTI

Ogni volta che un donna famosa si spoglia in modo indiscriminato davanti al suo pubblico qualcuno dice che non dovrebbe farlo, perché condizionerebbe i giovani. Ad esempio è successo con Kim Kardashian.

è infantile il concetto che per amarsi e rispettarsi non bisogna mostrare il lato sessuale del proprio corpo in modo indiscriminato ma solo al fidanzato che ha promesso amore eterno. perché questo concetto riconduce il benessere al ricevere affetto e amore da qualcuno, esattamente come fa un bambino piccolo, che se la mamma si alza dal letto per andare a pensare a sé stessa, a guardare un film o magari anche a masturbarsi mentre lui dorme, il bambino piange, e si sente abbandonato, e pensa che la mamma non gli voglia più bene, e che la sua vita sia in pericolo.

anzitutto non hai detto che la Kardashian dev’essere libera di mostrarsi, anzi, hai detto che deve limitarsi, perché è un personaggio pubblico che può influenzare i giovani e fargli pensare che mostrarsi in modo sessualmente eccitante e a un pubblico indiscriminato possa essere una cosa buona e non negativa. mentre i giovani dovrebbero pensare che si tratta di un’azione dal valore negativo, che mostrare il lato sessuale del corpo non al fidanzato ma a tutti è frutto di una malattia mentale.

per quanto riguarda invece le ragazze non famose, naturalmente ci sono persone che buttano la critica al mostrarsi in modo sessualmente provocante in modo indiscriminato su motivazioni di benessere psicologico ed emotivo, e non etico, e dunque lasciano comunque la libertà di agire (dal momento che riguarderebbe solo i soggetti criticati). però la libertà di agire viene comunque emotivamente condizionata se ci si sente continuamente dire che ci si sta facendo del male senza rendersene conto. ed è comprensibile che qualcuno tenti di generare questo condizionamento interiore quando si tratta di fumare sigarette o bere alcolici, assumere droghe pesanti, ma non quando non è vero che ci si sta facendo del male.

Per quanto riguarda la possibilità degli adolscenti di imitare modelli osservati, spesso la tv fornisce modelli di ragazze e ragazzi asessuati e laccati, e quindi irreali, perché nella realtà si è sessuati. Una rappresentazione non asessuata e laccata, è molto più realistica quindi. Anzi, se un adolescente protrae un modello alla Hanna Montana dopo i cambiamenti puberali e quindi non integra nel sé il proprio nuovo corpo, perde il contatto con il suo corpo e la realtà, diventa nevrotica/o, e rimane mentalmente bambino anche se fisiologicamente adulto, quindi incapace di godere del nuovo corpo che la natura a un certo punto della vita gli ha donato perché ancora ancorato a un’immagine di sé asessuata e infantile, e condizionati quindi a ricercare le coccole di un genitore, fosse anche il fidanzato che viene immaginato come principe azzurro, asessuato anche lui, e quindi irrealistico e irragiungibile.
Hanna Montana era la rappresentazione di una personalità asessuata e laccata. Come Cenerentola è una rappresentazione falsata, come Biancaneve è una rappresentazione falsata, come la Bella e la bestia è una rappresentazione falsata. E quindi non dovrebbe essere una delusione il cambiamento da Hanna Montana alla nuova Miley Cyrus sessualizzata. Fare sesso o masturbarsi è una esigenza del tutto naturale durante l’adolescenza, e dunque un diritto che deve essere rispettato, consigliando gli adolescenti su come evitare rischi nel fare sesso (malattie e gravidanze indesiderate).

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Il/la fotografo/a è bravo/a oppure un/una idiota. La fotomodella è semprefiga-brava-bella, oppure vittima del/lla fotografo/a idiota (?)

ATTRIBUIRE RESPONSABILITà UNICAMENTE AL/LA FOTOGRAFO/A

“Bravo/a” significa “capace di eseguire abilmente i propri compiti”.

Nel valutare il lavoro di un/una fotografo/a e di una fotomodella c’è chi può arrivare alla conclusione che “non esistono cattivi soggetti ma solo cattivi/e fotografi/e”.

Il giudizio, su un soggetto o su un fotografo, può dipendere da un metro di misura che la maggioranza adotta per convenzione, oppure può dipendere da ciò che chi produce la foto o la vede, desidera vedere o non desidera vedere.

Nel caso dei desideri del singolo, poiché in base a alla persona che giudica una foto ritenuta brutta da qualcuno può essere ritenuta bella da qualcun altro, si può concludere che non esistono né cattivi soggetti né cattivi fotografi/e in assoluto, ma soltanto in senso relativo. Anche un autoscatto in bagno può essere bello se c’è chi lo apprezza.

Se invece si adotta un metro di misura condiviso possono esistere sia cattivi soggetti che cattivi fotografi/e.

L’idea che un/a “bravo/a fotografo/a” possa ricavare una buona foto anche da un pezzo di carta stracciata a terra e invece un/a “cattivo/a fotografo/a” non possa fare un bel ritratto, anche fotografando “la donna più bella al mondo”, implica che il/la fotografo/a può scegliere tra una miriade di possibilità fotografiche, in rapporto al soggetto, quella più adatta per lo scopo e far diventare così il soggetto un “buon soggetto” nella fotografia prodotta, quando invece se avesse scelto altre possibilità fotografiche sarebbe stato un “cattivo soggetto”.  Quindi la capacità di eseguire i propri compiti, ovvero la bravura, sarebbe l’adattamento all’ambiente presente in cui si trova anche il soggetto. Il/la fotografo adatta i propri desideri a ciò che trova e tenta anche di stupirsi osservando ciò che si è prodotto nell’incontro della fotocamera e del soggetto che non può prevedere completamente.

Modificando dei parametri della fotocamera, della propria posizione, della direzione delle luci, della posizione della fotomodella, adatta il risultato a ciò che desidera e più riesce ad arrivare vicino/a ciò che immagina più è bravo nel caso lo scopo delle fotografie siano una personale soddisfazione.

Ma come il fotografo può agire per avere un certo risultato fotografico, anche il soggetto può agire per avere un certo risultato fotografico, e assumere espressioni e conformazioni diverse in modo da diventare un “buon soggetto”, quando invece se avesse assunto altre espressioni e conformazioni diverse sarebbe stato un “cattivo soggetto”. Molte persone danno completa responsabilità al fotografo del fatto di piacersi nella foto che vedono. molti pensano che decidendo l’inquadratura si può far apparire sempre il soggetto molto più magro. dunque quando si giudicano grassi vedendosi in foto deducono che il fotografo non si sia impegnato a sufficienza per scegliere l’inquadratura giusta. tra l’altro in un matrimonio non si ha neanche il tempo per studiare l’inquadratura come in uno studio fotografico davanti a un soggetto fermo e con tempo a disposizione.

Il fatto che l’ultima scelta stia al/lla fotografo/a, poiché è lui/lei che visiona la foto dopo che la modella si è posizionata, e lui/lei ha scattato, non esclude che il soggetto non possa aver fatto, prima della scelta del/lla fotografo/a, degli opportuni adattamenti in quanto a pose ed espressioni.

Quindi la proprietà di essere “bravi” o “cattivi” la possono avere entrambi. Fotografo e fotomodella.

Una volta stabilito che possono averla entrambi si potrebbe voler sapere chi ne ha di più e chi di meno.

Per arrivare a saperlo bisognerebbe raccogliere le possibilità di adattamento che hanno fotografo e soggetto e confrontarle.

Può accadere che nella relazione tra modelle totalmente incapaci e fotografi/e molto capaci vengano prodotte foto splendide, come può accadere che fotografi/e incapaci producano foto brutte anche con le donne più brave e belle. Ma questi fatti non implicano che sia esclusa la possibilità che fotografi molto capaci producano foto orrende e fotografi molto incapaci producano foto splendide. Infatti una foto è determinata da molti fattori che il fotografo non controlla, e quindi quei fattori possono produrre una bella foto. Inoltre un fotografo incapace non è detto che lo sia sempre a ogni movimento e a ogni scelta che prende.
Quindi non si può stabilire a priori che le uniche responsabilità di una fotografia ricadano sul fotografo/a.  Anche perché la fotografia non è il solo prodotto del ragionamento e delle abilità manuali, ma è anche frutto del caso sia per i/le fotografi/e incapaci che per quelli/e capaci.

Dire “non ci sono cattive modelle” significa dire che un soggetto può fare qualsiasi qualsiasi tipo di foto e non può mai essere giudicata non brava, e che quindi non ci possono neanche essere gradazioni di bravura tra una modella e un’altra. O che la modella non ha nessun compito e quindi nessuna responsabilità, si trattiene passivamente davanti all’obiettivo per permettere al fotografo di utilizzare la sua immagine.

Se si dice che ovviamente il fotografo può adattare lo scatto, l’ambiente, le pose alla conformazione della modella, e riprendere il soggetto in modo pertinente allora diventa un’affermazione ovvia. ma sarebbe come dire “non esistono modelle che non si possono incasellare in qualche stile fotografico, ma solo fotografi che non sanno riconoscere in quale stile fotografico incasellarle o non sanno creare nuovi stili non ancora esistenti”. è vero che una modella può essere utile per alcuni stili e non per altri, ma questo non implica che le uniche responsabilità le abbia il fotografo, se non avessero nessuna responsabilità non ci sarebbe motivo di pagarle se non per il loro atto di sostare passivamente davanti alla fotocamera, né di fare loro complimenti se non per il fatto di essere nate con una certa conformazione estetica o di essere intervenute volontariamente sui loro muscoli e grasso e pelle. Secondo tali persone, se utilizzano uno stile aggressivo che da valore all’insulto, il fotografo è idiota e la modella invece non subisce epiteti ingiuriosi. E quindi i loro compensi dovrebbero essere molto diversi, e il fotografo dovrebbe sempre guadagnare molto di più.

bisogna anche considerare che la modella  può rifiutare delle pose oppure proporle. La maggiore libertà di scelta della modella sta soprattutto nella fotografia gratuita in cui avviene uno scambio reciproco come il tfp.
Nel caso in cui la foto sia brutta la fotomodella sarebbe vittima del fotografo incapace, nel caso in cui la foto sia bella la fotomodella sarebbe figa o brava. Il concetto di bravura di una fotomodella non dovrebbe esserci in chi pensa ciò, e quindi chi pensa ciò non dovrebbe neanche dire che non esistono cattivi soggetti, dato che non esistono perché non possono essere giudicati tali.

Quindi, non si può dire che “non esistono cattivi soggetti ma esistono solo cattivi fotografi”. Può essere un’affermazione confortante per alcune ragazze che vorrebbero posare ma si sentono inibite dalle loro preoccupazioni sull’essere adeguate o inadeguate, ma non corrisponde alla realtà, oltre al fatto che comporta l’impossibilità di giudicare una fotomodella.

Cosa fa diventare appartenente alla categoria delle fotomodelle una ragazza?

La definizione di qualcosa consiste nell’individuazione e nella spiegazione delle sue proprietà essenziali. La parola “fotomodella” è composta dalla parola “foto” che in termini fisici indica la “luce” e modella che in termini fisici indica un “manichino” quindi, considerando il processo fotografico, la si può tradurre in modo esteso con l’espressione “forma umana usata attraverso la luce per produrre una fotografia”. per essere una fotomodella è quindi necessario possedere una forma che può essere vista alla luce, ma non è sufficiente, perché una forma la possiedono tutte le ragazze e non tutte sono fotomodelle. L’identità indica una ricorrenza o una sorta di stabilità. Siamo soliti infatti dare un grado di all’essere appartenenti a una categoria in base alla quantità di volte e quindi di tempo in cui ripetiamo un’azione. Se qualcuno fa una pizza una sola volta in vita non lo si può chiamare pizzaiolo ad esempio. E se qualcuno ha fatto più di un centinaio di volte la pizza, anche un miliaglia, ma da molto tempo, anni, non la fa più non si può dire che è un pizzaiolo, ma che lo è stato. Quindi alla forma si aggiungono stabilità, e attività presente. Che questo processo avvenga in modo retribuito e che quindi sia una professione non è necessario alla definizione di “fotomodella”, infatti, se vivessimo in un sistema diverso da quello monetario, lo stesso processo di produzione fotografica attraverso ragazze che posano potrebbe avvenire lo stesso, e potrebbero comunque essere chiamate fotomodelle.

Poi, si può pronunciare questo termine inserendoci implicitamente dei giudizi di valore che riguardano le qualità delle azioni che compie chi fa la fotomodella, e quindi chiamare fotomodella qualcuna e non qualcun’altra se soddisfa dei parametri di qualità, o di suddividere per gradi questa soddisfazione (troppo poco, poco, sufficiente, abbastanza, molto, moltissimo) in base alla quantità di caratteristiche esistenti nel parametro di brava fotomodella, che sono in gran numero. Ma questo non è l’uso letterale del termine. E infatti, in questo caso, ci si dovrebbe chiedere cosa fa diventare brava una fotomodella?

Prima di chiedersi come valutare una fotomodella è necessario chiedersi qual’è lo scopo del valutare una fotomodella, perché non esiste una valutazione se non è in relazione a qualche bisogno o scopo, e quindi si cercherebbe una risposta senza poterla trovare perché la domanda è mal posta.

C’è chi può dire che una fotomodella “è scarsa” o “è brava”.

Ma detto così non si sa in relazione a quale bisogno essa sia scarsa o brava, anche se spesso si possono ipotizzare i riferimenti impliciti ad esempio (in base a quello che la maggioranza delle persone crede sia una belle foto, come le foto che si vedono di più, quelle pubblicitarie). A causa di questa ignoranza nei confronti del riferimento, o incertezza nel caso lo si ipotizzasse come riferimento sottinteso, è quindi necessario aggiungere un riferimento esplicito. Non esiste un solo modo di valutare una fotomodella, ma molti modi. E inoltre si può valutare una fotomodella prima di aver fatto un set e dopo aver fatto un set. Dopo un set si hanno informazioni che non si possono avere nel valutare il set fatto da qualcun altro, perché solo se si è presenti si può sapere se si è corretto la modella, quante volte, e in che quantità la si è corretta e determinare quindi la sua capacità di interpretare in modo autonomo le indicazioni del fotografo. Allo stesso modo non si può valutare la capacità di comunicare ciò che immagina il fotografo e quindi la fatica fatta dalla fotomodella per comprendere ciò che deve fare.

Lo scopo del valutare una fotomodella prima di fare un set fotografico che può essere comune a tutti quelli i fotografi/e che lo fanno può essere il fare un lavoro per cui una volta finito non si si è scontenti del risultato ma contenti.

Perciò è necessario sapere come si fa a essere contenti del risultato. Ma per averne la certezza si dovrebbe riuscire a riprodurre esattamente il risultato che si immagina, e non accade mai questo.

Perciò, questa previsione è sempre una approssimazione.

Se si intende valutare la qualità di una fotomodella in base alla sua corrispondenza con il concetto di quella che alcuni chiamano fotografia professionale e altri artistica, è necessario valutare un insieme di parametri senza i quali non si distingue uno scatto fotografico in cui il caso determina in una percentuale vicina alla totalità il risultato di una foto da uno scatto fotografico in cui si ricerca qualcosa che si immagina in modo dettagliato.

Questi parametri possono essere: L’espressività del viso, la flessibilità del corpo, la fotogenia, l’aspetto estetico.

Nella fotografia professionale, per essere coerenti con un certo canone fotografico (fashion, glamour, ritratto) già proposto e tramandato nelle sue caratteristiche essenziali da chi ha fotografato in un tempo precedente ai nuovi fotografi, è necessario valutare la fotomodella in base a quei canoni.

Ma questa valutazione può anche non essere fatta, ed è per questo che spesso l’effetto che certe foto hanno su altre persone è fastidioso o buffo. Infatti, in base alle esigenze personali che possono essere del tutto indipendenti con le aspettative di chi osserverà la foto e con i canoni estetici fotografici si può preferire una caratteristica piuttosto che un’altra.

Se si valuta la fotomodella ai fini della performance durante il set si può considerare che più facilmente la fotomodella riesce a capire cosa il fotografo vuole ottenere e meno stress e più empatia sentirà il fotografo, ma questa caratteristica è impossibile da conoscere osservando un portfolio, ma forse qualcosa della personalità si può comprendere dalla descrizione di sé, oppure intrattenendo dialoghi prima di scattare.

Un altro elemento è la percezione del suo interesse e piacere a farsi fotografare, che può assicurare che ci sarà un impegno a creare configurazioni col proprio corpo e viso adatte alle richieste del fotografo, ma questo non assicura che l’impegno si traduca nelle azioni desiderate.

Oppure valutare il compenso, quanto è giusto spendere per il suo servizio e se è giusto spendere soldi oppure lavorare gratuitamente come scambio in TFCD.

Se si vuol valutare la fotomodella in base al sue abilità per avere un controllo cognitivo su quello che ci si può aspettare da lei diventa difficile la valutazione.

Poiché una fotomodella non può vedere la sua immagine senza un supporto riflettente, deve immaginare la propria immagine dall’esterno immedesimandosi nel punto di vista del soggetto che coincide con la fotocamera. In base a questa identificazione sceglierà di socchiudere gli occhi, alzare le sopracciglia, aprire la bocca o fare altro, piegare gli arti. Tanto più riesce a comporre configurazioni che indicano uno stato emotivo che non ha realmente dentro di sé, tanto più è capace di soddisfare le richieste del fotografo/a.

Ma per poter affermare che una fotomodella X abbia Y capacità di interpretare, bisogna prima identificare quante e quali responsabilità ha la fotomodella nel risultato di una fotografia per poter valutare la sua capacità di comportarsi durante il set in un modo giusto per la riuscita delle foto.

Infatti, la responsabilità maggiore di ciò che si vede in una fotografia è del fotografo/a, perché è lui/lei che controlla cosa è riuscita a fare la fotomodella con la propria capacità di utilizzare il proprio corpo muovendo muscoli e arti, che è la stessa capacità allenata dagli attori di cinema, e quindi è lui/lei che può chiedere di rifare la posa.

Inoltre, la fotomodella può muovere i muscoli del proprio corpo in modo da configurare espressioni che indicano la presenza di emozioni e che tipo di emozioni sono presente nel soggetto osservato. La contrazione di una serie di muscoli insieme avviene in modo spontaneo nella vita quotidiana e quindi si è inconsapevoli del modo in cui si arriva a contrarli in quel modo. Per questo a volte nel cinema, l’emozione viene ricreata a partire dal riprodurre i comportamenti che in una condizione naturale sarebbero gli effetti sul suo organismo. Ma raramente una fotomodella arriva a usare tecniche sofisticate come quelle cinematografiche.

La valutazione del realismo di una configurazione esteriore è un processo semivolontario nel fotografo, lo si percepisce, intuisce, sente, quindi non c’è un metro di misura preciso.

Tuttavia il risultato finale può essere frutto del caso, o della selezione di tanti scatti e non della volontà della fotomodella, e dunque ciò che ha ottenuto un fotografo può non riuscire a ottenerlo un altro fotografo. Il portfolio nel caso di fotomodelle che lavorano con fotoamatori per soldi può essere il frutto delle insistenze dei fotoamotori o del desiderio di non far dispiacere loro delle fotomodelle o della paura che se non si caricano tutte le loro foto comincino a sparlare dicendo cose anche false alle quali però la gente crede. Dunque nel vedere pose malfatte la causa potrebbe essere solo una distrazione della fotomodella e la scelta di tenere uno scatto non buono del fotografo inesperto.

Il fotografo come può sapere con sicurezza se la configurazione che ha nelle foto è frutto del caso, o della selezione di tantissimi scatti, e non della volontà della fotomodella?

Come può essere sicura che al movimento di qualche parte del suo corpo corrisponda una configurazione reale che immagina essersi attuata? memorizzando l’immagine del proprio corpo con una certa posizione, ripetendo l’atto del guardarsi allo specchio mentre ci si muove o posando e ricevendo una risposta positiva dal fotografo.

Moltissime configurazioni possono dipendere dal caso e non dalla corrispondenza dei movimenti con l’immaginazione dalla corrispondenza dei movimenti fotomodella. cioè, per dare un merito o un demerito a qualcuno, quel qualcuno deve essere responsabile delle proprie azioni. un fotografo può fare uno scatto e ottenere una foto che non si aspettava assolutamente. quindi dove sta il merito in realtà? è come fosse una specie di incidente. la foto è un misto tra impegno, intenzione e caso.

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Bianco e nero e colore nella fotografia di soggetti

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Poiché, in genere si mostra una sola versione di una foto, nella mia pagina fan su FB a proposito di questa foto che ho scattato a Giulia Fanuli ho chiesto:
“Come la preferite? Bianco e nero o a colori?”
Ovviamente, ci sono stati pro colore e pro bianco e nero. Scelta difficile quindi.

Al di là di percezioni ed emozioni individuali, si devono fare delle considerazioni oggettive sulla scelta del colore o dell’assenza del colore in una fotografia.

La visione del colore della pelle in una fotografia ricorda la pelle reale, e quindi può produrre una sensazione tattile fantasma in chi vede la pelle nella fotografia, che può rimandare all’esperienza tattile che avviene durante rapporti erotici o sentimentali, e quindi può risultare più sensuale al contrario della foto in bianco e nero, che invece non rimanda alla realtà, dato che gli esseri umani, a parte i daltonici, vedono i colori, e quindi può invece rimandare a concetti astratti legati a rapporti erotici e sentimentali, come il romantiscimo, la nostalgia, e la specialità, il mistero.

Anche Alfred Hitchcock scelse il bianco e nero per le scene più cruente, come l’accoltellamento nella vasca di una ragazza, del suo film Psycho. La censura lo obbligava a non mostrare certi atti, perciò lui scelse di mostrarli ma con un impatto emotivo mitigato.
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Per quanto riguarda la pelle, ci si sofferma più tempo o più velocemente su di essa perché ha più peso visivo rispetto ad altri elementi del corpo, dato che ricopre molta più superficie sulla foto, soprattutto in foto di nudo, o foto in intimo, ma sicuramente il colore degli occhi, o dei capelli può attirare molto la direzione dello sguardo. Quindi, questo aspetto è determinante se si vuole ottenere un impatto emotivo erotico. Non a caso, le foto pornografiche trasformate in scala di grigi fanno un effetto totalmente diverso, e perdono di intensità sessuale.

In assenza di colore, il soggetto diventa meno distinguibile rispetto agli altri elementi della foto. La materia con cui è fatto il soggetto, prevalentemente pelle, capelli, occhi, e vestiti nel caso non siano foto di nudo, diventa una delle caratteristiche principale della foto, perché non essendo distratti dal colore si da attenzione alle linee, se curve o spigolose, o alla composizione.

Sul fenomeno della diminuzione di distinzione del soggetto con il resto dell’ambiente nella foto, è importante considerare come infatti colori molti diversi, come il rosso o il verde, detti anche complementari, ripresi in scala di grigi (bianco e nero) possono sembrare molto simili, rendendo la foto appiattita, nel senso che l’illusione ottica della profondità può diminuire.

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Necessario quindi che ci siano diversi contrasti.

In una foto in scala di grigi, le ombre diventano molto più importanti rispetto a una foto a colori, e spesso ombre nette possono non essere adatte per fotografie in bianco nero di ritratti, dove invece è meglio utilizzare una luce che crea ombre sfumate, che riescono a modellare e dare una sensazione di volume a tutte le forme del soggetto.
Inoltre, togliendo il colore la mente sarà costretta a interpretazione le diverse variazioni di grigio, per capire a quale colore esse corrispondano. Questo lo si fa sia involontariamente, che volontariamente.
Le silhouette sono infatti molto efficaci nelle foto in bianco e nero, fatte attraverso luci laterali si possono creare passaggi dal bianco al nero molto rapidi, e quindi netti.

Conoscendo quali effetti si producono con tipologie di immagini diverse, in base a cosa si vuole ottenere, si può decidere quale tipo di fotografie produrre.

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Senza offesa, fai schifo! : la critica tra fotomodelle e non…feat. Marta Blonde Pitbull

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Su Facebook, ho scoperto col tempo l’esistenza di una quotidiana gara alla critica distruttiva tra fotomodelle (anche fotomodelle su fotografi). Di diversi livelli di intensità.
Da leggere contrarietà, a insulti, alla gogna mediatica con tanto di foto e messaggi privati visualizzati nei profili.

Perché? Cosa produce questo fenomeno? Si può evitare in qualche modo?

Per chi si trova fuori dalla testa delle persone che criticano, cioè tutti, è necessario dedurre, da ciò che queste persone dicono, i motivi e le ragioni del loro agire.

Prendo quindi a esempio uno delle ultime critiche lette.
Marta Blonde Pitbull si rivolge a Miele RancidoAlizee e La Grisbi e ad altre che non nomina.

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Analizziamo il messaggio facendo finta di essere degli alieni che non comprendono istintivamente certe comunicazioni umane:

Una stessa comunicazione contiene allo stesso tempo più messaggi.
Contenuto (ovvero: su cosa verte il messaggio)
Rivelazione di sé (ovvero: cosa comunica di sé stesso il mittente)
Relazione (ovvero: che cosa pensa del destinatario)
Appello (ovvero: che cosa il mittente v0rrebbe indurre a far fare al destinatario)

A livello di contenuto il “soggetto criticante” dichiara che le ragazze alle quali si rivolge compiono atti che non dovrebbero compiere, si trovano quindi nel lato sbagliato della vita. Su di loro giudica le “performance fotografiche agghiaccianti” “inutili, e brutti servizi fotografici”, sottolineando il termine agghiaccianti con il maiuscolo, e informando che “ci sono catene di messaggi di persone che le prendono per il culo” per oggettivare questo suo giudizio personale, cioè per farlo diventare una descrizione di caratteristiche presenti nella realtà e non emozioni e pensieri esistenti soltanto all’interno del proprio corpo.

