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La Zanardo a favore della Yamamay e l’idea di perseguire il profitto senza offendere e umiliare (le donne)

Lorella Zanardo (autrice di Il corpo delle donne, e Nuovi occhi per i media) scrive sul suo blog, a proposito della pubblicità della Yamamay.

La Zanardo sostiene diverse cose. Ne analizzerò solo alcune perché ho molta difficoltà a soffermarmi troppo tempo su affermazioni che in modo estremamente sintetico implicano una moltitudine di falsità che non vengono filtrate dalle persone che le ascoltano.

La Zanardo afferma che qualsiasi pubblicità in cui si parla di violenza sulle donne aiuta ad innalzare il livello di consapevolezza.
Ma bisogna capire cosa significhi il termine “consapevolezza” per capire se lei dice il vero. Con una immagine, non si capisce perché accade ciò che accade, si sa solo che accade, non è neanche cronaca.

Poi aggiunge che investire soldi per pubblicità in cui c’è il tema della violenza sulle donne è meglio che investire soldi per pubblicità in cui ci sono “tette e culi”.
Forse, se la Zanardo chiama “tette e culi”, quelli che sono “seni e glutei”, e ripete più volte queste parole, c’è un motivo, che chi ascolta, poiché non è dentro la testa della Zanardo, può solo ipotizzare, prendendo in considerazione ad esempio il suo libro “il corpo delle donne”. E quindi, un dispregiativo, riguardo all’uso dell’immagine del corpo femminile, in particolare delle zone più erotiche.
In questo modo la Zanardo identifica il problema più grande nella visione del corpo nudo femminile, per motivi che non spiega nel post, ma spiega in altre parti. Motivi che possono essere considerati inconsistenti da molte persone.
Infine dice che utilizzare il tema della violenza sulle donne per fare profitto “non fa danno”. Ma invece, il tema, se utilizzato per fare profitti può perdere la sua realisticità nella traduzione pubblicitaria, e quindi la sua importanza.

Inoltre, da questo pensiero si può dedurre che se in nessuna pubblicità ci fosse più nessuna immagine considerata da eliminare, allora la pubblicità sarebbe una cosa buona.

Ma in realtà, i danni della pubblicità, indipendentemente dalla presenza di immagini di donne, sono reali e verificabili.
Prima di tutto, servono a aumentare il desiderio di consumare.
Il maggiore consumo produce il fatto che risorse limitate, e crescita esponenziale, portano alla catastrofe, e le persone lavorano più di quanto hanno bisogno di lavorare. Inoltre, la pubblicità esiste perché esiste il sistema capitalista e la domanda e l’offerta. E vederla come una cosa buona porta a preoccuparsi di utilizzare le pubblicità per aiutare le imprese a guadagnare.

Ma il problema non è che le piccole e medie imprese vengano sopraffatte dagli interessi di quelle grandi, ma è il fatto che ci siano le imprese: piccole, medie e grandi. Perché la loro esistenza presuppone un modello di vita rudimentale, basato sull’ “omnes contra omnium”. o sulla “legge della giungla”. o sulla “legge del mercato”, se si preferisce.

Ma l’unico modo razionale e “umanistico” di procedere, sarebbe di produrre e consumare socialmente, e di suddividere equamente guadagni e perdite tra tutti. naturalmente, perché questo abbia senso, non può essere fatto solo all’interno delle nazioni, ma dovrebbe essere realizzato globalmente. la vera globalizzazione sarebbe quella: un sistema economico planetario di produzione e di consumo dell’utile (mentre le imprese, PiccoleMedieGrandi, in genere tendono a produrre il vendibile, che non coincide affatto con l’utile).

In tal modo, le crisi sarebbero soltanto mondiali, e ripartite spalmandole su tutti.

Certe persone sfruttano il sistema che hanno trovato, il quale permette di vendere anche tavolette del water con suoni e luci colorate, grazie a pubblicità, per soddisfare i propri desideri a danno degli altri, dell’ambiente, e dei valori di onestà.

Il concetto di onesto ha perso significato. Se la disonestè è legale e l’onestà è legata al concetto di legalità allora tutto cambia. Secondo la legge, è onesto anche che i presentatori di un Festival come San Remo abbiano guadagnato anche 600mila euro, o che un comico come Benigni ne abbia guadagnati 6milioni di euro in una sola serata, per un servizio che nella scala delle necessità è molto lontano dai primi posti, secondo la legge. Ma non secondo il significato reale di onesto. E queste persone approfittano di un sistema disonesto, perché sono protette nel fare cose disoneste.

A proposito delle nozioni di prezzo, e dunque anche di compenso, si può dire che esiste un prezzo/compenso determinato in base al lavoro effettuato e al suo valore, mentre esiste un prezzo/compenso determinato dalle leggi della domanda e dell’offerta (in particolare, dall’introito pubblicitario, ottenuto tramite simbologie, memorabilità della merce o del servizio attraverso la celebrazione della sua storia).

Per evitare che si crei confusione sul significato di “valore di un lavoro” si può specificare che esso sia l’attinenza più prossima a quei bisogni la cui non soddisfazione provoca una sofferenza molto forte e che possono provocare danni all’organismo fino alla morte, che per questa caratteristica possono essere distinti dagli altri categorizzandoli come “primari”. Più quest’attinenza si allontana dai bisogni primari meno valore ha un lavoro.

Per vivere in società in cui le persone non soffrano a causa di mancanza di retribuzioni e privilegi dovuti al possedimento di capitali enormi rispetto agli stipendi medi, è necessario limitare il commercio e l’industria in modo da farli diventare dei servizi sociali: al servizio dei cittadini, cioè, e non dei commercianti e degli industriali.

In particolare, considerare un reato prezzi di beni o servizi non determinati in base a criteri di costo (materiali ed energie naturali o psicofisiche utilizzate) e utilità (il valore che hanno nel soddisfare i bisogni degli esseri umani), ma solo in base al meccanismo di domanda e offerta.

E regolamentare anche in maniera indiretta, tramite tasse progressive, che tendano radicalmente e velocemente verso il 100 per 100, la produzione e la vendita di beni di ultima necessità: dalle ferrari in giù. E quindi, eliminare le pubblicità.

L’argomentazione “fosse anche che una sola delle 300mila che segue Yamamay su fb, cercando un tanga, si soffermasse a riflettere sul tema violenza, sarebbe un successo” è dello stesso tipo delle argomentazioni  come”i ricchi fanno bene ai poveri perché investono soldi per le aziende in cui i poveri possono lavorare”.
Bisognerebbe capire perché chi si preoccupa dei diritti delle donne non si accorge di tutti i diritti degli esseri umani violati attraverso l’uso della pubblicità. Non si può perseguire il profitto senza offendere e umiliare.

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Paura di vedere immagini: l’uso del corpo nudo per rappresentare oggetti

Con l’immagine del corpo così come la natura lo fa, cioè nudo, si possono produrre molte configurazioni. Non solo un corpo può essere nudo, o stare in pose che esaltano le curve o le sue diverse parti, ma si possono utilizzare le caratteristiche della percezione visiva per creare illusioni ottiche. 

Fingere visivamente che un corpo nudo sia un oggetto, attraverso colori sovrapposti al corpo. Il body painting è un esempio. Si dipingono sopra al corpo vestiti, e vedendolo la persona sembra vestita, e quindi sembra che la pelle non sia pelle ma stoffa di vario tipo.

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Oppure attraverso l’accostamento al corpo di oggetti o altri corpi come fece Salvador Dalì.

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Un corpo singolo accanto a dei sassi può sembrare un sasso.
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Oppure un sedere accanto a degli uccelli in proporzione molto più piccoli di esso può sembrare una collina.
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Una vagina con sovrapposti parti di un hamburger può sembrare un hamburger.

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Il fotografo Allan Teger ha fatto moltissime foto chiamate “bodyscapes” in cui i corpi diventano qualcosa di diverso da un corpo, spesso paesaggi.

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Fingere visivamente che un corpo nudo sia qualcos’altro è possibile perché gli esseri umani percepiscono visivamente in un certo modo.
Appena viene visto, un oggetto è identificato in base alla sua forma e/o al suo colore e se ne riconosce facilmente la funzione. Guardando un tavolo sul quale si lavora, si distingue subito, un paio di forbici da una matita o da una penna, e si conoscono anche quali funzioni questi oggetti assolvano.
Il cervello analizza i margini di una forma. I corpi nudi sottoposti alla percezione visiva per poter essere riconosciuti con facilità devono essere isolati rispetto ad altre informazioni presente nell’ambiente.
La vicinanza con altri oggetti o corpi, crea difficoltà di identificazione, così come il cambio di colore del corpo, nel body painting, aggiunge questa difficoltà di identificazione.

LA PERCEZIONE DELLA FORMA

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Osservando tre diversi insiemi di cerchi neri, nelle tre configurazioni i cerchi sono sempre 20, ma assumono chiaramente un diverso significato per chi li osserva. A sinistra, un insieme sparso di cerchi neri che non ricordano niente, e poiché non ricordano un’immagine nella memoria, non si sa assegnare un nome a quella configurazione. Più a destra, si può dire di vedere una serie ordinata di quattro linee. Più in là si vede un cerchio, e la forma della lettera k, e in conseguenza alla lettera il cerchio diventa la lettera “o”, e il tutto lo si riconosco come la parola “ok”. In questi ultimi casi non si percepiscono più i singoli cerchi separatamente, ma li si vedono raggruppati in un insieme significativo a cui si può attribuire anche un nome. Se si sposta l’attenzione sui cerchi, ci si rende conto che quelle figure sono composte da cerchi, ma si tratta di un dato che assume un valore percettivo minore rispetto le figure che risaltano nella percezione.
Il processo mentale che permette di riconoscere figure, oggetti, lettere e altro da un insieme di stimoli che arrivano separatamente agli occhi dell’osservatore è stato oggetto di numerose ricerche a partire dalla fine dell’Ottocento. In sintesi, questi studi sono stati orientati da due tipi principali di orientamento teorico. Delle prime teorie, la più importante è stata la teoria della forma, avviata nei primi Dieci del Novecento da psicologi tedeschi. Nota come teoria della Gestalt. Questa teoria si occupò delle leggi fondamentali della percezione, proponendo una spiegazione di come avviene che, al di là dei singoli elementi sensoriali, la mente percepisca delle forme distinte (una linea, un oggetto, una lettera, un corpo nudo).
A partire dagli anni Sessanta del Novecento, una nuova teoria, il cognitivismo, evidenziò come nel riconoscimento di un oggetto intervengano altri processi cognitivi, quali la memoria e il linguaggio.
La teoria della Gestal ha avuto una larga influenza sulle arti visive, o sul design. Un particolare interesse fu suscitato dalle leggi dell’organizzazione percettiva, relative cioè alle modalità di “raggruppamento” dei singoli stimoli in configurazioni che vengono percepite come unitarie, staccandosi dal resto degli altri stimoli, e rappresentando appunto una figura significativa, rispetto allo sfondo indistinto degli altri stimoli.
Le leggi della Gestalt sono: vicinanza, somiglianza, destino comune, buona continuazione, buona forma o pregnanza.

I PROBLEMI MORALI DELL’USARE IL CORPO PER PRODURRE RAPPRESENTAZIONI DI COSE

L’atto di fingere visivamente che un corpo nudo sia un oggetto può provocare fastidio ad alcune persone, che possono giudicare immorale tale atto.

Questo è accaduto nel caso della pubblicità fatta a un auto.
Negli Stati Uniti la Fiat ha fatto realizzare uno spot della 500 Abarth Cabrio nel quale 12 modelle nude e dipinte si dispongono in modo tale da costruire, un autoveicolo fatto di esseri umani, dipinte dal body painter Craig Tracy e riprese dal fotografo R.J. Muna. Un gruppo di operaie cassintegrate dello stabilimento Fiat di Pomigliano vicino Napoli ha contestato la pubblicità realizzata.

Delle ragazze sono state disposte secondo uno schema precedentemente fatto, in modo da creare una forma che somigliasse all’auto da pubblicizzare, dopodiché è stata proiettata su di loro l’immagine dell’auto e sopra alla proiezione sono stati pitturati i corpi.

disegno
proiezione
ruota
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Il body painter nel video del backstage spiega che voleva far diventare l’auto sexy: “That’s the best thing about the project, it was the challenge, having a different Fiat, something that was sexy, a little bit dangerous, that made it all worthwhile.” Tradotto in Italiano: “È questo l’aspetto migliore del progetto, è stata la sfida di avere una Fiat diversa, qualcosa di sexy, con un che di pericoloso, che ha reso il tutto qualcosa che valesse la pena fare.”

Il testo riportato dai giornali delle ex dipendenti è:

«Qualcuno la chiama “arte” ma a noi fa rabbrividire il pensiero sottinteso con cui Marchionne intende strumentalizzare i corpi delle donne da lui considerati “cose”, semplici pezzi di componentistica da manipolare per “fare prodotto”. Donne usate come sottogruppi da assemblare, corpi negati come i diritti dei lavoratori. Questa logica aberrante non è diversa, ma rafforzativa e peggiorativa, del precedente slogan della Fiat “noi siamo quello che facciamo” (per la Panda di Pomigliano), come a dire che il lavoro e la vita umana diventano merce di rango e valore inferiore alle merci stesse in quanto ‘serventì del fine produttivo. è una filosofia che pretenderebbe di estromettere i diritti dei lavoratori e quelli sindacali dalle fabbriche».

Le lavoratrici, per esprimere la loro sofferenza riguardo lo spot, hanno utilizzato metafore, (cose, pezzi di componentistica da manipolare, sottogruppi da assemblare, corpi negati, il lavoro e la vita umana diventano merce di rango e valore inferiore alle merci stesse) e per capire il reale significato delle metafore è necessario eliminare la loro componente di fantasia e mantenere la loro componente fisica, reale e misurabile.

L’interpretazione, e le conseguenti accuse fatte da, un gruppo di operaie in cassa integrazione dello stabilimento Fiat sono:

Le accuse fatte alla pubblicità sono:
oggettificazione delle donne
strumentalizzazione

sessismo
rappresentazione dei diritti negati dei lavoratori


Il messaggio che le ex operaie della FIAT hanno interpretato è: “le donne sono oggetti”. 

Per chi ascolta questo giudizio e vuole sapere se è vero o no diventa necessario verificare.
Imputano al capo della FIAT di considerare le donne come cose.
Facendo questo passaggio logico: poiché il capo della FIAT ha pagato per creare uno spot in cui le donne sono come cose, allora il capo della FIAT pensa le donne come cose.

L’ipotesi di chi si preoccupa dei diritti delle donne è che:
1. Nell’immagine la fotomodella o il soggetto rappresentato è “oggettificato”
2. Dunque, l’immagine invia il messaggio “in questo mondo di fantasia gli oggetti e le persone non hanno differenze”
Fin qui però non ci sarebbero conseguenze sul mondo reale, a meno che l’osservatore non confondesse il mondo dell’immagine con la realtà. E continuasse l’affermazione dell’immagine con il passaggio logico “e dunque se si possono trattare le donne come si trattano gli oggetti in questa immagine, anche nel mondo reale si possono trattare le donne come nel mondo di fantasia di quest’immagine”

Bisogna verificare se è vero che nello spot le donne rappresentate sono come cose, e nel caso fosse vero capire che valore abbia questo e cosa comporti nella realtà fisica.

Non si capisce perché un’azienda di auto debba inviare un messaggio sulle donne in generale. Ma si può ipotizzare che il messaggio inviato sia involontario. Ma, ipotizzando l’involontarietà si pensa che il messaggio si trovi nell’immagine e non nella testa di chi interpreta.

La vicinanza con altri oggetti o corpi, crea difficoltà di identificazione, così come il cambio di colore del corpo, nel body painting, aggiunge questa difficoltà di identificazione. Si sfrutta questo processo percettivo per dare l’illusione dell’esistenza di un auto. Si può sfruttare questo processo percettivo per dare l’illusione che un corpo sia un oggetto. Un sasso, nel caso di un fotografo famoso.

SESSISMO

Lo slogan della pubblicità è “made of pure muscle”, “fatta di puri muscoli” e i muscoli li hanno sia le donne che gli uomini, ma sicuramente gli uomini possono averli per natura più sviluppati, e il sessismo attribuisce solo a loro il concetto di forza, quindi si può dire che sarebbe stato più congruente con lo slogan inserire uomini, ma non perde comunque di efficacia con le donne, poiché le forme del corpo femminile per rispondere ai canoni estetici dominanti possono essere modellate con l’allenamento dei muscoli in ore di palestra da parte delle fotomodelle o delle performer. In ogni caso la congruenza di una scelta pubblicitaria è un problema di chi ci deve fare profitti e non di chi deve giudicarla moralmente. Infatti, per chi difende i diritti delle donne, non è la scelta incongruente con lo slogan a essere il problema, ma i motivi per cui ci sono donne e non uomini. Motivi che si possono trovare nel sessismo, inteso come differenza netta tra i ruoli e le capacità del sesso femminile e maschile. Tuttavia, affermare che la scelta sia sessista, non equivale a dire che la scelta sia discriminante nei confronti del sesso femminile. Questo perché il sessismo ha vantaggi e svantaggi per entrambi i sessi, ed esiste perché sia donne che uomini traggono vantaggi da esso.
La scelta di donne per dare una immagine di bellezza, sensuale, un valore aggiunto all’auto conferma l’idea che la donna a differenza dell’uomo possieda questa caratteristica per natura, e che quindi il corpo femminile viene preferito rispetto a quello maschile dalla maggioranza delle persone e delle aziende, e che quindi i fotomodelli hanno minori possibili di lavoro delle modelle.

ASSOCIAZIONE DONNE E OGGETTO INTERPRETATO DAL FEMMINISMO COME ASSOCIAZIONE MASCHILISTA
Per alcune persone preoccupate per i diritti delle donne sono certe associazioni a dover essere evitate a priori, indipendentemente dal se avvengano per soldi o per piacere, perché interpretate come maschiliste come:

Donne e motori
Donne e cucina
Donne e bambini

Chi desidera giudicare negativamente qualcosa a priori può continuare a farlo, ma i principii a priori non possono essere accettati come metri di misura morale.
Se per tanto tempo i razzisti hanno associato gli africani alle scimmie, oggi è molto difficile dare dell’orango a qualcuno senza essere considerato razzista.

OGGETTIFICAZIONE

Il processo di oggettificazione avverrebbe nel momento in cui il corpo o i corpi vengono disposti in modo da rappresentare qualcosa di non vivente. La parola “oggettificazione” contiene in sé un giudizio negativo il cui motivo non è esplicitato. Quindi si dovrebbe capire perché disporre il corpo in modo da rappresentare qualcosa di non vivente sia negativo, sbagliato e immorale.

Bisogna definire il significato di oggettificazione per poter sapere se qualcosa è o non è oggettificazione. Poiché un oggetto non ha una volontà, c’è oggettificazione quando si ignora la volontà altrui.
In alcuni casi la si conosce e si agisce ugualmente contro questa volontà, e in altri la si immagina ma si fa in modo di non doverla affrontare. Si può andare contro la volontà altrui nell’usare il suo corpo (violenza sessuale, ricatto economico, minaccia con armi) oppure non si può avere la sua volontà (se la persona è in coma, oppure drogata) o si inganna la sua volontà facendogli credere che sta vivendo un’esperienza diversa da quella reale (dichiarare di essere innamorati senza esserlo) per avere l’opportunità di usare il suo corpo tramite la sua scelta volontaria.

Quindi, questo non può essere il caso di fotomodelle che si inseriscono volontariamente sul mercato del lavoro e che vengono pagate per formare una configurazione di corpi che somigli a un oggetto inanimato come un auto, o come un teschio nel caso dell’immagine prodotta da Dalì, né si può ipotizzare che siano i personaggi di fantasia che potrebbero interpretare a essere oggettificati, poiché per esserci dei personaggi ci deve essere un minimo di personalità, ma poiché si vedono solo corpi, non ci sono personaggi, quindi non ci può essere oggettificazione.

Infatti, l’immagine di Dalì usa gli stessi principii utilizzati dallo spot della FIAT, per dare l’illusione che ci sia un teschio, ma nessun femminista direbbe che oggettifica il corpo delle donne. Questo perché arbitrariamente si dice che c’è “oggettificazione” in certe immagini piuttosto che altre.
Il fatto che sia arbitrario il giudizio è ulteriormente dimostrato da una disparità di giudizio verso lo stesso tipo di immagine.
In Australia è stata realizzata una campagna di sicurezza stradale dall’artista Emma Hack, specialista in pittura del corpo, che ha creato una composizione con 17 persone rappresentante un’auto incidentata. Poiché il messaggio è educativo, le persone che si preoccupano dei diritti delle donne non l’hanno giudicato come oggettificazione o mercificazione. Il giudizio sull’immagine è quindi scomposto in due parti.

Se l’immagine deve vendere una merce (un’auto) è sessista e oggettificante
Se l’immagine non deve vendere una merce (un’auto) non è sessista e oggettificante.

Secondo questo principio l’oggettificazione e il sessismo sarebbero dipendenti all’esistenza di un profitto economico.
Ma se questo fosse vero, ogni pubblicizzazione di una merce sarebbe oggettificante e sessista, e dunque non dovrebbero esistere immagini con donne con certe caratteristiche in nessuna pubblicità, ma potrebbero esistere in tutte le altre immagini prodotte dagli esseri umani che non siano a scopi di lucro.

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PROIEZIONE DELLE PROPRIE SOFFERENZE SULLE IMMAGINI
Poiché non c’è oggettificazione nel produrre un’immagine composta da una configurazione di corpi nudi, si può dedurre che le cassintegrate che hanno protestato, lo hanno fatto per la sofferenza dei loro diritti di lavoratrici negati, che hanno proiettato sullo spot pubblicitario, confondendo il problema del lavoro con il problema immaginario della rappresentazione femminile di fantasia usata per lo spot interpretata come oggettificante.
Il problema del lavoro è reale, invece il problema dell’oggettificazione è un falso problema, e quindi avrebbero dovuto occuparsi del lavoro, al massimo limitandosi a dire che l’immagine poteva essere interpretata come lo sfruttamento delle lavoratrici. Che è una interpretazione possibile. Ma lo sfruttamento delle lavoratrici non è dovuto alla possibilità di usare il proprio corpo per produrre immagini di un certo tipo, ma è dovuta al sistema economico in cui vivono, che per eliminare lo sfruttamento, va cambiato. La pubblicità dell’auto quindi può essere il simbolo del profitto, che ha bisogno di invogliare ad acquistare auto anche se i cittadini non ne hanno bisogno, invece che produrre solo quelle di cui la società ha realmente bisogno, e che quindi, nel momento in cui le auto non sono vendute, il lavoro è perso, e i bisogni che i lavoratori e le lavoratrici soddisfano con il lavoro insoddisfatti. Si dovrebbe vietare più che altro di pubblicizzare con espedienti creativi merci per indurre al consumo, che è causa di tanti mali.

COME INTERPRETARE L’USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO

Le persone che lavorano con le immagini trattano le immagini manipolandole in tutte le possibilità che esse hanno di essere manipolate, e lo fanno perché farlo non produce effetti diretti negli esseri umani che vivono nella società. Solo attraverso l’interpretazione personale una persona può provare sofferenza, indignarsi, arrabbiarsi, e dare la colpa agli altri per le proprie interpretazioni
Quindi dire che si trattano corpi come oggetti è falso, è vero invece che si trattano le immagini di corpi come immagini, e quindi soggette a manipolazioni che un essere vivente non potrebbe né dovrebbe subire. Il problema sta quindi nel dare un valore diverso a un’immagine di un corpo, come se fosse reale, come se fosse più importante delle altre immagini, e soggetta a leggi diverse. Come se fosse un’immagine mentale e non su carta o monitor. Perché attraverso le immagini su carta e monitor si possono influenzare le immagini mentali. Ma la soluzione sta nel diventare consapevoli che gli esseri umani hanno immagini mentali, e devono controllarle e non farsi controllare da esse. Non sta invece nell’aver paura di vedere le immagini su carta o monitor, o nell’aver paura che gli altri le vedano perché potrebbero interpretarle male.

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Tutti parlano di mercificazione del corpo delle donne ma nessuno spiega cos’è: un pò di chiarezza

I temi trattati in questo post sono:
La funzione della parola mercificazione
I problemi nel comprendere il significato della parola mercificazione
Difficoltà della comprensione del concetto a causa dell’inclusione di elementi diversi tra loro

LA FUNZIONE DELLA PAROLA MERCIFICAZIONE

L’espressione “mercificazione del corpo delle donne” pone chi l’ascolta in una condizione di scelta sul se essere d’accordo o in disaccordo, interessarsi o disinteressarsi. Porta a ragionare, provare emozioni, scegliere ed agire.
Perché è una espressione che ha un valore oltre che un significato.
Ogni parola, può avere un valore neutro, positivo o negativo, in base ai bisogni umani e sociali, e a cosa li soddisfa oppure li mette in pericolo.
Nel caso della parola mercificazione, è quasi sempre usata con un valore negativo. Questo valore, serve per mettere in guardia chi l’ascolta che quella cosa indicata da quella parola è pericolosa per i bisogni di qualcuno o per il benessere della società o per la persona che l’ascolta, e dunque propone di scegliere e agire in base a questa nuova informazione ricevuta.

I PROBLEMI NEL COMPRENDERE IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA MERCIFICAZIONE

A una parola corrisponde qualcosa nel mondo reale. Un oggetto, un evento, un sentimento. Questa corrispondenza viene chiamata significato.
Tuttavia, l’essere umano ha la capacità di immaginare cose non attinenti alla realtà, e preoccuparsi quando non c’è motivo di preoccuparsi. Quindi, ha bisogno di verificare i suoi pensieri per poter agire in base ad essi. Per giudicare se un giudizio è corretto o no è banalmente necessario comprendere cosa esso significhi.

Molte delle persone che utilizzano certe parole non spiegano cosa esse significano, ma o danno per scontato che l’altro ne conosca già il significato, oppure si aspettano che cercheranno autonomamente il significato della parola, perché magari hanno l’intenzione di stimolare soltanto la curiosità e non di assicurarsi che l’altrui comprensione sia completa e chiara.

Nel caso della parola mercificazione, i giornali, i blog, ma anche le dichiarazioni fatte in tv, anche da figure di rilievo come il capo dello Stato, o dei Parlamentari, la parola viene usata quotidianamente ma mai spiegata. Chi sente dire la parola “mercificazione” una o più volte, senza sapere cosa significhi, soprattutto pronunciata da femministe/i, e vuole giudicare se questo è un giudizio corretto o scorretto troverà difficoltà nel capire che cosa significa perché la sua definizione non viene praticamente mai esplicitata da chi usa questa parola.

E per uno/una stesso/a femminista, o anche per chi vuole semplicemente giudicare la correttezza o scorrettezza del giudizio, diventa difficile capire come essere femminista, o come giudicare il valore di ciò che accade alle persone, perché ha due alternative:

1. Intuire, scoprire o dedurne il significato autonomamente.
2. Disinteressarsi di esser sicuro/a di aver capito, e giudicare senza sapere veramente perché.

La ricerca autonoma del significato può avvenire in diversi modi:

1. cercare di immaginare il significato, tramite assonanze con parole conosciute, o con concetti sentiti dire da altri e collegati alla parola
2. leggere sul vocabolario

Entrambe le soluzioni hanno dei problemi.

Nel tentativo di intuire il significato, l’immaginazione, essendo indipendente dalla realtà, può non corrispondere a realtà. La non corrispondenza tra la propria idea che una parola abbia un certo significato e il reale significato stabilito nella società produce il fraintendimento.
Nella maggior parte dei discorsi le persone danno molti significati diversi tra loro alla stessa parola, e finiscono per parlarsi credendo che l’altro pensi alla stessa cosa che si sta pensando, creando così fraintendimenti, o anche litigi che non sarebbero avvenuti se non ci fosse stata una confusione iniziale.
La confusione è resa ancora più complessa da un altro processo. Ovvero, non solo una persona può dare un significato a una parola diverso dal significato che un’altra persona dà alla stessa parola, ma può dare più significati alla stessa parola che utilizza anche un’altra persona ma con un altro significato. Dunque, il chiarimento tra i due diventa ancora più difficile.

DIFFICOLTà DI COMPRENSIONE DEL CONCETTO A CAUSA DELL’INCLUSIONE DI ELEMENTI DIVERSI TRA LORO

Diventa davvero difficile capire cosa sia la mercificazione se si includono all’interno di questo concetto eventi diversi tra loro e non pertinenti, e non di tutto e di più senza dargli un ordine e una giustificazione. Infatti una definizione serve a delimitare l’estensione del concetto e ad indicarne la sua area d’uso. Ad esempio, non si può infatti usare la parola “gatto” per indicare un “cane”.

C’è chi include nel concetto di “mercificazione del corpo delle donne”
1. sottoporre il corpo a leggi alienanti
2. usarlo per vendere merci
3. esporre l’immagine del corpo in modo ripetitivo e ossessivo
4. proporlo con la stessa conformazione fisica corrispondente ai canoni maggioritari

E quindi, chi è consapevole di questa possibilità di non corrispondenza con la realtà, se è interessato alla verità deve andare a cercare il significato delle singole parole che compongono la definizione della parola che si vuole comprendere, ma anche prevedere che l’altro possa attribuire un significato alla parola non attinente alla realtà, e quindi indagare sul significato che egli dà alla parola.

IL VOCABOLARIO
L’altro metodo è più sicuro. Ci si può attenere alla parola, e vedere se è composta da parole che possono essere comprese più facilmente separate dalla parola singola. E poi andare a leggere sui vocabolari.

Nel comprendere il significato di un termine, si trovano dei problemi nel basarsi sulla definizione dei vocabolari, soprattutto se è un concetto complesso o astratto. Essendo sintetiche, le definizioni dei vocabolari lasciano all’immaginazione il capire il significato delle singole parole che compongono la definizione della parola di cui si vuole capire il significato.
Infatti, definire significa spiegare il significato di vocaboli mediante altri vocaboli di significato noto. Ma se gli altri vocaboli che servono a spiegare il primo vocabolo non fossero noti a chi tenta di capire nasce un nuovo problema per lui/lei, quello di capire i nuovi vocaboli. Questo, prima di tutto è un lavoro mentalmente faticoso, e la fatica di comprendere, soprattutto in un mondo in cui il pensiero profondo è sistematicamente sostituito da quello superficiale e breve, degli sms, dei post nei social network, dei post nei blog, va contro gli interessi di chi vuole diffondere certe conoscenze e idee, perché è probabile che una persona rinuncerà alla comprensione, conseguenze di cui chi parla di un certo concetto ha la possibilità di disinteressarsi, ma anzi, aspettarsi che l’altro debba fare quel lavoro da solo perché fa parte della normalità.

E oltre a ciò non da la sicurezza di aver davvero capito cosa indica nel mondo quella parola. Inoltre, in alcuni casi, seguendo il significato dei vocabolari, si può rimanere confusi sull’utilizzo fatto di certe parole, perché osservando quell’utilizzo non si vede una corrispondenza tra il significato al quale si è arrivati autonomamente e il significato a cui alludono le altre persone che utilizzano la medesima parola.
Bisogna quindi comprendere cosa indica nel mondo la parola “mercificazione”.

IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA MERCIFICAZIONE

La parola mercificare ha in sé la parola “merce” più la parola “ficare”, che è una parola presa dal latino, sulla base di “facere” che significava “fare” e si trova in parole come edificare, pacificare,esemplificare, lubrificare, ecc., nei quali significa «fare, rendere, fabbricare» e simili e quindi nel caso di mercificazione significa “fare merce un qualcosa” o “rendere merce qualcosa”, dandogli un prezzo.

Tuttavia, questo significato alla parola è accompagnato da un altro significato, utilizzato spesso dalle/dai femministe/i.

Significato che si trova anche nel dizionario: Riduzione a merce di scambio di beni, valori che non hanno di per sé natura commerciale.

Oppure: trattare valori o beni spirituali o culturali come se fossero prodotti da commerciare. Quindi, la parola “mercificazione” si può usare anche per dire accade il mercificare la letteratura.

Una volta scoperto il significato della parola diventa necessario comprendere:

1. Il significato dei termini singoli usati per la definizione del concetto di mercificazione: “riduzione” “valore” e “natura commerciale“.

2. Perché certe cose non hanno di per sé natura commerciale e altre invece si, e in particolare verificare l’idea che l’immagine del corpo nudo, o la visione del corpo reale nudo, non hanno natura commerciale.

RIDUZIONE

La parola riduzione indica un “mutamento della condizione di qualcuno o qualcosa, soprattutto in senso restrittivo” una “diminuzione di numero o di quantità”. Questa parola è simile a “degradare” che significa “ridurre di grado”.

Bisogna capire cosa è a essere ridotto negli atti di scambiare la visione della nudità con soldi, o foto di nudità con soldi, o video di nudità con soldi. Poiché si dice che il corpo muta, e si riduce a merce, dopo lo scambio di soldi con la sua visione diretta o tramite fotografia o video, significa che prima di essere ridotto a merce possedeva qualcosa in più rispetto al momento in cui è stato ridotta a merce.
Per capire cos’è che manca dopo il mutamento a merce del corpo bisogna delineare le differenze tra una merce e un corpo.

Il processo si può dividere in quattro fasi:
1. C’è una persona che ha un corpo.
2. Questa persona compie l’atto di mostrarlo
3. Dopo aver mostrato il proprio corpo riceve soldi
4. Utilizza i soldi guadagnati per acquistare una merce o un servizio

Ma la riduzione o diminuzione di qualcosa non può riferirsi a una entità fisica che lo compone. Perché se una persona prende soldi per compiere l’azione di mostrare il suo corpo, il suo corpo non subisce mutamenti fisici.
Quindi bisogna capire cosa c’è al di là della materia che può subire un cambiamento di riduzione.
Per comprendere a cosa si riferisce chi parla di riduzione, si può utilizzare un’espressione del linguaggio del tipo “ma come ti sei ridotto/a?”. Una persona che pronuncia questa espressione si riferisce alla condizione in cui vive l’altra persona a cui si rivolge. Una condizione contraria ai bisogni umani. Ad esempio, un/a alcolizzato/a, un/a tossicodipendente, un/a dipendente dal gioco d’azzardo che ha perso tutti i soldi. Quindi la riduzione si riferisce a una scala immaginaria che misura il benessere umano. Perciò, con riduzione a merce di un corpo si riferisce a una riduzione di qualcosa di concettuale e non fisica. Alla riduzione della scala di benessere di una persona può seguire simultaneamente una riduzione di considerazione di tale persona, ad esempio perché gli si attribuisce la colpa di aver ceduto alla dipendenza del gioco d’azzardo, della tossicodipendenza o dell’alcol e essersi fatto/a del male.
Perciò sono due gli elementi a essere ridotti:
1. riduzione della scala immaginaria che misura il benessere della persona il cui corpo viene mercificato.
2. riduzione del valore positivo attribuito alla persona il cui corpo viene mercificato.

La supposizione che avvenga una riduzione di benessere è un errore che deriva dall’idea che la parola “merce” corrisponda a un ente fisico e non a un concetto. Una merce, a livello fisico è materia naturale o tecnicamente prodotto, suscettibile di essere scambiato con altri beni (e si parla in questo caso di baratto), oppure con denaro all’interno di un mercato e si distingue da tutto il resto della materia attraverso il pensiero umano che attribuisce a della materia il nome di merce e ad altra il nome di oggetto o di generica materia, ma non si distingue dal resto della materia per delle caratteristiche fisiche. Questa distinzione viene aiutata attraverso etichette e codici a barre.
Quindi, l’interpretazione del corpo viene mutata da un tipo di interpretazione a un altro tipo.
Da corpo a merce.
Con una merce si è padroni di fare ciò che si vuole dopo un pagamento. Distruggerla, colorarla, qualsiasi cosa, la si può anche buttare nel cestino. E fare ciò che si vuole con il corpo di una persona, distruggerlo, colorarlo, buttarlo nel cestino è un atto inconcepibile.

Una volta conosciuta l’idea secondo cui qualcuno interpreti un corpo come una merce invece che come un corpo, si può ipotizzare che la preoccupazione di chi vuole eliminare quell’evento che definisce “mercificazione del corpo delle donne” è che le persone si comportino in un modo inconcepibile con la donna, ma concepibile con una merce, in seguito all’evento chiamato “mercificazione”.

Quindi, si potrebbe dedurre che la preoccupazione di chi protesta contro quella che definisce mercificazione del corpo delle donne è quella di evitare una riduzione del benessere della persona il cui corpo viene mercificato. Ma questa deduzione non corrisponderebbe con molte dichiarazioni fatte da chi protesta contro quella che definisce “mercificazione del corpo delle donne”.

Nell’espressione “ridurre un corpo a merce” o “vendere un corpo” riferita alle immagini pubblicitarie c’è un errore.

Rendere un corpo una merce e ridurre un corpo a una merce per alcune persone sarebbero sinonimi. Se si rende merce la sessualità, la visione di un corpo nudo, la visione fotografica, o in video del suo corpo si riduce a merce il suo corpo.

Ma in realtà, se avvengono questi atti (sesso, nudità, foto, video) il corpo rimane un corpo privo di prezzo e non cambia da corpo a merce.

NATURA COMMERCIALE

Usare il termine natura, significa riferirsi all’insieme delle cose che esistono e che sono governate da leggi costanti che l’essere umano può conoscere, chiamate “leggi di natura”. Quindi, nell’unire la parola “natura” alla parola “commerciale” è come se si dicesse che il commercio è stabilito secondo leggi di natura, e si aggiungesse che gli esseri umani devono seguire la natura.

Per verificare se questa idea corrisponde con la realtà è necessario comprendere cosa sia il commercio.

Il commercio è quel sistema che permette agli esseri umani di sopravvivere e soddisfare le proprie esigenze in una società, attraverso lo scambio del denaro con il lavoro.