A livello di rivelazione di sé il “soggetto criticante” dichiara che si sta “liberando”, e che quindi aveva un peso, cioè che, in termini metaforici ed esasperati, certe fotomodelle “la fanno cagare” e che quindi non vorrebbe e non riesce o non vuole disinteressarsene, e che si sta liberando di questo peso che le da fastidio “senza preoccuparsi della sensibilità altrui”, né con “timore” delle reazioni delle persone criticate, e che quindi si sente moralmente superiore da giustificare una possibile ferita, e forte abbastanza da non temere controattacchi.

A livello di relazione il “soggetto criticante” comunica che nei loro confronti si pone in un atteggiamento di mancanza di empatia e disinteresse nei confronti dei desideri che soddisfano facendo ciò che fanno, ma estrema repulsione come con gli escrementi.

A livello di appello si può dedurre che le intenzioni non siano state costruttive. Infatti, le critiche possono essere costruttive o distruttive. E per valutare di che tipo sia una critica è necessario considerare che “per poter essere ascoltati, è essenziale che chi ci ascolta non senta automaticamente il bisogno di difendersi da noi”.
Ma è evidente dalla scelta dei termini, dalla scelta del luogo in cui questi termini sono stati pubblicati e dalla dichiarazione esplicita di “non preoccuparsi della sensibilità altrui”, che non c’è stata attenzione nei confronti delle difese automatiche che possono innescarsi in chi si sente attaccato ascoltando una critica.
Quindi si può dedurre che con questo stile comunicativo lo scopo che si voleva ottenere fosse
– “dare per scontato di avere ragione, imponendo il proprio punto di vista ed eliminando la validità di quelli degli altri, e trascurare la complessità dei rapporti umani, in cui ognuno assegna significati diversi alle situazioni, a partire da priorità e da assunzioni diverse”.
– Sentendo di aver ragione non disinteressarsi dal comprendere come stanno le cose dal punto di vista altrui, ma imporre il suo “dover-essere”.
– rifiutare all’altro il riconoscimento della propria autonomia e il suo diritto a far quel che può e che ha senso dal suo punto di vista.

Infine, la criticante, suggerisce ai soggetti criticati, quindi, di fare qualcosa “pensare che la loro strada non è la fotografia”. Fornendo delle motivazioni per fare questa scelta “è bellissimo realizzare che c’è molto altro oltre ai ruoli che ci hanno dato o che ci siamo prese” “infinite possibilità vi state precludendo” ma dicendo così introduce informazioni in precedenza non introdotte rendendo confuso il discorso, cioè il ruolo.

Perché, quindi, una ragazza può arrivare a sentire un bisogno talmente forte che altre ragazze non compiano certe azioni, da tentare di distruggere l’immagine altrui rifiutando il riconoscimento della loro autonomia e del loro diritto di far quel che possono e che ha senso dal loro punto vista?

Lei dichiara che il motivo principale del messaggio è che “è giusto che la verità venga detta”. Ma è difficile credere che l’unico motivo per cui ha pubblicato una critica così distruttiva sia per un senso di giustizia, oppure si dovrebbe credere che per qualsiasi cosa che percepisca di ingiusto faccia la stessa cosa. Infatti, nessuno si interessa di ciò che non lo colpisce o al massimo di ciò che non colpisce altri, e che quindi si può dedurre che chi fa una critica del genere pensi che in qualche modo sia colpito dalle loro azioni, o qualcun altro sia colpito, da certe azioni. Quindi, molto più probabile è che sia una giustizia relativa alla propria persona, anche perché, se fosse una ingiustizia oggettiva, tutti sarebbero d’accordo, e si sentirebbero vittime di una ingiustizia.
Perché, quindi, una ragazza può sentirsi vittima di una ingiustizia nel vedere che certe ragazza fanno certe foto?


Una delle motivazioni tradizionalmente usate per neutralizzare il potere emotivo di un attacco è quella di dire che chi critica lo fa per invidia.
Ma non bisogna fare l’errore di pensare che ogni critica sia fatta per invidia, e nemmeno l’errore opposto di pensare che non sia mai per invidia. Può essere.
Un altro motivo è perché si compete nella stessa attività e si ha l’interesse che ci sia un ordine, quindi una giustizia, per avere la sicurezza di agire, faticare, e potersi aspettare un guadagno e non rimanere delusi, a causa di un disordine nel principio per cui chi ottiene un premio lo ottiene perché se lo merita, e che non lo ottiene, non lo ottiene perché non se lo merita.
Soprattutto in un momento di crisi economica, e di svalutazione delle immagini fotografiche a causa dell’incremento di fotografi/e fotomodelle, l’ansia di non poter guadagnare aumenta, e le difese ancestrali “fuga” o “attacco” rispondono, portando a svalutare gli altri per far risaltare il valore di sé stessi.

CRITICHE COSTRUTTIVE

Si può ragionare sul come fare una critica costruttiva, e riferirlo a chi critica in modo distruttivo per fornirgli la possibilità di scegliere di provocare altri effetti.
Se anche si volesse fare una critica costruttiva, prima di valutare una fotomodella è necessario chiedersi come si fa a valutare una fotomodella, e prima di questo è necessario chiedersi qual’è lo scopo del valutare una fotomodella.
Questo è necessario perché non esiste una valutazione se non è in relazione a qualche bisogno o scopo, e quindi si cercherebbe una risposta senza poterla trovare poiché la domanda è sbagliata.

Ludovica Scarpa nel suo libro “Senza offesa, fai schifo” del 2011 scrive:

La realtà di -primo ordine- è quella misurabile, che non dipende da chi la osserva: la stanza che è larga metri 3,20, mettiamo, o il treno che è partito con 6 minuti di ritardo. Sono -dati di fatto- condivisibili, riscontrabili, se condividiamo il significato delle unità di misura -metro- e -minuto-. Se dico che la stanza che hai scelto per la riunione -è troppo stretta-, esprimo invece un giudizio, un’interpretazione, perchè sia compresa dovrò esporre le mie argomentazioni: in base a quali aspettative la ritengo -troppo stretta-?

Quindi, c’è chi può dire che una fotomodella “è scarsa” o “è brava”, ma detto così, senza aggiungere né le azioni in cui è scarsa o brava, né cosa ci si aspettava da lei, non si sa in relazione a quale bisogno essa sia scarsa o brava, anche se spesso si possono ipotizzare i riferimenti impliciti ad esempio (in base a quello che la maggioranza delle persone crede sia una bella foto, in base alle foto che si vedono di più, quelle pubblicitarie).
A causa di questa ignoranza nei confronti del riferimento, o incertezza nel caso lo si ipotizzasse come riferimento sottinteso, è quindi necessario aggiungere un riferimento esplicito.

Non esiste un solo modo di valutare una fotomodella, ma molti modi. E inoltre si può valutare una fotomodella prima di aver fatto un set e dopo aver fatto un set, avendo partecipato o non avendo partecipato.
Non si possono avere certe informazioni nel valutare un set visto soltanto in foto, perché solo se si è presenti si può sapere se si è corretto la modella, e in che quantità il fotografo ha corretto la fotomodella nelle sue pose ed espressioni, e determinare quindi la sua capacità di interpretare in modo autonomo le indicazioni del fotografo.
Allo stesso modo non si può valutare la capacità di comunicare ciò che immagina il fotografo e quindi la fatica fatta dalla fotomodella per comprendere ciò che deve fare per soddisfare le richieste ricevute. Quindi, ci si può limitare a valutare le foto.

Lo scopo del valutare una fotomodella prima di fare un set fotografico, per i set già scattati con altri, che può essere comune a tutti i fotografi/e che lo fanno, può essere il voler fare un lavoro per cui una volta finito non si si è scontenti del risultato ma contenti, e quindi il tentare di calcolare come potrebbe andare nel futuro set, in base a ciò che ha già fatto in passato la fotomodella.
Perciò è necessario sapere come si fa a essere contenti del risultato. Ma per averne la certezza si dovrebbe riuscire a riprodurre esattamente il risultato che si immagina, e non accade mai questo.
Perciò, questa previsione è sempre una approssimazione.

Ma un osservatore dovrebbe avere la necessità di valutare una fotomodella piuttosto che la foto, se non è interessato a scattarle foto? Una fotomodella che non è anche fotografa potrebbe avere l’interesse di valutare le altre fotomodelle per giudicare sé stessa facendo un confronto tra il giudizio su sé e il giudizio sulle altre. Infatti, è attraverso il confronto che si possono fare giudizi.
Ma, l’unico interesse che dovrebbe avere una fotomodella nel giudicare un’altra fotomodella se l’altra non glielo ha chiesto, è quello di volerla aiutare con informazioni utili.

Si può considerare che una fotomodella è anche anche un’osservatrice esterna. E tutti gli osservatori possono giudicare una fotografia per verificare la validità dei propri giudizi attraverso il confronto con altri punti di vista, oppure per comunicare informazioni utili alle altre fotomodelle (ma non era di sicuro il caso di Marta).
Dunque, un osservatore esterno può avere essenzialmente l’interesse di valutare la corrispondenza del soggetto con gli scopi della foto.
E per farlo è necessario valutare due fattori:
Bellezza estetica (corrispondenza con i canoni estetici e fotogenia)
Capacità interpretativa (espressività del viso, flessibilità del corpo, decodificazione delle richieste del fotografo)

Se si intende valutare la qualità di una fotomodella in base alla sua corrispondenza con il concetto di quella che alcuni chiamano fotografia professionale e altri artistica, è necessario valutare un insieme di parametri senza i quali non si distingue uno scatto fotografico in cui il caso determina in una percentuale vicina alla totalità il risultato di una foto da uno scatto fotografico in cui si ricerca qualcosa che si immagina in modo dettagliato.

Nella fotografia professionale, per essere coerenti con un certo canone fotografico (ad esempio fashion, glamour, ritratto) già proposto e tramandato nelle sue caratteristiche essenziali da chi ha fotografato in un tempo precedente ai nuovi fotografi, è necessario valutare la fotomodella in base a quei canoni estetici, e quindi conoscerli.

Se si vuol valutare la fotomodella in base alle sue abilità per avere un controllo cognitivo su quello che ci si può aspettare da lei diventa difficile la valutazione.
Poiché una fotomodella non può vedere la sua immagine senza un supporto riflettente, deve immaginare la propria immagine dall’esterno immedesimandosi nel punto di vista del soggetto che coincide con la fotocamera. In base a questa identificazione sceglierà di socchiudere gli occhi, alzare le sopracciglia, aprire la bocca o fare altro, piegare gli arti. Tanto più riesce a comporre configurazioni che indicano uno stato emotivo che non ha realmente dentro di sé, tanto più è capace di soddisfare le richieste del fotografo/a.
Ma per poter affermare che una fotomodella X abbia Y capacità di interpretare, bisogna prima identificare quante e quali responsabilità ha la fotomodella nel risultato di una fotografia per poter valutare la sua capacità di comportarsi durante il set in un modo giusto per la riuscita delle foto.
Infatti, la responsabilità maggiore di ciò che si vede in una fotografia è del fotografo/a, perché è lui/lei che controlla cosa è riuscita a fare la fotomodella, con la propria capacità di utilizzare il proprio corpo muovendo muscoli e arti, che è la stessa capacità allenata dagli attori di cinema, e quindi è lui/lei che può chiedere di rifare la posa o che decide se cancellare la foto.

Inoltre, la fotomodella può muovere i muscoli del proprio corpo in modo da configurare espressioni che indicano la presenza di emozioni e che tipo di emozioni sono presente nel soggetto osservato. La contrazione in contemporanea di una serie di muscoli avviene in modo spontaneo nella vita quotidiana e quindi si è inconsapevoli del modo in cui si arriva a contrarli in quel modo. Per questo a volte nel cinema, l’emozione viene ricreata a partire dal riprodurre i comportamenti che in una condizione naturale sarebbero gli effetti sul suo organismo. Ma raramente una fotomodella arriva a usare tecniche sofisticate come quelle cinematografiche.
La valutazione del realismo di una configurazione esteriore è un processo semivolontario nel fotografo, lo si percepisce, intuisce, sente, quindi non c’è un metro di misura preciso.

Tuttavia il risultato finale di un set fotografico può essere anche frutto del caso, o della selezione di tanti scatti e non della sola volontà della fotomodella, e dunque ciò che ha ottenuto un fotografo può non riuscire a ottenerlo un altro fotografo.
Il portfolio nel caso di fotomodelle che lavorano con fotoamatori per soldi può essere il frutto delle insistenze dei fotoamotori o del desiderio di non far dispiacere loro delle fotomodelle o della paura che se non si caricano tutte le loro foto comincino a sparlare dicendo cose anche false alle quali però la gente crede. Dunque nel vedere pose malfatte la causa potrebbe essere solo una distrazione della fotomodella e la scelta di tenere uno scatto non buono del fotografo inesperto.
Il fotografo come può sapere con sicurezza se la configurazione fisica che la fotomodella ha nelle foto è frutto del caso, o della selezione di tantissimi scatti, e non della volontà della fotomodella?

Come può essere sicura una fotomodella che al movimento di qualche parte del suo corpo corrisponda una configurazione reale che immagina essersi attuata? memorizzando l’immagine del proprio corpo con una certa posizione, ripetendo l’atto del guardarsi allo specchio mentre ci si muove o posando e ricevendo una risposta positiva dal fotografo.
Moltissime configurazioni possono dipendere dal caso e non dalla corrispondenza dei movimenti con l’immaginazione dalla corrispondenza dei movimenti fotomodella. cioè, per dare un merito o un demerito a qualcuno, quel qualcuno deve essere responsabile delle proprie azioni. un fotografo può fare uno scatto e ottenere una foto che non si aspettava assolutamente. quindi dove sta il merito in realtà? è come fosse una specie di incidente.

Alla fine, ogni foto è un misto tra impegno a realizzare l’immaginazione, e gli effetti del caso e degli errori.

Si può tentare di suggerire altri modi di esprimersi alle fotomodelle che criticano le altre fotomodelle, ma loro hanno sempre la possibilità di aumentare il grado di rifiuto e non seguire la proposta. Dunque, diventa necessario agire sulla propria reazione emotiva senza sperare nell’intervento dell’altro.

Nessuno può riuscire a farci del male a parole senza il nostro consenso. “Se mi insulti e io ritengo che tu stia scherzando o sia travolto da problemi tuoi, bene, non me la prenderò. Se alle tue parole non assegno un significato che mi sminuisca personalmente, non lo hanno.” Una volta analizzato il contenuto oggettivo della critica ci si può chiedere dell’altro “Che cosa mi sta dicendo di sé?” e comprendere che soffre, ed essendo in difficoltà lo potremmo trattare con empatia, ma senza la responsabilità di obbedire a norme che non hanno niente a che fare con la giustizia, ma che hanno a che fare con bisogni personali, lasciando così che sfoghi la sua rabbia senza pensare che ci sia qualcosa di vero e per il quale ci si deve realmente vergognare o sentire in colpa. In questo modo si toglie il potere che tenta di prendersi attraverso tentativi di ferite (insulti, critiche distruttive, esagerazione, derisione, influenzamento degli altri) e si rimane sereni, e dunque si risolve il problema del non essere accettati. Si può dire “Mi dispiace se provi queste emozioni negative e se pensi queste cose. Però non posso cambiare parametri, perché ciò che hai detto non è per me sufficientemente dissuasivo e vero.” e lasciar stare. Ma per farlo è necessario abbandonare il principio secondo il quale per farsi rispettare è necessario agire allo stesso modo in cui non si è stati rispettati, tentando di ferire. Occhio per occhio.

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Perché essere contro Miss Italia e i concorsi di bellezza

Nella pagina Fan di Miss Italia è comparsa una domanda: “Si è detto di tutto e di più negli ultimi giorni sulla possibile cancellazione della 74esima edizione del Concorso dai palinsesti Rai. E voi che cosa ne pensate?”

Se si vuole dare un giudizio in modo razionale, è necessario seguire dei passaggi logici:

  1. Conoscere ciò che si vuole giudicare.
  2. Fare confronti tra ciò che c’è e ciò che potrebbe esserci.
  3. Avere un metro di misura concettuale.
  4. Includere una spiegazione del giudizio che si fa.

COS’È?
Miss Italia è un concorso di bellezza che per 75 anni, una volta all’anno, durante il quale è stata eletta una ragazza a “più bella d’Italia”, aggiungendo all’elezione presentazioni delle ragazze, e sfilate, e rituali di premiazione.

I motivi per cui molte persone guardano questo tipo di eventi in TV  sono diversi:
Danno piacere guardarli, perché si guardano le ragazze, e perché si fa ragionare la mente su cose semplici come “chi è la più bella”, e questo porta a distrarsi da problemi stressanti, o a evadere la noia.

Il metro di misura da usare per un giudizio da positivo a negativo è l’impatto che un evento ha sulla popolazione in cui esso accade. Un impatto che produce sofferenza, in modo diretto o indiretto, è negativo. E quindi analizzare gli effetti culturali, psicologici, economici.


IL PREMIO

Tutta la nostra vita è condizionata, senza che ce ne accorgiamo, da premi e da punizioni date dall’ambiente.
Cioè da gratificazioni fisiche che ci danno l’energia per agire e sofferenze che ce la tolgono, regolando così ogni nostro comportamento, anche quando pensiamo di prendere decisioni in piena autonomia e indipendenza.

Nel nostro cervello infatti abbiamo memorizzato un’enorme quantità di esperienze, positive e negative, in base alle quali formuliamo dei giudizi su ciò che vediamo (agendo poi di conseguenza). Il nostro cervello registra automaticamente gli avvenimenti che provocano in noi particolari emozioni.

Ad esempio: nascite, funerali, matrimoni, incidenti, viaggi, amori, separazioni, vincite, malattie, successi e insuccessi (nella scuola, nel lavoro, nella vita familiare), figuracce, litigate, lutti, regali, esperienze sessuali, guadagni, pericoli corsi eccetera. Perché tutte queste cose riescono a imprimersi più facilmente nella memoria?

Perché il nostro cervello (attraverso una lunghissima storia evolutiva di centinaia di milioni di anni) si è man mano strutturato per rispondere nel migliore dei modi al problema numero uno di un organismo: sopravvivere. E sopravvive meglio chi impara (attraverso la memorizzazione e l’esperienza) a evitare le cose negative e a ottenere quelle positive. Ad esempio a procurarsi del cibo e a evitare un predatore.

Quando ci troviamo in una situazione emotiva, sia essa piacevole o spiacevole (del tipo di quelle elencate prima), scatta un allarme, e nella nostra corteccia cerebrale si diffondono delle particolari sostanze chimiche stimolate da una zona arcaica sottostante, il sistema limbico, che presiede alle emozioni e all’affettività. Sono queste sostanze, a permettere il fissaggio a lungo termine delle memorie, grazie a vere e proprie crescite di nuovi “rametti” nervosi.

Queste memorie rimangono ancor più impresse perché ogni tanto, ripensandoci, noi le riattiviamo e le rinforziamo (così come avviene per il ripasso di un testo di storia studiato).

Riempiendo man mano il nostro cervello di queste esperienze creiamo una griglia mentale attraverso la quale passano le nuove percezioni: esse vengono immediatamente confrontate con le esperienze precedenti e catalogate in utili/non utili, buone/cattive, gradevoli/sgradevoli, portatrici di premi o di punizioni.

Il premio sociale ha lo stesso processo psicologico del premio che l’ambiente da, è un riconoscimento di un’attività, di un gesto, di un’opera e comunque di qualcosa di eccezionale che produce piacere, e quindi un ricordo che agendo in un certo modo si può provare di nuovo piacere. Così esistono anche i premi per la bellezza.

Che differenza c’è tra un premio e un apprezzamento?

Il premio è qualcosa di cui vengono a conoscenza una quantità di persone elevata. L’apprezzamento può venirlo a sapere anche soltanto la singola persona apprezzata. Un apprezzamento individuale ha effetti diversi da un apprezzamento nello spazio pubblico. Mostrare che qualcosa ha potere in uno spazio pubblico può creare quel potere.

In che modo vengono premiate le miss?

  1. Simboli: Lo stesso termine inglese “Miss” è una onoreficenza. E una onoreficienza secondo il dizionario è “un riconoscimento di onore (titolo, carica, decorazioni ) che si concede pubblicamente a una persona a riconoscimento dei suoi meriti“. Poi ci sono simboli fisici come la fascia, e la corona, i fiori ricevuti dai fan.
  2. Video (delle miss che arrivano nel teatro, le interviste per sapere se sono preoccupate o no)
  3. Applausi da grandi quantità di persone, anche sotto casa della vincitrice,
  4. La possibilità di essere contattate direttamente al sito di miss italia,
  5. La consapevolezza di far parte di qualcosa a cui la rete pubblica ha dato tanta importanza da metterla in prima serata che si traduce in autostima.
  6. La consapevolezza di esser giudicata positivamente da una grande quantità di persone (giuria più spettatori).
  7. Gli articoli e le foto sulle riviste e i servizi in TV.
  8. Gli incontri e le foto col sindaco del proprio comune di nascita, gli assessorii presidenti (Obama).
  9. L’invito a programmi vari in tv.
  10. Ingaggi pubblicitari retribuiti.
  11. L’attenzione dei fan che fanno gli auguri per il compleanno in grandi quantità.

E poiché molte ragazze si commuovono, e piangono dalla felicità sicuramente tutto questo elenco di accadimenti in qualche modo provoca questa reazione positiva. <<“Un brivido sconvolgente e irripetibile”, è il parere di Anna Valle, Miss Italia 1995. Emozioni, sogni, amori, successi: tutto è racchiuso in questa manifestazione tra le più amate del nostro Paese.>>

Per alcune avere uno spazio al telegiornale in cui vengono trasmesse informazioni importanti le fa sentire importanti, e quindi felici. Chi è famoso/molto conosciuto/prestigioso/rinomato: gode di una stima positiva da parte di tante persone che gli procura vantaggi sociali, relazionali ed economici.

Poiché leggere un elenco di certe vantaggi può non essere sufficiente per comprendere il significato reale di certe parole si possono analizzare in modo più approfondito alcuni punti dell’elenco.

Dalila Pasquariello, Miss Deborah Milano nel 2011, è la nuova annunciatrice dei programmi di Rai 3. Quinta classificata a Montecatini Terme, ha dichiarato: “È una grande opportunità di lavoro. Sono grata a Miss Italia che mi ha portata fino a qui!”

Francesca Chillemi è la protagonista del primo Calendario Ufficiale del Concorso, realizzato per il 2004 e reso disponibile GRATIS sul sito ufficiale. Viene scaricato da 70 mila utenti.
Un’idea che ha fatto centro! (Foto ® Lorenzo Bringheli)

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Distribuito in tutte le edicole d’Italia (solo 1 euro) il nuovo numero di SI con l’inserto speciale dedicato al concorso di bellezza con in regalo il poster di Giusy Buscemi, Miss Italia 2012, e delle 100 finaliste.

Questi sono alcuni esempi di ingaggi pubblicitari dati alle miss:

Tania Zamparo è diventata giornalista per la rete televisiva Sky dopo aver vinto il concorso Miss Italia.

Alle miss è data anche la possibilità di poter esprimere il proprio pensiero su temi di importanza sociale, e chiedere alla società di agire in un certo modo. Possibilità che non viene data a molte altre persone.




IL SIMBOLO DELLA CORONA
“stanotte ho dormito soltanto un’ora ma avevo accanto a me la corona appoggiata sul cuscino che irradiava luce, era bellissima.” Era la corona che irradiava luce, o il significato attribuito alla corona che le faceva notare che irradia la luce, come qualsiasi altro materiale del genere di qualsiasi altra forma?

IL COMPLIMENTO

1. Di tipo emotivo“Che bella!” “Brava” “Stupenda!” “Che figa!” “Complimenti!”.

Un complimento è una espressione con cui un altro sottolinea il proprio piacere per una qualità estetica che il soggetto fotografato o visto possiede.

E perché sentirsi fare dei complimenti è un vantaggio?

Esistono persone che interpretano un complimento come una semplice informazione o descrizione della realtà causata dall’esistenza di certe caratteristiche nell’aspetto di una persona che non ha effetti positivi, o grandi vantaggi.

Ma pensare questo è un errore logico, perché una informazione è “Ogni notizia, ogni elemento conoscitivo comunicato o acquisito che sostituisce il noto all’ignoto, il certo all’incerto, che permette di sapere qualcosa che non si sapeva“.

E quindi se un complimento fosse un’informazione dire “Sei bella” “Che figa!” equivarrebbe a dire “Ti informo che sei bella. Potresti non saperlo” “Non so se lo sai, ma se non lo sai te lo dico io: sei bella“.

Ma che utilità avrebbe informare una ragazza del suo essere bella? Nessuna. E una ragazza di 20 anni, non avrebbe avuto il tempo necessario per scoprirlo da sola? Si, quindi non è necessario, e non può essere questo lo scopo del fare complimenti.

Per desiderare di descrivere qualcosa a qualcuno NON è sufficiente la semplice esistenza dell’oggetto descritto. Non accade che X esiste, e poiché esiste io scelgo di descrivere come X è.

E che non è sufficiente lo si può dedurre dal dato di fatto riscontrabile guardandosi attorno che nessuno descrive tutto ciò che esiste e percepisce nel proprio ambiente.