Qualcuno da un bene o un servizio mentre qualcun altro da la possibilità di chiedere legittimamente un bene o un servizio a qualcun altro attraverso lo scambio fisico di denaro.

Per quanto riguarda la naturalità del commercio si deve considerare che le leggi del commercio sono stabilite dagli esseri umani, e non dalla natura.

Quindi forse chi usa tali espressioni non si riferisce alla natura, ma a degli assiomi di partenza. Un assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento.

Quindi, probabilmente chi pensa ci sia una “natura commerciale” si riferisce al fatto che in precedenza allo scambio di soldi con beni o servizi, è stato stabilito che certe cose non fanno parte del commercio.

LA MERCIFICAZIONE NEL SENSO DATO DA MARX

C’è un ulteriore significato del termine “mercificazione”, riportato anche nei dizionari.

“Nella teoria marxiana, processo interno al sistema capitalistico, che tende a sottoporre tutte le relazioni e creazioni umane alle leggi alienanti che caratterizzano la produzione di merci”

Il filosofo, economista, storico, sociologo Karl Marx usò il termine “mercificazione” nei suoi libri. Per comprendere il senso che Marx dà al termine mercificazione diventa necessario comprendere cos’è l’alienazione.

L’economia politica, per Marx, aveva trascurato il rapporto tra l’operaio, il suo lavoro e la produzione per celare l’alienazione, caratteristica del lavoro nella società industriale moderna. L’alienazione, termine che Marx recupera da Hegel, è il “diventare altro”, il “cedere ad altri ciò che è proprio”.

La definizione di cedere è “rinunciare temporaneamente o definitivamente a qualcosa per darla agl’altri”.

Marx aveva analizzato il fatto che, sfortunatamente, la maggior parte della gente lavora anzitutto per mantenere sé stesso e la propria famiglia, invece che per ottenere soddisfazione nel poterlo fare, come fa ad esempio chi fa ricerca per passione, o chi fa foto per passione. Spesso, dunque, fa un lavoro che trova la sua giustificazione al di fuori di sé, nel denaro che procura. Marx parlava al proposito di “alienazione”, un termine che oggi è giustamente entrato nel linguaggio comune, anche se poi spesso non lo si applica dove si dovrebbe.

Vedendo la corsa ai soldi che caratterizza la nostra società, si può dedurre che questa società si basa, da un lato, su una serie di lavori in gran parte alienanti, e dall’altro, su una popolazione in gran parte alienata. lo dimostra ad esempio il fatto che ci sia nei weekend, nelle vacanze e nel pensionamento, una simmetrica “corsa via dal lavoro”; che conferma a sua volta un’insoddisfazione di fondo nel fare il lavoro. E dunque, l’alienazione, cioè la giustificazione del lavoro al di fuori di sé, sta in tutti i lavori, e non solo nel lavoro della fotomodella, o nella prostituzione. Quindi non si capisce perché si debba dare un rilievo maggiore alle fotomodelle e alle prostitute.

LA MERCIFICAZIONE E IL CORPO

Riguardo alla mercificazione specifica del corpo, esistono diversi significati che si danno a questa espressione:
1. rendere merce il corpo
2. ridurre a merce il corpo
3. lucrare tramite il corpo
4. lucrare tramite il corpo altrui
5. cedere ad altri ciò che è proprio in cambio di soldi (Marx)

Rendere qualcosa in un modo, ridurre qualcosa a qualcos’altro, e lucrare su qualcosa e lucrare su qualcosa che non è proprio sono atti diversi.

In un caso, tramite l’esistenza e l’uso del corpo si guadagnano soldi, nell’altro caso si rende merce il corpo e si da a un pagatore il potere di usarlo in cambio di soldi.

RENDERE MERCE IL CORPO

Poiché nel femminismo il concetto di mercificazione è riferito al corpo femminile nel contesto di fotografie o video di nudità parziali o totali e atti sessuali, e infatti si sente spesso dire che “il corpo delle donne è mercificato”, cioè “il corpo è reso merce” e quindi scambiato con dei soldi, bisogna definire cos’è un corpo, e verificare se effettivamente sia mercificato basandosi sulla definizione del termine “mercificazione”.

Il corpo è una quantità di materia definita nello spazio, contraddistinta da proprietà particolari, nel caso dell’organismo umano la caratteristica che viene chiamata “vita”, e avente una data forma e una certa massa.

Tuttavia, scambiare soldi con il corpo di esseri umani, bambini, adulti, anziani, per renderli schiavi, o di parti di esseri umani come gli organi del corpo (i reni), è sbagliato e illegale, ed è un ridurre a merce qualcosa che non deve essere ridotto a merce. Ma non ha niente a che fare con certe attività in cui non si scambia il corpo ma la prestazione.

Per capire cosa realmente sia la mercificazione del corpo così come la mercificazione coercitiva del sesso, ed evitare di parlare a sproposito, ci si può riferire a dei casi realmente accaduti e documentati dai giornali.

Un altro modo per rendere merce il corpo è il sequestro di persona che comprende il tagliare parti del corpo come forma di condizionamento di un caro al pagamento del riscatto.
Il sequestro a scopo di estorsione è un delitto contro la libertà personale e il patrimonio, previsto dal codice penale italiano all’art. 630. Condotta tipica del reato consiste nel privare taluno della libertà personale per un fine estorsivo.

La privazione della libertà personale può essere provocata non solo con l’uso di violenza fisica o di minaccia, ma anche con l’inganno. La violenza è intesa come l’uso dell’energia fisica tale da non permettere alcuna forma di resistenza, ma la Cassazione (con sentenza 14566/2005) ha delineato anche la forma della violenza morale che, ricorre quando pur in assenza di parole e di specifici atti intimidatori, si pone in essere un atteggiamento suscettibile di togliere alla persona offesa la capacità di determinarsi e di agire secondo la propria volontà.

Circa la minaccia essa va intesa come il prospettarsi di un male ingiusto e notevole, anche senza l’utilizzo di ulteriori strumenti coercitivi.

Il reato in questione, però, è perpetrabile anche attraverso l’induzione in errore di un soggetto. La privazione della libertà può essere assoluta e relativa. Nel primo caso vi è l’impossibilità assoluta di autoliberazione, nel secondo vi sono ostacoli che rendono difficile il recupero della libertà.

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Il 10 luglio 1973 venne rapito a Roma a piazza Farnese dalla ‘ndrangheta, facente capo alle ‘Ndrine dei Mammoliti, Piromalli e Femia, con la richiesta di un riscatto di diciassette milioni di dollari. Nel novembre dello stesso anno, un suo orecchio ed alcune fotografie sono fatte pervenire dai rapitori ai giornali per sollecitare ulteriori pagamenti, onde indurre l’inflessibile e ricchissimo nonno Paul Getty I a pagare il riscatto.

Oppure il corpo sessuale e la coercizione della volontà contenuta in esso come merce di scambio per ottenere la droga. In uno scantinato a Torino, una ragazza italiana è stata sequestrata da una donna e violentata da due uomini, usata come merce per pagare le dosi di cocaina.
La sua aguzzina la blocca per strada e sotto la minaccia di un taglierino si fa consegnare il bancomat. Cerca i soldi per la droga, dice, alla ragazza. Ma poi cambia idea e invece di un prelievo alla cassa automatica di una banca, trascina la giovane nello scantinato. “Sarai tu i miei contanti”, le dice. I primi due spacciatori arrivano per consegnare le dosi e accettano quel “pagamento”. E a quell’episodio, probabilmente, ne sarebbero seguiti altri se la ragazza non avesse convinto la sua aguzzina a lasciarla andare promettendole che avrebbe accettato di prostituirsi per suo conto. Appena uscita in strada, la ragazza si è fiondata nel primo bar e ha chiesto aiuto.

Ciò a cui si riferiscono molte persone con l’affermazione “rendere merce il corpo” è “il fotografare persone o registrare in video la loro immagine per poi scambiarle con soldi” e questo non è illegale. Quindi, ci deve essere una differenza tra questi atti.

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Tossicodipendenti e alcolisti che hanno continuo bisogno di denaro, nordafricani e disperati che non riescono a trovare una fonte di guadagno legale possono essere vittime di associazioni a delinquere per truffare le assicurazioni con un perito assicurativo corrotto. Persone che per soldi si sono fratturare braccia e gambe, per simulare un incidente, con l’impiego di pesanti dischi di ghisa da 20 chili, praticando una iniezione di anestetico procurato direttamente da una complice infermiera, e percepire il premio assicurativo, ricevendo 300 euro subito con la falsa promessa di intascare il 40% dalle assicurazioni che poi invece vanno tutte a chi li sfrutta.
Con un tariffario fisso: “300 per un braccio rotto, 400 euro per una gamba, 800 per un braccio e una gamba rotti, 1000 euro per fratture complete degli arti”.
Anche quando una volta sdraiato il o la malcapitato aveva visibili rimostranze praticavano comunque la frattura.
Per questo le vittime erano costrette per lunghi periodi all’uso di stampelle ed a volte di sedie a rotelle proprio a causa della gravità delle mutilazioni.
Solo dopo la messinscena dell’incidente, venivano avviate le pratiche assicurative che potevano valere fino a 150 mila euro ciascuna.

si può dire un canguro che viene ucciso dai visitatori di uno zoo, che gli hanno gettato addosso dei grossi sassi ferendolo a morte per ottenere una reazione e farlo saltare, ma che rimasto intrappolato per un piede malato non salta lo oggettificano: trattare gli esseri viventi senzienti come fossero oggetti e strumenti al proprio servizio.

LUCRARE TRAMITE IL CORPO

Nell’atto di lucrare tramite l’uso del corpo possono rientrare tutte le persone che usano il corpo per ottenere soldi, comprese quindi le fotomodelle che non producono pubblicità. Dunque le fotomodelle mercificano il loro corpo, e se la mercificazione è negativa, compiono un atto negativo. E se questo atto negativo è nemico dei principii del femminismo compiono un atto antifemminista.

RIDURRE A MERCE IL CORPO

Se la mercificazione è ridurre a merce qualcosa che non deve essere merce, per poter sapere quando c’è mercificazione bisogna sapere:
1. cosa non deve essere merce
2. perché non deve essere merce

Quindi nel caso del corpo, bisogna comprendere se immagini o video di corpi nudi, o se la visione reale di corpi nudi possano essere scambiate con soldi oppure no, e se no, per quale motivo immagini di corpo non possano essere resi merci ma immagini corpi vestiti invece possano essere resi merci. Quando si accusa di mercificazione il corpo nudo si seleziona il corpo e si esclude tutto il resto. Non è un problema la mercificazione delle immagini di donne vestite, o con i capelli rossi, ma il corpo.

DIFFERENZA TRA RENDERE MERCE L’IMMAGINE DEL CORPO VESTITO E RENDERE MERCE  L’IMMAGINE DEL CORPO NUDO

GIUSTIZIA O MENO DEL RENDERE MERCI IMMAGINI DI CORPI
Per capire se immagini o video di corpi nudi, o se la visione reale di corpi nudi possano essere scambiate con soldi si può confrontare questi atti con tutti gli altri atti mercificati che non vengono accusati di mercificazione, e dal confronto trovare le caratteristiche che differiscono e che quindi possono essere la causa di tale accusa.

L’atto preso in considerazione nell’accusa di mercificazione si distingue in almeno tre tipi:

1. il soggetto scambia soldi con la visione reale del proprio corpo nudo
2. il soggetto scambia soldi con la visione in fotografia del proprio corpo nudo
3. il soggetto scambia soldi con la visione in video del proprio corpo nudo

poiché molte persone, soprattutto quelle che si dichiarano femministe, affermano di non essere contrario in generale allo scambio di soldi per la visione del corpo nudo, nella realtà, in foto o in video, ma solo in alcuni casi specifici, cioè quelli pubblicitari, diventa necessario comprendere la differenza tra lo scambio di soldi per pubblicità e per qualcosa che non pubblicità, e comprendere perché la pubblicità non va bene ma lo scambio di soldi per qualcosa che non è pubblicità va bene. La differenza è che in un caso è assente la merce accanto al soggetto e in un altro è presente la merce accanto al soggetto.

Si deve procedere cercando di capire quali sono le differenti conseguenze nell’inserire una merce accanto a un soggetto reale (nelle vetrine, negli stand, accanto a merci come moto o auto) o no all’interno di un’immagine o di un video.

DIFFERENZA TRA OGGETTIFICAZIONE E MERCIFICAZIONE

L’insieme totale di ciò che una persona, in genere donna, può fare attraverso la visione del proprio corpo (visione reale, foto e video) è soggetto a diversi giudizi in base alle differenti modalità.

Ci può essere:

Presenza di corpo nudo, assenza di soldi, assenza di merce

Presenza di corpo nudo, presenza di soldi, assenza di merce

Presenza di corpo nudo, presenza di soldi, presenza di merce

Il concetto di oggettificazione può includere tutte e tre le varianti, mentre il concetto di mercificazione può includere o il secondo e il terzo caso o solo il terzo caso in base alla definizione iniziale di giudica l’atto.

Se la definizione di mercificazione che ha una persona è “l’atto di scambiare soldi con la visione del corpo reale, in foto e in video” sia il caso in cui ci sia presenza di corpo nudo, presenza di soldi, assenza di merce che il caso in cui ci sia presenza di corpo nudo, presenza di soldi, presenza di merce possono essere giudicati mercificazione.

Il caso in cui ci sia presenza di corpo nudo, presenza di soldi, assenza di merce non è incluso nel concetto di mercificazione da molte/i femministe/i, tuttavia viene interpretato come una sorta di prostituzione da molte persone.

USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO NUDO DI DONNA RITENUTO GIUSTO
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OGGETTIFICAZIONE, STRUMENTALIZZAZIONE, MERCIFICAZIONEPer non rimanere confusi, con emozioni negative che tendono a rinunciare a capire il problema sulle immagini di corpi, o sulla visione in generale di corpi, si deve fare ordine e chiarezza sulla differenza dei concetti di “oggettificazione”, “strumentalizzazione” e “mercificazione”, che spesso vengono usate come fossero sinonimi.

La “strumentalizzazione”, si può definire come “rendere qualcosa o qualcuno come un mezzo per ottenere qualcosa”.

La “mercificazione” invece si può definire come “rendere merce qualcosa”.

Uno sgabello utilizzato per raggiungere la marmellata inserita in alto nei cassetti della cucina è uno strumento, e quindi la materia che compone lo sgabello viene strumentalizzata. Ma in questa interpretazione del concetto non c’è un valore negativo, questo porta a dedurre che esiste sia un valore positivo che uno negativo del termine.

Il concetto di strumentalizzazione ha delle comunanze con i concetti di “oggettificazione” e “mercificazione”. Ciò che viene oggettificato viene reso mezzo per ottenere un qualcosa, così come ciò che è mercificato viene reso mezzo per ottenere qualcosa. Ma ciò che è strumentalizzato non viene necessariamente reso merce.

MERCIFICAZIONE DELL’IDEA ASTRATTA DI DONNA
Una volta compreso che la parola “mercificazione” significa “ridurre a merce qualcosa che non deve essere ridotto a merce” si deve considerare che si può attribuire questo processo sia all’immagine reale del soggetto fotografato, sia all’immagine fotografica o video del soggetto ripreso sia l’immagine mentale della Donna con la D maiuscola, ovvero la generalizzazione dell’insieme delle donne esistenti sul pianeta terra.

Quindi, chi ascolta una tale accusa deve scegliere come interpretare l’accusa. Se includendo tutte e tre le possibilità, o le possibili combinazioni di tali possibilità, o solo una possibilità.

ORGANIZZAZIONE DELL’ATTIVITà COMMERCIALE ESTERNA AL SOGGETTO COME SININOMI DI MERCIFICAZIONE

Coloro che si professano femministe possono non criticare l’esposizione del corpo femminile in cambio di soldi chiamandola mercificazione, ma solo nel caso in cui l’atto di esporre il corpo in cambio di soldi sia organizzato e ideato da qualcuno di esterno dalle ragazze che vengono osservate, definito sistema maschilista-patriarcale, e quindi accettabile nel caso in cui sia organizzata dal soggetto autonomo o da una cooperativa formata dai soggetti stessi oggetto dell’esposizione del corpo. Quindi, secondo questo pensiero, le fotomodelle che scelgono di farsi pagare per l’esposizione del proprio corpo non compiono male. E nel caso in cui si tratti di una esposzione più complessa, ad esempio una sfilata, in cui non è sufficiente spogliarsi e sostare davanti a un’osservatore, ma è necessario coordinarsi con altre persone, ad esempio le altre ragazze, i cameraman, i presentatori del programma televisivo, per essere legittima l’attività commerciale dovrebbe essere diretta dalle ragazze che vengono osservate. Il problema è che se le ragazze vengono osservato non possono dirigere allo stesso tempo.

Questa definizione di “mercificazione” si differenzia dalle altre tre esistenti

1. Rendere merce qualcosa, dandogli un prezzo
2. Ridurre soltanto a merce qualcosa, dandogli un prezzo
3. Usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci (in senso generico)

E si può riassumere come “utilizzare l’aspetto estetico femminile o sessuale per vendere merci senza essere colei che è il soggetto utilizzato per vendere merci”. Questa definizione è più specifica del’atto generico di “usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci”, perché in questa definizione sono incluse nell’accusa anche le ragazze che si mostrano per vendere merci.

Quindi, diventano quattro le definizioni del concetto di mercificazione:

1. Rendere merce qualcosa, dandogli un prezzo (valore neutro)
2. Ridurre soltanto a merce qualcosa, dandogli un prezzo (valore negativo)
3. Usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci (in senso generico)
4. Usare l’aspetto estetico femminile o sessuale per vendere merci senza essere colei/lui che è il soggetto utilizzato per vendere merci

DIFFICOLTà DI COMPRENSIONE DEL CONCETTO AL CAUSA DEL DIRE QUALCOSA E PENSARE DI DIRE QUALCOS’ALTRO

C’è chi scrive o dice qualcosa pensando di scrivere e dire qualcos’altro, e in questo modo chi riceve il messaggio rimane confuso.
C’è chi può dire che “mercificare” è “lucrare attraverso il corpo” ma intendere “lucrare attraverso il corpo altrui”. Questa è una pratica comune. Spesso le persone dicono una cosa e ne intendono un’altra. Ed è necessario esplicitare ciò che si pensa per evitare confusione.

DECISIONE DEI CONTENUTI DELLE IMMAGINI DA PARTE DI CHI POSSIEDE LE AZIENDE PUBBLICITARIE O LE RIVISTE O HA POTERE ECONOMICO COME SINONIMO DI MANCANZA DI LIBERTà INDIVIDUALE

C’è chi pensa che solo chi ha i soldi per far lavorare le ragazze producendo foto è libero e può fare liberamente delle scelte. Che le ragazze che posano per foto commerciali non abbiano deciso loro come funzioni il sistema è ovvio. Ognuno nasce e si ritrova il mondo già fatto e con una storia lunga millenni. Neanche molti proprietari di aziende decidono cosa fare, anzi, cercano di capire cosa il pubblico può consumare e si adattano, o al massimo creano abitudini per far consumare, anche quando tentano di creare abitudini, è sempre un tentativo e non una magia che porta risultati certi, quindi non è una scelta totalmente libera la produzione di merci. è evidente che in uno sistema in cui per sopravvivere sono necessari i soldi tutti non sono totalmente liberi di fare ciò che vogliono, ma questo accade per qualsiasi lavoro e non solo per le fotomodelle di nudo.

Il potere economico può essere in mano a chiunque. Quindi, può essere posseduto da un maschilista come da un anti-maschilista. Perciò è possibile che esistano sia merci maschiliste che merci anti-maschiliste. Ma anche relazioni professionali maschiliste e relazioni professionali anti-maschiliste. Perciò, è necessario comprendere la differenza tra le due.

LE IPOTETICHE CONSEGUENZE NEGATIVE DELLA MERCIFICAZIONE

Alcune persone ipotizzano che dall’atto di utilizzare l’immagine reale, fotografica o videografica di un corpo seminudo o nudo, per aumentare le probabilità di vendita delle merci avvenga la creazione dell’idea che le donne sono una merce, e quindi un comportamento conseguente a questa idea che consiste nell’ignorare la loro sofferenza e i loro desideri. E questo è lo stesso effetto che produrrebbe il processo di oggettificazione, infatti le merci sono oggetti (alimenti, utensili, armadi, letti, cellulari…). Per chiarire le idee sul concetto di oggettificazione e mercificazione è necessario comprendere quando questi due concetti coincidono.

MERCIFICAZIONE E SESSUALITà

In base alle dichiarazioni fatte da molte/i femministe/i si può ipotizzare che il significato che queste persone danno a questa parola può essere che la mercificazione sia la presenza di sessualità in ciò che si scambia con il denaro, ma allora la parola “mercificazione” dovrebbe essere accompagnata sempre da “della sessualità femminile”, perché la parola “mercificazione” è generica, e quindi non indica soltanto la sessualizzazione. Ma poiché non viene sempre detta in questo modo, è difficile capire se è quello che realmente pensano significhi mercificazione.

Quindi, le ipotesi che si possono fare sui significati che le persone attribuiscono al significato di mercificazione sono:

  1. Rendere merce qualcosa, dandogli un prezzo
  2. Ridurre soltanto a merce qualcosa, dandogli un prezzo
  3. Usare la visione dell’aspetto o della sessualità femminile per vendere merci

POSARE NUDA PER FOTO COME PASSAGGIO INEVITABILE PER UNA DONNA E SINONIMO DI MASCHILISMO E MERCIFICAZIONE

Una delle accuse di mercificazione e conseguente maschilismo è che viene resa necessaria una certa attività a un sesso, quello femminile, per guadagnare soldi, o per accedere a ruoli che, l’altro sesso raggiunge senza compiere quell’attività. L’esposizione del corpo su foto o video viene interpretata come necessaria per raggiungere la fama, al contrario del sesso maschile. Come prova di questa teoria viene indicata la quantità di attrici che hanno posato nude per fotografie.

Per quanto riguarda le attrici che hanno posato per Playboy, escludendo le italiane, che la maggioranza non sono grandi attrici, e infatti puntano di più sulle qualità estetiche, le straniere (escludendo la Bardot del 1933) sono Charlize Theron, Drew Barrymore, Shannen Doherty, Kim Basinger, Juliette Binoche, Jessica Alba, Sharon Stone.

Potrebbero essercene delle altre ma sicuramente non sono tutte e non sono per la maggior parte quelle che vediamo in quasi tutti film più famosi. E inoltre non è importante la quantità delle attrici per determinare se è un passaggio necessario per diventare attrici famose. Ma se anche fosse vero che per diventare attrici famose è necessario fare foto di nudo per riviste famose, diventare attrici famose non è necessario, e dunque la scelta di fare foto di nudo per diventare attrici famose è una libera scelta, non condizionata dai bisogni primari.

Infatti nelle interviste alle ragazze che posano per Playboy si può osservare che sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici. Quindi il problema della costrizione-sottomissione e mancanza di libertà non sussiste.

Le ragazze che posano per Playboy sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici.  Quindi non si tratta di costrizioni-sottomissione e mancanza di libertà. Nè di un passo necessario per fare carriere nel cinema. Ci sono tantissimi esempi di attrici che non hanno mai posato nude per riviste erotiche. è un atto che può aiutare, ma può anche non aiutare, perché molte persone sono contro le foto di nudo in generale, o contro le foto di nudo nelle riviste. E infatti le chiamano “troie”, o mostrano disprezzo in tanti altri modi.

Per capire se certe attrici hanno scelto di posare nude per fini di potere all’interno dell’industria cinematografica si può analizzare la loro carriera:

Le foto della Binoche non mostrano praticamente niente del suo corpo perché sono tutte in movimento e sfocate (l’esatto contrario della pornografia). Inoltre la Binoche è diventata famosa nel 1989 con l’insostenibile leggerezza dell’essere e il set lo ha scattato nel 2007, (quindi non aveva bisogno di questo set per diventare famosa) la Theron è diventata famosa nel 1997 con l’avvocato del diavolo insieme ad Al Pacino e il set lo ha scattato nel 1999, la Barrymore è famosa per il suo desiderio spontaneo di mostrarsi nuda, e anzi, anche per il farlo contro il volere di tanti (Steven Spielberg, il padrino della Barrymore, per il suo ventesimo compleanno le regalò una copia della rivista completamente ritoccata, dove lei appariva perfettamente vestita in ogni foto; in allegato lasciò una nota con scritto “copriti”). Kim Basinger è famosa per 9 settimane e mezzo, un film in cui ci sono molte scene erotiche, che ha scelto liberamente di fare. Tutte le altre attrici comparse su Playboy sono spesso attrici porno, oppure sono attrici non molto famose né molto brave. E inoltre per sapere realmente le varie dinamiche bisognerebbe conoscerle personalmente per capire se gli andava oppure lo hanno fatto perché costrette dal bisogno di soldi. Ma anche senza conoscerle si può pensare che ogni donna ha altre possibilità oltre a diventare un’attrice famosa grazia alle foto di nudo (anche se in realtà facendole queste foto si gioca tanti altri lavori). Quindi è impossibile che le ragazze pubblicate su playboy lo hanno fatto perché non arrivavano a fine mese, è probabile invece che l’abbiano fatto perché preferivano una vita in cui potevano avere un grande potere d’acquisto grazie a tanti soldi che poteva permettere loro di vivere nel lusso, e preferivano sentirsi ammirate da tante invece che anonime.

Le ragazze che posano per Playboy sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici. Quindi non parlerei di costrizioni-sottomissione e mancanza di libertà.

Le ragazze che posano per Playboy sono contente perché la considerano “una tra le riviste più popolari nel mondo”. O perché ci hanno posato altre famose attrici.  Quindi non si tratta di costrizioni-sottomissione e mancanza di libertà. Nè di un passo necessario per fare carriere nel cinema. Ci sono tantissimi esempi di attrici che non hanno mai posato nude per riviste erotiche. è un atto che può aiutare, ma può anche non aiutare, perché molte persone sono contro le foto di nudo in generale, o contro le foto di nudo nelle riviste. E infatti le chiamano “troie”, o mostrano disprezzo in tanti altri modi.

Perciò se ci sono squilibri di potere non sono causati dal maschilismo, ma dal sistema economico adottato per vivere che permette squilibri di potere. Infatti, senza sistema economico non c’è potere, se non c’è potere non ci sono squilibri di potere.

Per capire perché le cose stanno così è necessario osservare il sistema monetario. Le conseguenze del sistema monetario includono la priorità del profitto da parte di chi da lo stipendio a un lavoratore, che evidenzia la vasta presenza di corruzione, e di violazione delle persone.

Se una compagnia riesce a convincere il pubblico che il proprio prodotto ha valore allora potrà venderlo, e anche a un costo elevato.

Nell’economia monetaria domanda e offerta definiscono il modo in cui i beni e servizi ottengono valore. Meno una cosa è disponibile più ha valore. Se una compagnia riesce a convincere il pubblico che il proprio prodotto è raro potrà venderlo e anche a un prezzo più alto. Per questo vengono usate le immagini di ragazze considerate bellissime, perché la bellezza è considerata un valore ed è considerata una caratteristica dell’aspetto rara perché non si vede ovunque. E un modello unico di bellezza è necessario a mantenere scarsa la presenza di essa, e quindi a mantenere elevato il valore economico di essa. Sono processi economici e non maschilisti.

Per eliminare disparità di potere sarebbe necessario applicare il metodo scientifico, e quindi delle tecnologie che esso può creare, allo sviluppo sociale, invece che accusare di maschilismo le aziende che producono riviste.

MERCIFICAZIONE DEL SOGGETTO FOTOGRAFATO MEDIATA E IMMEDIATA

Giudicare mercificazione una immagine pubblicitaria può significare giudicare l’atto del soggetto fotografato di scambiare soldi con la ripresa fotografica o videografica della sua immagine. Sia nel caso che lo scambio di soldi con la ripresa dell’immagine sia mediato che immediato.

Lo scambio di soldi con l’immagine, il video o la visione del corpo nudo può essere mediata o immediata.

Nel caso delle ballerine in discoteca non avviene uno scambio diretto, quindi immediato, di soldi e servizio tra l’osservatore della ballerina e la stessa, perché l’osservatore paga il biglietto d’ingresso, e poi sono i gestori del locale a prendere una percentuale del suo biglietto per darla alla ballerina, e quindi fanno da mediatori.

Partendo dalla definizione di “mercificazione” che si trova nel dizionario bisogna chiedersi se la forza fisica di un muratore, la cordialità di un cameriere, hanno di per sé natura commerciale?

Ma in questa domanda non c’entra l’uso del corpo in generale delle donne, dato che nessuno, a parte la ragazza che lo possiede, può usare il suo corpo.

Tutti i lavori necessitano dell’uso del corpo. Un muratore, un carpentiere, un cameriere, un barista, usano tutti il loro corpo per guadagnare soldi, e scambiano soldi con il prodotto ottenuto attraverso l’uso del proprio corpo, vengono scelti per le loro caratteristiche fisiche, forza, resistenza, robustezza, e nel caso del cameriere anche la bellezza.

La differenza tra i vari lavori sta in cosa il cliente paga. In casi diversi da quello delle fotomodelle, o delle performer come le ballerine di night club, o pin up, ciò che la persona paga non è connesso con il corpo quanto lo è il lavoro di altri. In alcuni casi paga un prodotto ottenuto attraverso l’uso del corpo (una casa, un caffé, una canzone) e in altri casi paga l’immagine del corpo su carta o monitor, oppure sulla retina dell’occhio e il prodotto delle azioni del corpo per produrre una immagine di un certo tipo (pose, espressioni).

La differenza tra chi guadagna soldi attraverso l’osservazione altrui del proprio corpo (fotomodelle, vallette, attrici, pornoattrici) sta nella natura di ciò che gli altri pagano. In un caso chi usa il proprio corpo per lavorare guadagna soldi per il prodotto  finale percepibile dai sensi in modo separato da chi lo produce (una casa, un caffé, una informazione verbale) che riesce a produrre con una serie di movimenti del proprio corpo, e invece nell’altro caso si guadagna soldi per l’osservazione del proprio corpo che attua l’osservatore che decide di dare soldi, e quindi il pagatore non riesce a percepire l’oggetto acquistato in modo separato dal corpo di chi lo produce, e lo pensa non come un oggetto esterno ma coincidente col produttore, la ragazza.

ASSENZA DI PERCEZIONE DELL’ESTERNALITà DAL CORPO DEL PRODUTTORE DELL’OGGETTO ACQUISTATO

Tuttavia, attraverso gli studi scientifici compiuti da persone vissute in epoche passate, si può sapere che a livello più piccolo di ciò che i sensi possono percepire avviene qualcosa di esterno al corpo del soggetto che mostra la sua nudità.

La teoria matematica di James Clerk Maxwell del 1873, prediceva che le “perturbazioni elettromagnetiche”, generate da scariche elettriche o da rapidi movimenti di magneti, dovevano propagarsi nello spazio mostrando caratteristiche simili alla diffusione della luce. Nel 1887 Heinrich Hertz progettò una serie di esperimenti in cui dimostrò l’esistenza delle onde elettromagnetiche confermando la validità delle ipotesi di Maxwell. La mente non distingue tra percezione e realtà, ma se la ragione produce certe teorie, attraverso la facoltà immaginativa umana si può credere in teorie come quella delle onde elettromagnetiche, producendo così un cambiamento nelle emozioni, allineandole alle stesse che si provano valutando il lavoro del muratore o del cameriere, e quindi comportandosi diversamente, ad esempio smettendo di protestare per quella specifica attività. Ci sono esempi diversi che coinvolgono la visione del corpo (atleti, calciatori, ballerine, cantanti, attori) sono tutte persone che si guardano o dal vivo o in tv o in foto e che scambiano la loro visione con dei soldi. Ma il loro mostrarsi non viene interpretato come mercificazione.

Le onde elettromagnetiche sono esterne al corpo, e l’immagine creata sulla retina è esterna al corpo di chi guadagna i soldi. I raggi luminosi passano attraverso il cristallino e vengono messi a fuoco sulla retina. Gli impulsi nervosi vengono convogliati dalle fibre del nervo ottico verso la corteccia visiva, che si trova nella parte posteriore del cervello. Il soggetto che mostra la sua nudità utilizza la luce, e quindi viene pagato per eseguire degli atti, che sono essenzialmente 2 atti.

1. togliersi i vestiti

2. rimanere in una posizione visibile davanti all’osservatore.

Chi crede qualcosa di diverso dal fatto che sia prodotto qualcosa di esterno dal corpo lo fa perché semplifica il processo, partendo dalla premessa per cui se la ragazza si spoglia e qualcun altro la paga per guardare il suo corpo allora si può pensare che la ragazza vende il suo corpo. A queste persone si può far presente come funziona a livello scientifico la percezione visiva.

Diventa ancora più difficile credere che la prostituzione o la pornografia non siano pagare per l’uso del corpo, poiché la percezione umana porta a pensare che se non c’è distanza tra il proprio corpo e una materia esterna ad esso non c’è mediazione, e dunque accade un uso diretto. Ma in realtà i corpi non si incontrano mai, non si fondono mai, gli elettroni che li compongono si respingono a vicenda, e producono delle sensazioni sulla pelle. Dunque ciò che produce un atto sessuale pagato è delle sensazioni nell’altro corpo, perciò esterne al corpo di chi viene pagato.

La fotomodella compie degli atti che producono un elemento esterno al suo corpo, che è l’immagine sulla retina, così come un muratore compie degli atti e produce un elemento esterno al suo corpo, una casa.

La ballerina di strip-tease muovendosi produce immagini percettive ed emozioni, ad esempio incurva il bacino dando risalto al sedere, quindi non qualcosa di esterno dai due soggetti dello scambio economico, come nel caso del muratore (la casa) o del barista (il caffé), i quali sono un mezzo per arrivare a consumare una merce evitando al cliente di produrla autonomamente col proprio corpo. Viene quindi mercificata la visione del corpo, il riflesso delle onde elettromagnetiche percepite dagli occhi. In aggiunta, in base al tipo di lavoro legato all’immagine vengono mercificati anche vari movimenti del corpo. Una ballerina di lap dance si muove molto di più di una fotomodella, una pornoattrice si muove e provo anche sensazioni ed emozioni, per cui il consumatore ne paga la visione. Viene quindi resa merce l’immagine, i movimenti, la visione fisica delle sensazioni e delle emozioni (attraverso le espressioni del viso, o i suoni provenienti dalla bocca) ma anche attraverso l’eiaculazione nel caso dei maschi.

Ma anche un presentatore, o uno speaker radiofonico guadagnano soldi per l’ascolto della sua voce, quindi qualcosa che non è esterno ai due che fanno uno scambio economico, ma che è prodotto col proprio corpo (le corde vocali).

In entrambi i casi c’è una percezione del corpo, ma cambia il senso interessato, vista e udito.

Perché nel caso del presentatore o dello speaker radiofonico non è definita una mercificazione della voce umana, maschile o femminile che sia?

Si può dire che il cameriere viene anche osservato e gratifica in modo lieve chi lo guarda attraverso l’abbigliamento imposto dal locale che gli da lo stipendio, così come la promoter, ma non è lo scambio principale che fanno col proprio datore di lavoro, il quale invece è lo spostare oggetti utili all’alimentazione in un ristorante (cameriere) e la capacità di parlare e informare (promoter).

E questo è un modo di guadagnare soldi legittimato e non perseguitato dallo Stato. Un atto che somiglia al noleggio, perché qualcuno obbliga a far utilizzare a un altro soggetto il proprio corpo per un dato tempo, in cambio di un determinato corrispettivo di soldi.

In modo analogo, il datore di lavoro ha il diritto di usare indirettamente le mani, le braccia, le gambe, i muscoli, e l’intelletto dei lavoratori che hanno scelto di lavorare per lui in cambio di un corrispettivo di soldi per ottenere dei soldi attraverso le merci da loro prodotte.

Perciò, per dare parità di condizioni a chi lavora col proprio corpo nudo anche l’uso del corpo nudo non deve essere condannato e ostacolato dallo Stato, ma invece lo è.
Quindi, riguardo a fotomodelle di nudo, ballerine, intrattenitrici, attrici porno, webcamgirl, prostitute molti dicono che “vendono il corpo”, e di chi usufruisce del servizio che acquistano una donna“, ma entrambe non sono espressioni pertinenti, perché non è quello che realmente accade.
Il dizionario riflette la confusione mentale e i valori morali della società in cui è stato redatto, dunque il fatto che anche il dizionario usi espressioni come “vendere il corpo” non comporta che queste espressioni siano realistiche.

La vendita è diversa dal noleggio così come è diversa dal baratto e così via. Chi vende un servizio generato tramite l’uso del proprio corpo non vende il proprio corpo ma il servizio. Infatti, nei lavori che implicano la sessualità non è in vendita nessun corpo. Nel caso della fotomodella erotica, o della webcamgirl, o della stripper, è in vendita la visione del corpo e dei suoi movimenti, e tutto ciò che permette tale visione (la volontà del soggetto, il tempo del soggetto, l’energia fisica del soggetto), nel caso della pornoattrice e della prostituta viene scambiato con i soldi l’atto di fare sesso tramite parti del corpo, non la persona o il corpo che fa sesso.

Il corpo che fornisce il servizio sessuale, così come chi fornisce un servizio sessuale online tramite webcam, o una stimolazione sessuale visiva facendo strip-tease, o pornografia rimane al legittimo proprietario una volta finito il servizio. Le merci vendute invece appartengono fino alla loro dissoluzione a chi le ha comprate.

Espressioni del genere sono semplicemente espressioni spesso volutamente usate da chi è contrario all’atto e vorrebbe impedirne la realizzazione, per modificare la percezione dell’atto di prostituirsi in mo da provarne un’emozione negativa.