Si può sentire qualcuno che passeggiando in città insieme a qualcuno afferma “è una bella giornata oggi!” ma poi a questa descrizione non seguono “Gli alberi sono verdi” “L’asfalto della strada è grigio” “L’autobus che sta passando è arancione” “I palazzi su questa strada sono gialli“, anche se sarebbero affermazioni vere, cioè corrispondenti alla realtà.

Se qualcuno descrivesse tutto ciò che percepisce a qualcun altro per il semplice fatto che esiste l’altro lo troverebbe anomalo, e si stancherebbe di ascoltarlo e a un certo punto gli direbbe “ma sei impazzito/a?“.

Inoltre è un dato di fatto che si sta ben attenti a non descrivere alcune realtà esistenti, e invece si descrivono altre realtà con facilità e piacere come la bellezza. Ad esempio è molto improbabile anche se possibile che qualcuno parlando con qualcun altro dica “la caccola che ti esce dal naso mi fa schifo“, si tenterà di non farci caso, o si dirà “hai qualcosa sul naso” omettendo la descrizione specifica di cosa c’è sul naso e la descrizione di ciò che mi provoca. Perché in genere se si informa una ragazza che qualcosa del suo aspetto non ci piace questa si infastidisce.

Questo fenomeno quotidiano dimostra che c’è un motivo diverso dalla semplice esistenza di qualcosa che provoca un complimento, e dimostra anche che si seleziona qualche particolare percepito e si esclude il resto dai complimenti.

C’è un altro errore logico, e cioè che il semplice dire “Sei bella” non è una descrizione della realtà, perché l’essere o non essere bella dipende da chi osserva quella ragazza.

Il dire “Corrispondi al canone estetico dominante” o “Corrispondi ai miei canoni estetici” o “Mi da piacere guardarti” sarebbero invece descrizioni della realtà.

Ludovica Scarpa nel suo libro “Senza offesa, fai schifo” del 2011 scrive:

La realtà di -primo ordine- è quella misurabile, che non dipende da chi la osserva: la stanza che è larga metri 3,20, mettiamo, o il treno che è partito con 6 minuti di ritardo. Sono -dati di fatto- condivisibili, riscontrabili, se condividiamo il significato delle unità di misura -metro- e -minuto-. Se dico che la stanza che hai scelto per la riunione -è troppo stretta-, esprimo invece un giudizio, un’interpretazione, perchè sia compresa dovrò esporre le mie argomentazioni: in base a quali aspettative la ritengo -troppo stretta-?

Come poter capire qual’è il motivo reale per cui si fanno complimenti?

In genere le ragazze ringraziano chi dice così, quindi sicuramente non provano emozioni negative nel sentirsi dire certe cose.  Perciò c’è un effetto emotivo, ed è di un certo tipo e non di un altro, e quindi si ricerca un certo tipo di effetto dalla propria azione di fare complimenti.

Secondo il famoso psicologo Eric Berne, fondatore dell’“analisi transazionale” (una teoria della personalità, un approccio psicologico ai fini della  crescita e del cambiamento della persona, che si focalizza sia sulla sfera intrapsichica sia sulla relazione interpersonale), gli elogi sono “carezze verbali” necessarie per la nostra crescita fisica ed emotiva, perché sono l’unico mezzo attraverso cui ci sentiamo riconosciuti, vivi, certi che gli altri si accorgono di noi. Tutta la vita si gioca nel cercare e nel ricevere carezze positive, siano esse verbali (come appunto le lodi o i complimenti), non verbali (sorrisi, cenni affettuosi), o fisiche (abbracci, baci, gesti). Senza di esse, sostiene Berne, le persone avvizziscono, si spengono, si ripiegano in se stesse.

Eric Berne in “Games people game” tradotto in Italia con “A che gioco giochiamo” del 1964 scrive:

“Spitz ha notato che i neonati privati di cure manuali per un certo periodo di tempo alla lunga tendono a sprofondare in una irreversibile depressione per soccombere infine ai disturbi intercorrenti. In sostanza questo significa che la privazione emotiva, come la chiama Spitz, può avere un esito fatale. Queste osservazioni portarono alla formulazione del concetto di fame di stimolo e indicarono che le forme di stimoli particolarmente desiderate sono quelle generate dall’intimità fisica;[…]Si può dunque postulare l’esistenza di una catena biologica che va dalla privazione emotiva e sensoria all’apatia e di qui modifiche degenerative e alla morte. In questo senso la fame di stimolo ha con la sopravvivenza dell’organismo umano lo stesso rapporto della fame di cibo.[…]Finito il periodo di stretta intimità con la madre, l’individuo si trova per il resto della vita di fronte a un dilemma che mette in gioco il suo destino e la sua sopravvivenza. Un corno del dilemma è rappresentato dalle forze sociali, psicologiche e biologiche che si oppongono alla perpetuazione dell’intimità fisica di tipo infantile; l’altro dallo sforzo continuo che si fa per perpetuarla. L’individuo finisce col ricorrere quasi sempre ad un compromesso. Impara ad accontentarsi di forme di toccamento più sottili, simboliche perfino, al punto che un semplice cenno di saluto serve in qualche misura allo scopo, anche se non soddisfa la fame di contatto fisico originaria. Si possono dare più nomi al processo del compromesso: sublimazione, per esempio. Ma comunque lo si chiami, porterà ad una parziale trasformazione della fame di stimolo infantile in quella che si può chiamare fame di riconoscimento.”

Tuttavia il complimento fatto a una ragazza che desidera complimenti può essere una carezza verbale vuota, poiché uno può dire “sei bellissima” senza pensarlo realmente ma con lo scopo di rendere a sua volta la persona che ha ricevuto il complimento disponibile a ricambiare con altre “carezze verbali”, e finché l’altra persona non saprà la verità rimarrà un vantaggio per lei.

Ma nel caso in cui il complimento non pensato realmente venga utilizzato come strumento per fare fare a una ragazza ciò che non farebbe senza quelle emozioni è un vantaggio oppure no?

Può essere la tattica usata da un violentatore, e quell’emozione può portare la ragazza a non accorgersi della realtà, o di una persona che promette amore per aver sesso, senza il consenso dell’altro bisognoso di amore e non di sesso. Perciò in questo caso non è un vantaggio, anche se il guadagno dell’emozione c’è lo stesso.

Questi vantaggi sono sbagliati? Recano danni agli altri?

ANALISI DELL’IMPATTO DEI CONCORSI DI BELLEZZA

Per prima cosa bisogna comprendere come si misura e valuta la bellezza all’interno di questi concorsi, e inoltre, perché una ragazza dovrebbe ottenere certi premi per il fatto che è bella? (non basta il premio di essere bella?)
La bellezza viene valutata tramite voto.

Il voto ha delle limitazioni:

  1. si basa su opinioni personali che non si attengono a caratteristiche oggettive, 
  2. si può basare su amicizie, parentele, richiesta di favori ad amici di amici,
  3. si può basare voti comprati per interessi economici delle regioni di provenienza delle ragazze, 
  4. si basa sulla quantità casuale e variabile di anno in anno delle persone che seguono il programma.


A livello culturale:

  1. Svalutazione delle competenze e sopravvalutazione della bellezza con conseguente contributo all’ignoranza diffusa.
  2. Accettazione come normale della contraddizione e dell’inganno per vendere merci di lusso.
  3. Promozione del lusso e disinteresse per altri stili di vita o per le conseguenze del lusso.

Il fatto che vengano condivisi nel web, sulla TV video di Miss Italia, in cui le Miss parlano di temi sociali, da l’idea che per il fatto di essere bella, e che questa bellezza è stata riconosciuta dal voto di una grande quantità di persone allora è interessante ascoltare le sue opinioni, piuttosto che di una persona competente nella materia trattata. Questo atto consolida l’idea che sia necessaria l’esistenza di Star per veicolare messaggi di importanza sociale, e che le persone competenti in realtà abbiano meno valore delle Star o di chi è bella. Una confusione dannosa che contribuisce all’ignoranza su temi importanti e tecnici che non possono essere trattati con opinioni non verificate e superficiali.

Sulla pagina Fan ci sono post con scritti slogan con affermazioni false del tipo “Scopri in questo video il segreto per restare bella della Miss” in cui si riesce a capire palesemente che le Miss non hanno nessun segreto per restare belle, e infatti cliccando si arriva a un video promozionale in cui la Miss spiega le proprietà del gel all’aloe vera. Cioè una pubblicità a una merce. In questo si fa passare come normale l’inganno per vendere merci di lusso.

Nella pagina vengono sponsorizzati gioielli con concetti scollegati, pretestuosi e stupidi “Ogni donna è unica, come i gioielli che indossa! Con Miluna crei il tuo gioiello con gemme, perle, pendenti e braccialetti. Il nostro preferito è questo: scettro, fascia doppia, perla bianca e corona… per essere sempre una Miss!” quindi, in base all’affermazione “per essere sempre una Miss” se non li indossi non sei una Miss, e quindi l’unicità delle donne citata all’inizio viene contraddetta alla fine. Si lascia così passare come normale la contraddizione e l’inganno per vendere merci di lusso.

A livello psicologico: 

  1. Motivazione a dare importanza alla bellezza estetica e possedere ciò che serve per ricevere una premiazione.
  2. Incitamento a credere che chi possiede la bellezza si meriti certi vantaggi.

Questa esposizione educa le ragazze a pensare che una miss è necessaria, e ha un valore sociale, e quindi le stimola ad agire per diventarla.
C’è stata anche un’azione diretta a creare questo tipo di significato. Un esempio è la bambola Tanya Miss Italia. Nome creato sull’assonanza tra Tanya e Italia. E usato nello spot per dire “è la più bella d’Italia, è Tanya. è proprio lei Miss Italia, è Tanya. Fra tutte sei la regina più bella, sei tu. Sei la più preziosa amica che ho. Sei sempre più affascinante, elegante. D’argento, raso, tulle e oro. E tu lo sai che ti adoro.” Alla fine dello spot viene detto da una Miss: “Miss Italia è solo Tanya, e tu?”.
Il messaggio intero è collegato in modo abbastanza incomprensibile e rende il messaggio ambiguo e non comprensibile in modo automatico. Una tecnica tipica dei messaggi subliminali.

Per le bambine che può avere un effetto di modello. La pubblicità è costruita in modo da creare emozioni positive nei confronti del concetto di Miss.
Il messaggio che si può dedurre è: “è necessario essere delle Miss. Il lusso è una cosa buona (argento, raso, tulle e oro), e se sei una Miss hai anche il lusso. E tu che cosa sei?”.

Inoltre, si fa passare di meritarsi certi vantaggi , infatti alcune Miss hanno affermato:

“ce l’ho messa tutta a vincere” ma in che senso ce l’ha messa tutta? ad aspettare di essere votata, a stare in piedi per essere valutata, a recarsi nel posto in cui si facevano le selezioni“questo è l’inizio di un percorso. devo dimostrare di poter avere questo titolo, e quindi cercherò di impegnarmi al massimo.” è un titolo che si può avere? che si merita di avere dimostrando di meritarlo? e come si di mostra che lo si può avere?

Questa concezione è ulteriormente dimostrata dalla vicenda in cui ci furono delle polemiche per degli interventi chirurgici attribuite ad alcune concorrenti, paragonato al doping nello sport.  Patrizia Mirigiliani, ha detto che “è impossibile capire se un seno sia rifatto o meno”. Il regolamento non prevede un’esclusione perché quando è nato il concorso, la chirurgia estetica non era così diffusa. Ci si rifà però al buonsenso, quindi il problema non sussiste: “Se una ragazza evidenzia parti del corpo, seno o viso, decisamente ritoccati, non penso proprio che arriverebbe alle finali”. Come se meritasse di meno il premio. Un’assurdità illogica. Dato che non si ha merito di avere un corpo e che sia in un certo modo.

Dunque, poiché la bellezza, priva di interventi della tecnologia, è un risultato dei processi naturali (ormoni, DNA, influenza dell’ambiente), dovrebbero premiare la natura e non le ragazze, ma invece sono le ragazze che finiscono a fare film e spot. E automaticamente si creano classi di ragazze. Chi può e chi non può. La natura è infatti discriminatoria, la civiltà invece serve per modificare questa discriminazione. La scienza infatti è stata applicata in tutti i campi per modificare la natura.

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In realtà è più sensato usare il concetto di merito in gare come il Body Building, perché i concorrenti hanno sopportato dolore fisico per ingrandire e scolpire i muscoli, in anni di lavoro, escludendo il doping. Hanno dovuto studiare le tecniche di alimentazione, e di gonfiamento dei muscoli. Molto più senso ha il concorso di bellezza Miss Bum Bum del Brasile. In cui le miss vengono mascherate per non far distrarre gli osservatori dalla bellezza del sedere.

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A livello economico:

  1. Uso di soldi per azioni con effetti culturalmente e psicologicamente dannosi e sottrazione di soldi ad azioni utili al benessere e alla povertà economica della società.
  2. L’utilizzo del concorso per donare un’immagine positiva alle regioni, o migliorare la condizione economica delle regioni svaluta il ruolo degli assessori e di tutte le persone che lavorano nei comuni e nelle regioni che sono costretta ricorrere a questo tipo di cose.

Infatti, il costo del concorso viene pagato in prevalenza con le tasse dei cittadini di una Regione.

Nel 2011 il finanziamento è stato di 230 mila euro, nel 2012 l’acquisto di attrezzature ammonta a € 490.000 da cedere in comodato gratuito ai CEQ di Confindustria, attraverso l’utilizzo di un finanziamento della Regione.

Quindi si dovrebbero fare i concorsi di bellezza senza che siano pagati dai cittadini.

Nella pagina fan di facebook vengono poste domande retoriche inutili volte a stimolare la curiosità e i possibili ascolti che rivelano l’interpretazione da dare al programma “Riuscirà l’Abruzzo a prendersi la sua rivincita quest’anno?”. In pratica le ragazze rappresentano regioni in base alla loro nascita, il motivo per cui rappresentano le regioni è dovuto agli introiti economici e pubblicitari sottoforma di turismo o di premi.

Si fanno foto con presidenti di regioni, assessori. si parla dei menù delle miss. vengono postate citazioni delle miss “il segreto di vivere bene”

Impedimenti all’eliminazione dell’evento:
– Fedeltà alla tradizione (credenza di un’aspettativa e un bisogno diffusi)
– Il pensiero che sia un problema personale e che quindi attraverso il telecomando ci si liberi del problema
– Interessi economici (lavoro delle persone)
– Superficialità delle persone
– Ignoranza sui fatti
– Attenzione su altre cause come il fotoritocco
– La necessità dello svago


MOTIVI PER CUI NON ELIMINARE I CONCORSI DI BELLEZZA
SI DA IMPORTANZA A UN PROBLEMA PERSONALE

Se cambi canale il canone RAI lo devi pagare lo stesso, se spegni la tv e la regali le conseguenze del programma ci sono lo stesso. Un albero che cade nella foresta, fa rumore anche se non c’è nessuno a sentirlo. Poiché le conseguenze vanno al di là del gradire o non gradire la visione del programma.

SI ELIMINA UNA POSSIBILITà LO SVAGO
è  uno svago passivo e collettivo, che consiste nell’osservazione inattiva dell’attività di altri. Sarebbe più piacevole se la popolazione avesse una gamma di possibilità di interessi molto più intelligenti non connessi al lavoro.

ALTRE CAUSE DEI DISTURBI ESTETICI
Al fotoritocco è attribuito il potere e la responsabilità di far sentire frustrate le ragazze e provocare in loro disturbi psicologici, intervengono i politici per eliminarlo o tenerlo sotto controllo, ma questo non accade invece con i concorsi di bellezza, che sono molto più probabilmente la causa di certi disturbi.

NEGARE LA POSSIBILITà DELLA BELLEZZA
C’è chi crede che negativizzare un concorso di bellezza equivalga a negativizzare l’esistenza della bellezza.
Prima di tutto la bellezza, non è una qualità misurabile della realtà, ma una percezione soggettiva, che può avere delle somiglianze nella moltitudine degli esseri umani, a causa della somiglianza nella struttura mentale degli stessi. Per seconda cosa un concorso di bellezza non è semplicemente l’esposizione delle qualità fisiche giudicate belle di un essere umano. Ma, a questa esposizione vengono aggiunte moltissime altre cose inerenti al potere e non al piacere estetico. Come i premi (corona, fascia, applausi, fiori, apparizioni in tv, nel web, interviste, ingaggi in pubblicità, possibilità lavorative di vario tipo).

LIBERTà, AUTONOMIA, E POSSIBILITà DI LAVORO
C’è chi sostiene che censurare una possibilità lavorativa come un concorso di bellezza è sbagliato perché la libertà e l’autonomia devono essere preservate a priori. Ma se questo fosse giusto, allora nessuna legge dovrebbe limitare le possibilità umane. Ma invece le leggi esistono proprio per limitare le possibilità umane, al fine di risparmiare delle sofferenze, e raggiungere una maggiore efficienza nel ricercare la soddisfazione dei bisogni umani. Molte donne sono interessate ai soldi facili. bisognerbbe trovare il modo per rendere meno difficile guadagnare soldi, ad esempio assicurando il lavoro, in modo che certi espedienti di lavoro inutile, come i concorsi di bellezza, non sarebbero più necessari.
La macchina di Miss Italia fa lavorare circa 1300 persone in tutta Italia e non solo per le 3 serate che si vedono in tv, ma per 365 giorni l’anno. La RAI prima dell’interruzione del programma pagava circa 700 mila euro all’anno il marchio Miss Italia. Per questo c’è stato chi afferma che non si possono eliminare concorsi di bellezza come Miss Italia perché danno da lavorare a tante persone e offrono attraverso la notorietà possibilità lavorative a tante persone. Ma anche la mafia da lavoro a tante persone, la vendita di droga, di armi, il lavoro in nero. Tuttavia non sono lavori considerati legittimi né legali perché provocano effetti negativi. Quindi, per legittimare un lavoro non è sufficiente considerare se fa guadagnare e quante persone fa guadagnare oppure no, ma bisogna anche considerare se questo lavoro provoca degli effetti negativi. Infatti, se bastasse considerare il beneficio economico che ne traggono alcune persone, anche grandi quantità di persone, allora basterebbe inventarsi qualsiasi lavoro che faccia lavorare una quantità di persone per poter dire che è legittimo e che non può essere impedito. Il problema della disoccupazione di chi si occupa dei concorsi di bellezza si potrebbe risolvere attraverso aiuti dallo Stato a iniziare attività lavorative diverse. E invece la grande quantità di persone che lavora per i concorsi potrebbe convogliare il proprio lavoro per inventarsi altri lavori non dannosi per la società ma utili, contribuendo così ad eliminare l’idea che per sopravvivere e vivere guadagnando soldi sia necessario inventarsi lavori inutili è basati su false idee come che la bellezza meriti dei premi.

L’UTILITà DEL CONCORSO DI BELLEZZA

Alcune dichiarazioni della Vicepresidente del Senato Emma Bonino possono essere utili per comprendere cosa le persone vedono di utile in un corso del genere: le emozioni che provano.
La Bonino ha infatti dichiarato nel gennaio 2012 durante la presentazione della proposta di legge in materia di tutela delle donne lavoratrici e con disabilità contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali: «La mia è un’affermazione di impegno che intendo portare avanti sulla scia dell’emozione scaturita anche dallo straordinario Calendario che ho visto oggi realizzato dall’ANMIL insieme all’INAIL e a Miss Italia con le foto della Luxardo» ha proseguito la Vice Presidente del Senato aggiungendo che «È un miracolo per la politica quando si vivono questi rari momenti di vero e genuino pathos».
“Emozione” e “pathos” sono le due parole chiave usate dalla Bonino. Questo perché l’immagine unita alla notorietà può collegare a temi importanti emozioni positive. Ma usare questo processo mentale per giustificare qualsiasi attività è immorale se queste attività producono esiti ingiusti. Inoltre, questo non è un giudizio sul concorso di bellezza indipendentemente dall’uso che si fa della sua notorietà, ma appunto è un giudizio su cosa ci si può fare al di là del concorso. E quindi non elimina il giudizio sul concorso in sé, ma lo tralascia se esaltato, come è stato fatto dal concorso per veicolare un’immagine positiva e tentare di ottenere alcuni vantaggi di un eventuale giudizio positivo, come una eventuale non cancellazione del programma dal palinsesto RAI.

Calendario2012_EmmaBonino

STRUMENTALIZZAZIONE DI TEMI SOCIALI
I motivi per cui le Miss partecipano a eventi sociali sono a fine di lucro, e per giustificare l’utilità del programma. Si è creato un potere di intrattenimento che può giustificare la sua esistenza usandolo per qualcosa su cui le persone vorrebbero fosse focalizzata l’attenzione.

Miss Italia ha strumentalizzato molti temi sociali per far proseguire i propri guadagni attraverso il programma. Parlando di “valore sociale della bellezza”, e non di “valore economico della notorietà e della bellezza canonica” in un società dei consumi e del marketing in cui chi buca lo schermo finisce ai vertici della rappresentanza politica, indipendentemente dalle sue competenze o buone intenzioni.

Prima puntata di 'Striscia la Notizia'
Anche nel mondo dello spettacolo ci sono persone che affermano questa disparità di opportunità. Ad esempio la showgirl Hunziker ha scatenato polemiche nel web, ospite di Tessa Gelisio nella trasmissione “Cotto e mangiato”, parlando del piatto che aveva preparato, ha detto: “La mia creazione è una torta di laurea. E’ un biscotto secco. Uno che si laurea di ‘sti tempi è meglio che si abitui a far la fame”.  Detto da una che pur non essendo laureata gode di un successo inarrestabile dimostra come funzionano le cose e allo stesso tempo come non dovrebbero funzionare.

Il Vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, nel suo messaggio al convegno ” Miss Italia: Il valore sociale della bellezza” ha detto “sono state portate avanti importanti campagne sociali a partire da quella contro l’anoressia fino a quella a sostegno delle donne invalide del lavoro. Il Concorso è riuscito a far crescere, nelle piazze ove avvenivano le pre-selezioni, l’attenzione verso temi che ci stanno a cuore, un impegno che continua anche in quest’ultima edizione contro il femminicidio. Io penso che un evento come Miss Italia può avere un ruolo chiave perché ha la possibilità di lanciare un importante messaggio a tanti giovani, sia uomini che donne”.


Il calendario “Donne che vincono” è un paradosso per un concorso che esalta la bellezza priva di difetti estetici, e la premia in moltissimi modi. Poiché il calendario presenta donne che hanno subito infortuni sul lavoro, e quindi che hanno cicatrici e protesi. Donne che quindi non possono essere ammesse al concorso, ma possono partecipare a un calendario con applicato il logo “Miss Italia” e pubblicizzato da Miss Italia. Nella cui presentazione è scritto “questo calendario ha trovato la bellezza dove nessuno la va a cercare. Le foto in esso contenute ci insegnano che lungo il cammino si trovano solidarietà impensabili o forse solo impensate dai più”.
Soprattutto il fatto che nelle foto ci siano anche le miss, non infortunate nel lavoro, poiché il loro lavoro non è pericoloso, è un contrasto che è difficile comprendere perché non sia interpretato come una sottolineatura della differenza di trattamento tra donne e donne, ma venga interpretato come una esaltazione della forza delle donne hanno saputo resistere alla sofferenza di incidenti così gravi.

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Sul sito di Miss Italia si può constatare come questo evento venga interpretato come una esigenza dei cittadini, e quindi forse è per questo che viene legittimata la ricaduta dei costi su di loro:

Di certo Miss Italia è un “fatto sociale”, una manifestazione che da 72 anni corona il sogno delle ragazze italiane, trasformandole in regine e accompagnandole lungo un percorso di maturazione e crescita personale. E’ un appuntamento che fa parte dell’immaginario collettivo poiché riesce a raccontare in maniera semplice la storia di ragazze comuni che per qualche giorno diventano star: una favola di tanti anni fa, ora vissuta davanti ai riflettori della televisione, ma che, appunto come un gioco, regala le stesse emozioni. “Un brivido sconvolgente e irripetibile”, è il parere di Anna Valle, Miss Italia 1995. Emozioni, sogni, amori, successi: tutto è racchiuso in questa manifestazione tra le più amate del nostro Paese.[…]Miss Italia ha attraversato gran parte del XX secolo accompagnando le ragazze del nostro Paese fino ad oggi: dai primi tempi delle Miss Sorriso, al dopoguerra – quando aiutò a dimenticare le difficoltà quotidiane – al periodo del boom, agli anni della contestazione, fino a diventare un evento televisivo.

Questa descrizione dimostra come esistendo già dagli anni del dopoguerra uno stereotipo di aspetto estetico giudicabile “bello” viene portato avanti perché ritenuto un’aspettativa del pubblico “tra le più amate del nostro paese“.

Ma è vero che i cittadini italiani si aspettano questo evento? se non ci fosse più a cosa si rinuncerebbe?

Molti accettano semplicemente che ci sia, e assecondano la proposta, e che si aspettano continui semplicemente perché c’è stato in precedenza, ma non lo desiderano, né lo richiedano. Molti altri invece lo rifiutano, e vorrebbe che fosse impedito il realizzare un evento del genere con soldi pubblici in reti pubbliche. Infatti, a dimostrazione della falsità dell’affermazione che “fa parte dell’immaginario collettivo” e le persone “se lo aspettano” alla fine è stato tolto dal palinstesto RAI.

Perciò diventa utile capire perché interessa interessa a qualcuno un evento del genere.

Forse comprendendo cos’è un concorso di bellezza si possono capire le esigenze che tenta di soddisfare.

Su Wikipedia si legge:

Un concorso di bellezza è una competizione basata principalmente, sebbene non sempre del tutto, su un giudizio sulla bellezza fisica dei partecipanti. In alcuni casi i criteri di giudizio utilizzati possono essere altri, tra i quali la personalità, dimostrazioni di talento e risposte alle domande che vengono poste.[…]
Nei concorsi di bellezza riservati a partecipanti di sesso femminile, le vincitrici vengono spesso nominate “reginette di bellezza”.

Trovo necessario chiarire il termine “competizione” di questa definizione di “concorso di bellezza”, perché ha due significati diversi, e si possono confondere.

Nell’accezione originale, competere deriva dal verbo latino competere: da cum = con, assieme e petere = dirigersi verso, cercare; significa quindi andare insieme, convergere, incontrarsi, domandare insieme. Cum petere indica, più ampiamente, la capacità o la volontà di ricerca comune per approfondire la conoscenza, acquisire le capacità individuali al fine di migliorare la qualità del fare, condividendone i benefici; definisce quindi un percorso di riconoscimento e di crescita culturale. Competente è colui che ha autorità riconosciuta per capacità, cultura, ecc. e significa anche conveniente, congruo, appropriato.

Nell’accezione latina non è contemplato il significato di competizione e competitivo così come è inteso comunemente oggi, in ogni ambito sociale: nella politica, nell’economia, nell’ambiente di lavoro, nella cultura, nello spettacolo.

Oggi competere è inteso come sforzo per superare l’altro, la concorrenza; più che un confronto di merito, basato sulle capacità culturali e sul desiderio di migliorare la propria conoscenza, a beneficio proprio e dell’intera umanità, diventa sopraffare, con ogni mezzo, chi esercita capacità e conoscenze simili per acquisire posizioni economiche, di prestigio e di potere sempre maggiori.

Riporto dei commenti che dimostrano che tipo di aspettative hanno alcuni da un concorso del genere:

dovrebbe rappresentare la bellezza ideale, e non si è mai vista una miss con i denti da castoro.

ha tutte le caratteristiche di una futura top model ma non è così rappresentativa delle ragazze italiane“.

Tuttavia le due aspettative sono diverse. Una è “la bellezza ideale“, e una è “rappresentare le ragazze italiane“.

Il presentatore di Miss Italia Fabrizio Frizzi dice alle ragazze concorrenti: “voi siete le ambasciatrici della bellezza italiana“. Forse qualcuno ci crede.

Ma chi può rappresentare le ragazze italiane?

Infatti, le miss non sono il popolo femminile italiano su scala ridotta. Non sono un campione in piccolo in cui le rappresentanti vengono immaginate come le migliori rappresentanti. Non si può rappresentare un gruppo. Perché le italiane sono composte da donne che hanno tutti i difetti esclusi dal canone. Anoressiche oppure obese. Alte e basse. Bionde e more. Con le lentiggini o i brufoli. Le donne italiane hanno tratti somatici che si possono definire stranieri, possono avere la pelle scura come gli afroamericani. Ciò che è sbagliato è la rappresentazione dei generi, sia femminile che maschile. Non c’è nessuna necessità di posizionarsi davanti a uno schermo per vedere delle persone che rappresentano l’idea di genere femminile e maschile, l’insieme delle persone chiamate maschi e delle persone chiamate femmine. Tentare di farlo è perdere tempo in un fallimento sicuro, e in un prodotto non necessario. Possiamo rapportarci direttamente con maschi e femmine senza la rappresentazione di maschi e femmine, della loro bellezza, della loro intelligenza, della loro forza fisica.

C’è sempre qualche soggetto che dichiara oggettiva la bellezza, anche se ristretta a una nazione. Ma se ad altri soggetti piacciono le ragazze con pearcing, tatuaggi, smagliature, lentiggini, cicatrici e altre caratteristiche che non devono possedere le Miss?

Chi è in grado di valutare la bellezza ideale per tutti?

E se c’è il desiderio di fare una classifica della bellezza tra le ragazze e darle un voto, non sarebbe più appropriato che ognuno lo facesse per conto proprio? A casa sua si guarda centinaia e centinaia di foto, o di video, e si scrive la sua propria classifica. Che importa della classifica risultante dal voto dell’insieme delle persone?

Si scrive delle vincitrici “La più bella d’Italia” o di qualsiasi altro paese.

Ma come si possono attuare queste due cose? Chi è in grado di valutare la bellezza ideale, e chi può rappresentare le ragazze italiane?

Le miss non sono il popolo femminile italiano su scala ridotta. Non sono un campione in piccolo in cui le rappresentanti vengono immaginate come le migliori rappresentanti. Non si può rappresentare un gruppo. Perché le italiane sono composte da donne che hanno tutti i difetti esclusi dal canone. Anoressiche oppure obese. Alte e basse. Bionde e more. Con le lentiggini o i brufoli. Le donne italiane hanno tratti somatici che si possono definire stranieri, possono avere la pelle scura come gli afroamericani. Ciò che è sbagliato è la rappresentazione dei generi, sia femminile che maschile. Non c’è nessuna necessità di posizionarsi davanti a uno schermo per vedere delle persone che rappresentano l’idea di genere femminile e maschile, l’insieme delle persone chiamate maschi e delle persone chiamate femmine. Tentare di farlo è perdere tempo in un fallimento sicuro, e in un prodotto non necessario. Possiamo rapportarci direttamente con maschi e femmine senza la rappresentazione di maschi e femmine, della loro bellezza, della loro intelligenza, della loro forza fisica.

In due articoli del contratto di servizio 2010-2012 della RAI, viene spiegato come usare la TV nei confronti delle donne.

Vengono usate espressioni come “figura femminile” “rappresentazione della donna” “rappresentazione reale” e “rappresentazione stereotipata”

Ma che cos’e la rappresentazione?

Raffigurazione attraverso segni, simboli o parole di entita concrete o astratte.

Per rappresentazione nelle arti figurative si intende un’immagine nata dalla mente creativa che, tramite qualsiasi tipo di tecnica, architettonica, scultorea, pittorica o altro mezzo, si fa oggetto per essere comunicata a terzi. Come un pittore, un illustratore che fa ritratti di una donna sola che metaforicamente simbolizza tutte le donne. La rappresentazione in matematica è l’associazione ad una entità o a una struttura tendenzialmente astratta di un oggetto più specifico avente lo stesso comportamento formale.

Ma quindi è come una fiction? si rappresenta la vita reale? E se si, perché? Non si potrebbe non farlo risparmiando energie e tempo?

Come può una immagine video o fotografica provocare emozioni si possono provare solo se ci accade qualcosa fiscamente, direttamente, come il sentirsi offesi a una persona che non è presa in causa direttamente, perché non è l’impressione della luce sul sensore della fotocamera o della videocamera emessa da tale persona, ma da un’altra, e quindi non si riferisce a lei? Accade ciò che alcuni pensano che accada con le bambole voodoo?

Forse questo effetto dipende dal pensiero che il proprio aspetto esteriore non sia soltanto proprio, ma appartenente un po’ a tutti.

Fors esecondo questo pensiero l’aspetto di un essere umano di sesso femminile, quando e fuori di casa sua, appartiene anche agli altri esseri umani di sesso femminile secondo molte persone, soprattutto secondo quelle di sesso femminile. E quindi una immagine, fotografica o video, è anche l’impressione della luce sul sensore delle altre persone. Ma questo è irreale e metafisico.

Eppure gli si dà pure un nome: “l’identita della donna”.

Cos’e l’identita della donna?

Un concetto astratto, col quale una donna si immagina, e si da un senso nel mondo. Molte donne si sentono “rappresentate”, “dipinte” bene o male.

E vogliono protestare per poter essere rappresentate in modo diverso. Ma per vivere in modo razionale, e quindi etico, non si dovrebbe scambiare i simboli per gli oggetti reali, o si finisce a fare come i religiosi che adorano entità astratte come la trinità. Va quindi abbandonata l’interpretazione della visione di persone in tv come rappresentati di generi sessuali.

C’è chi propone di “rendere giustizia della moltitudine di figure femminili e reali che non vengono mai prese in considerazione nella società”.

Il servizio pubblico televisivo ha il dovere di riservare altrettanta visibilità anche ad altri tipi di persone di sesso femminile: quelle che vanno nello spazio, scendono in miniera, siedono in cattedra e nei tribunali, coordinano ricerche, operano negli ospedali, dirigono film e aziende, fanno politica, vanno in ufficio e contemporaneamente si occupano dell’organizzazione e del bilancio familiare.

E quindi va richiesto allo Stato Italiano questo dovere.

Ma non ha senso chiedere “trasmissioni idonee a comunicare al pubblico una più completa e realistica rappresentazione del ruolo che le donne svolgono nella vita sociale, culturale, economica del Paese, nelle istituzioni e nella famiglia”.

CONSEGUENZE SOCIALI NEGATIVE

L’altro tipo di conseguenza negativa è nei confronti di chi interpreta la visione di persone che sono in TV come rappresentanti di gruppi umani. Poiché vedendo certe donne e non vedendo altri tipi di esseri umani che non possono partecipare, cioè le ragazze non considerate belle, o gli uomini ai quali viene sottratta la possibilità di essere considerati belli esteticamente dalla maggior parte delle persone, ed essere premiati per la loro bellezza come accade con le donne, o nei confronti di chi potrebbe partecipare ma ancora non lo ha fatto che viene stimolato a iniziare questa competizione per ottenere i vantaggi connessi. Vengono rappresentate in una condizione di superiorità, nei confronti dei vantaggi che ottengono (visibilità, complimenti, attenzione, interviste, proposte pubblicitarie con un ricavo economico, l’amicizia, anche della patron “Patrizia Mirigliani”, opportunità, divertimento, inviti in vari locali, doni come album di foto scattatele durante i vari eventi) e automaticamente ma in modo implicito si creano rappresentazioni di minoranza nei confronti di femmine che non possono neanche partecipare a tali concorsi o di maschi, e di transessuali, che quindi non ottengono gli stessi vantaggi pubblicamente. Cosa che in una società democratica non dovrebbe accadere. Tutti dovrebbero avere lo stesso valore, anche se differenti di aspetto, e di intelligenza. Come afferma Valeria Ottonelli “La rappresentazione di potere è potere”. Slegando l’attività di ricercare una bellezza meno soggettiva di quella che può giudicare una singola persona attraverso la media del giudizio di più persone dall’unione col potere diventa una cosa fattibile. Fatta per gusto di farla, come giocare a dama. Una masturbazione mentale che può essere piacevole, ma non di certo sovvenzionata dallo stato, o unita al potere, e a vantaggi di vario tipo.

CRITICHE INFONDATE


Ci sono molti movimenti culturali che boicottano Miss Italia, ma lo fanno aggiungendo alle motivazioni per il boicottaggio delle motivazioni estranee e infondate, che provocano molte discussioni e confusione oltre che perdita di tempo.

Si aggiungono accadimenti storici passati al presente. Poiché viene divulgata frequentemente la storia del dominio maschile nei confronti delle donne avvenuto in passato.

Le femministe non si preoccupano delle conseguenze sulle sperimentazioni animali dei cosmetici.

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O dell’inquinamento ambientale per le sostanze usate, o delle spreco di risorse non rinnovabili per produrle, o per i pericolo di salute dall’usarle.

Alcune donne affermano di avere il diritto di rivendicare di essere considerate soggetti pensanti e non solo corpi da giudicare. Se le donne hanno il “diritto di essere considerate soggetti pensanti e non solo corpi da giudicare”, poiché ad ogni diritto corrisponde allora altre donne hanno il dovere di non produrre una “immagine non stereotipata della donna a prevenzione della violenza”. Dunque, nel caso i concorsi di bellezza producano ciò che le donne hanno il diritto di impedire di produrre ad altre donne, quelle donne che non rispettano tale diritto dovrebbero essere soggette alle penalità che ha il potere di infliggere la legge.
Dunque, poiché una punizione legale è un atto grave, richiede giustificazioni, e quindi va dimostrato che i concorsi di bellezza producano l’effetto incriminato.

PASSIVITà E ATTIVITà : ESSERE BELLE PER Sé STESSE O PER GLI ALTRI
Se le ragazze si autogestissero creando un concorso di bellezza da sole e non per il guadagno di qualche furbacchione, sarebbero in linea con quello che pensiamo, che non è “la copertura delle tette” a prescindere, ma la banalizzazione della donna, la stereotipizzazione della donna.
se le aspiranti miss avessero organizzato un concorso autogestito non avrebbero avuto ne ‘ la stessa visibilita’ ne’ i vari contratti assicurati dall’organizzazione e avrebbero dovuto ovviamente pagare di tasca loro.

CHE COSA SI GUADAGNA DAL PREMIARE LA BELLEZZA DI CERTE RAGAZZE?

E’ molto chiaro che dietro a cio’ ci sono degli interessi pubblicitari, dove aziende finanziano il concorso prestando il loro logo e facendosi pubblicità.

E in un concorso di bellezza cosa dovrebbe vendere? Trucchi, creme, cosmesi e tutti i prodotti per diventare più bella, assomigliando a quei modelli proposti e premiati.

Quali sono gli interessi che si nascondono dietro la proposta di un canone estetico sempre piu’ lontano da quello medio?

Con la proposta di  vedere la premiazione di ragazze che possiedono corpi canonici  si fa in modo che milioni di ragazze e ragazzine diventino consumatrici, rivolgendosi a chirurghi estetici o acquistando prodotti per assomigliare a chi è stata premiata.

Il mercato si rivolge a donne sempre più giovani, talvolta adolescenti bisognosi di affetto e spaventati dalla vita, e in crisi con il loro corpo perché non gli dona ciò che vogliono.


QUALI SONO INFATTI LE POSSIBILI CONSEGUENZE SULLE DESTINATARIE?

Esposta a messaggi di questo tipo ad ogni ora del giorno, la destinataria non fa che abbassare la propria autostima riducendo la propria identità e la propria possibilità di essere felice al successo sugli altri del proprio aspetto estetico, sviluppando spesso disturbi alimentari, sopratutto se non ha i soldi (data la giovane età) per acquistare quello che la pubblicità le fa vedere serve per ottenere vantaggi, promettendole che diventerà bella e potente come la Miss in copertina o in televisione.

Potete trovare una vasta varietà di telenovele, programmi di cucina, fiction destinate a casalinghe, accompagnate da una lunga serie di pubblicità che ti promettono che sarai bella come la protagonista delle fiction.

Accanto alle fiction, ci sono gli immancabili programmi televisivi come giochi a premi o programmi sportivi arredati da avvenenti signorine che ancheggiano vestite di ridotti bikini o minigonne seguite da una sfilza di pubblicità che ripetono che “la cellulite è una malattia” , “compra la crema per apparire giovane” e tantissime pubblicità rivolte a target maschile perché in quella fascia orario le donne stanno preparando la cena e il marito è seduto sul divano sognando di  acquistare l’auto di lusso per conquistare ragazze che hanno la metà dei suoi anni o di comprare la cremina per curare la cellulite della moglie o almeno è quello che ci fanno credere i tanti spot e programmi studiati per produrre quell’effetto.

Inoltre, attraverso il programma si può tentare e si è tentato di influenzare le coscienze. Ad esempio sul giudizio nei confronti delle foto di nudo.

E tentare di creare consenso su concetti come “l’avere dei figli è una ricchezza per una donna”. Per questo nel 1994 il Concorso apre alle madri e alle donne sposate. Coincidenza: vince Alessandra Meloni e Beatrice Bocci, mamma, si classifica seconda.

“(i miei genitori) mi hanno sempre seguita. fanno sempre il tifo per me. ho dedicato questa vittoria a loro” ha detto una Miss. E perché invece i genitori per tutte le altre cose della vita mettono quasi sempre i bastoni fra le ruote? perché se si fanno foto di nudo (vietate a Miss Italia) le si fanno di nascosto? perché se vengono a sapere ci si è dati al porno dicono “se entri ancora in casa ti spezzo le gambe” invece che seguire e fare il tifo per la figlia, la quale può dedicare le sue vittorie ai genitori?

LA STRATEGIA DELL’APERTURA ALLE TAGLIE FORTI E ALLA VERA BELLEZZA
C’è molta ipocrisia tra i/le mercanti di bellezza. Ora è di moda inneggiare alla “vera bellezza” alla “giusta bellezza” alla “sana bellezza” senza però dire niente in riguardo al potere legato alla bellezza. Il quale, finché rimarrà, non potrà che provocare ansie e sofferenza, qualunque sia il modello di moda di volta in volta. Stanno solo cambiando moda. Cercando di non perdere possibili acquirenti di prodotti o consumatori di spot pubblicitari. Che esista un modello e che questo modello sia assoggettato al sistema economico sono il problema reale.

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Marshall B. Rosenberg scrive: “Nel suo libro, How to make you miserable, Dan Greenberg illustra in maniera umoristica il potere insidioso che un modo di pensare basato su paragoni può esercitare su di noi. Egli sostiene che, se i lettori hanno un sincero desiderio di rendere la propria vita infelice, allora possono imparare a paragonarsi agli altri. Per chi non ha familiarità con questa pratica, egli propone anche alcuni esercizi. Il primo mostra fotografie a grandezza naturale di un uomo e di una donna che incarnano i canoni ideali di bellezza fisica secondo gli standards contemporanei diffusi dai mass media. Ai lettori si suggerisce di prendere le proprie misure fisiche, confrontarle con quelle dei due attraenti esemplari indicate sulle fotografie e soffermarsi a riflettere sulle differenze. Questo esercizio produce il risultato che promette: cominciamo a sentirci infelice non appena iniziamo a fare questi paragoni.”

DISINTERESSE PER IL POTERE DATO AI CONCORSI DI BELLEZZA PER CONCENTRARSI SULLE DISCRIMINAZIONI DELLE TENDENZE SESSUALI NEI CONCORSI DI BELLEZZA

 

C’è chi vede la possibilità di partecipare a concorsi di bellezza ai trans come un miglioramento. Si è svolta a Kathmandu, in Nepal, la prima gara di bellezza tra transessuali intitolata Miss Pink Nepal: hanno partecipato quattordici transessuali provenienti dalle varie regioni del paese. La giuria ha incoronato vincitrice Purnima: sarà lei a rappresentare il Nepal a Miss Pink 2013 in Tailandia. Sempre a Kathmandu si è svolto anche il primo torneo di sport gay dell’Asia del Sud. Vi hanno preso parte oltre 300 atleti GLBT provenienti da 30 paesi.

E infatti, un evento del genere è un miglioramento dal punto di vista dell’accettazione delle inclinazioni sessuali altrui. Ma non lo è dal punto di vista della parificazioni dei poteri. L’eleggere qualcuna/o a Miss attraverso i media in una società in cui la bellezza non è solo un piacere estetico ma è sinonimo di potere economico, sociale e affettivo, equivale a creare gerarchie. Dunque, aggiungere altri tipi di persone, equivale ad estendere certi privilegi ad altre persone. E non a democratizzare il mondo. Quando si darà la notizia che nessuno farà più concorsi di bellezza premiati e sponsorizzati e mediatizzati, allora sarà una grande conquista.

Per dare una valutazione definitiva si può fare un confronto tra i pro e i contro dei concorsi di bellezza.

I motivi per essere a favore dei concorsi di bellezza sono:

  1. Distraggono dai problemi, fanno evadere dalla noia, provocano piacere visivo.
  2. Fanno guadagnare chi lavora nei concorsi di bellezza.
  3. Fanno guadagnare indirettamente chi li promuove (gli assessori).

Un concorso di bellezza non si limita a valutare l’estetica di ragazze secondo dei canoni o dei parametri soggettivi. I motivi per essere contro ai concorsi di bellezza sono:

  1. I premi aggiunti al concorso svalutano le competenze di chi non ha le caratteristiche estetiche premiate (attraverso l’esposizione delle opinioni delle Miss in TV o al telegiornale) e sopravvalutano la bellezza valutandola come un bene sociale contribuendo così all’ignoranza diffusa.
  2. Induce ad accettare come normale l’uso della contraddizione e dell’inganno negli spot per vendere merci di lusso.
  3. Promuove il lusso, aggiungendo la pubblicità di merci come gioielli e abiti, e induce al disinteresse per altri stili di vita o per le conseguenze negative del lusso.
  4. Motiva a dare importanza alla bellezza estetica e possedere ciò che serve per ricevere una premiazione e disincentiva ad altro, contribuendo all’esistenza di disturbi psicologici di inadeguatezza in base alla pressione economica.
  5. Crea una disparità di genere con gli uomini, i quali sono esclusi dai concorsi di bellezza, o per lo meno da quelli pubblicizzati da canali televisivi nazionali.
  6. Usa soldi (ottenuti sia con introiti pubblicitari che con finanziamenti pubblici) per azioni con effetti culturalmente e psicologicamente dannosi e sottrae quindi questi soldi ad azioni utili al benessere o al contrasto della povertà economica nella società.
  7. Promuove il concetto illusorio che si possa rappresentare la bellezza migliore di una nazione.

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Fotoritocco ed etica degli effetti psicologici

I due principali effetti psicologici criticati che alcuni suppongono produca il fotoritocco sono:

  1. Il far credere di poter raggiungere un aspetto che non si può raggiungere realmente. 
  2. Il far desiderare solo un tipo di bellezza estetica.

AZIONI LEGALI PER CONTRASTARE IL FOTORITOCCO

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Nel primo spot la protagonista è l’attrice Julia Roberts, volto di Lancôme, che pubblicizza un fondotinta presentato come ‘creatore naturale di luce‘ e che promette ‘di ricreare l’effetto di una pelle perfetta”.

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Nel secondo invece, la quarantaduenne Christy Turlington promuove un cosmetico antinvecchiamento della marca Maybelline. Per dimostrare gli effetti del prodotto, solo alcune parti del viso della supermodella sono coperte dal fondotinta, mentre le altre sono mostrate al naturale.
Lo slogan è chiaro: ‘Copre le occhiaie e le piccole rughe e aiuta a nascondere le zampe di galline come se queste non esistessero più. Ecco la perfezione dell’apparire perfetta‘.
Secondo la denuncia presentata da una deputata liberaldemocratica inglese entrambe le pubblicità, promosse sulle più importanti riviste britanniche, sono state ritoccate con Photoshop e non rappresentano ‘i risultati che i prodotti realmente riescono a raggiungere‘.
L’Asa ha concluso che non è possibile stabilire se gli effetti benefici reclamizzati nei due spot possano essere ottenuti e allo stesso tempo è chiaro che le immagini sono state migliorate con l’aiuto digitale.
L’Oréal ha ammesso di aver migliorato le immagini nel post-produzione e che le foto sono state ritoccate digitalmente per ‘schiarire la pelle, per pulire il trucco, per ridurre le ombre attorno agli occhi, per ammorbidire le labbra e per scurire le sopracciglia delle due star‘.
Tuttavia la società francese giura che gli effetti reclamizzati negli spot sono accertati e sono stati ottenuti grazie a un lavoro di ricerca durato diversi anni. La parziale ammissione del colosso francese non è bastata alla deputata che ha rincarato la dose. La Swinson ha definito ‘scioccante‘ il fatto che all’Asa non siano state consegnate le foto originali degli spot.
Una clausola nel contratto della Roberts vieterebbe a L’Oreal di far vedere a terzi le immagini originali: ‘Ciò dimostra quanto queste cose siano diventate ridicole‘, afferma la Swinson. ‘Si ha tanta paura di mostrare le foto originali che ciò non è permesso neppure all’organo che vigila sulle pubblicità. Immagini di pelle perfetta e corpi supermagri‘, continua la deputata, ‘si vedono dappertutto negli spot, ma non riflettono la realtà. La manipolazione digitale e le false rappresentazioni sono oggi divenute la norma, ma star come Julia Roberts e Christy Turlington sono donne talmente belle che non avrebbero bisogno di questi ritocchi. Questo divieto dell’Asa potrebbe essere un messaggio molto forte per gli inserzionisti. Esso dice chiaramente: torniamo alla realtà‘.

fotoritocco (1)
Twiggy si vanta del prodotto pubblicizzato che rende i suoi occhi molto attraenti.

Non ci vuole un occhio esperto, però, per notare come gli occhi ritratti nella pubblicità puzzino di fotoritocco da lontano e la pelle non sia quella di una donna di ben 59 anni.

Per evitare casi come questo il parlamento inglese vuole varare una legge che imponga il divieto del fotoritocco digitale in pubblicità destinate ad un pubblico con meno di 16 anni e l’obbligo di dichiarare che l’immagine è stata ritoccata in pubblicità per le persone con più di 16 anni.

Nonostante ci siano molte persone consapevoli dell’entità di alcuni ritocchi, la proposta di legge è stata pensata per proteggere quella parte di popolazione che non ha ancora, o non svilupperà mai, un senso critico.
Per avere un’idea della portata di questa iniziativa vogliamo riproporvi due gallerie che mostrano la differenza fra la realtà e la finzione pubblicitaria.

Sicuramente una legge di questo tipo avrebbe l’indubbio effetto di creare più lavoro per i fotografi e truccatori che non potrebbero rimandare alcuni dettagli più alla fase di postproduzione. Anche il cliente avrebbe un’immagine più vera del prodotto.