Una immagine di una donna completamente vestita, non mostra il suo corpo, ma vestiti e il suo volto. Ma perché non esistono persone che protestano per una mercificazione della visione del volto della donna, invece che della visione corpo della donna?

Quindi nella critica all’uso del corpo che ipotizza che usandolo verrebbe oggettificato e mercificato c’è una differenza tra il lavoro della fotomodella di nudo, l’attrice pornografica, la prostituta e i muratori, baristi, camerieri, carpentieri che sta in quali parti del corpo vengono usate.

Infatti, quando si critica “l’uso del corpo” non si sta realmente criticando l’uso del corpo in generale, ma l’uso del corpo in modo sessuale. Infatti, la prostituta usa la vagina, il seno, parti considerate intime al contrario di mani, braccia, e gambe, e infatti né i muratori, né i carpentieri, né i camerieri, né i baristi usano le parti intime del corpo per guadagnare soldi. Infatti, una prostituta anche se usasse soltanto parti del corpo che non rientrano in quelle intime, e quindi usate anche dagli altri lavoratori come mani, braccia e gambe, lo farebbero sui genitali di qualcun altro o sulla pelle di qualcun altro a fini erotici.

E nonostante in fotografia nessuno a parte il soggetto fotografato usa un corpo, l’immagine del corpo nudo in un certo tipo di fotografia fatta per essere retribuita con soldi può eccitare.

Non è quindi il corpo a essere protetto da critiche e leggi ma la sessualità.

Tuttavia lo sfruttamento per poter portare a mettere fuori legge il lavoro stesso deve essere netto, prevalente e chiaro per poter agire solo nell’industria del porno, perché lo sfruttamento c’è anche nel settore operaio e contadino ma nessuno pensa di chiudere i settori industriali operai o agricoli per questo, ma tutt’al più di migliorare le tutele e i diritti dei lavoratori, anche perché sono i lavoratori stessi a non voler chiudere le loro attività lavorative visto che forniscono loro il pane in contesti dove guadagnarsi a quel modo il pane spesso è meglio di altro come criminalità, droga, o prostituzione illegale.

Il muratore come il cameriere provano emozioni per il fatto che stanno agendo per guadagnare soldi. Il muratore può ferirsi con delle schegge lanciate dal martello pneumatico contro una parete. il cameriere può provare emozioni nell’interagire con clienti insoddisfatti. così come una pornoattrice prova emozioni nel fare sesso. o una fotomodella prova emozioni nel farsi fotografare. La differenza è che chi da i soldi non è interessato a osservare le azioni che compie il corpo del muratore e o del cameriere, né l’espressione fisica delle emozioni del muratore e del cameriere espresse sul suo volto, ma anzi potrebbe esserne infastidito vedendo tali espressioni emotive.

Invece nel caso della pornoattrice, o della fotomodella chi paga è interessato a osservare l’espressione fisica delle sue emozioni e il suo corpo. Questo atto, pagare per osservare espressioni fisiche delle emozioni del corpo altrui, o il corpo in sé, anche se il volto non rivela particolari emozioni, e quindi rendere merce la visione del corpo (e non il corpo fisico) o rendere merce la visione delle espressioni del volto (e non il volto fisico), è un atto che viene condannato da tanti, soprattutto da persone che si dichiarano femministe, come mercificazione.

Ma l’atto di pagare per usufruire del lavoro prodotto con l’uso del corpo di qualcuno, il quale ha provato emozioni, che non si osservano, né si è interessati a osservare o sentirsele raccontare, non viene condannato come mercificazione.

Tuttavia, se il metro di misura del giusto e sbagliato è la sofferenza umana, il muratore, quando usa i suoi muscoli e fatica, o quando viene ferito da schegge di pareti, soffre. Così come quando il cameriere viene rimproverato, ridicolizzato, dai clienti, oppure lavora il doppio delle ore che per legge si deve lavorare, soffre. Quando invece una fotomodella non soffre nel posare nuda, oppure una pornoattrice non soffre nel fare sesso, salvo incidenti, che però non sono considerati normali nel percorso, invece è considerato normale ferirsi con delle schegge, non è un infortunio per cui qualcuno risarcise un danno. Per essere risarciti bisogna passare un tot di giorni all’ospedale. Quindi in teoria si possono accumulare moltissime cicatrici negli anni, senza nessun risarcimento. Il concetto di mercificazione è quindi utilizzato in modo contraddittorio rispetto al suo scopo di proteggere le persone da sofferenze. Agisce dove non ci sono sofferenze e non agisce dove ci sono sofferenze, per il fatto che si crede che ci siano sofferenze dove non ci sono, e poiché si vuole risparmiare agli altri e a sé stessi queste sofferenze si è contro tali atti. Il desiderio di risparmiare sofferenze agli altri è un valore positivo, ma per non cadere nella sua esagerazione, cioè un’applicazione non attinente alla realtà, è necessario un altro valore che lo equilibri, ad esempio il desiderio di essere analitici, e attinenti alla realtà, quindi verificando ciò che si crede vero, e confrontarsi con chi la pensa in modo contrario.

Per gli effetti negativi che possono avere certe intenzioni, se si ha l’intenzione di risparmiare realmente sofferenze agli altri, si dovrebbe verificare il concetto di mercificazione e correggere gli errori insiti, se ci sono.

In un mondo ideale, nessuno si sentirebbe costretto a compiere delle azioni per sopravvivere. La sopravvivenza sarebbe assicurata. La condizione naturale dell’essere umano, quella di dover soddisfare dei bisogni, e di dover soffrire, rischiare la morte per soddisfarli sarebbe sparita. Ma finché esiste questa condizione, e per occuparsi dei propri bisogni si utilizza il sistema monetario, qualcuno pagherà per far agire qualcun altro, in modo da produrre qualcosa che soddisfi una esigenza. Un terzo elemento diverso dai due, cliente e lavoratore/tric. Una casa, un caffé, una fotografia, un video.

LE ZONE EROGENE E LA SESSUALITà DIFESE DA OGGETTIFICAZIONE E MERCIFICAZIONE

Quindi invece che di oggettificazione o mercificazione del corpo in senso generale si sta parlando di certe parti anatomiche specifiche del corpo, le zone erogene. Il modo meno ambiguo di chiamare ciò che si critica è quindi “oggettificazione e  mercificazione delle zone erogene” e non del corpo nella sua totalità. Chiamare con un nome diverso ciò che si critica comporta il produrre continui errori di giudizio, e una incapacità di identificare ciò che si tenta di proteggere con i divieti.

Una zona erogena è un’area del corpo umano, spesso un organo o parte di esso, la cui stimolazione esterna è legata all’eccitazione e al piacere sessuale. Letteralmente erogeno significa “che genera amore” (amore come eros), e si riferisce appunto alla proprietà della zona in questione di procurare piacere sessuale.

Nel corpo, le zone erogene comuni sono i genitali, la cui stimolazione anche breve provoca sensazioni di eccitazione sessuale e piacere. Altre due zone erogene sono i capezzoli e l’ombelico. Altre zone erogene sono legate per lo più all’esperienza individuale ed alle preferenze: possono essere zone erogene la zona perianale ed altre aree particolarmente sensibili del corpo.

Celeberrimo è il punto G, una formazione anatomica posta nella parete interna della vagina, la cui stimolazione profonda provoca un piacere intenso e, talvolta, l’eiaculazione femminile.

Certe frasi come “è triste che si ricorra al lato sessuale del corpo per vendere elettrodomestici” sono ambigue, perché possono essere interpretate come “per vendere altre cose invece non è triste”. Infatti per alcune persone l’uso del proprio corpo per ottenere soldi destinati alla beneficenza può essere accettato.

Perché l’uso delle zone erogene, anche in modo indiretto attraverso le fotografie, provocano un comportamento differente in chi critica e censura?

La sessualità viene protetta e identificata con certi sentimenti che secondo un certo pensiero devono essere lasciati liberi dal desiderio dei soldi.

C’è chi pensa: “Se si afferma che esiste un “mercato” allora si afferma che le donne sono merce” Ma prima di tutto che vuol dire “le donne sono merce”? quel verbo essere “sono” che spazio temporale indica? sempre? ogni tanto? per 5 minuti?

Una merce è un qualsiasi prodotto o bene economico mobile che può essere oggetto di scambio in seguito a un pagamento. Il corpo di una donna non può essere scambiato in senso fisico dopo un pagamento. Rimane lì dove sta il suo corpo una volta fotografata e stampata la fotografia. Non è il corpo che viene scambiato per un pagamento ma la foto di quel corpo, e dunque non è mercificato in questo caso il corpo, ma è mercificata la fotografia.

Se voglio usare il mio corpo, la mia bellezza, lo decido io, non lo lascio fare al giornale che pubblica le mie foto per aumentare i click alla pagina, solo perché sono X o Y.

Ma se qualcuno non vuole lasciare decidere a una rivista se usare le sue foto o no, perché non lo devono fare anche tutte le altre donne?

La mercificazione è un atto che avviene ovunque in una società basata sui consumi e in cui esiste la moneta.

La fatica fisica è mercificata, il lavoro mentale è mercificato, e non solo l’aspetto estetico, quindi perché demercificare solo l’aspetto estetico?

Considerando il bisogno umano di non soffrire e di stare bene la mercificazione può essere differenziata in una mercificazione spontanea piacevole e una mercificazione di convenienza spiacevole.

Per eliminare questo problema sarebbe necessario introdurre il reddito di cittadinanza che permetterebbe di lavorare solo se si vuole e non per evitare di stare male.

Il concetto di espropriazione del corpo, e il suo farlo diventare di dominio pubblico produce il concetto che non può esistere una mercificazione spontanea e piacevole, ma che essa sia solo una illusione che copre la realtà in cui c’è autosfruttamento o autoabuso. Ma per pensarla così si deve pensare che il proprio corpo sia soggetto a una qualche legge speciale che ne vieta l’uso. Legge che in natura non esiste.

Dunque, non è una violenza che accade quando si fotografa una ragazza nuda o una parte del suo corpo nudo, ma lo stimolo di una paura di una possibile violenza in chi guarda l’immagina ed è predisposto a provare paura per possibili violenze. Ma benché ci si possa dispiacere al sapere che qualcuno si è spaventato per una foto prodotta da sé stessi, non si è responsabili delle paure immaginarie altrui, e dunque si può continuare a produrre foto nonostante le paure di alcuni che le osservano.

COSA è REALMENTE INGIUSTO NELLA MERCIFICAZIONE DELL’IMMAGINE DEL CORPO?

Le ragazze possono scegliere liberamente oppure costrette da dei bisogni, possono essere pagate poco, male, in nero, senza contratti, oppure con contratti. Ed è possibile che abbiano delle richieste legittime in base alle quali protestare e censurare ma che riguardano tutt’altro rispetto all’atto di mercificare l’immagine del corpo. Magari migliori condizioni contrattuali, per esempio.

Avuta notizia della condizione di sfruttamento può essere giusto e utile fare un presidio disturbante, un volantinaggio.

Negare la possibilità di scegliere di guadagnare soldi con l’esposizione del proprio corpo, dal vivo, in foto o in video, sarebbe giustificato se producesse sofferenze.
L’atto di esporre il corpo per guadagnare soldi non produce sofferenze nei soggetti che compiono tale atto.

L’unico caso in cui possa provare sofferenza non è prodotto dall’atto in sé, ma dalla combinazione dell’atto e delle condizioni in cui si compie, ed è il caso in cui non sia una libera scelta ma dovuta alla povertà. Condizione di cui possono soffrire sia donne che uomini in tanti altri atti retribuiti diversi dall’esposizione del corpo. Di cui la soluzione non sta nell’impedire l’atto dello scambio della visione del corpo con dei soldi, ma nell’assicurare il lavoro oppure gli elementi necessari alla soddisfazione dei bisogni primari.

L’esposizione del corpo retribuita a livello sociale produce sofferenze in modo indiretto, attraverso privilegi economici con la propria sessualità dovuta all’esistenza del sessismo, secondo cui la donna è una principessa e l’uomo un guerriero, quindi la donna si mostra e soddisfa il suo bisogno/desiderio di guadagnando e l’uomo paga e soddisfa il suo bisogno/desiderio di eccitazione. Facendo in modo che gli altri abbiano ciò di cui hanno bisogno senza dover soffrire mentre qualcuno può guadagnare per il semplice fatto che ha un corpo nudo, e può denudarsi, anche parzialmente.

Se il problema delle pubblicità fosse la quantità di donne sessualizzate, e non quella che viene chiamata oggettificazione, la soluzione sarebbe mostrare più scienziate, più imprenditrici, più professioniste, più manager, e non solo ragazze sessualizzate.

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Oggettificazione: Le fotomodelle (di nudo) saranno disoccupate a causa della Boldrini?

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Le fotomodelle, soprattutto quelle specializzate in nudo, avranno meno lavori grazie a Laura Boldrini.

«Serve porre dei limiti all‘uso del corpo della donna nella comunicazione». È l’appello che ha lanciato Laura Boldrini a Venezia nell’ambito della Festa dell’Europa.
La tesi della Boldrini per cui si dovrebbe limitare l’uso del corpo della donna è che «Così si alimenta la cultura della violenza, passa il messaggio che la donna è solo un oggetto» e secondo la Boldrini “dall’oggettivazione alla violenza il passo è breve”. Dunque, “è inaccettabile che in questo paese – ha detto Laura Boldrini – ogni prodotto, dallo yogurt al dentifricio, sia veicolato attraverso il corpo della donna”. E quindi, “serve più civiltà ponendo delle regole”.

Già nel 2010 il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano diceva:
“E’ evidente che la comunicazione di un’immagine della donna che risponda a funzioni ornamentali o che venga offerta come bene di consumo offende profondamente la dignità delle donne italiane. Non solo: questo stile di comunicazione nei media, nelle pubblicità, nel dibattito pubblico può offrire un contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche, se non veri e propri atti di violenza anche da parte di giovanissimi.”

Alla Boldrini si uniscono tante altre donne di potere, che vogliono estendere il loro potere di moderare estendendo la quantità di pubblicità sulle quali è permesso moderare.
Come la vicesindaco Ada Lucia De Cesaris da rilanciare: «Chiediamo al parlamento di introdurre al più presto norme specifiche per poter intervenire in modo efficace. Oggi noi Comuni possiamo limitarci agli spazi pubblicitari che controlliamo direttamente: sono tanti, ma in media molto più piccoli di quei cartelloni giganteschi su cui si vedono messaggi discriminatori e volgari, che certo non insegnano niente di buono ai nostri figli, e su cui non possiamo intervenire in alcun modo». Ad esempio i megacartelloni sui palazzi in ristrutturazione.

Le azioni previste sono “sanzioni per chi usa in modo negativo il corpo della donna, nelle pubblicità come negli spettacoli tv, ma anche meccanismi premiali per le pubblicità virtuose”.
Ad esempio per la città di Milano, magari pensando a uno sconto sul canone per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche (COSAP) per “chi evita lo stereotipo della donna nuda sdraiata sull’auto” per vendere l’auto.

Oltre alle sanzioni, hanno agito attraverso i consumatori, a Torino, per esempio, l’assessorato alle Pari opportunità ha realizzato una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza e boicottaggio delle azinede definita “contro lo sfruttamento del corpo femminile e le immagini offensive per le donne nelle pubblicità” con il messaggio ‘Svendi il mio corpo? Tieniti i tuoi prodotti’.

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è stato istituito un premio chiamato “Premio immagini amiche” (http://www.premioimmaginiamiche.it/) che ha ricevuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, e ha ottenuto il Patrocinio del Ministero per le Pari Opportunità. Avvenuto per tre volte in tre anni consecutivi, attraverso una cerimonia di assegnazione del Premio alla presenza della Ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna, preceduta da una conferenza sul “Ruolo delle donne nella leadership politica, tra rappresentazione e rappresentanza” con la partecipazione di numerosi rappresentanti del mondo politico e della comunicazione.

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Il Premio “Immagini Amiche” dichiara di voler valorizzare una comunicazione per immagini che non strumentalizzi le donne, non utilizzi stereotipi e al tempo stesso veicoli messaggi creativi propositivi.  Non è censura, assicura, anche se questo è un nodo fondamentale: «C’è un confine sottile tra la tutela dell’immagine e della dignità della donna e la libertà di manifestazione del pensiero — spiega D’Amico — ma ci conforta il fatto che per le normative europee, non recepite in Italia, non vi è censura quando si tutelano i principi costituzionali supremi come, per esempio, l’uguaglianza tra uomo e donna».

«Se veramente pensiamo ancora oggi, e insegniamo ai bambini, che per vendere l’auto serva una donna seminuda c’è qualcosa che non va», ragiona la vicesindaco De Cesaris, che ricorda come Milano abbia aderito alla campagna “Città libere dalla pubblicità offensiva» promossa dall’Udi: «Una risoluzione del 2008 del Parlamento europeo ha evidenziato come la pubblicità contribuisca ad alimentare gli stereotipi di genere e come la percezione del corpo delle donne come oggetto da possedere possa incentivare la violenza. In Italia non l’abbiamo ancora recepita, speriamo che con l’appello della Boldrini le cose cambino».

Una legge contro le pubblicità che offendono le donne. Assieme a un nuovo regolamento del Comune che proibisca affissioni pubblicitarie sessiste e premi, invece, chi lancia messaggi positivi. , è la sua tesi.

Il giornale L’Unità ha una pagina dedicata all’analisi delle pubblicità definite dal giornale “sessiste”. L’analisi avviene attraverso testi e video in cui qualcuno descrive e giudica l’immagine.

Così è successo per la campagna per diffondere una petizione contro la pubblicità sessista, in occasione della manifestazione “Giovani leoni” organizzata da Sipra, il brief per la sezione stampa ha invitato i giovani concorrenti a immaginare la campagna per diffondere una petizione. La petizione è firmata da Massimo Guastini, presidente dell’Art Directors Club Italiano (ADCI) ed è rivolta al Ministro per le Pari Opportunità Josefa Idem, a cui si chiede di tradurre in poche norme semplici e vincolanti la “Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini”. La petizione è stata fatta su Change.org. La campagna stampa che l’ADCI ha scelto per sostenere la petizione è di Lara Rodriguez e Giorgio Fresi (Tbwa).

Il testo della petizione è:

Una larga maggioranza degli italiani manifesta crescente insofferenza nei confronti delle pubblicità sessista, che abusa del corpo femminile e offende la dignità di tutti.
L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria può agire tempestivamente contro gli eccessi più clamorosi imponendo, in base alle norme attualmente vigenti, un rapido ritiro delle campagne più offensive. Ma non basta.
I modi in cui una pubblicità può essere degradante sono molti, sottili e infidi: la diffusione ripetuta di stereotipi di genere consolida discriminazioni e frena lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturali arretrati, riduttivi e dannosi.
Vediamo donne tutte uguali e unicamente dedite alla bellezza seduttiva, o alla pulizia della casa e alla cura della famiglia, la cui identità si esaurisce nell’essere “casalinghe” o “sexy” o “madri” o “nonne”. Vediamo uomini tutti uguali e interessati solo a sesso, successo, calcio. Vediamo bambini intrappolati in comportamenti e relazioni familiari connotate dal genere: questi sono esempi di cliché.
La loro ripetizione incoraggia il pensiero unico.
La Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 ci esorta a cambiare le cose.
L’Art Directors Club Italiano, che da anni propone buone pratiche e lotta contro la trasandatezza, la sciatteria, la volgarità, la stupidità e il pensiero unico che gli stereotipi di genere veicolano.