Una possibilità è che il ritocco dovrebbe essere lecito su tutto ciò che non è attinente al prodotto pubblicizzato. Quindi, se si pubblicizza un prodotto cosmetico per il contorno occhi, si può modificare i capelli della modella, correggere eventuali brufoli o punti neri, gonfiare le labbra ma non toccare la zona degli occhi, così se pubblicizzi una macchina può modificare le dominanti colori, lo sfondo, ma non distorcere l’immagine per far apparire la vettura più bassa e larga

CLAUDIA CARDINALE
CannesCardinale.jpg

Si è gridato all’ennesimo delitto di Photoshop per il poster del prossimo, il settantesimo, Festival di Cannes, appena reso pubblico. Lei, l’Angelica dei nostri sogni, si è detta “onorata” di esserne la testimonial visuale.

L’agenzia parigina Bronx l’ha ricavato da una fotografia dell’archivio Cameraphoto di Getty Images, parte di una piccola serie scattata nel 1959 su una terrazza romana, di cui pare si sia perso il nome dell’autore.

L’occhiuta ansia tecnosospettosa del “popolo del Web” si è scatenata alla ricerca delle manipolazioni intercorse fra la fotografia e la sua versione grafica, e naturalmente le ha trovate. Indiscutibili.

Un confronto con l’immagine originale (qualcuno vi ha reso le cose più facili elaborando una gif) rivela anche a un osservatore distratto che i grafici hanno lisciato alcuni tratti del volto di CC, le hanno ricomposto la capigliatura, assottigliato la vita, forse alzato il seno, sicuramente snellito le gambe.

Le femministe hanno detto “Abbiamo bisogno di un giornalismo differente perché anche questa è violenza di genere.
La sagoma della silhoutte nel poster di Cannes risulta allungata, la vita più sottile, le gambe più magre; la figura, secondo la rivista Elle, “è stata raffinata”.
Raffinata? I nostri corpi non hanno bisogno di essere “raffinati” dai media, ma di essere accettati, apprezzati in tutte le loro forme, di non essere più ghettizzati, rivisitati, ridimensionati, giudicati, selezionati e photoshoppati.
Il corpo della donna non è solo un pezzo di carne e la donna solo un oggetto inerme che può essere brutalizzato e denigrato a piacimento di canoni comandanti una dimensione della donna prestabilita e disumananizzante.
In un mondo in cui i modelli esistenti precarizzano una formazione indipendente e autocosciente delle giovani ragazze, dove il modello Barbie ha insegnato che la formula della felicità è sinonimo solo di un corpo perfetto e un volto sorridente, indipendentemente dalle proprie qualità, dai propri sogni e aspettative per il futuro, dove la sessualizzazione sfrenata dei corpi ha indotto generazioni di ragazze all’acquisto di un solo modello performante di autodeterminazione, forse evitare di sminuzzare il corpo di Claudia Cardinale dovrebbe rappresentare un gesto di quotidinità.
Tutti corpi liberi sono belli e meritano di essere valorizzati, qualunque uso ne si faccia e qualunque forma assumano”

Hanno manipolato una fotografia, non un corpo. Hanno creato un’immagine partendo da un’altra immagine. E la seconda è una così evidente trasformazione grafica che indignarsi per la manipolazione fa sorridere.

È su questo processo metamorfico tra icone che dobbiamo ragionare, non sull’habeas corpus di una grande attrice.

E Claudia, che da grande professionista conosce assai bene la differenza fra le immagini e la realtà, ha reagito alle polemiche debufaliste e femministe spiazzando tutti, e ha detto cose giuste, che vi traduco volentieri:

“Si tratta di un manifesto che, al di là di rappresentare me, rappresenta una danza, uno spiccare il volo. Questa immagine è stata ritoccata per accentuare un effetto di leggerezza e mi trascende in un personaggio di sogno: è una sublimazione. Il realismo non ha ragione di sussistere qui e, da femminista convinta, non ci vedo alcun attentato al copro della donna. Ci sono cose più importanti al mondo da discutere in questo momento. È solo cinema, non dimentichiamolo”.

Perfetto. Ricordiamoci sempre, quando guardiamo un’immagine, che guardiamo la costruzione di un’immagine. E che la fotografia originale non era meno costruita di questa sua traduzione grafica. Metterla in termini di verità contro bugia è chiaramente assurdo.

Ma se il corpo della donna in generale, e quello della giovane CC in particolare, non c’entrano molto, qualcosa forse si può pur dire sul corpo iconico della fotografia originale se messo a confronto con quello altrettanto e più iconico ancora del manifesto.

Accentuata leggerezza, legge la signora Cardinale nella metamorfosi della sua figura. C’era dunque pesantezza in eccesso nella fotografia originale? Ma soprattutto, come si ottiene “più leggerezza” in una immagine?

GiottoScrovegniTradurre in figura una qualità astratta come il movimento, o la leggerezza, è da sempre un incubo per i creatori di immagini.

Penso ad esempio alla figura dell’Incostanza, uno degli affreschi delle virtù e dei vizi dipinti da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova: nelle intenzioni, avrebbe dovuto trasmettere un’impressione di mobilità, agitazione, instabilità: macché, è un fallimento clamoroso, quei piedini appaiati la fanno apparire comodamente seduta, quel velo dietro la testa è una cupola più immobile di quella del Brunelleschi, le braccia aperte sembrano aggrapparsi ai bordi del pannello, l’unica cosa instabile è paradossalmente il pavimento che sembra pendere come una rampa.

Philippe Halsman scoprì che chiedendo alle sue celebrità di fare un salto mentre lui le fotografava, i ritratti acquistavano leggerezza: ma non proprio tutti. Alcuni sono goffi, altri immobili come in un collage, altri ridicoli.

La leggerezza non è una proprietà di certe forme. Per creare leggerezza non basta rappresentare una figura sottile, una posa un po’ scomposta – bisogna creare un’immagine leggera.

Torniamo a guardare la fotografia originale per un momento? CC piroetta sul pavimento bagnato (attenta a non scivolare!) di una terrazza romana, mattonelle squadrate, piatte, la ringhiera squadrata, a graticcio, e dietro ancora palazzine squadrate: mentre tutto il suo corpo è curve torsioni e pieghe.

Nella fotografia, CC domina lo spazio geometrico e se ne libera. È la foto di una esplosione di gioia di vivere che scardina una gabbia.

Tutto questo si perde nello spazio irreale del poster. Non c’è più nulla attorno, solo una nebbia di colore aggressivo e un po’ claustrofobico, un lettering che circonda e si sovrappone alla figura bloccandola come in una rete: stretta tra il sette e lo zero, CC sembra gridare per il soffocamento e non per la gioia. Il cambio di medium, dalla fotograia al poster, ha cambiato anche il mood.

Staccata dal suolo e proiettata nel vuoto, la tensione muscolare del corpo e delle gambe appariva ingiustificata, e il grafico l’ha smagrita nell’affannoso tentativo di rincorrere l’armonia perduta.

Penso proprio che i grafici abbiano dovuto ricorrere al bisturi elettronico non tanto (ma forse anche, suvvia) per adeguare la silhouette di CC ai canoni di magrezza attuali, ma soprattutto per recuperare la leggerezza, appunto, che nella fotografia c’era eccome, e che il rimpasto grafico ha fatto invece perdere.

Il racconto di un momento di vita vissuta è diventato così l’affermazione retorica, e anche poco efficace, di un concetto astratto. Se c’è un delitto in questa storia, forse è questo.

Forse ha ragione la signora Cardinale, quel poster è solo cinema.

Ma la fotografia è fotografia.

[Le fotografie, nel rispetto del diritto d’autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941.]

 

IDENTIFICARE L’ILLUSIONE

Per poter affermare con sicurezza che c’è una illusione, è necessario effettivamente sapere che cosa si può raggiungere nella realtà a livello estetico attraverso attività fisica, dieta, make up, e chirurgia estetica.

Nel giudicare immorale il fotoritocco in seguito all’aver supposto che esso produca degli effetti negativi sulla psicologia di chi osserva le immagini fotoritoccate ci sono almeno due errori:

1. Pensare che il canone estetico sia causato dal fotoritocco, quando invece esso è causato da diverse cause, di cui solo una è il fotoritocco.

2. Confondere la causa della sofferenza psicologica (come i cosiddetti “complessi mentali”) con le condizioni in cui si può manifestare.
Infatti, la causa di certe sofferenze psicologiche è il confondere le necessità con i desideri, e quindi pensare che corrispondere a un canone estetico sia una necessità e non un desiderio, e dunque reagire come quando si reagisce alla mancanza di cibo: disperandosi.
E le condizioni in cui questa confusione diventa più probabile o quasi sicura sono un ambiente in cui in grandi quantità di persone donano vantaggi e piaceri a chi possiede certe caratteristiche estetiche e in cui si educa a pensare che essi siano necessità in quanto fonti di vantaggio e piacere, facendo dimenticare quali siano le reali necessità per vivere sereni.

Tante donne esagerano con le iniezioni di botox e acido ialuronico, per cui finiscono con le labbra a canotto e l’espressione perennemente “da cattive”, per via dell’angolo esterno delle sopracciglia troppo all’insù (alcune magari ottengono l’eccessivo stiramento con un lifting chirurgico) e si pentono dell’intervento. Questo è dovuto alla loro ignoranza. Nel caso in cui arrivassere a tali conseguenze in seguito alla visione di tantissime foto ritoccate ma scambiate per realtà è dovuto alla loro ignoranza. Ma probabilmente in un modo fatto su misura per i bisogni umani, le pubblicità dovrebbero interessarsi dell’ignoranza altrui e non sfruttarla.

FOTORITOCCO COME OGGETTIFICAZIONE
Per quanto riguarda il dover accettare il soggetto da fotografare così come è oppure non fotografarlo, in base al fatto che è una persona e non una natura morta, è difficile capire il collegamento.
Le persone fotografate rimangono persone anche se in foto non corrispondono alla realtà.
Tra l’altro anche una postproduzione fatta di effetti di colore, oppure distorsioni grandangolari porta una persona a non corrispondere alla realtà. Ma chi fa questo tipo di obiezioni riguardo al fotoritocco non non le fa mai per le distorsioni grandangolari.
Perciò, si può concludere che una manipolazione fotografica ha l’effetto di far sentire un pezzo di carne qualcuno solo se crede di essere un pezzo di carne se viene manipolato, ma non perché c’è un collegamento causale tra i due eventi nella realtà.
Se un essere umano, non è la propria immagine, allora chi manipola la sua immagine non lo sta trattando in nessun modo nella realtà.

AZIONI CULTURALI PER CONTRASTARE IL FOTORITOCCO

L’American Medical Association ha lanciato l’allarme contro i ritocchi fotografici fatti sulle tante star.
“Alterazioni” che hanno effetti negativi “soprattutto tra bambini e adolescenti”.

Negli Usa la star del reality Kim Kardashian è la bellezza più ritoccata del momento. E perfino la supercafona Snooki è apparsa sulla copertina di Rolling Stone molto più attraente di come si presenti in Jersey Shore. Non c’è modella o attrice che non venga ritoccata prima di finire sui giornali o negli spot. Perfino Kate Winslet si è assottigliata col trucco.

Queste “alterazioni contribuiscono a non realistiche aspettative sull’appropriatezza dell’immagine del nostro corpo: specialmente tra i bambini e gli adolescenti più impressionabili”. L’associazione si è proposta di sensibilizzare le agenzie di pubblicità e i professionisti del settore. Dalla Francia alla Gran Bretagna anche in Europa si è già discusso sulla necessità di regolamentare il “photoshopping” a tutela dei minori: magari con un’avvertenza che indichi esplicitamente che si tratta di ritocco.

Ma avete mai visto i medici avvertirci dei pericoli dei costosissimi ritocchi estetici, che loro stessi promuovono a colpi di bisturi?

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Julia Bluhm, 14 anni ha raccolto 85mila firme contro l’uso di Photoshop per ritoccare le foto delle modelle su Seventeen: ha vinto.
Una ragazzina americana ha riportato una grande vittoria, ottenendo dalla rivista fashion Seventeen la promessa di non pubblicare più le immagini delle modelle ritoccate con Photoshop, evitando così di dare un’immagine falsata del corpo femminile.
Julia aveva lanciato la sua campagna in aprile, pubblicando una petizione sul suo sito Internet e raccogliendo ben 85mila firme. “Nella vita vera nessuno è photoshoppato” ha detto.
“Seventeen Magazine: dai alle ragazze immagini di ragazze reali” spiegava Julia sul suo manifesto online.” Ho sempre notato come un sacco di immagini sulle riviste appaiano modificate. Le ragazze non dovrebbero paragonare se stesse a quelle immagini. Perché sono false! Vorrei vedere ragazze normali, che assomigliano a me, in una rivista che si suppone essere destinata a me“.

Dopo “Seventeen” il magazine “Teen Vogue”. La rivista è infatti il nuovo obiettivo degli oltre 90mila attivisti anti-photoshop riuniti nel gruppo Sparks. Gli stessi che, guidati dalla 14enne del Maine, Julia Bluhm, ideatrice di una petizione online, avevano ottenuto due giorni fa l’assicurazione da parte della direttrice del magazine “Seventeen” che le immagini pubblicate d’ora dal giornale in poi saranno tutte “reali”. Niente più ritocchini magici. Ma questa vittoria non è bastata al movimento.

«È solo l’inizio», scrive Emma Stydahar su http://www.change.org, «ora bisogna allargare la lotta». E l’obiettivo è “Teen Vogue”. In realtà, la rivista tre mesi fa si era già data una sorta di codice etico, impegnandosi a non pubblicare fotografie di ragazze minori di 16 anni e che potessero dare adito al sospetto di soffrire di disturbi alimentari. Una promessa insufficiente per gli Sparks, che ora pretende dalla testata l’impegno formale a non digitalizzare più alcuna immagine.

Intanto, si è mosso anche il governo australiano: con un legge appena varata, ha creato il bollino “anti-photoshop”, che segnalerà sulle riviste le immagini ritoccate digitalmente.

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le foto che ritraevano una filiforme Nigella Lawson sulla copertina di Radio Times, erano autentiche o photoshoppate? la decrescita delle sue curve burrose era dovuta una dieta, o all’opera di un sapiente grafico? A sorpresa, qualche giorno fa, la bella cuoca inglese ha preso una netta posizione pubblica anti-Photoshop.

Lunedì scorso, sul network americano ABC, è iniziato The Taste, lo show che tra gli altri, ha per giudic Nigella e Anthony Bourdain. Subito dopo la domestic goddess ha raccontato così la sua esperienza con gli spot per il programma :

“Anche se è stato davvero eccitante pensare di finire sui cartelloni a Los Angeles e negli Stati Uniti, sono stata molto severa, molto britannica, e gli ho detto che non erano autorizzati a photoshoppare la mia pancia. Una scelta furba? Hmmm. Ma quella pancia è la verità ed è arrivata ‘in maniera onesta’, come avrebbe detto mia nonna”.

Per combattere la pubblicazione di immagini che promuovono l’anoressia c’è bisogno di un programma che valuti e segnali in che misura una foto sia stata ritoccata con appositi software. A sostenerlo è uno studio pubblicato nel Proceedings of National Academy of Sciences, realizzato da Hany Farid ed Eric Kee, che ricorda come immagini altamente idealizzate siano state più volte legate a disturbi alimentari e all’insoddisfazione per il proprio corpo che colpisce una folta schiera di giovanissimi.

L’ETICHETTA – Farid e Kee puntano l’indice contro i cambiamenti geometrici del corpo, l’assottigliamento delle gambe, la regolazione della simmetria, la correzione della postura, la rimozione delle rughe, delle borse agli occhi, delle macchia dalla pelle. I ricercatori chiedono l’impegno di osservatori umani per valutare differenze tra foto originali e foto ritoccate che vengono pubblicate, per poi poter impostare regole valide per tutti. Il programma dovrebbe valutare le modifiche in una scala da 1 a 5 e distinguere i cambiamenti da ‘minimi’ ad ‘irreali’. Farid dice che il programma dovrebbe aiutare l’autoregolamentazione. I primi test, intanto, non lascerebbero dubbi sulla sua efficacia. Le foto che all’occhio umano sembrano fasulle raccolgono il minor grado di gradimento anche da parte del sistema computerizzato messo a punto dai ricercatori

La Dottoressa Helga Dittmar dell’ University of Sussex, dichiara: “Alcune prove evidenti dimostrano che le immagini in cui la magrezza e l’estetica delle donne viene “perfezionata”, hanno una forte influenza sulle menti, tale da distorcere la percezione della propria forma fisica” 

Monica Bellucci, qualche tempo fa posarono senza trucco né ritocco per protestare contro ideali di bellezza irraggiungibili quanto irreali, anche dall’Inghilterra arrivano i primi segnali di un ritorno ad una bellezza più naturale. Tra le fautrici dello scatto senza ritocco l’attrice britannica Emily Blunt, l’ex fidanzata del cantante canadese Michael Bublé, che qualche anno fa paradossalmente interpretò l’assistente nevrotica de Il Diavolo veste Prada, per la quale bellezza faceva rima con magrezza.

Fresca di matrimonio con l’attore John Krasinski, l’attrice è la nuova cover girl di settembre dell’edizione inglese del magazine di moda Elle, al quale, in merito al ritocco digitale dice: «Non mi piace quando ti stendono, ti allungano e ti fanno magrissima. Ti fa sembrare una Barbie. Chi diavolo è così?».

Ad esempio, l’azienda Dove attraverso un video afferma:

– Dopo quasi un decennio di promozione della bellezza reale, Dove vuole alzare la posta. Parlando di questo direttamente ai responsabili della manipolazione delle nostre percezioni.

Art directors, Graphic Designer, Graphic Retouchers

Ma come facciamo a prenderli in flagrante e farli riconsiderare il problema? –

facendo passare il nostro messaggio come azione photoshop. (e per questo hanno inserito nel web un’azione automatica da installare per far ritornare i soggetti delle foto come erano prima dell’eliminazione dei difetti estetici)

– Lo slogan è: Non manipolare la nostra percezione della bellezza reale.

Introducendo una distinzione tra vera e falsa bellezza. “la vera bellezza non è ritoccata”.

Questa pubblicità fatta a favore di un certo pensiero è senza senso perché:

1. viene preso in considerazione il software photoshop. Ma è stato immesso in commercio negli anni 90, e prima di esso si agiva lo stesso sulle fotografie per eliminare il possibile, quindi il fotoritocco non è dipendente da photoshop. E questo varrebbe anche se fosse un software generico e non photoshop.

2. poiché il fotoritocco non è dipendente da photoshop o da un software specifico, si è costretti a vietare il fotoritocco. Ma poiché si fa riferimento al fotoritocco perché impedisce la percezione della bellezza nella realtà, anche tutto ciò che può rappresentare in modo diverso dalla realtà andrebbe eliminato. I flash sono strumenti che non permettono di rappresentare la realtà così com’è. E gli obiettivi neanche!

3. ciò che è reale è fisico, ma la bellezza è un concetto, perciò per bellezza reale chi riceve il messaggio della Dove può intendere anche l’insieme delle caratteristiche estetiche che misurate in base a un canone possono soddisfare il concetto di bellezza. Quindi, se si tratta della bellezza canonica, anche senza l’esistenza del fotoritocco si potrebbe comunque fare una selezione di ragazze che eliminasse i difetti estetici eliminati dagli strumenti di photoshop. E dunque ci sarebbero comunque conseguenze psicologiche anche senza l’uso del software. E quindi è evidente che il problema della sofferenza psicologica che possono provare certe ragazze non è dovuta all’uso del fotoritocco, ma all’esistenza del concetto di bellezza.

La Dove ha fatto un altro spot sul concetto di “vera bellezza”.

Si può rimanere alquanto turbati nel considerare che tre minuti di video ipercommovente siano stati fatti per vendere sapone.
Un messaggio del genere è possibile solo perché si vende sapone.

Il sapone viene prodotto e usato per sciogliere le sostanze grasse nei processi di pulizia, siccome acqua e grasso normalmente non si miscelano, l’aggiunta di sapone, consente al grasso di disperdersi nell’acqua ed essere risciaquato.
Infatti, il messaggio del video è “passiamo troppo tempo a cercare di aggiustare cose di noi che invece vanno benissimo. Dovremmo passare piu` tempo ad apprezzare e gioire di cio`che di bello abbiamo”. Lavatevi e curate ciò di che bello avete…la pelle così com’è.
Che è quello che le persone vogliono sentirsi dire, ma non è un’affermazione che può cambiare realmente i gusti estetici. Infatti non è un’affermazione dimostrata. Ma solo un’affermazione. Non ho visto nessuno sfigurato dal fuoco o dall’acido nel video.

profondamente turbato che anche per il sapone sia necessario stimolare il consumo. E turbato anche per la strumentalizzazione del concetto di “vera bellezza”.

Il messaggio è prevalentemente indirizzato alle ragazze (dato che ci sono solo donne nel video) che hanno bisogno di qualcosa per accettare e valorizzare il loro aspetto così com’è, forse perché non possono cambiarlo o perché vorrebbero non cambiarlo ma non riescono a vivere serenamente questa scelta, perché chi non ha bisogno di essere diverso, anche con tutte le caratteristiche considerate difetti non ha bisogno di commuoversi per ciò. Lo fa con spontaneità e basta. Ma la cosa che più mi interessa è che le aziende si sono appropriate di temi morali (o meglio chiamati moralisti) che vanno di moda oggi. Ad esempio ne “il corpo delle donne” si cita una marea di volte l’espressione “vera bellezza”, così come “vera donna”.

A Dove stanno sul cavolo ragazze rifatte e photoshopper. O meglio, a Dove non gliene frega niente, però gli interessa che a molte persone stiano sul cavolo ragazze rifatte e photoshopper, perché sono potenziali consumatori del marchio che gli dice ciò che si vogliono sentir dire.

Ci sono due modi diversi in cui il fotoritocco può agire sulla bellezza:
eliminando difetti del soggetto,
rendendo in un modo impossibile nella realtà il soggetto.

Ciò che si può evitare di fare è creare effetti non reali, ma che spesso non sono neanche ben voluti proprio perché irreali (come la pelle talmente lisciata da essere monocromatica).

Tuttavia, il problema rimane il potere che la bellezza ha:

I complimenti provocano piacere nel soggetto che li riceve. L’aumento della disponibilità a relazionarsi degli altri provoca maggior autostima, mancanza di solitudine, benessere. Disponibilità a relazioni sessuali provoca un senso di potere e godimento. Gentilezza, interesse, aiuto, disponibilità a fare favori, amicizia.

Osservare questo tipo di vantaggi possono provocare desiderio frustrato, invidia, astio, rabbia, vergogna e frustrazione, ossessione in chi non li ottiene.

Lo psicoterapeuta Phil Mollon nel suo libro Shame and Jealousy – the hidden turmoils tradotto in italiano col titolo “Vergogna e gelosia – tumulti segreti” del 2002 scrive:

“La vergogna è una risposta all’insuccesso e ai sentimenti d’inadeguatezza che ne derivano – specialmente nei casi in cui si prevedeva la riuscita. Questi episodi comportano sempre il senso di aver fatto fiasco agli occhi degli altri.[…]Tuttavia il fallimento più basilare è a mio avviso l’incapacità di suscitare una risposta empatica nell’altro.[…]La vergogna a suo avviso nasce quando il bambino guarda la madre in cerca dell’emozione positiva generata dal rispecchiamento facciale, ma s’imbatte invece in una risposta indicante disgusto o disapprovazione: allora, in luogo del previsto stato di attivazione psicologica, prova vergogna, che è uno stato doloroso di drastica disattivazione. Mentre infatti nel positivo stato emotivo dell’interazione mimica con la madre il cervello del bambino produce oppiati endogeni, mediatori naturali delle risposte di piacere, nella vergogna genera composti biochimici da stress, come i corticosteroidi, che inducono inibizione e ripiegamento su se stessi. Secondo Schore la vergogna aiuta il bambino a capire quando è il momento di ritrarsi e mettersi buono.[…]Un sistema biologico mediante il quale l’organismo controlla la propria risposta affettiva in modo da non rimanere interessato o contento quando ciò potrebbe essere rischioso, oppure in risonanza affettiva con un organismo che non corrisponde ai modelli organizzati nella memoria.[…]Una risposta all’incapacità di corrispondere all’ideale dell’Io”

 

Rafael Santandreu scrive in “L’arte di non amareggiarsi la vita”:

“nel linguaggio della psicologia esiste un’espressione che definisce molto bene questo fenomeno: quando uno pretedne troppo dalla realtà, viene definito “illuso deluso”. La persona nevrotica immagina che la realtà debba essere in un determinato modo (senza traffico, senza tasse, senza problemi di parcheggio…) e si infuria (o si rattrista) quando si accorge che le cose non stanno così. In questo senso è poco realista, si comporta come un bambino egocentrico. Sembra dire: “L’universo deve girare nella direzione che dico io!”.
Quando siamo nevrotici ci conviene imparare che tutte queste necessità non sono indispensabili per essere felici.[…]La cosa migliore è dimenticarsi di questi “doveri”, rinunciare a queste idee stupide e godersi ogni tanto ciò che si ha già, quello che la realtà mette a nostra disposizione. Se cancellassimo dalla nostra mente le esigenze irrazionali, ci renderemmo conto di quante cose possiamo goderci nella vita. Per tutti questi motivi, la malattia che dà origine all’ansia e alla depressione, la terribilite, potrebbe essere definita anche necessitite, ovvero la tendenza a credere che “ho bisogno, ho bisogno e ho bisogno per essere felie”. L’uomo, o la donna, maturo è colui che sa di non aver bisogno di quasi nulla per essere felice”.

Christina Aguilera nel 2002 incise una canzone intitolata “Beautiful” nel cui videoclip, una ragazza semi anoressica si osservava allo specchio e poi lo rompeva dandogli un pugno. La cantante invitava ad accettarsi e pensare che tutti sono belli senza bisogno di modificarsi, tuttavia la sua fama mondiale era dovuta in gran parte alla sua corrispondenza con i canoni estetici, che per contratto doveva mantenere facendo palestra e diete. E cantando “you’re beatiful” a ragazze che non erano belle come lei e non potevano neanche guadagnarci ci ha guadagnato una marea di soldi che una commessa che non lavora con la sua bellezza si può solo sognare.

beautiful
specchio
Il software ha delle funzioni che soddisfano le esigenze che tentano di soddisfare anche il make up e la chirurgia. Essenzialmente il modificare ciò che la natura non ha fatto come si voleva fosse fatto. E sicuramente tra i tre, il software è quello che comporta minor pericoli e sofferenza per il fisico, dato che sono pari a zero. Il make up può invece portare infezioni o allergie, e la chirurgia deformazioni fisiche. La sofferenza che produrrebbe il software sarebbe invece psicologica. Si inizierebbe a desiderare ciò che si è visto in una o più immagini ma non si ha. Ed è il modo in cui si gestiscono certe esigenze a far soffrire o non soffrire.

fotorittocco+makeup

Per creare la bellezza si può usare il trucco che produce un’illusione estetica, visualizzando il viso come se fosse più vicino alle proporzioni della maschera aurea.

Le proporzioni della maschera aurea vengono usate per le modifiche e ricostruzioni della chirurgia estetica, per portare il volto del paziente quanto più vicino possibile alla configurazione dell’archetipo ideale percepito del volto.

Una configurazione appropriata e un corretto orientamento spaziale sono determinanti per un una buona funzione dentale.
Lo studio matematico delle proporzioni che ha portato alla definizione della maschera aurea, ha precisato anche il posizionamento ideale dei denti. Diagnosi ed analisi che utilizzano questo nuovo modello facilitano la modifica e la ricostruzione di tutta la chiostra dentale

Il make up

Un uomo e una donna partono per un viaggio: oltre agli abiti, la donna porta con sé un beauty case contenente, almeno, spazzolino, dentifricio, doccia schiuma, sapone, shampoo, latte detergente, struccante per occhi, crema idratante (a volte sono due una giorno e una notte), deodorante; l’uomo porta con sé, non necessariamente in un beauty case, lo spazzolino, il dentifricio e il deodorante, forse il sapone. Cosa sono questi prodotti che gli uomini spesso detestano perché segno di frivolezza e le donne adorano?
La storia dei cosmetici parte da lontano; in molte culture antiche si utilizzavano i cosmetici per arricchire ed evidenziare delle parti del corpo ritenute sacre; in altre culture anche i cadaveri venivano trattati con speciali unguenti per fare in modo che si conservassero nello stato migliore possibile. La storia racconta di tante donne che utilizzavano prodotti naturali come cosmetici sfruttandone le capacità idratanti, purificanti, emollienti ecc…
Nel corso degli anni l’idea di cosmetico è cambiata e addirittura per anni è diventata sinonimo di superficialità; l’utilizzo di cosmetici era associato solo a persone frivole e per molto tempo, per l’opinione comune, il vero uomo non utilizzava i cosmetici.
Se, però si guarda alla definizione che la legge dà di cosmetico, si scopre che è davvero difficile non utilizzarli.
Vengono infatti definite “cosmetici” tutte le sostanze e preparazioni, diverse dai medicinali, destinate ad essere applicate sulle superfici esterne del corpo umano oppure sui denti e sulle mucose della bocca allo scopo esclusivo o prevalente, di pulirli, profumarli, modificarne l’aspetto, correggere gli odori corporei, proteggerli o mantenerli in buono stato (legge 713/1986, art.1). Alla luce di questa definizione si può scoprire che anche quando si utilizza il sapone, il doccia schiuma, il deodorante, si sta utilizzando dei cosmetici. Dunque i cosmetici sono parte di quei prodotti di uso quotidiano di cui nessuno fa a meno.
Dal momento che li si utilizzano sarebbe quindi utile conoscerli un po’ più da vicino in modo da poter fare delle scelte consapevoli, così come si per altre tipologie di prodotto. Non è corretto pensare che in fondo sono tutti uguali e dal momento che non vanno ingeriti, meglio scegliere magari solo in base al costo o alla pubblicità che più ci colpisce.
Sulla confezione frequentemente si trovano l’indicazione “non testato su animali”; per alcuni dei consumatori, già questo potrebbe essere motivo per scegliere un cosmetico piuttosto che un altro, ma attenzione: in Italia da anni è vietata la sperimentazione dei cosmetici sugli animali.
Sulsito internet di ABC cosmetici (diret tamente collegato all’associazione italiana delle imprese cosmetiche, UniPro): “Ormai da 20 anni, prima di quanto imposto dalle leggi, non si svolgono più sperimentazioni animali su prodotti cosmetici nell’ambito della UE. Tra marzo 2009 e marzo 2013 progressivamente, il divieto si estenderà anche alla commercializzazione di cosmetici contenenti ingredienti testati su animali in paesi extra-UE.
coniglietta cosmeticaAllora, l’indicazione “non testato su animali” appare fuorviante; non è falsa e dunque può essere riportata, ma tutti i cosmetici non sono testati sugli animali.
è come entrare in un negozio e leggere il cartello: questa merce non è rubata.
Poi ci sono un elenco di “ingredienti” che compongono il prodotto. La prima reazione che i più hanno è quella di scoraggiarsi di fronte a parole impronunciabili e sconosciute, e chiedersi se servirà a qualcosa provare a soffermarsi un po’ di più su quest’elenco.
Alcuni farmaci, come alcuni antiinfiammatori o anche farmaci che aiutano il cuore, prevedono un utilizzo cutaneo: l’applicazione di cerotti comporta un certo tipo di rilascio del principio attivo che, ovviamente, riuscirà a penetrare attraverso gli strati cutanei e giungere così a destinazione. Guardando al corpo, sicuramente la pelle costituisce uno scudo di cui non potremmo mai fare a meno; è la parte più esterna di noi, che viene continuamente a contatto con sostanze potenzialmente nocive e che fortunatamente è impermeabile a tante di esse. Ciò nonostante, la pelle non può essere considerata come uno scudo invalicabile, impermeabile a tutto e resistente a qualsiasi sostanza e, proprio per l’esempio appena fatto dei farmaci con applicazione cutanea, è una gran fortuna che sia così. Ci sono quindi molecole in grado di penetrare negli strati più interni della pelle così come ci sono sostanze che dall’interno riescono a risalire i vari strati della pelle per arrivare all’esterno ( per esempio il sudore).
La pelle è ciò che del nostro corpo è costantemente sotto il nostro sguardo, proprio perché ci riveste completamente. Ciò che chiamiamo comunemente pelle e quindi lo strato più esterno si chiama più correttamente epidermide; lo strato sottostante si chiama derma ed epidermide e derma insieme costituiscono la pelle. Al di sotto del derma c’è poi un altro strato che si chiama ipoderma. L’epidermide si suddivide in altri strati ciascuno dei quali è caratterizzato da cellule di forme diverse; sostanzialmente, però, si può dire che nell’epidermide avviene la maturazione delle cellule che quando giungono sulla superficie sono pronte alla morte. Si ha così un continuo flusso di cellule che nascono, maturano muoiono e vengono contemporaneamente sostituite da quelle de ciclo successivo. A separare l’epidermide dal derma ci pensa la membrana basale; la membrana consente il passaggio delle sostanze nutritive dal derma all’epidermide. I vasi sanguigni sono presenti solo nel derma e quindi le sostanze nutritive

stratigrafia cute
stratigrafia cute
che servono alle cellule epidermiche per crescere a maturare provengono dal derma e passano attraverso la membrana basale. Il derma ha una funzione essenziale di fungere da scheletro per l’epidermide; le cellule caratteristiche sono molto attive nei primi 30 anni di un individuo (pensiamo all’invecchiamento cutaneo) e producono sostanze (ad esempio acido ialuronico, collagene ed elastina) che sono direttamente responsabili di molte caratteristiche della nostra pelle, soprattutto quella dei giovani (resistenza, elasticità. Tutto ciò ci deve far riflettere sul fatto che, quando un prodotto qualsiasi arriva sulla nostra pelle, esso può penetrare negli strati più interni e dunque bisogna prestare attenzione ai cosmetici che utilizziamo!!! Per questa ragione è importante cercare di capire quali sono gli ingredienti presenti nei nostri cosmetici; sapere tutto nei dettagli non sempre è indispensabile e possiamo provare almeno ad averne un’idea.

Grazie alla legge 713/1986 sulla confezione dei cosmetici oggi deve essere riportata la lista di tutti gli ingredienti presenti nel cosmetico; altro punto di vantaggio è che la nomenclatura dei prodotti usati in cosmetica è stata uniformata almeno per quanto riguarda i paesi europei. Esiste un Inventario Europeo degli Ingredienti Cosmetici (INCI) che indica il nome sotto il quale indicare una certa sostanza. Non si tratta affatto di un dettaglio; molte sostanze chimiche hanno un nome tradizionale, che per definizione, può cambiare da una nazione ad un’altra; esiste poi, la nomenclatura cosiddetta commerciale in cui una sostanza conserva il nome che gli è stato dato dall’azienda che per prima l’ha introdotta sul mercato ed esiste poi una nomenclatura ufficiale. La confusione che può derivarne è evidente che sia grande; questa è stata la ragione che ha spinto il legislatore ad introdurre un sistema ufficiale di nomenclatura per le materie prime cosmetiche.
Per iniziare ad avere un’idea diciamo che gli ingredienti vengono inseriti nell’INCI in ordine di abbondanza e già questo potrebbe essere punto di riflessione;possiamo trovare per esempio due cosmetici della stessa tipologia (ad esempio una crema per le mani) all’olio d’oliva. In una formulazione l’olio figura ad esempio al terzo posto, nell’altra al sesto: questo vuol dire che molto probabilmente nel secondo prodotto c’è così poco olio d’oliva che di fatto la nostra pelle neanche se ne accorgerà…magari se ne accorge soltanto la nostra tasca!
Quello che in campo farmacologico viene definito principio attivo, nei cosmetici si chiama sostanza funzionale; nel caso riportato, l’olio d’oliva costituisce la sostanza funzionale. È chiaro che per manifestare i suoi effetti una sostanza deve essere presente in una certa concentrazione e se si usa una concentrazione più bassa è come se non l’avessimo usata per niente.
Iniziamo a leggere l’etichetta del nostro cosmetico; in genere il primo ingrediente è l’acqua. L’acqua in genere è il prodotto più abbondante nei bagno/doccia schiuma, negli shampoo, ma anche nelle creme. Se continuiamo a scorrere l’elenco, sicuramente troveremo un nome che ci indicherà la presenza di un olio o di un burro. Nelle formulazioni cosmetiche riscontriamo l’utilizzo di oli molto comuni come l’olio d’oliva, l’olio di arachidi o girasole, l’olio di mandorle così come spesso troviamo il burro di cacao; tutti prodotti che siamo abituati a trovare nella dispensa della cucina eppure rivestono un ruolo importante nella cosmetica che ne sfrutta le capacità idratanti, emollienti, addolcenti. Accanto a questi oli di origine vegetale vengono molto utilizzati in cosmetica anche gli oli minerali come l’olio di paraffina o il glicole di propilene.
Ritorniamo un attimo a sottolineare la presenza contemporanea di acqua e olio. Sicuramente leggendo non ci prestiamo tanta attenzione, ma se pensiamo alla presenza contemporanea dell’acqua e dell’olio ci dovrebbe venire in mente qualche domanda. Se in un bicchiere mettiamo acqua e olio scopriamo l’immiscibilità di questi liquidi. Acqua e olio restano completamente separati; se proviamo ad agitare il bicchiere, per un po’ avremo

progressione nella separazione di un’emulsione
progressione nella separazione di un’emulsione
l’impressione di essere riusciti a miscelarli, ma è solo un’illusione; lentamente acqua e olio si separeranno nuovamente. È la chimica che le fa separare: acqua e olio hanno molecole troppo diverse tra loro per poter stare le une accanto alle altre e quindi cercano di allontanarsi. Ma allora, come è possibile che nella nostra crema coesistano acqua e olio e noi non si manifesta nessuna separazione?

Intanto quando coesistono acqua e olio (che con parole più generiche e tecniche si indicano come fase acquosa e fase grassa) siamo in presenza di un’emulsione, quindi la crema per le mani, che ormai è diventata il nostro punto di riferimento, è un’emulsione. Vediamo adesso perché in questa emulsione non osserviamo la separazione tra acqua e olio. Sono presenti delle particolari sostanze che si chiamano emulsionanti; chimicamente queste sostanze hanno delle molecole che sono in parte simili a quelle dell’acqua ed in parte simili a quelle dell’olio. La molecola dell’emulsionante, allora, viene utilizzata come ponte tra la fase acquosa e la fase oleosa; facendo un viaggio nel microscopico possiamo immaginare una molecola di acqua che riesce ad essere vicina ad una molecola di emulsionante (nella parte di molecola più simile) che a sua volta riesce a stare vicina ad una molecola di olio (nella parte più simile). Ne viene fuori un set di tre molecole acqua/emulsionante/olio che tenderanno a stare vicine e a non slegarsi. Macroscopicamente siamo in presenza di un’emulsione stabilizzata: quando abbiamo un’emulsione in cui per un tempo sufficientemente lungo non si osserva separazione, siamo in presenza di un’emulsione stabilizzata (probabilmente grazie all’azione di un emulsionante). In cosmetica possono essere utilizzati doversi emulsionanti, ma molto utilizzati sono la gomma xantana (xanthana gum), PEG-7 hydrogenated castor oil, cetearyl glucoside e carbomer.
Come in tutti i prodotti in vendita, anche nei cosmetici sono presenti i conservanti. Molto spesso questa categoria viene bistrattata; siamo portati a pensare che solo qualcosa di scadente o fortemente industrializzato necessiti di conservanti: è bene sapere che si tratta di un luogo comune assolutamente falso. Tutti i prodotti che normalmente utilizziamo nella nostra vita quotidiana hanno una loro vita caratterizzata da una data di nascita e una data di morte. Tutto si degrada per azione della luce, della temperatura, del tempo e per prolungare il tempo di vita è necessario utilizzare i conservanti. D’alta parte chi comprerebbe un cosmetico che dopo una settimana si degrada e deve essere buttato? Naturalmente non è necessario utilizzarli in grandi quantità, ma è necessario utilizzarli. Anche nel caso dei conservanti ne possiamo trovare diversi esempi nei prodotti cosmetici, ad esempio sodium benzoate utilizzato in coppia con il potassium sorbate, la famiglia dei parabeni (methyl paraben, ethyl paraben, propyl paraben, butyl paraben) e molti altri.
Oltre agli ingredienti base possiamo trovare poi molte sostanze che arricchiscono il nostro cosmetico dal punto di vista funzionale oppure ne rendono più semplice l’utilizzo. Parliamo, per esempio, dei modificanti reologici. modificatori reologiciLa reologia studia la capacità di scorrimento di una materia su una superficie; nel nostro caso quindi si sta studiando la capacità della crema di scorrere sulla nostra pelle. Non è un dettaglio: quando si spalma una crema si desidera spalmarla in modo uniforme sulla superficie stabilita e se possibile farlo velocemente. Una crema troppo fluida rischia di scivolare sulla pelle e magari scorrere via, così come una crema troppo densa sarà difficilmente spalmabile. A volte, fateci caso, spalmando una crema si forma una striscia bianca che non si toglie facilmente, ma utilizzandone un’altra non si forma affatto. Il modificante reologico permette di controllare queste caratteristiche del cosmetico ed in questo campo i siliconi spesso fanno la parte dei padroni.
Infine si utilizza una fragranza, un profumo che alla lunga sarà elemento caratterizzante il nostro cosmetico. Anche in questo caso non si tratta di un dettaglio. Non molto tempo fa, una mia amica appassionata di cosmetici e cosmetici fai da te, mi invitò a casa sua per provare a “fare” una crema per il viso. Da buon chimico sperimentale che adora qualsiasi ambiente in cui si possano mescolare delle sostanze (sia che si tratti di un laboratorio, sia che si tratti di una cucina, sia che si tratti di un laboratorio domestico) accettai. Lei aveva già una buona esperienza nella formulazione quindi quella volta mi sono limitata a seguire una “ricetta” già collaudata e alla fine quando lei mi ha detto di aggiungere il profumo le ho detto di no. In fondo, le dissi, abbiamo utilizzato il burro di cacao, che normalmente si associa a qualcosa di profumato, olio di oliva (che per me ha un buon odore) e tutte le altre materie prime erano inodori. Così lei ha aggiunto un po’ di profumo alla sua porzione e io contenta di aver realizzato la mia crema, sono tornata a casa con la mia senza profumo. Dopo due giorni mi sono dovuta ricredere; tutti gli ingredienti, insieme, avevano sviluppato un odore terribile; la crema mi piaceva tanto, ma era inutilizzabile per l’odore!!! L’aggiunta di profumo non è quindi soltanto una sciccheria!
Per ogni categoria indicata fin qui troviamo una lunga serie di prodotti che è destinata a crescere sempre di più: la ricerca cosmetica è sempre al lavoro per mettere a punto nuove formulazioni che risolvano gli inconvenienti delle formulazioni precedenti, sfruttando l’evolversi di tutte le più moderne tecnologie. La scelta dei prodotti da inserire in una formulazione non è semplice; al di là della funzionalità del cosmetico, stabilire quale emulsionante, quale conservante, quale modificante reologico utilizzare spesso rappresenta una scelta di campo nel senso del target a cui il prodotto si rivolge o nel senso economico. Questo vuol dire che scegliere un cosmetico piuttosto che un altro non è banale, ma vale la pena provare a farlo in modo consapevole.

Si può elencare i cosmetici per il make up in due parti, la prima dedicata ai cosmetici da utilizzare per il make-up, la seconda a tutti quegli accessori che servono per stesura e ritocchi.

Cosmetici:

makeUp

fondotinta (per un incarnato uniforme), correttore (per correggere le occhiaie e i brufoli), cipria (per fissare il fondotinta sul viso per tutto il giorno ed opacizzare la pelle), terra abbronzante opaca (per creare ombreggiature sul viso), ombretto color avorio (per creare punti luce), matita per sopracciglia (per delinearle e riempire eventuali imperfezioni), ombretti chiari (per illuminare lo sguardo i colori base sono il beige, lo champagne, il vaniglia, il rosa carne), ombretti scuri (per ombreggiare la palpebrasono indispensabili i classici nero, marrone caffè, tortora, grigio e nocciola), matita occhi morbida (per sfumarla sopra e sotto l’occhio, o da applicare all’interno della rima palpebrale), mascara (per aprire lo sguardo), blush (per vivacizzare le guance), rossettigloss (come il classico trasparente da applicare da solo o sopra al rossetto).

Accessori:

Gli strumenti più comuni e usati per il make-up sono: Pennelli, spugnette, piumini, scovolini, pinzette, piegaciglia, forbicine, colla per ciglia finte, ciglia finte, appuntamatite.

strumentiMakeUp

spugnetta in lattice (per stendere e sfumare bene il fondotinta), piumino (per applicare la cipria su tutto il viso), piegaciglia (se le ciglia tendono ad essere troppo dritte), cotton fioc (per correggere piccoli errori e sbavature del trucco), temperamatite (indispensabile per avere matite sempre ben appuntite), set di pennelli.

Pennelli: si possono classificare in base alle fibre delle setole, che possono essere sintetiche (costituite da nylon o dal più moderno ed innovativo taklon), possono anche essere costituite da peli naturali di origine animale (il pelo più morbido e più costoso è quello di scoiattolo e di zibellino, mentre quello più utilizzato, è il pelo di capra poiché offre un buon compromesso tra qualità e prezzo), esistono poi pennelli misti, formati cioè da setole sintetiche e naturali. Inoltre i pennelli si differenziano a seconda della forma, della lunghezza e della disposizione delle setole che permettono di utilizzarli in modo specifico o per usi diversi.

Spugnette: esistono tantissime tipologie di spugnette (utilizzate soprattutto per la stesura di prodotti cosmetici in crema) che differiscono per forma e morbidezza.
Per quanto riguarda la forma, esistono 3 tipologie principali: piatta (utilizzata soprattutto per le zone ampie ed è facilmente modellabile per arrivare nelle zone più difficili, come il naso o l’angolo interno dell’occhio), triangolare (è appositamente studiata per raggiungere le zone più nascoste del viso, come quelle citate prima, ma permette anche di utilizzarne gli apici come strumento di precisione per l’occhio, togliendo eventuali eccessi di ombretto e/o per creare una linea dritta sull’esterno in grado di donare un effetto di allungamento), a “ovetto” (è forse la più conosciuta, permette di applicare il fondotinta o qualsiasi altro prodotto in crema, in modo preciso con la parte a punta, e consente una stesura più veloce ed omogenea sul resto del viso grazie alla sua rotondità).
Anche la morbidezza è un elemento importante perché dipende dalla densità della spugnetta ed incide sul tipo di stesura che si vuole ottenere (più è morbida e meno densa, più il risultato sarà naturale; mentre scegliendo spugnette dure e compatte, si ottiene maggiore coprenza).

Piumini: utilizzati solitamente per prodotti in polvere libera come la cipria, la polvere di riso e alcune polveri illuminanti.

Scovolino/i: utili per pettinare le sopracciglia e per la classica applicazione del mascara.

Pinzette: servono a togliere eventuali ed antiestetici peletti nella zona labiale, del mento e sopraccigliare, ma possono essere impiegate anche durante l’applicazione delle varie tipologie di ciglia finte.

Piegaciglia: necessarie per incurvare le ciglia naturali, specialmente se sono disordinate o tendono ad essere dritte, l’utilizzo di questo strumento aiuterà a valorizzare il risultato finale una volta applicato il mascara e/o le ciglia finte.

Forbicine: possono tornare utili soprattutto nel caso si applichino le ciglia finte a nastro o intere per tagliarle della lunghezza giusta (a nastro) o qualora risultassero troppo lunghe per la forma dell’occhio su cui vanno applicate (intere).

Colla per ciglia finte: essenziale per applicare le ciglia finte, ma anche per attaccare sulla pelle piccoli decori come paillettes, brillantini e glitter. Esiste in due varianti colore: nera e bianca, ma entrambe, una volta applicate, diventano trasparenti.

Ciglia finte: ne esistono da applicare sia sopra che sotto l’occhio, possono essere di varia natura: sintetiche, di pelo animale (solitamente di visone), oppure di capelli veri. In generale si applicano dopo aver truccato gli occhi e aver applicato il mascara, servono ad evidenziare lo sguardo in maniera più o meno naturale. In commercio se ne trovano di diverse tipologie a seconda dell’effetto finale desiderato:

SINGOLE: questo tipo di ciglia finte possono avere sia spessori che lunghezze diverse. Il loro utilizzo ha i suoi pro ed i suoi contro, infatti queste ciglia, se da una parte sono in grado di donare un look decisamente più naturale rispetto alle altre tipologie perché si possono posizionare a proprio piacimento e se ne può modulare la quantità/densità; dall’altra, risultano più difficili da applicare dato che devono essere attaccate una ad una.
A CIUFFI: come dice la denominazione, si presentano come dei singoli ciuffetti di ciglia, uniti alla base. Sono sicuramente più maneggevoli e pratiche da applicare rispetto alle precedenti perché si riescono a gestire meglio quando si incollano; rappresentano un modo facile per dare subito volume e lunghezza alle ciglia naturali.
In commercio le ciglia a ciuffetti si trovano in quattro diverse lunghezze: mini, short, medium e long; vanno applicate in base al tipo di effetto che si vuole ottenere e l’abilità consiste nell’applicare i ciuffetti tra le radici delle ciglia vere, negli spazi più vuoti, in modo che l’intervento non sia palesemente visibile.

A NASTRO: sono tessiture di peli lunghe 20-25 centimetri, solitamente sono utilizzate esclusivamente dai professionisti; prima di applicarle è necessario tagliare dal nastro la lunghezza di cui si necessita. Questa tipologia, dal punto di vista estetico, è di qualità nettamente inferiore rispetto agli altri tipi di ciglia; sono usate soprattutto in teatro, oppure in tutte quelle situazioni dove si guarda al “colpo d’occhio” generale e non si bada all’assoluta perfezione e al dettaglio.
INTERE: sono sicuramente le più diffuse e conosciute grazie alla facilità con cui si applicano in quanto sono già preformate per seguire l’incurvatura naturale dell’occhio. Prima dell’applicazione è importante muoverle un pochino, facendo serpeggiare in modo delicato la parte dove si congiungono; grazie a questa specie di stretching si preparano all’applicazione e si toglie loro un po’ di rigidità. Dopo aver applicato un filo di colla lungo il bordo interno della frangia, la si lascia asciugare qualche secondo e poi si applica la ciglia appoggiandola sulla palpebra tenendo l’occhio semichiuso (attaccando prima la parte situata in corrispondenza del centro dell’occhio, poi quella dell’angolo interno ed infine di quello esterno; per eseguire l’operazione ci si può aiutare con l’estremità finale di un pennello o con la pinzetta per le sopracciglia).
SEMI PERMANENTI PROFESSIONALI: sono ciglia finte singole, che però vengono applicate nei centri estetici da professioniste che le fissano in modo da avere una durata maggiore rispetto all’applicazione delle classiche ciglia finte singole.
COLORATE: si trovano solitamente sotto forma di ciglia intere e sono particolari in quanto sfoggiano colori bizzarri e stravaganti, ovviamente non sono per niente naturali.
CREATIVE: sono ciglia finte eccentricamente decorate con accessori e materiali vari, infatti possono esserci attaccati: glitter, strass, piume, paillettes, carta, carta laminata, ecc. A causa dei materiali applicati sopra o di cui sono composte, è fondamentale assicurarsi che siano abbastanza flessibili, in modo da poterle incollare e adattare meglio alla forma dell’occhio.
DI CARTA: sono ispirate all’arte cinese dell’intaglio della carta ma hanno un design contemporaneo; le più famose sono sicuramente quelle della Paperself. Hanno diversi stili e forme, ma nonostante la loro natura cartacea, sono resistenti e riutilizzabili come le normali ciglia finte.