Chiede
che le indicazioni europee vengano recepite e tradotte in indirizzi chiari e in poche norme semplici e vincolanti, tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista.

Ritiene
che tali indirizzi e norme possano disincentivare la pubblicità sessista, sensibilizzando l’intero settore (professionisti, agenzie, aziende, fotografi, registi…), migliorando la produzione pubblicitaria italiana e influendo positivamente sul sistema dei media e sul clima nazionale.

Come Presidente dell’Art Directors Club Italiano, ti invito a firmare. Per una pubblicità meno sessista e più innovativa e rispettosa, firma adesso.

Il giornale “Internazionale” titola “American Apparel non ama le donne“. E quindi fa un collegamento tra l’atto di esporre foto di donne nude nello stesso luogo fisico di uomini vestiti come un atto di mancanza d’amore verso le donne, e quindi disprezzo verso esse.

In Svezia le associazioni dei consumatori hanno accusato di sessismo la catena di abbigliamento statunitense American Apparel per la sua pubblicità che mostra degli uomini sempre vestiti e sobri e delle donne svestite in atteggiamenti provocanti per promuovere lo stesso capo d’abbigliamento, pubblicizzato come unisex.

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Emelie Eriksson, una blogger di 24 anni, ha sollevato il problema postando le pubblicità femminili e maschili della casa di moda americana a confronto sul suo blog. Il suo post è stato letto da centomila persone e le associazioni per la tutela dei consumatori hanno chiesto alle autorità che vigilano sulle pubblicità di sanzionare American Apparel. Tuttavia le autorità svedesi hanno risposto che non è nella loro giurisdizione oscurare il sito della casa di moda, perché è in inglese e ha un dominio non registrato in Svezia.

“Le pubblicità di American Apparel sono assurde, è evidente che hanno un’immagine degradante della donna ed è incredibile che non ci siano critiche dure a questo tipo di pubblicità”, ha detto Eriksson a The Local, un giornale svedese in lingua inglese.


In sintesi, si sta chiedendo a molte donne,
le fotomodelle in primis, di sacrificare i loro desideri (guadagnare soldi facendo fotografare il proprio corpo per pubblicità). Ed è possibile obbligare un/a cittadino/a contro la propria volontà a non compiere certe azioni, ma questo obbligo deve essere giustificato. E poiché molte donne sono infastidite, e arrabbiate per questo sacrificio imposto, è evidente che serve giustificare. Un rappresentante della società in parlamento ha il dovere di dare spiegazioni a tutti i cittadini, soprattutto a quelli che devono rinunciare a qualcosa per conformarsi alle nuove regole introdotte.

C’è il caso in cui tutte le persone che producono foto da eliminare siano donne: la pubblicitaria, la fotografa, la make-up artist, la fotomodella.
Si potrebbe così dire che si proteggono le donne dalle azioni di alcune donne.

Una persona esterna alle persone che fanno queste dichiarazioni o che portano avanti queste propagande di idee, per non essere passiva ma razionale deve giudicare le affermazioni. Nessuno dei personaggi che si sono espressi a proposito delle immagini di donne e il concetto di oggettificazione ha spiegato e dimostrato come possa essere ritenuto vero e valido questo concetto. Però invece è stato ripetuto quotidianamente, per anni che è sbagliato (quello che si chiama “lavaggio del cervello” ma a fin di bene, secondo chi crede sia a fin di bene).
E tutti possono dire “dovete pagare più tasse perché se lo fate il mondo diventerà perfetto” oppure “dovete avere fede in dio perché se lo fate vivrete per sempre”.

Allora chi vuole capire, deve trovare  autonomamente dimostrazioni e spiegazioni. Ma oltre a un interesse in una comprensione personale, a livello politico è necessario che chi partecipa delle decisioni di una nazione comprenda ancora di più la validità di certi ragionamenti.
Su questa comprensione si può dire che il ministro per le pari opportunità Josefa Idem nel 2013 ha dichiarato «Sarebbe ora che su un problema così grave e incivile, si attivasse, non solo il settore pubblico, ma anche i privati. Come ministero siamo pronti ad accogliere i contributi delle tante aziende che, a loro volta, sono così pronte a carpire l’attenzione delle donne quando si parla di marketing, di vendere prodotti o servizi. Suggerisco infine un’altra bella idea per trovare risorse: prevedere elevate sanzioni pecuniarie per quelle pubblicità lesive della dignità e dell’immagine delle donne». «Oggi serve una scelta politica: più risorse ai centri anti violenza e alle case rifugio», ha aggiunto la presidente della Camera, Laura Boldrini. Se si decide di ottenere risorse economiche attraverso “elevate sanzioni pecuniarie per quelle pubblicità lesive della dignità e dell’immagine delle donne” si concentrerà l’attenzione nel cercare queste pubblicità, e si forzeranno anche le cose. Nel momento in cui ci sono interessi economici è possibile che nasca il desiderio di forzare le cose. E non è difficile forzarle dato che la verifica di certi concetti non è scientifica, ma basato soprattutto sulla percezione maggioritaria che può essere ottenuta con una continua ripetizione del concetto. Dunque, per agire in modo giusto, diventa necessaria una verifica scientifica oppure l’abbandono di tale possibilità.

Un cittadino esterno alle attività politiche, come possono essere un fotografo o una fotomodella o una persona che osserva le immagini pubblicitarie, per sapere distinguere la validità o l’invalidità di certe accuse, è necessario prima conoscere il significato di tutti i termini utilizzati.
Si parla di “limitare l’uso del corpo della donna”. Perché un certo “uso negativo”“offende le donne”, “sfrutta il loro corpo”, lo “svende”, è “sessista”, “alimenta la cultura della violenza”, “contribuisce ad alimentare gli stereotipi di genere e la percezione del corpo delle donne come oggetto da possedere” e quindi va sanzionato, e vanno invece premiati i “messaggi positivi”, “virtuosi”.

Si devono quindi analizzare i significati delle seguenti parole:

  1. Uso
  2. Oggetto/Donna-oggetto/Oggettificazione
  3. Strumentalizzazione
  4. Offesa
  5. Svendita
  6. Sessismo
  7. Violenza
  8. Stereotipo
  9. Possesso
  10. Positivo
  11. Virtuoso
  12. Dignità
  13. Degradante
  14. Pensiero unico
  15. Umiliante
  16. Subalterno

E i significati della seguente espressione:

  1. Mancanza d’amore per le donne o disprezzo per le donne


USO (del corpo)

Laura Boldrini, ha chiesto uno stop alle réclame che “usano le donne”.

Nell’assegnazione del premio ci sono molti concetti astratti che si prestano a interpretazioni, e tra le varie interpretazioni ci sono immagini che presentano nudità, pose, evocazioni che vengono etichettate come nemiche e quindi da escludere dal premio.

Per poter comprendere l’espressione “uso del corpo delle donne” bisogna rispondere a due domande

  1. Che cosa si intende per “usare”
  2. Che cosa si intende per “usare le donne”?

Alla parola usare nel dizionario si trova:

1 L’atto di servirsi di qlco. e il modo di questa utilizzazione SIN impiego, utilizzo: l’u. del computer; un buon, un cattivo u. del denaro || fare u., servirsi, adoperare, ricorrere

La parola servirsi somiglia alla parola servizio, come nell’espressione servizio a domicilio, oppure servito, come il pranzo è servito. Queste parole indicano l’ottenere qualcosa che si desidera, che si vuole, che produce un beneficio. Questo concetto è ulteriormente sottolineato da un’altra parola simile: usufruire.

usufruire:
1 Godere di usufrutto su qlco.: u. di un’abitazione
2 estens. Fare uso, avvalersi, godere di qlco.

La parola godere esprime un piacere, un sollievo per qualche cosa che si è ottenuto, perché ne si aveva bisogno o lo si desiderava.
Nel caso delle fotografie destinate alla pubblicità, l’ottenimento piacevole è principalmente il guadagno per chi produce le immagini e chi le utilizza per pubblicità e la stimolazione degli acquisti tramite le pubblicità, e poi altri ottenimenti psicologici, come il senso di competenza per essere riusciti a produrre un’immagine, e i vari complimenti che si ricevono nel caso venga apprezzata.

Per comprendere il problema dell’uso del corpo delle donne è necessario prima comprendere:
1. a cosa ci si riferisce con l’espressione “uso del corpo”
2. se realmente avvenga un “uso del corpo”
3. di chi sia il corpo “usato”.

VERIFICA DEL REALE AVVENIMENTO DELL’USO DEL CORPO IN FOTOGRAFIA

Le persone che utilizzano l’espressione “uso del corpo” nel giudicare negativamente immagini pubblicitarie danno per scontato che sia avvenuto un uso del corpo, e quindi aggiungano a questo dato di fato scontato un giudizio negativo. Ma non per il semplice fatto che si sta giudicando un qualcosa a cui una parola si riferisce, quel fatto è realmente avvenuto. Si può dire “X ha urlato con Y davanti ai suoi amici, e questo comportamento è sbagliato” ma l’aver pronunciato questa frase non implica che X abbia realmente urlato con Y.

Nel godere dell’aspetto altrui o nel far godere qualcuno dell’aspetto altrui attraverso un’immagine, c’è chi dice che agenzie pubblicitarie, fotografi e fotomodelle, usano il corpo delle donne e che questo è ingiusto.

Ma chi ascolta l’espressione “usare il corpo delle donne“, soprattutto un fotografo che scatta foto pubblicitarie a donne, può giudicarla ambigua perché indicherebbe sia una possibile passività sia una possibile attività nell’essere usate da parte delle donne, e allo stesso tempo indicherebbe una proprietà che tutti sanno di non avere ma che hanno soltanto le altre persone, cioè il possedere il corpo delle altre donne.
Infatti, se si cerca su google “usare il corpo” si trovano risultati come “Non usare il tuo corpo per attirare attenzioni, troverai solo persone disposte ad usarlo” oppure “Usare il tuo corpo per ottenere favori”. Quindi, da queste espressioni, si deve dedurre che in genere si può usare il proprio corpo, oppure si può usare il corpo altrui, ma non si può usare il corpo altrui attraverso l’uso del proprio corpo.

ERRORE LOGICO DEL PENSARE DI USARE DIRETTAMENTE IL CORPO DI UNA DONNA

Dato che si parla di corpo, che è un qualcosa che appartiene al mondo fisico, perché può essere misurato con grandezze fisiche, quali il peso, l’altezza, il volume, la temperatura, alle quali si possono assegnare valori numerici, non si può evitare di verificare ciò che accade nella realtà fisica per concludere che se il corpo del soggetto fotografato venga usato dai pubblicitari e dai fotografi, così anche per concludere se i corpi delle donne abbiano subito qualche azione spiacevole, invece che supporre che certe azioni sono sempre spiacevoli per tutte le donne, e che quindi ogni volta che si presentano le donne soffrono.

Quindi, considerando cosa accade durante e dopo un set fotografico a livello fisico si può dire che un fotografo usa il proprio corpo, nello specifico la propria capacità di muovere le mani, le gambe, gli occhi, per posizionarsi, osservare nel mirino, posizionare la fotocamera in modo che il sensore sia perpendicolare al soggetto, spingere i pulsanti per impostare i valori del diaframma, dei tempi di scatto, degli ISO, e scattare premendo il pulsante col dito, tutte azioni che senza queste pressioni fisiche sui pulsanti non potrebbero avvenire, oltre al proprio corpo usa indirettamente anche le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo del soggetto, indirettamente perché è la fotocamera che ne manipola il corso, e usa anche indirettamente la volontà del soggetto di far usare al fotografo le onde elettromagnetiche riflesse dal proprio corpo, elaborate dalla fotocamera per produrre una fotografia. Ma non usa il corpo del soggetto in modo diretto, quindi si può dire semplicemente senza specificare diretto indiretto che non usa il corpo del soggetto fotografato. Infatti, soltanto perché è un modo di dire diffuso si dice e si pensa che usi il corpo del soggetto, per semplificare questo processo complesso. Ma semplificando si può finire col confondere il termine usare con i termini “abusare” o “violentare”. A questo fraintendimento sono soggette le persone spaventate dalla possibilità degli altri di abusarle, che sono attente in cerca di indizi che mostrino un abuso, e lo trovano anche dove non c’è. Quindi l’unico corpo che usa il fotografo o la fotografa è il proprio.


C’è chi aggiunge il problema del ricevere soldi per l’uso delle foto, chiamando tale fenomeno ( mercificazione del corpo ) facendo confusione.

Affermando che una rivista non debba pubblicare le foto fatte o in uno studio o in una sfilata per guadagnare fama o soldi, perché questo significa usare il corpo delle donne, e il corpo delle donne non va usato. Ma perché aggiungere una retribuzione economica comporta questa enorme differenza?

I creatori di una rivista non usano direttamente il corpo delle donne, o di una certa donna, ma utilizzano direttamente le foto scattate a quel corpo, con lo scopo di stamparle su carta, aggiungendoci parole e segni grafici.

Così pensando  si confonde “il corpo” con “le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo”. Infatti, il fotografo usa le onde elettromagnetiche e non il corpo. Oppure quando fotografa dettagli del corpo dovrebbe farla a pezzi e vendere quei pezzi alle riviste. E quando la fotografa per intero, dovrebbe impacchettare tutta la persona senza vestiti, all’interno di una fotografia.

Una volta corretto questo errore linguistico, e chiarito che si parla di “uso dell’immagine del corpo di una donna”, e che l’uso indiretto della sua volontà (uso indiretto del corpo) non è condannabile, dato che è un processo che avviene ogni giorno nell’ambito del lavoro, si  deve deve passare ad analizzare le accuse nei confronti del modo in cui l’immagine di una donna viene usato, e non del mero uso della sua immagine.

SIGNIFICATO DELL’ESPRESSIONE “USO DEL CORPO DELLA DONNA”
Se con “uso del corpo” ci si riferisce all’uso in sé del corpo, si crea una disparità di giudizio nei confronti di tutti gli altri usi che non vengono giudicati negativi che esistono. Ogni giorno, infatti, si usa il proprio corpo.
Camminiamo, battiamo le dita sulla tastiera, lavoriamo, facciamo sesso per provare piacere, facciamo sport, e usiamo anche il nostro cervello che sta all’interno di quello che consideriamo essere il nostro corpo, ma non lo consideriamo negativo.
Dunque, chi cerca di capire perché quello che viene chiamato “uso del corpo delle donne” in pubblicità sia ritenuto negativo può ipotizzare che forse gli accusatori si riferiscano a un uso del corpo diverso dall’uso quotidiano del corpo, ad esempio l’uso del corpo altrui e non del proprio.
Ma, se questo fosse il tipo di uso del corpo criticato, si creerebbe di nuovo una disparità di giudizio, poiché ogni giorno chi fornisce un lavoro da fare a qualcuno in cambio di soldi usa indirettamente il corpo altrui per ottenere un beneficio. Per indirettamente si intende che si usa la volontà altrui di usare il proprio corpo.
E quindi, se considerassimo l’uso negativo in sé, si dovrebbe necessariamente considerare tutti gli usi del corpo come negativi.
Quindi, le due ipotesi sul senso in cui viene utilizzata l’espressione “uso del corpo delle donne”, ovvero uso del corpo in sé e uso del corpo altrui, si rivelano dei falsi problemi, e dunque si può procedere con l’ipotizzare che le persone si riferiscano all’uso “dell’immagine del corpo che rappresenta le donne” e non al corpo dei soggetti fotografati.

CRITICA AL MODO IN CUI VIENE USATA L’IMMAGINE DI UNA DONNA
Ci sono almeno due modi per usare il termine “immagine”. Riferendosi a:

  1. Le onde elettromagnetiche riflesse dal corpo delle donne fotografate quotidianamente nel mondo e visualizzate tramite un supporto (schermo, carta).
  2. L’immagine (immaginazione) mentale delle persone che hanno nei confronti delle donne.

Fondamentalmente si afferma che:

La frequenza dell’uso dell’immagine di corpi femminili sia eccessiva, o che l’uso di immagini di corpi femminili in un certo modo sia illegittima.

Secondo gli accusatori c’è abuso dell’immagine del corpo di qualcuno quando:

  1. si usa l’immagine del corpo di una donna per esaltare o decorare altre cose, come le merci.
  2. si usa l’immagine del corpo di una donna per rappresentare una persona sempre disponibile a soddisfare desideri (soprattutto sessuali).
  3. si usa l’immagine del corpo di una donna in un certo modo che è troppo frequente rispetto agli altri modi in cui si potrebbe usarla.
  4. si usa l’immagine del corpo di una donna in un modo in cui non si dovrebbe mai usare (donne nude accanto ad uomini vestiti).


C’è chi afferma che sia solo un fraintendimento quello di intendere che le persone critichino l’uso del proprio corpo nudo da parte delle donne, ma che in realtà si critichi solo l’uso in ambito commerciale. Ma ci sono molti esempi che smentiscono questa affermazione sull’andamento delle cose, e mostrano come in realtà non si critichi solo l’uso dell’immagine di un corpo femminile come decorazione di una merce o come rappresentazione di una donna sempre disponibile, e soltanto in pubblicità, ma che lo si fa anche dal vivo, per quanto riguarda performance che non hanno a che fare con l’accostamento a merci o che non rappresentano personaggi.
Ad esempio vengono criticati i motoraduni, poichè ci si inseriscono spogliarelli e varie performance che hanno a che fare con la nudità e la sessualità. Come è accaduto nella pagina “Femminismo” e nella pagina “Il maschilista di merda” che hanno criticato nelle loro pagine il Motoraduno “Ruotesfonde” del 2013, linkando l’evento e scrivendo “non so a voi, ma a me viene davvero lo schifo più profondo. leggete il volantino, più che un motoraduno sembra un bordello”.

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E tra i commenti c’è chi suggerisce che fare certe cose “dal vivo sia decisamente ancora più degradante” rispetto alle pubblicità.

Chi non percepisce automaticamente lo schifo che percepiscono le persone che criticano un evento del genere si chiedono perchè queste persone scelgono di giudicare pubblicamente un motoraduno gestito così e dire che sembra un bordello. Soprattutto considerando il fatto che sono pagine che sostengono la denominazione “troiofobia”, contro la soprressione della libertà sessuale delle donne. Lo stesso linguaggio infatti, in particarle “sembra un bordello”, usato da altre persone, sarebbe stato da loro stesse criticato. Questo dimostra come la razionalità sia poco usata in certi giudizi, e che si faccia due pesi e due misure.