Una volta elencati gli strumenti per il make up, si può passare a conoscerne i dettagli.

PENNELLI

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I pennelli da trucco sono gli strumenti indispensabili per realizzare il make up, non è infatti da sottovalutare la loro importanza quando si vogliono ottenere effetti di tipo professionale. Scontrarsi con un ombretto nero, arrendersi davanti ad un eyeliner ingestibile o litigare con un fondotinta difficile da stendere sono problematiche make up che possono essere facilmente superate utilizzando i giusti strumenti. Un pennello per fondotinta, un blending brush o un pennellino per eyeliner sono oggetti semplici, che possono però risolvere moltissime situazioni critiche e possono aiutare ad avere un look impeccabile in poche e semplici mosse.

I pennelli  si possono dividere in base alla loro fuzione: da cipria, da fondotinta e fard, da ciglia e sopracciglia, per gli occhi e quelli per il correttore e le labbra.
O in base alla loro forma: Per gli occhi esistono tre diverse forme di pennello, per truccare le diverse parti e per stendere in modo differente l’ombretto.
Uno per le zone più ampie, un altro per ombreggiature più raffinate e un altro ancora per le rime ciliari.
Così come per il viso, c’è il classico piatto per stendere fondotinta liquidi e quello più grosso e compatto per ciprie e fondotinta minerali.
Per le guance invece potete scegliere fra due tipologie a seconda del risultato che volete ottenere: più arrotondato per un finish bonne mine e obliquo per scolpire gli zigomi, con effetto sculpting.
Per finire le labbra. Un paio di belle labbra vengono valorizzate da un rossetto steso alla perfezione, con i bordi netti e precisi. Per fare in modo che ciò accade, tutti i make up artist suggeriscono di ricorrere al pennello per la stesura. Piatto a lingua di gatto per riempire e dare colore, più sottile e a punta per definire i punti critici e il contorno delle labbra.
Il pennello grande a setole morbide per sfumare le polveri sul viso (cipria, terra, blush), pennello medio a setole sintetiche per applicare il correttore, pettinino per ciglia e sopracciglia, pennelli medi a setole morbide per sfumare gli ombretti (per i colori scuri e chiari), pennello angolato per sfumare la matita sull’occhio, pennello piccolo per sfumare matite e ombretti tra le ciglia, pennello medio a setole sintetiche per applicare rossetti e gloss).

PENNELLO DA CIPRIA
Pennelli da cipria in 3 dimensioni
Rotondo, piatto o mignon, serve anche per il trucco minerale.

Rotondo
Pennelli da cipria in 3 dimensioni1/7
Per stendere la cipria si può usare un piumino di velluto (con cui si ottiene un trucco effetto opaco), oppure il pennello. Il pennello da cipria è rotondo con setole naturali: consente un’applicazione precisa e un risultato naturale. La sua forma rotonda e bombata permette di seguire i lineamenti del viso per applicare e sfumare perfettamente la cipria

I-pennelli-per-il-trucco-viso
I pennelli per il trucco viso sono di grande aiuto per applicare il fondotinta, stendere la cipria e scolpire il volto con il blush e il bronzer. Per applicare con precisione il fondotinta si possono utilizzare diversi strumenti, con i prodotti in polvere e i fondi minerali l’ideale è utilizzare un Kabuki Brush come quello proposto da Bare Escentual, con i prodotti in crema l’ideale è utilizzare una spugna o un pennello a testa larga come il 187 Duo Fibre di Mac o il Petite Stippling di Zoeva, mentre con i prodotti liquidi si può utilizzare un classico pennello da fondotinta come il 47 di Sephora o un pennello come il Powder Brush di Elf Studio per ottenere un effetto simil airbrush. Per applicare blush e bronzer e scolpire il viso è indispensabile utilizzare un pennello in modo da sfumare bene questi prodotti ed evitare macchie di colore, da provare il Blush Brush di Bobby Brown e il Bamboo Angled Blush Brush di Elf. Per finire per applicare la cipria si può utilizzare un semplice puff o un pennello apposito come il Powder Brush di Real Technique.

I-pennelli-per-il-trucco-occhiIndispensabili per look very cool i pennelli per il trucco occhi. Un semplice make up da giorno monocolore può essere realizzato utilizzando un applicatore classico, ma i più complessi trucchi smokey o gli intriganti cat eyes richiedono strumenti più sofisticati. Sono moltissimi i pennelli per il trucco occhi che i beauty brand propongono, ma gli indispensabili si contano sulle dita di una mano. Fondamentale per applicare tutti gli ombretti un classico pennello a c come l’Eye Shadow Brush di Elf, versatile e utile per applicare le polveri e sfumare i colori il famoso pennello 217 di Mac, indispensabile per creare intensi trucchi smokey un blending brush come il 224 di Mac, fondamentale per sfumare le matite un pennello a setole corte come lo Smudge Brush di Sephora. Per applicare l’eyeliner alla perfezione è necessario utilizzare il giusto strumento, la scelta è tra un pennello angolato, tipo il 15 di Sephora, o un pennellino sottile come il 209 Eyeliner Brush di Sigma.

Make-up-Tools-per-un-trucco-perfetto
I pennelli non sono gli unici strumenti indispensabili per realizzare un make up da professionista. Piegaciglia, fissanti e stencil possono essere molto utili per trasformare un trucco così e così in un make up very glam. Chicchieratissimo l’Eyelash Curler di Shu Uemura, uno strumento indispensabile per avere ciglia da Bambi in pochi secondi, per uno sguardo da capogiro è molto utile anche il Lash Amplifier proposto da Sephora, un “arnese” che si appoggia all’attaccatura delle ciglia e aiuta ad applicare il mascara senza macchiare la palpebra. Le sopracciglia sono una componente importante del volto e averle curate e ben definite aiuta ad aprire lo sguardo, per averle perfette in pochi istanti sono molto utili i Brow Stencil di Anastasia. Per finire ricordate che sono molto utili i fissatori per il trucco, uno dei più fasmosi è il Fix Plus di Mac, nessuna di noi ha voglia di faticare per realizzare un make up perfetto per vederlo sciogliersi nel giro di un paio d’ore.

Iniziamo col dire che i pennelli di qualità eccezionale si vedono ad una prima occhiata e la loro preziosità è confermata anche dal prezzo. Purtroppo, avere un’ottima qualità spendendo pochi euro quando si parla di pennelli è davvero impossibile: uno strumento per il trucco come un pennello da occhi o per il blush però, è un investimento che dura tutta la vita, a patto ovviamente di trattare il vostro pennello con molta cura. Secondo moltissime esperte i pennelli migliori del mondo sono quelli di Shu Uemura: realizzati in setole assolutamente naturali, arrivano a costare anche più di 50 euro l’uno. Eccezionali anche i pennelli di Giorgio Armani beauty: quello per l’applicazione del fondotinta è stato insignito del premio “Allure Best of Beauty Award Winner”. Anche in questo caso i singoli pezzi superano il costo di 50/60 euro. Hakuhodo è invece un’azienda giapponese che produce pennelli per tantissimi brand, con una qualità eccellente e prezzi leggermente inferiori rispetto a Shu Uemura e Armani. Più economici ma sempre di ottima qualità sono anche i pennelli di MAC: tantissimi modelli perfetti per il trucco più preciso.

Correttore

Il correttore è un cosmetico utilizzato per coprire brufoli, occhiaie e altre piccole macchie o inestetismi della pelle che non possono essere coperte dal fondotinta.

– Le occhiaie, ossia la zona sotto all’occhio con colorito della pelle tra il bluastro e il viola.
– L’acne oppure i “brufoli”, la zona colpita ha un colorito rosso ed infiammato.
– La couperose, che è un arrossamento della pelle dovuta ad una fragilità dei vasi capillari, spesso nella zona delle guance e del naso.
– Altre piccole imperfezioni della pelle.

Sia il fondotinta che il correttore hanno lo scopo di far apparire il colore dell’incarnato quanto più uniforme possibile. Questi due tipi di cosmetici differiscono fra loro, nel fatto che il correttore tende ad essere più pigmentato. Inoltre, il fondotinta viene utilizzato su aree più ampie del viso, a differenza del correttore, che invece copre sezioni notevolmente più piccole. Il primo correttore messo in commercio risale al 1938, e fu creato dalla Max Factor.

Il correttore viene applicato dopo il fondotinta. Nel caso contrario, i due prodotti si impasterebbero e andrebbero ad appesantire anche altre zone della pelle del viso, che invece potrebbero permettersi una copertura più blanda.
I correttori in commercio coprono una larga fascia di colorazioni, affinché l’utilizzatore possa scegliere quello che maggiormente si avvicina al colore della propria pelle. Alcuni colori invece hanno il preciso scopo di contrastare determinati tipi di macchie. Il correttore normalmente va usato in combinazione all’applicazione del fondotinta. Inoltre alcuni tipi di correttori fungono anche da idratanti o da anti-brufoli. Sul mercato esistono correttori in forma liquida, in polvere o in forma di matita. come scegliere il colore giusto per l’imperfezione in base al colore i correttori si classificano in: neutri che vengono utilizzati erroneamente al posto degli altri ma l’unico scopo per il quale sono realmente utili è coprire gli altri correttori, verdi per coprire le imperfezioni rosse (brufoli, capillari scoppiati ecc.), aranciati per coprire le occhiaie, viola per il colorito spento. poi esistono fondotinta illuminanti che servono a illuminare gli zigomi, la palpebra, il mento, il naso e la fronte.

TIPOLOGIE
In commercio questo cosmetico lo troviamo in due forme:
– Compatto (stick, pasticca o matita);
– Cremosi (tubetto o in stilo).

Per nascondere le occhiaie tendenti tra il blu e il viola si può utilizzare un correttore di tonalità aranciata (albicocca). Se le occhiaie sono di un colore tendente al marrone andremo ad applicare un correttore sulla tinta malva-lilla.
Con un pennello in martora N 18 (io utilizzo la linea di Cinecittà) che ha una forma compatta e una punta non propriamente sottile (quasi piatta), preleveremo un pochino del nostro correttore, lo misceleremo con un po’ di fondotinta e lo andremo a picchiettare nella zona sottostante all’occhio, e preferibilmente utilizzeremo un correttore in pasticca compatto.
Per neutralizzare la couperose utilizzeremo un correttore di colore tendente al verde, lo applicheremo nella zona interessata picchiettando il prodotto con il nostro pennello sempre N18 e poi lo andremo ad uniformare con la spugnetta. Il colore verde neutralizza il colore rosso. E’ preferibile applicare in questa zona un correttore cremoso.
Per quanto riguarda l’acne o brufoletti, misceleremo il correttore di color verde con il fondotinta e lo applicheremo con il pennello in ogni punto nero o foruncoletto e poi con la spugnetta lo picchietteremo.
Per scegliere i colori si può considerare la teoria della complementarietà dei colori ovvero: sovrapponendo due colori complementari essi si sottraggono luce a vicenda annullandosi, mentre accostandoli si esaltano a vicenda.

I colori primari sono: Rosso, Giallo e Blu. I colori secondari sono: il violetto (rosso + blu), l’arancio (rosso + giallo), il verde (giallo + blu ). Questi ultimi sono colori ottenuti da combinazioni di parti uguali di colori primari.

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I colori terziari, invece si ottengono combinando due primari in quantità diverse ad esempio:
– un arancio rossastro è dato da: rosso + rosso + giallo;
– un arancio giallastro è dato da: rosso + giallo + giallo;
– un viola bluastro è dato da: rosso + blu + blu;
– un viola rossastro è dato da blu + rosso + rosso.

Correttore_570_2Ad esempio, una discromia rossa si neutralizzerà con il verde, un ematoma blu con un correttore aranciato e così via.

TRUCCO DELLE LABBRA

Le labbra sono una delle armi di seduzione più potente per le donne. A volte basta un sorriso per conquistare un uomo, lo sapevate?
Se poi aggiungiamo alle labbra un tocco di rosso, il colore della passione, sarà impossibile resistervi! Ma per riuscire ad avere una bocca da vera seduttrice, è importante seguire qualche piccolo accorgimento, che vi spieghiamo di seguito:

Il necessario:
– un balsamo per le labbra;
– un pennello per labbra;
– un rossetto;
– una matita per labbra di una tonalità leggermente più scura rispetto al rossetto;
– un fazzolettino di carta;
– della cipria e un pennello grosso

Scegliere il rossetto

Per rendere la bocca più bella, esistono molti prodotti, quindi avrai un’ampia scelta:
– i gloss colorati: illuminano le labbra ma hanno scarsa tenuta.
– i gloss trasparenti: l’effetto è molto naturale e la bocca risulta più carnosa.
– i rossetti opachi: durano a lungo e danno al trucco un tocco vellutato estremamente sofisticato.
– i rossetti lucidi: creano un colore intenso e luminoso e sono molto coprenti.
– i rossetti perlati: rendono il sorriso scintillante grazie ai bei riflessi perlati.

La tecnica

– I fase: la preparazione
Esegui un leggero gommage delle labbra per eliminare le cellule morte.
Applica un balsamo nutriente ed idratante. Infine, per rendere il colore più omogeneo, la bocca più carnosa e far durare di più il rossetto, basta applicare sulle labbra un po’ di fondotinta, di correttore o di cipria.
– II fase: la matita per le labbra
Sottolinea il contorno delle labbra con una matita ben temperata iniziando dalla «V» del labbro superiore e scendendo verso gli angoli. Poi disegna delicatamente il contorno del labbro inferiore dal centro verso l’esterno.

– III fase: il rossetto
Applica il rossetto (meglio se con un pennello) partendo dal centro della bocca verso l’esterno. Appoggia un fazzolettino di carta al centro della bocca e ripeti l’operazione. In questo modo il rossetto durerà di più.

– IV fase: il lucidalabbra
Per rendere la bocca più carnosa applica un tocco di lucidalabbra al centro della bocca. Ma se vuoi che il rossetto duri veramente di più, invede del lucidalabbra applica un po’ di correttore, sempre al centro delle labbra.

Le astuzie
– Per far sembrare più grande una bocca sottile applica un po’ di fondotinta (o correttore) sulle labbra per mimetizzarne i contorni, metti un tocco di cipria per far durare di più il rossetto, e poi disegna il contorno con una matita rimanendo un millimetro all’esterno delle labbra.
– Per fare sembrare più piccola una bocca molto carnosa, sfumane il contorno con un fondotinta o un correttore, poi ridisegnane il contorno rimanendo leggermente all’interno delle linee naturali. Per finire applica un rossetto sui toni del rosa o rosso chiaro, per un effetto naturale.

ABBRONZATURA
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Le persone si abbronzano per giudicarsi più belle, attraverso gli UV, sintetici o naturali, La lampada, dove i raggi UVA e UVB sono emessi da tubi fluorescenti.
La pelle scura assorbe la luce, perciò “riduce” otticamente i volumi. Però se le curve del corpo possono trarre beneficio da questo, il viso appare più scavato e più stanco. Quindi più vecchio. E non è solo una questione di effetti ottici. Al sole lo strato corneo, lo strato più superficiale della pelle, si disidrata e tende a ispessirsi, perché le cellule morte si accumulano. I raggi infrarossi del sole fanno evaporare l’umidità superficiale, un fenomeno termodinamico. Così in superficie la pelle invece di essere liscia e “riflettere” in modo ordinato la luce, diventa secca e irregolare e appare “spenta” e segnata.
Lo scopo di andare in spiagga è quello di esporre il proprio corpo alle radiazione della stella più vicina alla Terra, il Sole.
Nel sole le temperature raggiungono qualche milione di gradi e le pressioni sono enormi: a queste condizioni s’innescano le reazioni nucleari, cioè i protoni si fondono fra loro e danno luogo a nuove particelle, fra cui i nuclei di elio. Da queste reazioni nucleari si sprigionano non solo protoni e neutroni ma anche fotoni di varie energie che i fisici chiamano “spettro elettromagnetico”

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Fotoritocco ed etica del merito del successo

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C’è chi fa fotoritocco per passione e chi retribuito da piccole o grandi aziende.

In entrambi i casi, quest’atto può venir contrastato.
Come?
O con delle critiche verbali o scritte, in privato (messaggi privati, faccia a faccia) o in pubblico, (tra amici, tra i commenti delle immagini modificate, subvertising cioè lo scrivere sui manifesti stampati dei giudizi, ad esempio la parola “photoshoppato”), o in modo che colpisca un maggior numero di persone, attraverso interventi sui media (blog, servizi televisivi, pagine create nei social network).

Per chiarire, il subvertising è una pratica che sta tra il sovvertire e il fare pubblicità a un certo tipo di pensiero attraverso pubblicità che veicolano pensieri opposti. La sua più comune applicazione la si può trovare sui cartelloni pubblicitari come parodia dell’immagine. Può apparire come un’immagine nuova o come modifica dell’immagine originale.

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Ad Amburgo, un artista anonimo ha espresso il suo disappunto sull’uso smodato del fotoritocco per la creazione di cartelloni pubblicitari, incollando sugli stessi l’immagine della barra degli strumenti di Photoshop, il software professionale più usato al mondo per l’editing di immagini.
Protagoniste della protesta sono stati i marchi H&M ed Isabeli Fontana che pubblicizzavano la loro nuova linea di costumi da bagno.

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Nel caso di chi lo fa per passione, può non creare problemi ma può anche crearli, a livello psicologico, a causa del bisogno di sentirsi nel giusto, soprattutto se chi fa la critica è qualcuno con il quale o la quale si ha una relazione importante si può sentire dispiacere. Infatti il semplice fatto che qualcuno emetta un giudizio, può far venire il dubbio sulla legittimità del proprio operato se non si è mai riflettuto su certi argomenti che sono nuovi per chi li ascolta o se si è riflettuto poco.
Nel caso di chi lo fa per retribuzione questi contrasti possono produrre perdite economiche.

Partendo dal presupposto che esprimere giudizi agli altri ha la funzione di informarli su come cambiare ciò che non va, e che quindi sono giustificati nel caso ci sia realmente qualcosa che non va.
Nel caso il giudizio negativo sia ingiusto, l’analisi del giudizio riguarda il fotoritoccatore ma anche chi lo emette, perché chi lo emette può influenzare in modo insensato qualcuno che invece non dovrebbe essere influenzato con certi giudizi, in quanto falsi, ed è giusto impedire a sé stessi di farlo, attraverso una critica costruttiva sulle proprie opinioni.
Nel caso di un giudizio negativo giusto riguarda il fotoritoccatore, come riguarderebbe qualunque persona che vuole essere razionale ed etica, perché può diventare complice di qualcosa di sbagliato. Ed è quindi necessario considerare che esistono giudizi giusti e giudizi sbagliati e non accettare le critiche in modo passivo.

Dunque, diventa importante, per chi usa software per la manipolazione delle fotografie, analizzare ciò che le persone dicono o fanno per contrastare l’azione del modificare una immagine, col fine di sapere se c’è qualcosa che si può fare per evitare che lo facciano o se nel caso questo contrasto sia inevitabile, se ci siano possibilità di gestirlo, come modificare il proprio modo di ritoccare o eliminare del tutto il fotoritocco.

Per poter fare un’analisi per prima cosa, è necessario scoprire quali sono i giudizi rivolti nei confronti della postproduzione, e in base a quali principii questi giudizi vengono giustificati.

Il giudizio, positivo o negativo, sull’atto di fotoritoccare può essere emesso:
1. in base all’aderenza tra il risultato ottenuto dalla lavorazione e il cambiamento che si immagina di ottenere sulla fotografia.

2. In base a ciò che si vuole ottenere dalla condivisione della fotografia postprodotta, interdipendente con le azioni che compiono le persone che fanno della postproduzione e della fotografia un mestiere, come il giudizio sulla presenza o mancanza di merito.

3. In base alle conseguenze psicologiche che certe immagini fotoritoccate si suppone producano su chi le vede.

Le conseguenze psicologiche sugli osservatori si dividono in:

  1. cercare il valore di sé ottenendolo attraverso la modifica del proprio aspetto verso una corrispondenza con il concetto di qualità.
  2. cercare la soddisfazione sessuale ottenuta con una aderenza della qualità del proprio aspetto a un certo modello estetico.
  3. cercare la soddisfazione del bisogno d’amore ottenendola con la qualità dell’aspetto.
  4. Confusione tra desiderio e necessità.
  5. Medici e dermatologi hanno espresso la loro preoccupazione, che queste immagini possano indurre giovani donne all’ossessione per la magrezza eccessiva o per l’abbronzatura, che può determinare l’insorgere di tumori della pelle.

Gli effetti di queste ricerche  porterebbero a sofferenza come la frustrazione, il senso di inadeguatezza, insoddisfazione, vergogna, a far nascere comportamenti compulsivi (fatti senza volontà) volti a risolvere questa sofferenza come anoressianarcisismo, e l’uso ossessivo di tecniche per modificare l’aspetto (diete, palestra, creme, cosmetici, abbigliamento, interventi di chirurgia estetica e prodotti di bellezza) o l’immagine dell’aspetto che gli altri si possono creare attraverso fotografie.


GIUDIZIO IN BASE AL RISULTATO FOTOGRAFICO

Questo tipo di giudizio non ha un valore etico, perché è personale. Infatti, se si basa il giudizio sull’aderenza tra il risultato ottenuto dalla lavorazione e il cambiamento che si immagina di ottenere sulla fotografia, nel caso in cui lo scopo di una foto di un soggetto umano, è quello di essere una fototessera, cioè una immagine che va applicata su un documento per identificare la persona alla quale appartiene l’aspetto visivo stampato sulla foto, il fotoritocco del soggetto è controproducente, e quindi lo si può giudicare negativamente.

GIUDIZIO IN BASE AL MERITO E DEMERITO DEL SUCCESSO

Poiché alla bellezza estetica è attribuito il potere di far ottenere diversi vantaggi (di tipo emotivo, relazionale, sociale, economico, psicologico, fisiologico) attraverso le altre persone che la contemplano, perciò, giudicare e condividere giudizi influisce con l’ottenimento di questi vantaggi, quindi, secondo il principio sul quale si basa la critica, a causa di una falso metro di misura degli osservatori/valutatori qualcuno che dovrebbe ottenere vantaggi non li ottiene, e qualcun altro che non dovrebbe ottenerli li ottiene.

Infatti, nella condivisione dei giudizi le opinioni si modificano, e modificando i parametri di giudizio alcuni ottengono ciò che hanno ottenuto altri senza però fare le stesse azioni o possedere le stessa caratteristiche. Le persone possono giudicare male per ignoranza del parametro giusto con il quale giudicare, o per cortesia e non dar fastidio con giudizi negativi, o per amicizia. Quindi, la sicurezza nei confronti di certi vantaggi viene minata.

Per chi ha il problema di voler ottenere vantaggi in base a qualcosa che ritiene meritevole di essere premiato, o chi vuole che gli altri diano vantaggi solo a chi merita quei vantaggi, diventa necessario stabilire quando c’è il merito e in quale grado ci sia.

Tra i motivi del giudizio di non meritarsi ciò che di positivo si riceve attraverso una fotografia fotoritoccata, c’è l’attribuire negatività alla non corrispondenza tra la fotografia e l’aspetto reale della ragazza.
Una rappresentazione dell’immagine di una ragazza priva delle caratteristiche dell’aspetto ritenute difetti, cioè non corrispondenti con il canone predominante, eliminati attraverso i software di fotoritocco e di videoritocco.

Secondo questo principio, se una ragazza fotografata che ottiene successo attraverso l’esposizione di una o più fotografie, non possiede nella realtà ciò che viene definito un difetto (smagliature, nei, rughe, asimmetrie, sproporzioni, cellulite, strabismi ecc…) allora è legittimo il suo successo.
Di conseguenza, se nella foto non ha difetti a causa del fotoritocco ma nella realtà li ha, e ottiene successo, non è legittimo il successo. E quindi può essere criticata, derisa e quant’altro la porti a non ripetere il comportamento di ottenere successo in quel modo.

Per comprendere i motivi per cui si usino il concetto di merito e demerito per giudicare il fotoritocco nelle fotografie di persone è necessario per prima cosa esplicitare il significato della parola “merito”.
Alla voce “merito” nel dizionario è scritto: Diritto alla stima, alla riconoscenza, alla giusta ricompensa acquisito in virtù delle proprie capacità, impegno, opere, prestazioni, qualità.”

Per stabilire se è corretto il non dare merito a chi usa immagini del proprio aspetto ritoccate, e quindi contribuire al suo successo, è necessario verificare la corrispondenza dei fatti con il concetto di merito.

Il merito è un metro di misura che si usa anche nelle gare sportive.

Facendo differenza, tra la corsa e lo sci ad esempio. Nella prima la tecnologia influisce al minimo, nella seconda al massimo. Nella corsa, uno può vincere la maratona anche a piedi scalzi.
La differenza tra sport e gioco. Lo sci, il ciclismo, il motociclismo, l’automobilismo, appartengono a uno spettro tecnologico, in cui a gareggiare non è un essere umano, ma un sistema composto uomo-macchina, e quindi una buona parte del gioco viene giocato da altri (progettisti, tecnici, ingegneri, eccetera).