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A volte chi si occupa di violenza, dall’essere gruppi di donne e persone disponibili sui territori per qualunque richiesta di aiuto, che deve venire da chi ne ha bisogno senza forzature, è diventato/a rieducatore/trice del sentire delle donne. Quelle che non percepiscono certi concetti devono essere rieducate, oppure i maschi non cambieranno mai se troveranno ancora donne in un certo modo. Si impone così una morale per cui ogni donna, a prescindere da quello che le piace o no, viene costretta a percepire come violenza perfino quello che le piace.

USO DELL’IMMAGINE DI QUALCUNO NELL’ESALTAZIONE O DECORAZIONE DI ALTRE COSE
Secondo alcune teorie l’immagine del corpo delle donne è abusata quando decora ed esalta qualcos’altro e quindi ad essere criticato è l’uso dell’immagine in quei casi e non in tutti i casi. E neanche la donna che fa foto amatoriali o professionali ma che non pubblicizzano una merce o che non rappresentano una donna sempre disponibile. Questo perché secondo alcuni la donna che gira in minigonna per strada non provoca violenza, così come le donne che condividono le proprie immagini di nudo nei social network o nei propri siti, e invece la donna in pubblicità la provoca.

La fotografa Anne Geddes sarebbe una grande oggettificatrice in base a questa teoria.

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Le conseguenze di questa teoria sono molte.
Lo stesso atto di appendere un calendario di nudo in camera può essere oggettificante, in base a questa teoria, perché l’immagine stampata della donna decora la stanza. Così come inserire delle immagini di donne nude su un sito web accanto ai nomi dei link perché decorano il sito. Allora, tutto ciò dovrebbe essere vietato dallo Stato o disprezzato dalla morale?

La stessa cosa accade con gli animali, ma degli animali il femminismo non si preoccupa che possano essere abusati in seguito alla visione di certe immagini.

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Qual’è la differenza tra una donna in pubblicità e nella vita reale?
Secondo i sostenitori della teoria dell’oggettificazione una donna che indossa la minigonna e cammina per strada, potrà essere seducente, ma non è una donna oggetto.
Perché una donna per essere definita “donna-oggetto” deve presentare le caratteristiche di:
proporsi come bene a disposizione dell’osservatore
decorare l’ambiente che ha attorno

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Una donna in pubblicità (sia fotografiche che video) viene definita in modo diverso da una donna nella vita reale, perché una donna in pubblicità si propone come “bene a disposizione”, e una donna che passeggia, o vive la sua vita in locali, uffici, case in gonna, vestita sexy non si propone come bene a disposizione.
Per comprendere questo concetto bisogna capire che cosa significhi “proporsi come bene a disposizione”, e verificare se effettivamente in pubblicità una donna si proponga come bene a disposizione.

Inoltre, una donna nella vita reale non usa la propria immagine per decorare l’ambiente che ha attorno, non decora né la strada, né le automobili, né ad altri prodotti, né altre persone e personaggi ritenuti più esperti e autorevoli di lei. In realtà, a volte una donna può essere pagata per uscire con l’uomo, e fargli fare bella figura, e quindi decorarlo.

Ma in genere usa la gonna per decorare il proprio corpo, e usa il proprio corpo per decorare la propria personalità. Quindi, secondo questa teoria il problema relativo alla violenza non è il nudo, né l’immagine della donna, ma il modo in cui l’immagine del corpo della donna viene mostrata che viene definito con degli aggettivi: oggettivata, subalterna, degradante e umiliante.
Questo è un giudizio politico sull’uso dell’immagine dei corpi e quindi la libertà individuale di veline, ballerine e modelle non può prevalere su qualcosa che riguarda la politica, e quindi il popolo.
Quindi, è l’uso della propria immagine al fine di abbellire qualcos’altro che alcuni ritengono sbagliato. Ma anche un testimonial (donna o uomo) decora ed esalta altre cose, ad esempio merci.

Ma che cosa significa rappresentare una donna “sempre” disponibile?
Una immagine non possiede la dimensione del tempo, perciò si può rappresentare il tempo con degli artefatti. Ad esempio inserendo nella stessa immagine più atti compiuti dalla stessa persona in modo da indicare momenti precisi di tempo diversi tra l’oro e lasciare all’osservatore il compito di immaginare ciò che accade prima e dopo gli atti visibili.
Per rappresentare una donna sempre disponibile come si fa?

SPECULAZIONE SULL’IMMAGINE DEL CORPO

Difficile comprendere che cosa significhi “speculare sui corpi” riferito alle immagini pubblicitarie o ai video televisivi. Se il termine “speculare” significa “comprare e vendere guadagnando sulla differenza dei prezzi”, oppure “approfittare” “fare profitto”, per quanto riguarda il guadagnare soldi bisognerebbe chiedersi perché guadagnare soldi attraverso l’immagine di corpi vestiti, oppure di cani, gatti sarebbe diverso dal guadagnare soldi attraverso immagini di corpi umani svestiti, soprattutto se femminili. Se è sbagliato guadagnare soldi attraverso immagini di corpi umani svestiti, dovrebbe essere sbagliato guadagnare soldi attraverso immagini di qualsiasi corpo, a meno che non ci sia una differenza tra corpi vestiti e svestiti, o tra esseri umani e animali. Qual’è questa differenza che chi giudica negativamente l’atto di guadagnare attraverso l’immagine del corpo non viene detto, viene dato per scontato. Per quanto riguarda “l’approfittarsi” ovvero “cercare un utile sfruttando senza scrupoli situazioni favorevoli” sicuramente le fotomodelle sfruttano la situazione favore di avere un aspetto conforme ai canoni, e di essere donne e quindi soggette a giudizio estetico, a differenza, in proporzione, degli uomini. Ma anche le fotomodelle che si fanno fotografare vestite sfruttano la corrispondenza del proprio aspetto con i canoni richiesti. Si tratta di trarre un utile a danno degli altri, bisognerebbe chiarire qual’è il danno che provoca agli altri. Forse il fatto che le ragazze considerate belle, e le persone di sesso femminile, possono ricevere certe opportunità economiche e gli altri no.

USO UNIDIREZIONALE DELL’IMMAGINE DEL CORPO DI UNA DONNA

Tutti i soggetti coinvolti, pubblicitario/a, fotografo/a e fotomodella, usano la fotocamera per ottenere ciò che vogliono, entrambi usano le onde elettromagnetiche per ottenere ciò che vogliono. C’è uno uso reciproco e non a senso unico, e indiretto e non diretto del corpo del soggetto. E una soddisfazione reciproca. Il piacere di sapere che altri provano piacere per lo stesso oggetto osservato, in questo caso le foto, il piacere di sentirsi stimati per le proprie caratteristiche estetiche e capacità creative, e il piacere di ricevere soldi con i quali soddisfare i propri bisogni e i propri desideri. Quindi usano indirettamente editori e riviste per arrivare a usare chi vede queste riviste. Senza i quali non esisterebbero riviste.

Esiste una differenza tra uso diretto uso indiretto.

Una volta compreso che non è il corpo ad essere usato, ma l’immagine del corpo, si può passare ad analizzare le altre accuse o aggravanti di sessismo tra uomo e donna, come il pensiero che il fotografo non fa usare l’immagine del proprio corpo, mentre la fotomodella fa usare l’immagine del proprio corpo diventano falsificate. Perché in realtà il fotografo non fa usare l’immagine del suo corpo. La fotomodella fa usare l’immagine del suo corpo.
Così come la fotomodella usa indirettamente la fotocamera che possiede il fotografo, la sua conoscenza della fotocamera, la sua conoscenza delle regole della percezione, il suo gusto, la sua capacità di muoversi, il suo tempo e usa direttamente la sua volontà a fotografarla per poter guadagnare soldi od ottenere vantaggi psicologici di altro tipo. In totale parità e reciprocità.

FREQUENZA DELL’USO DELL’IMMAGINE DEL CORPO DI UNA DONNA

ABUSO (dell’immagine del corpo)

C’è chi usa la parola “abuso” per dire che c’è un “abuso del corpo delle donne” o dell’immagine delle donne.
Abuso significa, eccessivo, illecito, improprio. Esprime quindi una critica molto diversa dalla critica che negativizza l’uso generico dell’immagine del corpo delle donne. Infatti la Boldrini propone di limitare questo uso, e quindi si può implicare che lo consideri un abuso. Poiché non si usa il corpo delle donne, ma l’immagine del corpo delle donne, si deve tradurre l’espressione con “abuso dell’immagine del corpo delle donne”.
Allora il problema sta nel capire dove sta l’eccesso di uso e perché si può considerare un eccesso, in base a quale parametro è un eccesso.
Rientra nel concetto di abuso, un utilizzo termine “uso” con valenza negativa.

La parola “uso” assume un significato molto negato si diventa “usata/o”. “Mi sento usata/o”, “è stata usata/o”. Essere usata/o come una ruota di scorta”. Indica una svalutazione dell’altro, dei suoi desideri, e bisogni.
Forse questa identificazione tra la parola “uso” e il concetto di mancanza di empatia porta a credere che ogni “uso” di una persona sia privo di empatia, e quindi da criticare, e impedire. Perciò l’uso dell’immagine del corpo delle donne sarebbe una mancanza di empatia nei confronti delle donne. Ed è questa identificazione tra il concetto di “uso” e “mancanza di empatia o mancanza di rispetto” che porta alla denigrazione di certe donne che attuano certi comportamenti sessuali. Denigrazione fatta con la parola “troia”. Per molti, una troia è una donna che si fa usare (senza empatia e senza rispetto).
Come può avvenire un uso dell’altro senza empatia e senza rispetto? attraverso l’inganno, attraverso la forza, attraverso l’alterazione mentale dell’altro con sostanze stupefacenti o alcoliche.

Dalla falsa credenza che il corpo venga usato nascono rappresentazioni di concetti rivolte a denunciare e accusare i produttori di oggettificazione.

  1. il corpo viene usato in modo passivo al soggetto, come senza consenso (senza chiedere il permesso)
  2. il corpo viene usato in modo separato dalla mente e della persona (oggettificazione)

Un sedere tagliato dal resto del corpo all’interno di una confezione in genere usata per distribuire carne da cottura con scritto “dirty market” ovvero “mercato sporco”. L’idea rappresentata è quella dell’espressione “pezzi di carne” di “le donne vengono trattate come pezzi di carne”.

CONFUSIONE TRA SCEGLIERE DI DARE PIACERE, SOTTOMETTERSI ED ESSERE ABUSATI

C’è una differenza tra dare piacere e sottomettersi? Se si, qual’è la differenza tra dare piacere e sottomettersi?
Compiacere significa “assecondare, condiscendere, fare piacere a qualcuno. soddisfare, accontentare.”

Per quanto riguarda le relazioni con gli altri molte persone spesso mettono in atto due tipi di comportamenti non produttivi con l’idea di creare qualcosa di positivo per sé.

Uno è quello di pretendere di cambiare gli altri, criticandoli, insultandoli, ricattandoli, aggredendoli, l’altro è quello di cercare di cambiare, o, meglio, di adattare se stessi alle esigenze degli altri tanto da rinnegare la propria personalità, i propri desideri, i propri bisogni e soffrirne.

Compiacere gli altri, se inteso come “comportarsi nel modo che si suppone ci renda piu’ graditi/e e si permetta di essere accettati/e e  amati/e dagli altri”, può non permettere di sentirsi sereni, ma provochi addirittura sofferenza, perché tesi nell’autocensurare qualcosa che impedisce di esprimersi a pieno e quindi di tirare fuori tutto il proprio valore e la peculiarità del proprio fascino in modo che si riceva un apprezzamento dovuto a una conoscenza reale e non falsificata. Ma questa è una possibilità, e non una conseguenza inevitabile e predeterminata.

E poiché, se si parla di giusto e sbagliato ci si riferisce alla sofferenza e al piacere nei confronti dei quali tutti fanno i conti, si può concludere che il compiacere si divida in due tipi: Quello in cui c’è sofferenza e quello in cui non c’è sofferenza. Infatti, se uno nel soddisfare la richiesta di qualcuno chiede qualcosa non prova sofferenza, non fa uno sbaglio o se nel cambiare qualcosa di sé non provoca sofferenza in sé stesso non c’è un problema. E quindi non c’è né pretesa autoritaria, né sottomissione.

Se così non fosse, ma fosse vero il pensiero semplicistico che afferma la sottomissione sia “fare ciò che vuole un altro”, a prescindere da ciò che provoca, tutto può essere interpretato come sottomissione, anche una madre che imbocca un bambino, anche qualcuno che aiuta qualcuno che gli chiede aiuto, e quindi sbagliato. Ma così non è.

Tuttavia, il lavoro della fotomodella comporta un guadagno e quindi una reciprocità. Lei da qualcosa e riceve qualcosa.
Scambiare le metafore per la realtà può avere conseguenze deleterie. Perché non equivalgono le foto e la realtà. Oppure sarebbe oggettificante la stessa pubblicità sociale che si propone di eliminare e criticare le fotografie in cui ci sono corpi o parti del corpo nude, e quindi sarebbe contraddittoria. Ma chi la crea sa che non è automaticamente oggettivante una foto così. Infatti deve aggiungere qualcosa. Come la confezione nella quale viene venduta la carne per alimentarsi. E il fatto che sia tagliata, come è tagliato il sedere contenuto da tale confezione. Elementi che nella realtà in cui qualcuno fotografa qualcun altro non ci sono.

E ci sono alcune ragazze che possono anche abusare della disponibilità del fotografo. Fingono di provare sentimenti per il fotografo e ottenere da lui fotografie gratuite, anche con una sorta di dovere poiché fidanzate con essi. Una ragazza che pretende con arroganza le foto scattatele per poterle usare e ottenere vantaggi grazie al desiderio degli altri di vedere il suo aspetto perché dovrebbe essere definita come oggettificata e sottomessa?

Il corpo di un singolo individuo femminile (il corpo di una donna) non appartiene a tutte le donne, cioè un’idea astratta con la quale si immagina tutta la somma degli esseri umani femminili sul pianeta terra, ma appartiene alla persona reale e non astratta che si sente viva in quel corpo.

E poiché in diritto, la proprietà è un diritto reale che ha per contenuto la facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento giuridico (art. 832 del codice civile italiano), dunque ad avere la possibilità di decidere come usare il proprio corpo e non gli altri. Gli altri hanno solo il diritto di usare la sua scelta di usare il suo corpo. Che si usi la scelta dell’altro di usare il proprio corpo e non direttamente il corpo dell’altro è dimostrato dal fatto che le persone che non vogliono farsi vedere non lo fanno neanche a pagarle oro, ad esempio quelle che si vergognano, o imbarazzano. Quindi, non si usa il corpo del soggetto fotografato, ma la sua scelta di far usare le onde elettromagnetiche riflesse dal proprio corpo.
Perciò, traducendo con questa concezione si dovrebbe dire “limitare l’uso della scelta di far usare il proprio corpo”.

Quindi, poiché nella realtà quando si parla di uso del proprio corpo non si pensa che si stia usando anche il corpo degli altri, viene naturale ipotizzare che chi usa l’espressione “il corpo delle donne” forse intende dire qualcos’altro di diverso rispetto al corpo della somma degli esseri umani femminili, ma cosa si intende dire?

Si può partire dal considerare che, c’è differenza tra dire: “Il corpo di una donna” e “il corpo della Donna” con la d maiuscola e singolare e “il corpo delle donne”.

Queste differenze sono:

  1. che il corpo viene oggettificato
  2. che la scelta dei contenuti, dello stile fotografico è dell’azienda, o di chi possiede i soldi e questo viene inteso come sinonimo di mancanza di libertà individuale

Dopo aver compreso che l’uso del corpo non è un male in sé, e che in fotografia non si usa il corpo del soggetto fotografato ma si usano le onde elettromagnetiche riflesse dal suo corpo e la sua libera volontà da farsi fotografare, è necessario comprendere cosa significa oggettificazione.

STRUMENTALIZZAZIONE
Il premio immagini amiche sul sito recita che intende valorizzare una comunicazione che non strumentalizzi le donne.
Tuttavia, per capire che cosa significhi ciò che i creatori del premio immagini amiche vogliono perseguire bisogna sapere a cosa certe parole si riferiscano nel mondo reale. “Strumentalizzare le donne” cosa significa? Qualcuno, analizzando in modo approfondito tale espressione può arrivare a delle conclusioni opposte rispetto a quelle di chi organizza un tale premio, e quindi a essere in disaccordo con l’etichettare nemiche certe immagini. Perciò, se non si vuole giungere a conclusioni arbitrarie e ingiuste, è necessario un procedimento comune per analizzare certe immagini, i cui passaggi siano spiegati e giustificati.

Uno sgabello utilizzato per raggiungere la marmellata inserita in alto nei cassetti della cucina è uno strumento, e quindi la materia che compone lo sgabello viene strumentalizzata. Così come le posate, i piatti, il letto, il personal computer.
Ma in questa interpretazione del concetto non c’è un valore negativo, e l’assenza di un valore negativo porta a dedurre che se esiste un valore negativo della parola, allora non è l’unico valore, ma esiste sia un valore positivo che uno negativo del termine.
Si tratta di comprendere cosa questa parola indichi quando è usata in modo negativo, tra le varie azioni che compiono gli esseri umani nei confronti degli altri esseri umani, e perché quelle azioni indicate dalla parola abbiano un valore negativo.

Per capire cosa significa, si può considerare che il concetto di strumentalizzazione ha delle comunanze con i concetti di “oggettificazione” e “mercificazione”. Ciò che viene oggettificato viene reso mezzo per ottenere un qualcosa, al di là della sensibilità umana, così come ciò che è mercificato viene reso mezzo per ottenere qualcosa. Ma ciò che è strumentalizzato non viene necessariamente reso merce. Si può quindi dire che le parole “strumentalizzazione” e “oggettificazione” indicano gli stessi eventi nel mondo reale.

ESSERE OGGETTIFICATI

Per affermare che queste immagini esterne, stampate o su monitor, siano negative si usa spesso il termine “oggettificazione”. Accusando chi le ha prodotte di non rispettare le donne.
Ma se un fotografo o una fotografa, o un soggetto fanno certe foto e affermano invece che il loro desiderio è quello di rispettare le donne, l’altro che giudica la foto oggettificante non riesce a capire, e ci vede una contraddizione. E può dire: “ciò che le tue immagini comunicano è contrario al rispetto della donna, e se tu vuoi essere uno che rispetta le donne, quelle foto sono l’ultima cosa che devi fare. Una donna nuda con le gambe aperte, o la figa aperta è l’ultima cosa che devi fotografare”. Dunque è necessario chiarire chi dei due abbia ragione. Per chiarire dove sta la verità è necessario verificare nella realtà.

Se si vuole conoscere la verità, non si può dare per scontato niente, perché ogni pensiero sulla realtà può essere vero o falso, dato che la caratteristica dei pensieri è che non sono la realtà e sono indipendenti dalla realtà, ma possono coincidere con essa e darne una rappresentazione fedele.
Quindi, chi afferma di essere oggettificata/o da una foto, per poter permettere a chi lo ascolta di crederci, deve dimostrare che quest’affermazione corrisponde alla realtà.