E quindi necessario stabilire dei gradi di merito invece che usare due semplici opposti: merito e demerito. Il principio per creare una sala di merito può essere che : Più un effetto è dipeso dalla volontà più il grado di merito aumenta, e viceversa.

Che cosa può attribuire un merito al corrispondere a degli standard estetici o alle proporzioni della sezione aurea?

I loro privilegi derivano dal loro corpo. Ed è quindi sulla relazione tra la loro mente e la loro volontà e il loro corpo che bisogna riflettere.

Non hanno né deciso di avere un corpo, né come questo corpo dovesse essere dalla nascita, né hanno deciso come dovesse crescere, né hanno avuto la fortuna di non avere possibili problemi che cambiassero il loro aspetto naturale.

La crescita è un’attività biologica che si esplica nei primi venti anni di vita, pur potendo proseguire anche oltre. Consiste in variazioni delle dimensioni del corpo nel suo insieme, o delle sue parti. Queste variazioni sono il risultato di tre processi di base: l’iperplasia (aumento del numero delle cellule), l’ipertrofia (incremento delle dimensioni delle cellule) e l’accumulo di materiali intercellulari. Tali meccanismi, come tutti gli altri che riguardano i diversi metabolismi cellulari e la comunicazione tra una cellula e l’altra, sono regolati da proteine, la cui sintesi, all’interno delle cellule, dipende da un messaggio contenuto nel DNA e trasmesso all’RNA
Il DNA e gli ormoni, e non la volontà, determinano l’aspetto del cAd esempio, la crescita staturale è regolata da diversi ormoni; prima della pubertà lo stimolo per l’allungamento delle ossa lunghe è dato principalmente dal GH (od ormone somatotropo), in sinergia con gli ormoni tiroidei, nonché con l’insulina ed i fattori di crescita insulino simili (che ne potenziano gli effetti). Al termine della pubertà, indicativamente verso i 16-17 anni per le femmine e verso i 18-20 anni per i maschi, la crescita staturale si blocca. L’accrescimento si arresta perché le epifisi si collegano alle metafisi e le cartilagini di accrescimento cessano di funzionare. Da questo momento in poi non è più possibile aumentare la propria lunghezza ossea.

Responsabili di questo blocco sono gli ormoni sessuali, che dopo aver indotto una rapida accelerazione della crescita nel periodo puberale, ne determinano il definitivo arresto.

Aumento del seno
La pigmentazione del capezzolo e della sua areola, lo sviluppo delle strutture ghiandolari, nonché l’aumento del seno che si verifica durante la pubertà, sono legati all’incremento dei livelli di estradiolo, il principale ormone sessuale femminile.
Gli estrogeni inducono la crescita dei dotti mammari favorendo la proliferazione delle cellule epiteliali che li rivestono internamente e stimolando la formazione dei nuovi vasi sanguigni e la permeabilità del tessuto connettivo che li circonda.
PELLE

Gli estrogeni (ormoni femminili) stimolano la produzione di collagene, la sostanza che rende elastici i tessuti. Se diminuiscono (come accade in menopausa) la pelle tende a perdere la sua tonicità e a cedere.

Anzi, a volte la bellezza estetica dimostra l’assenza di stress da lavoro o situazioni pericolose, e che quindi certe ragazze fanno parte di una classe economica privilegiata. Lo stress può colpire anche la pelle, aggravando problemi preesistenti, come psoriasi, eczema e acne. Esso può colpire anche capelli e unghie. Può diventare un circolo vizioso, ovvero lo stress può causare problemi alla pelle e i problemi alla pelle possono essere fonte di stress. Un nuovo campo della medicina, la psicodermatologia, si occupa infatti della complessità della correlazione esistente tra mente e pelle.

Possono influire anche l’alimentazione e l’attività fisica (soprattuto lo sport essendo un’attività fisica mirata a modificare il corpo). Ma per lo sport sono necessari tempo e soldi, che i meno ricchi non hanno. Per l’alimentazione è necessaria educazione.

Sul web vengono diffusi concetti nei confronti delle ragazze che non si sentono belle o che vengono giudicate non belle:
Immagini con sederi considerati canonicamente belli con su scritto “lo vuoi? lavora per ottenerlo”.

è colpa della tua pigrizia se non sei bella, vuoi un sedere considerato bello? lavora per ottenerlo. e combatti il tuo desiderio di stare seduta quanto ti pare, di non fare attività sportiva, di mangiare quello che ti pare”.
Si creano così contrasti con sé stessi e senso di vergogna e di colpa se non si riesce ad adeguarsi alla propria volontà.
Dunque, è nel momento in cui le ragazze belle si considerano superiori, “le altre non hanno il mio corpo, e quindi io mi merito ciò che si merita chi ha un corpo bello” o criticano, incolpano e fanno vergognare le altre che diventa immorale l’uso della propria bellezza.

Se non si ha la conformazione fisica, più di tanto non si può ottenere. Le donne sono tutte diverse infatti, ci sono quelle con i fianchi stretti tipo maschili o più larghi…quelle con il sedere piatto o più sporgente..sono ideali sbagliati perchè portano ad una frustrazione certa se poi alla base non si ha quella conformazione fisica.

Le caratteristiche del corpo che si possono modificare volontariamente sono:

  1. Muscoli, aumentando o diminuendo il volume muscolare (per la parte inferiore del corpo, ogni muscolo può essere allenato, come glutei, gambe).
  2. Grasso, aumentando o diminuendone la quantità (anche, natiche, cosce e nell’addome al di sotto dell’ombelico).
  3. Pelle, migliorando le sue qualità con l’alimentazione.

A limitare il grado di libertà della volontà di modificare il corpo ci sono diversi fattori:

  1. Queste modificazioni hanno dei gradi di difficoltà diversi. Ad esempio gli arti inferiori sono il problema più difficile da risolvere per le donne, poiché gli adipociti situati nella parte inferiore del corpo sono più portati ad accumulare il grasso che non a smaltirlo.
  2. I ritmi frenetici imposti dal lavoro, dalle scadenze come le bollette, la spesa, dagli imprevisti, costringono ad abitudini scorrette, che si ripercuotono sul fisico e con un maggior accumulo di grasso nei punti indesiderati.

Non si possono modificare le ossa, e quindi le occhiaie provocate dalla cavità ossea in cui sono riposti gli occhi.
La pigmentazione della pelle, il colore degli occhi, il colore dei capelli, la forma delle ossa, l’altezza, la disposizione dei denti non sono frutto della volontà.




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Allora c’è qualcosa che hanno fatto volontariamente sul loro corpo?
Oltre al fatto che ognuno dopo essere nato cresce e si ritrova delle caratteristiche non scelte, e ha la possibilità di usare ciò che si ritrova, ha anche la capacità di immaginare qualcosa di diverso e di agire per modificare la realtà creando appositamente qualcosa da usare.
Lo fanno tutte le persone quasi tutti i giorni. Ci si pettina i capelli, ci tagliamo le unghie e i capelli. O il il make up, l’abbigliamento, i profumi, i cosmetici.
In base alla situazione ci si cambia aspetto: quando si lavora, quando si sta a casa, quando si va a un appuntamento sentimentale.

Quindi, se il concetto di merito implica una volontarietà. Forse, le ragazze che ottengono vantaggi attraverso fotografie il merito ce l’hanno nel momento in cui intervengono impegnandosi a mantenere o creare la propria bellezza, ad esempio evitando di farsi venire i denti gialli (non fumando, o facendo l’igiene dentale che rimuove la pigmentazione gialla, o applicando le faccette estetiche sui denti, facendo una sbiancatura). Oppure prevenire informandosi sull’alimentazione, e usando creme per mantenere la pelle giovane, mangiare frutta che contiene vitamine che hanno questa proprietà, oppure bere molta acqua, poiché veicola molte delle sostanze nutritive, ed elimina le sostanze di scarto, e limita i danni del sole sulla pelle. Assumere vitamina C presente in ortaggi e frutta come nelle fragole, kiwi, arance che stimola la produzione del collagene che ha un ruolo strutturale nell’epitelio, o l’acido linoleico, un acido grasso che si trova nei semi di zucca o di lino e nella frutta in guscio come noci o mandorle, per ridurre la quantità di rughe, dare un aspetto idratato, e meno secchezza alla pelle, ed evitare grassi e carboidrati che fanno invecchiare la pelle. Così con tutte le altre parti del corpo visibili che possono essere modificate.

Le pratiche comuni sono la depilazione delle gambe e delle ascelle, meno spesso della vagina, poi l’epilazione delle sopracciglia, la pettinatura dei capelli, il mettere lo smalto sulle unghie, e l’abbigliamento, indossando relativi accessori come la borsa a tracolla.

Sono tutte azioni che comportano un dispendio di energie, di tempo e di soldi. Questo può essere considerato un merito? Non in senso assoluto. Se fosse un merito in sesso assoluto utilizzare energie fisiche, il proprio tempo e i propri soldi. Qualsiasi risultato ottenuto con questo utilizzo comporterebbe un merito.

Le pratiche non comuni sono quelle di usare lenti colorate, o circle lenses. Si tratta di lenti a contatto cosmetiche progettate per ingrandire la pupilla a dismisura, spostando artificialmente i contorni dell’iride e regalando così l’impressione di occhi enormi.

Si può dire che chi si trucca ha la capacità di usare le proprie mani in modo appropriato, conosce i prodotti che servono per truccarsi, sa quali funzioni hanno, quali sono le loro qualità. E poiché la stima si acquisisce in base alle virtù come le proprie capacità, stimare il saper truccarsi di qualcuno è corretto.

Quindi le persone che fanno questa critica per avere un pensiero corretto dovrebbero pensare il contrario di quello che pensano. Cioè che non è vero che chi si trucca si toglie del merito. Come anche chi indossa pearcing, tatuaggi, acconciature, e vestiti particolari diversi dalla norma.
Tuttavia la cultura non è questa, ed è dimostrato anche da un episodio accaduto durante un famoso concorso di bellezza Italiano: Miss Italia. Ci furono delle polemiche per degli interventi chirurgici attribuite ad alcune concorrenti, paragonato al doping nello sport.  Patrizia Mirigiliani, ha detto che “è impossibile capire se un seno sia rifatto o meno”. Il regolamento non prevede un’esclusione perché quando è nato il concorso, la chirurgia estetica non era così diffusa. Ci si rifà però al buonsenso, quindi il problema non sussiste: “Se una ragazza evidenzia parti del corpo, seno o viso, decisamente ritoccati, non penso proprio che arriverebbe alle finali”. Come se per il fatto di aver fatto chirurgia estetica meritasse di meno il premio per la sua bellezza. Un’assurdità illogica. Dato che non si ha merito di avere un corpo e che sia in un certo modo.


MERITO E DEMERITO NEL MIGLIORAMENTO DELL’ASPETTO ESTETICO IN FOTO E VIDEO DA PARTE DEL FOTOGRAFO O DELLA FOTOMODELLA

Oltre alle pratiche quotidiane ci sono delle pratiche più rare e profonde come la chirurgia estetica.

O le pratiche che non agiscono sul corpo, ma sull’immagine che gli altri hanno dell’aspetto di queste ragazze come le fotografie manipolate con software di fotoricco, o i video manipolati con software di videoritocco.

La giovinezza in video aumenta ed è facilmente controllabile grazie alla minore risoluzione delle telecamere rispetto alle fotocamere di grande formato.

La letteratura oculistica mondiale concorda sul fatto che l’occhio umano, in condizioni ottimali di contrasto, può distinguere alla distanza minima di messa a fuoco (20-30 cm) fino ad un massimo di 10 linee per millimetro – cioè 250 dpi. La risoluzione spaziale dell’occhio umano diminuisce drasticamente all’aumentare della distanza (ad un metro di distanza siamo già sotto ai 75 dpi), e “precipita” in situazioni di scarso contrasto.

Le risoluzioni standard o modalità video sono combinazioni di parametri utilizzate dall’industria elettronica per definire l’interfaccia video di un computer. Tali parametri di solito sono la risoluzione dei display (specificata dalla larghezza e altezza in pixel), la profondità di colore (espressa in bit) e la velocità di refresh (refresh rate, espressa in hertz). La risoluzione dello schermo è il numero dei pixel orizzontali e verticali presenti o sviluppabili in uno schermo

Oltre alla risoluzione anche grazie agli obiettivi molto incisi e alle pellicole a grana zero della fotografia tradizionale, o da ceroni, luci morbide, campi lunghi e da tante espressioni controllate che non lasciano spazio alle rughe.

Retina Display ha quattro volte il numero di pixel del precedente iPhone, quindi in un pixel del precedente iPhone ora ne sono contenuti ben 4. L’iPhone 3GS in commercio vanta di una densità pari a 163 pixel per pollice in uno schermo con risoluzione di 480×320.

Quanti pixel sono necessari per avere un confronto con la risoluzione dell’occhio umano?

Ogni pixel deve apparire non più grande di 0,3 minuti d’arco. Si consideri una stampa 20 x 13,3 pollici visualizzata a 20 pollici di distanza. La Stampa sottende un angolo di 53 x 35,3 gradi, il che richiede 53 * 60/.3 = 10.600 x 35 = 7000 * 60/0.3 pixel, per un totale di circa 74 megapixel per percepire i dettagli al limite dell’umana acuità visiva.

I 10.600 pixel in 20 pollici corrispondono a 530 pixel per pollice, che in effetti sembrano rappresentare in apparenza il limite della percezione umana. Ma siccome l’occhio umano è un organo dinamico e non statico, grazie al cervello svolge anche un’attività di interpolazione e integra i dettagli di un’insieme estendendone naturalmente la capacità percettiva. Con una serie di test su soggetti tutti sono stati in grado di mettere in ordine immagini di dettaglio crescente che avevano una risoluzione che andava dai 300 ppi ai 600 ppi. Da questo studio si capisce che l’uomo distingue nel complesso ad una risoluzione almeno ancora di poco superiore ai 530 pixel.

Di conseguenza c’è ancora margine di miglioramento.

DA COSA DIPENDE LA BELLEZZA DI UNA FOTO E LA BELLEZZA DI UN SOGGETTO FOTOGRAFATO?

Una foto per essere bella è quasi sempre necessario che sia nitida, cioè aderente alla realtà percepita. Tuttavia, non è l’uso della fotocamera o del software in funzione dell’ottenimento quest’aderenza che viene criticato (Il software può anche modificare le dominanti colore che rendono l’immagine diversa dalla realtà) ma è la rappresentazione non aderente alla realtà. Tuttavia, non è solo il software, a poter rappresentare la realtà in modo diverso, ma anche l’uso del flash e degli accessori per la modellazione delle luci, o gli obiettivi e la loro posizione rispetto al soggetto che possono allungarlo o accorciarlo. Inoltre anche la scelta dello scatto, che presenta solo un frammento della realtà fatta di un tempo che continua, e quindi soltanto una prospettiva, magari la prospettiva migliore tra quelle possibili.

C’è chi rifiuta questa possibilità, e cerca di impedire gli altri di usarla. Perché? Perché crede sia una scorciatoia, e che una persona debba usare ciò che la natura gli da senza modificare il lavoro della natura. Ma da quando esiste la civiltà l’essere umano modifica la natura in tutto. Neanche la stessa tecnologia che queste persone usano per inviare messaggi di critica è una cosa naturale. E spesso questa critica viene fatta da chi non lascia naturale il proprio aspetto ma si depila, si pettina, usa rossetto, vestiti interessanti e non casuali, pearcing.

E perché chi permette a qualcuno di modificare il suo aspetto con il software in una foto ha meno meriti di chi nasce con certe caratteristiche estetiche, o di chi si trucca?

Nel primo caso non si agisce su materiale fisico inerente alla persona, ma su pixel visualizzati attraverso un monitor, o sulla stampa su carta. Quindi non c’è corrispondenza tra la modifica e la persona. Questo è motivo di mancanza di merito per chi fa tale critica. Queste persone dicono che una ragazza che fa così “bara”. Come è stato detto di Dakota Rose.

Barare è il non rispettare le regole di un gioco. Ma quali regole esistono? Ed è un gioco? Una gara?

C’è anche chi afferma pubblicamente “io non ho bisogno del fotoritocco” per sottolineare la sua superiorità in ambito estetico, e rimarcando il suo potere, e di essere dalla parte del giusto. Si crea quindi una competizione tra modelle in cui si cerca di scoprire anche la quantità di fotoritocco usato per corrispondere al canone estetico, in modo da capire se la modella ha il merito o no dei complimenti derivati dalla sua bellezza.

Che mancanza di merito ci sarebbe nel fotografarsi in modo di migliorarsi per quel

breve momento se non c’è merito nell’essere canonicamente belli poiché frutto del caso?

In questo modo le persone attribuiscono alla bellezza un potere molto forte, perché discriminano chi non ce l’ha. E istituiscono una identità tra la foto e la realtà. Dimostrata da tantissimi comportamenti che vedo.

Un esempio è che scatto una foto a una persona, la foto diventa di proprietà di quella persona per il suo punto di vista, anche se l’ho fatto per un favore. Quindi l’altra persona può avanzare pretese su un oggetto che è di sua proprietà. Se io la voglio cancellare non voglio dargliela questo diventa un comportamento scorretto, scorretto semplicemente perché è interessata nel possedere una sua immagine.

Ma in verità, la fotocamera appartiene a me, e l’azione è stata fatta da me, dunque sono io il proprietario della fotografia. Inoltre istituiscono una discriminazione negativa tra naturale e artificiale, che è un errore logico dovuto a non considerare che l’artificiale nasce dalla natura.

Esiste la natura che crea la materia pensante che è l’essere umano il quale crea l’artificialità, che non è una cosa malefica in sé.

Il cosiddetto miglioramento dell’aspetto, che in questo caso significa, assomigliare al massimo

grado a un modello di riferimento di bellezza, non è dato solo dal fotoritocco.

Anzi, il fotoritocco è l’ultimo di un lungo processo.

1. l’alimentazione del soggetto che determina il tenore della propria pelle.

2. la cura del corpo del soggetto attraverso esercizio fisico, palestra.

3. l’uso dei cosmetici atti a curare e conservare la salute della propria pelle, capelli, unghie e altro.

3. il tipo di obiettivo fotografico usato.

4. Il tipo di lampade usate per l’illuminazione.

5. La scelta della posizione delle lampade.

6. La scelta dei modellatori di luce.

6. La scelta della regolazione della fotocamera (tempi, diaframmi, iso, bilanciamento dei colori)

7. Il make-up, (che al contrario del fotoritocco è legittimato per via dell’uso quotidiano di ogni donna nel mondo).

 

Contouring Diagram Contouring-524x3502
Ad esempio, le tecniche del contouring e di highlighting, (o tecnica del chiaro scuro) consiste nell’effetto percettivo tra i colori chiari, che permettono di evidenziare alcune parti del viso e i colori scuri, che invece aiutano a mascherare e minimizzare i difetti, rendendo così il vostro viso più armonico.

Con la tecnica di contouring si realizzano delle morbide ombreggiature scolpendo, snellendo, ridisegnando e definendo i lineamenti del viso.
Le ombreggiature all’attaccatura dei capelli e lungo le tempie nel caso di una fronte alta, sotto gli zigomi per evidenziarli e per rendere il viso più snello.
O per assottigliare un naso largo, un’ombreggiatura lungo i lati. Nel caso di un naso allungato si scurisce la parte finale. I scuri vano usati sugli occhi per regalare la profondità allo sguardo o correggere la palpebra calante. Le ombreggiature si usano anche per minimizzare un mento importante.

Dopo il contouring passiamo a highlighting. Con questa tecnica si evidenziano alcune parti del viso applicandoci il colore leggermente più chiaro rispetto al colore della pelle.

Si schiarisce il d’orso del naso per renderlo più fine. Si usa  il chiaro nella parte centrale del viso come la fronte ricreando così la naturale luminosità, applicate la tonalità chiara anche sotto gli occhi sfumandola dal naso verso l’esterno, poi sullo zigomo alto, sopra l’arco di cupido e al centro del labbro inferiore per rendere le vostre labbra voluminose, nel punto centrale del mento e anche sotto l’arcata sopraccigliare. Nel caso di occhi ravvicinati si applica il chiaro nell’angolo interno, nel caso di occhi distanti fate l’opposto, si scurisce la parte interna.

8. l’hair style.

9. l’espressione in quel momento del soggetto.

10. la posa che ha in quel momento.

11. l’angolo di ripresa del fotografo

Il regista e designer Nacho Guzman dimostra con un video l’importanza dell’illuminazione nelle riprese di un volto: la faccia di una donna è illuminata da luci di diverso colore che cambiano rapidamente posizione, il risultato è che sembrano tante facce diverse, poiché al cambiare della direzione della luce si vedono caratteristiche che non si vedevano in altre direzioni della luce (come brufoli o asimmetrie).

Il fotografo Peter Hurley ha raccolto in un video qualche consiglio per scattare dei buoni ritratti. Spiega che i ritratti migliori sono quelli in cui la linea della mandibola appare ben definita. Per i ritratti frontali quindi chiede ai suoi clienti di portare in avanti la fronte (e quindi tutta la testa e il mento) verso la macchina fotografica, in modo che la pelle del collo e delle guance sia ben tesa. Dal minuto 9 circa del video vengono mostrati scatti di diversi clienti, in posa naturale e nella posa protesa che Hurley chiede loro di assumere. La differenza è notevole.

Solo all’ultimo, il fotoritocco.

Che in certi casi si abolisca solo l’ultimo processo, ovvero il fotoritocco secondo me significa qualcosa.

Succede la stessa cosa con la chirurgia estetica.

Succede anche che qualcuno abolisca anche il make-up.

So di un genitore che dice a sua figlia: “perché ti trucchi? sono insicurezze che vanno appianate“.

Quando possiedi una foto ritoccata è considerato un barare, e stai cercando di guadagnare potere senza meritartelo realmente, e una persona che ha scelto di non farlo è svantaggiata e per questo può sentirsi frustrata, questo è il vero problema morale che affligge le persone che criticano la scelta del fotoritocco.

Un altro motivo per cui si reputa immeritato un certo riscontro positivo è che la bellezza del corpo femminile, soprattutto se sessuale, può essere usata per ricevere apprezzamenti, consensi e stima.

Questo tipo di comportamento può essere disprezzato come disonesto, scorretto, poiché

1. si usano mezzi diversi dall’intelletto per interessare qualcuno, e quindi considerati impari, da chi non ha la possibilità di usare un corpo sessualmente bello, o chi non vuole usarlo.

2. si mostra quello che in realtà non è attraverso fotoritocco, make-up, acconciature, tatuaggi, pearcing, abbigliamento.

Poiché la stima è la buona considerazione, la valutazione positiva di una persona, delle sue qualità per risolvere il problema di chi si sente infastidito dalla stima immeritata propongo di non stimare una ragazza per la sua bellezza, ma semmai esplicitare il proprio godimento visivo, o la propria attrazione sessuale. Tra dire “mi piace il tuo aspetto, il tuo corpo” e “Ti stimo” c’è differenza.

In questo modo si risolve il conflitto nei confronti di chi riceve stima per foto che non rappresentano fedelmente il suo aspetto, o di chi riceve stima per la sua seduttività sessuale.

Un’altra soluzione è non trattare con più gentilezza chi sa fare qualcosa che altri non sanno fare. Non ha senso sopravvalutare qualcuno rispetto agli altri perché ha delle abilità che altri non hanno. Gli esseri umani hanno un valore in quanto esistono, e non in quanto sanno fare qualcosa, o possiedono delle caratteristiche estetiche di un certo tipo. Chi possiede delle caratteristiche estetiche in corrispondenza al canone estetiche ha la possibilità di provocare piacere in chi usa questo canone come metro estetico, ma non per questo può essere trattato come unica persona che merita gentilezza e rispetto.

E poiché la bellezza dona la gentilezza degli altri, il sentirsi riconosciuti nella propria esistenza, non essere ignorati, una ragazza ricerca il successo per quelle cose che non ha dagli altri, come l’attenzione per sé. Disapprovandola e svalutandola, sentirà ancora più bisogno di attenzione positiva e approvazione.

Inoltre che cos’è la fama?

Queste ragazze alle quali si riferiscono non sono famose quanto le star di Hollywood.

Con l’uso dei social network quindi le ragazze belle diventano anche famose. Ma che cosa significa famoso?

Se Sharon Stone, o Madonna sono famose, lo sono anche delle ragazze che hanno 10mila fan sulla pagina fan di Facebook? Si deve distinguere il tipo di fama, una mondiale, e una relativa al web.

La bellezza da sola non potrebbe procurare nessun vantaggio. La bellezza è una categoria per interpretare l’aspetto estetico, invece l’onore è una categoria per interpretare il ruolo di una persona all’interno della società. Ed esse nella società vengono unite concettualmente. Per tradurre in termini fisici questa unione si premia chi possiede la bellezza, e si punisce chi non la possiede (scherno, emarginazione, disparità). E poiché a una premiazione corrisponde la svalutazione di chi non è premiato. Si deve svalutare qualcosa per premiare qualcos’altro. L’arrabbiarsi nei confronti di chi non usa solo le proprie caratteristiche estetiche per ricevere dei guadagni (complimenti, gentilezze, favori, premi o soldi) dimostra il bisogno di mantenere un potere. Quello ottenuto dall’unione dell’onore e del merito alla bellezza.

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