Procedendo alla scoperta della verità di un’affermazione del genere si deve considerare che per poter essere vera l’affermazione “sono oggettificata/o”, riferita alla visione di una foto fatta a un’altra persona, dovrebbero essere vere anche altre cose.
1. Per prima cosa dovrebbe essere vero che si può essere che l’oggettificazione esiste.
2. Più in particolare dovrebbe essere vero che si può essere oggettificati attraverso un evento che accade al di fuori del proprio ambiente percepito. Infatti, chi vede una foto fatta da un’altra persona a un’altra persona, e vista da altre persone, per arrivare a pensare di essere oggettificata deve prima pensare che in conseguenza all’esistenza di quella foto qualcosa possa accadere a sé stessi.
3. Inoltre, dovrebbe essere vero che la foto in questione abbia il potere di oggettificare.

Quindi, cercando un ordine con cui procedere, la prima azione che si dovrebbe compiere dovrebbe essere scoprire se l’oggettificazione esiste, perché se non esiste non avrebbe senso ricercare la verità del pensiero che si possa essere oggettificati attraverso la produzione di una foto fatta da altri, o che una certa foto che si vuole giudicare abbia il potere di oggettificare.
Se si scoprisse che l’oggettificazione esiste, allora si dovrebbe procedere con lo scoprire se si può essere oggettificati attraverso foto fatte da altri, e infine si dovrebbe scoprire se quella precisa foto che si vuole giudicare possiede le caratteristiche per oggettificare qualcuno.
Tuttavia per iniziare tutto il procedimento logico che porta alla conclusione sulla verità o falsità delle accuse rivolte a certe immagini, si deve prima sapere cos’è l’oggettificazione.

OGGETTIFICAZIONE

Cos’è l’oggettificazione?

Non è un concetto che tutti conoscono, e non è una parola usata da tutti quotidianamente. C’è chi infatti ricordandola malamente dice “oggettizzare” invece che “oggettificare”. Perciò è necessario spiegare cosa significhi.

Il filosofo Simone Regazzoni nel libro Pornosofia scrive: Per Lukacs la reificazione (dal latino res, “cosa”) è un processo in cui “un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere di cosalità” In altri termini, la reificazione sarebbe l’attribuzione del carattere di cosalità alle relazioni tra persone, la trasformazione degli altri o di sé in oggetti, in mere cose.”

Per comprendere quale cambiamento di relazione si descrive nell’usare la parola oggettificazione è necessario comprendere quali sono le caratteristiche che hanno gli oggetti ma che non hanno gli esseri umani.
Si può cercare di paragonare le persone alle cose e trovare le differenze. Le persone sono materia vivente e gli oggetti sono materia non vivente.

Gli scienziati distinsero i viventi dai non viventi. Solo i viventi fanno il ciclo vitale, un percorso che va dalla nascita alla morte. Le attività che i viventi svolgono si chiamano funzioni vitali. Tutti i viventi hanno bisogno innanzitutto di nutrirsi ma animali e vegetali non si nutrono allo stesso modo. I vegetali, al contrario degli altri animali, non hanno bisogno di mangiare un altro essere vivente ma grazie alla luce del sole, si fabbricano il cibo da soli. Tutti i viventi sono composti da cellule. Le cellule sono i componenti di base di tutte le strutture viventi. Alcuni organismi sono costituiti da singole cellule, come i batteri, altri da moltissime cellule, come noi umani. Richiedono energia. I sistemi viventi conseguono uno stato di organizzazione usando energia che estraggono dal loro ambiente. Anche molti sistemi fisici estraggono energia dall’ambiente, ma un sistema vivente si distingue per il fatto che utilizza l’energia per convertire il materiale tratto dall’ambiente in una forma che è caratteristica di se stesso. Questo processo è noto come metabolismo. Si riproducono. Tutti gli organismi viventi si riproducono in modo sessuato o asessuato. Mostrano ereditarietà. Gli organismi viventi ereditano tratti dagli “organismi-genitori” che li hanno creati. Questo meccanismo è chiamato ereditarietà. Rispondono all’ambiente. Tutti gli organismi viventi rispondono agli stimoli dell’ambiente in cui vivono. Mantengono l’omeostasi. Tutti gli esseri viventi mantengono uno stato di equilibrio interno. Questa caratteristica è chiamata omeostasi. Si evolvono e si adattano. Tutti gli organismi viventi si evolvono e si adattano al proprio ambiente.

FUNZIONAMENTO DELL’OGGETTIFICAZIONE
Poiché si pensa che ci sia una interdipendenza tra immagini esterne al proprio corpo (percepite) ed interne alla propria mente (pensate) si teme che la visione ripetuta di certe immagini esterne ritenute negative da alcune persone, ma non da altre, modifichi le immagini interneportando a comportamenti negativi.

LA DISTINZIONE TRA OGGETTO ED ESSERE UMANO

Ma gli essere umani non hanno la capacità di percepire attraverso i soli sensi l’esistenza di cellule, l’uso dell’energia che queste cellule fanno, le funzioni vitali di un organismo, perché queste conoscenze si possono ottenere solo attraverso l’uso di strumenti come i microscopi, eppure in una frazione di secondo sanno distinguere un essere vivente da un oggetto e dire “ciao! quanto tempo! come stai?”.

RICONOSCIMENTO VISIVO DEGLI OGGETTI
La percezione visiva nella specie umana riguarda stimoli complessi che sono riconosciuti attraverso un’interazione fra il risultato dell’analisi delle loro caratteristiche fisiche, da una parte, e le informazioni depositate in memoria, dall’altra. Il riconoscimento di un oggetto avviene attraverso il confronto (matching) fra lo stimolo esterno e la sua rappresentazione conservata nella memoria, ciò che vien detto traccia mnestica e in cui è associato il nome relativo all’oggetto riconosciuto.

La relazione tra la percezione e gli altri processi cognitivi nel riconoscimento di stimoli visivi viene studiata distinguendo vari stadi di elaborazione dell’informazione fisica presente nello stimolo in arrivo ai fotorecettori retinici. Nei primi stadi è compiuta un’analisi di tipo sensoriale, relativa alle caratteristiche fisiche dello stimolo (orientamento, frequenza spaziale, lunghezza d’onda, movimento). Questa analisi primaria permette di staccare la figura dallo sfondo, di distinguerla fisicamente dagli altri stimoli. L’identificazione avviene quando a ciascuna figura è assegnato un nome. Il nome non costituisce solo un’etichetta che serve a distinguere uno stimolo da un altro. A tal fine basterebbe denominare ciascuno stimolo con un numero scelto a caso. Il nome, invece, rimanda piuttosto a un reticolo di altri nomi che sono conservati in memoria e che denotano ciascuno il significato di questo stimolo.

Oltre a saper riconoscere le forme umane, riescono a riconoscere che questi umani sono vivi attraverso ciò che è visibile e udibile. Movimenti e rumori dei movimenti del corpo e suoni del linguaggio. Gli esseri umani si muovono e producono dei rumori muovendosi, ed emettono suoni quando parlano e gli oggetti invece sono immobili, quindi non producono rumori, e non parlano.

SENSO LETTERALE DI OGGETTIFICAZIONE COME AGNOSIA
Se si prende in modo letterale il concetto di oggettificazione il risultato è il parlare dell’agnosia. L’agnosia (dal greco a-gnosis, “non conoscere”) è un disturbo della percezione caratterizzato dal mancato riconoscimento di oggetti, persone, suoni, forme, odori già noti, in assenza di disturbi della memoria e in assenza di lesioni dei sistemi sensoriali elementari. Può presentarsi separatamente in relazione a ciascuno dei cinque sensi e per ogni senso sono riscontrabili diversi tipi di agnosia (prosopoagnosia, agnosia musicale, stereoagnosia o agnosia tattile, agnosia visuo-motoria, ecc.). In pratica, la persona affetta da agnosia può utilizzare una forchetta invece di un cucchiaio pensando di aver scelto il cucchiaio, oppure una scarpa al posto di una tazza o un temperino invece della matita. Spesso è associata a lesioni riguardanti aree posteriori del cervello. Varie forme di agnosia vengono descritte in alcuni saggi di Oliver Sacks.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è un saggio neurologico di Oliver Sacks, pubblicato per la prima volta a New York nel 1985. In esso l’autore racconta alcune sue esperienze cliniche di neurologo e descrive alcuni casi di pazienti con lesioni encefaliche di vario tipo, che hanno prodotto i comportamenti più dolorosi e imprevedibili.

Questo caso, considerato tanto importante dall’autore da spingerlo a intitolarvi tutto il saggio, narra del dottor P., «eminente musicista», che cominciò gradualmente a manifestare una progressiva incapacità di dare un significato a ciò che vedeva, ed a confondere tra di loro gli oggetti (e soprattutto le persone viventi) appartenenti alla sua vita quotidiana. Il titolo deriva proprio da una delle gaffes di questo paziente, che alla fine di un colloquio con il dottor Sacks confuse la testa di sua moglie con il suo cappello, e l’afferrò tentando di mettersela in testa.
Nella sua trattazione, Sacks sottolinea più volte come il dottor P. non avesse alcun deficit visivo, ed avesse anzi uno spirito di osservazione molto acuto: semplicemente, in lui era scomparsa la capacità di assegnare un significato visivo agli oggetti che vedeva attorno a sé, sebbene fosse in grado di riconoscerli utilizzando gli altri quattro sensi.

Mentre una persona che apprezza la sessualità di un’altra persona, e ne gode, anche quando è uno scambio monetario, non scambia nessuno per oggetto, rispetta i diritti di quella persona come qualsiasi altra persona vestita e verso la quale non prova alcuna attrazione. Non esiste un orifizio anale senza una persona, senza la sua volontà, la sua intelligenza, la sua memoria e quant’altro. quindi anche quando si fa sesso per il puro gusto di farlo, e senza legarsi affettivamente, conoscersi profondamente, diventare amici, e anche quando si paga per farlo, lo si fa comunque con una persona e si sa che lo si sta facendo con una persona. quando avviene uno stupro si ignora questa persona, ma si sa che è una persona. al massimo, metaforicamente si può dire che ci si comporta come se fosse solo un orifizio.

PARAGONE TRA DONNA E OGGETTO COME METAFORA
Una delle differenze tra esseri umani e cose è che non si possono violentare gli oggetti. Non hanno una volontà che può essere violata, e quindi non difendono questa volontà urlando, piangendo, scalciando o chiedendo aiuto. Invece chi violenta è consapevole di star violando la volontà di qualcuno e di faticare nel farlo, percepisce coni sensi urla, pianti, calci, e richiami d’aiuto. Perciò, il paragone tra donna e oggetto è un paragone debole.

Infatti bisogna specificare che la parola oggetto viene usata come metafora. La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») è una figura retorica, cioè un artificio in un discorso, volto a creare un particolare effetto, che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente, in una descrizione realistica occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui “essenza” o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Dunque ciò che si afferma non è realmente così, ma si può immaginare che sia così, e che sia una metafora è ulteriormente dimostrato dal fatto che in fisica non si possono trasformare esseri umani in oggetti se non uccidendoli.

Infatti, chi parla agli oggetti viene considerato “matto”, e nessuno direbbe “ciao” quanto tempo! come stai?” a un palo della luce. Dunque, questo dimostra che quando si parla di oggettificazione non si sta parlando di un fenomeno fisico, e che quando si dice che il corpo di una donna è oggettificato si aggiunge un’altra metafora alla parola metaforica “oggettificazione”, perché non è il corpo di una donna fotografata che viene oggettificato, ma è la relazione. Quindi non donna-oggetto ma relazione-oggetto, cioè strumentale.

E inoltre anche se ci si riferisce alla visione dell’osservatore anche in quel caso si usa la parola oggettificazione come una metafora, oppure l’osservatore sarebbe affetto da schizofrenia perché scambierebbe un essere umano con un oggetto come può essere un porta cd, una bottiglia, un caricabatterie, senza accorgersi che respira, si muove, e soffre.

SIGNIFICATO MATERIALE DEL TERMINE OGGETTIFICAZIONE
In sintesi, c’è oggettificazione quando si ignora la volontà contraria altrui nell’usare il suo corpo o si inganna la sua volontà facendogli credere che sta vivendo un’esperienza diversa da quella reale (dichiarare di essere innamorati) per avere l’opportunità di usare il suo corpo tramite la sua scelta volontaria.

ESISTENZA DELL’OGGETTIFICAZIONE

Quindi, una volta scartati dei significati insensati al termine “oggettificazione” e compreso il reale significato del termine “oggettificazione”, in base a questa definizione si può identificare l’oggettificazione in alcune vicende della vita, e quindi affermare che esiste. C’è oggettificazione nello stupro, o nel ricatto, cioè la costrizione attraverso violenza o minaccia, a far fare o a non far fare qualche atto a qualcuno al fine di trarne un ingiusto profitto con altrui danno. Ed entrambi gli atti giudicabili oggettificanti sono reati.
Quando un/una datore/datrice di lavoro pretende dal proprio dipendente comportamenti che non rispettano la sua umanità, e quindi le caratteristiche umane come la fallibilità, il bisogno di riposarsi, di non sentirsi umiliato, perseguitato, reso inferiore lo sta oggettificando.

Un esempio di estrema oggettificazione può essere rappresentata da un fatto di cronaca. Ad esempio nell’Aprile 2013, un macellaio è stato arrestato con l’accusa di aver ucciso, fatto a pezzi e messo in vendita la carne di sua moglie nel banco della sua macelleria in Egitto spacciandola per agnello.

Un cliente si è insospettito dalla carne e ha chiamato la polizia chiedendo che fossero fatti i rilievi che hanno poi confermato che si trattasse di carne umana, l’uomo poi ha confessato. Il movente? La moglie continuava a disobbedirgli.
Le oggettificazioni possono essere catalogate per grado di intensità dei danni che procurano. L’omicidio è l’oggettificazione più grave poiché annulla la volontà altrui, poi lo stupro che ignora la volontà altrui e in alcuni casi viene fatto con il godimento del non rispettare la volontà altrui, il ricatto che ignora la sensibilità e i bisogni altrui, e la pretesa che l’altro funzioni come qualsiasi strumento quotidiano e non come un essere umano, che ha la caratteristica di soffrire, distrarre l’attenzione, fallire, aver bisogno di riposo dalla fatica fisica, di poter riprovare a compiere la stessa azione, di sentirsi accettato e nel giusto, ad esempio una macchina, un computer, che si piegano alla volontà dell’umano che li usa, un funzionamento che può avere diversi scopi, come il far guadagnare l’azienda in cui lavora, o il soddisfare le necessità del partner, dal parlare come vuole l’altro, ad esempio vestirsi come vuole l’altro, pensare ciò che vuole l’altro, fare sesso come vuole l’altro.

Una volta stabilito che si può essere oggettificati dalle altre persone, bisogna capire se questo può accadere anche nella produzione o nella visione di fotografie di persone nude o in atti che rimandano al sesso. Per capirlo si possono considerare le spiegazioni che le persone danno riguardo al proprio giudizio sulle immagine in cui identificano la presenza di oggettificazione.

SENTIRSI OGGETTIFICATI

Una falsa prova usata da molte persone per dimostrare la presenza di oggettificazione in una fotografia è quella dell’esprimere un sentimento chiamandolo “oggettificazione”.
Molte persone affermano “mi sono sentita/o oggettificata/o” guardando quella foto. E da questa affermazione fanno seguire “poiché mi sento oggettificata, allora quell’immagine è oggettificante”.
Affermare, di sentirsi oggettificati, può non essere considerato un errore da molte persone, eppure a una analisi di ciò che realmente significa questa affermazione si giunge alla conclusione che è il risultato di uno scambiare emozioni con pensieri, perché l’oggettificazione non è un’emozione, ma un pensiero, si pensa di essere oggettificati e poi si prova un’emozione negativa, non ci si sente oggettificati.

Una comune fonte di confusione provocata dal linguaggio abituale è l’utilizzo della parola “sentire” fatto senza in realtà esprimere un sentimento, ma con la credenza che si stia realmente esprimendo un sentimento. Ad esempio, nella frase “mi sento di non aver fatto un buon affare” le parole “mi sento” potrebbero essere sostituite, con maggior precisione, da “penso”. In generale, i sentimenti non sono espressi in modo chiaro quando il verbo sentire è seguito da parole quali “che”, “come”, “come se”. Ad esempio “sento che dovresti saperne di più”. “Sento di essere un fallimento”. “Mi sento come se vivessi con un muro”.

Dietro a una parola che indica un sentimento come “sento” si nasconde quindi un pensiero che diventa invisibile a chi pronuncia qualcosa su ciò che sente, a causa del fatto che la propria attenzione è incentrata sulla parola sentire e illusa che si stia parlando di sentire. Questa confusione provoca una interpretazione non corrispondente alla realtà, e di conseguenza comportamenti non corrispondenti alla realtà. Quindi, se si vuole essere in sintonia con la realtà si deve distinguere le parole che esprimono dei sentimenti veri e propri e le parole che esprimo quello che pensiamo di essere, o che ci stia accadendo.

 

Il motivo per cui una persona penserebbe di essere oggettificata a causa di una foto fatta a un’altra persona, è che questa persona pensa che essendo della stessa specie, o dello stesso sesso, del soggetto fotografato, e che la persona che osserva la fotografia prodotta attraverso un altro essere umano, incriminata di essere oggettificante

E quindi non si può generalizzare sui rapporti sessuali poiché si usa il corpo altrui. Oppure, per il semplice fatto che c’è un uso del corpo ogni rapporto sessuale ma anche psicosessuale (e quindi sentimentale) sarebbe oggettificante, perché senza l’uso e la concentrazione sul corpo non ci sarebbe libido.

L’uso oggettuale del corpo, ovvero fatto concentrandosi sulle sue caratteristiche fisiche viene fatto autonomamente da moltissime ragazze. Nel body painting, e nei tatuaggi si usa il corpo per mostrare dei disegni colorati o non colorati.

Si potrebbe trovare una somiglianza nel rapporto con gli oggetti nel fatto che sulle superfici inorganiche si dipinge, o si disegna, o ci si stampa qualcosa proprio perché non soffrono questi materiali. farsi tatuaggi provoca dolori, bruciori, che fanno anche piangere e ai quali bisogna resistere stando per fermi per poterli fare. cosa che una fotografia non fa, perché non agisce sul corpo, ma sulla luce riflessa da un corpo.Un pennello sfiora il corpo e ci lascia sopra delle sostanze, un ago per tatuaggi buca il corpo e lascia dentro le ferite della pelle delle sostanze, ritardando la cicatrizzazione con sostanze particolari. Oppure farsi mettere un piercing. Cioè forare alcune parti superficiali del corpo allo scopo di introdurre oggetti in metallo (talvolta ornati con pietre preziose), osso, pietra o altro materiale. Ma questo tipo di azione non viene accusato di creare la donna oggetto. Le immagini che accusano di creare la donna oggetto hanno una caratteristica differente. C’è il sesso oppure i soldi.

Allo stesso modo in cui certe ragazze chiedono a qualcuno di farsi tatuare sul corpo, o inserire nella pelle del corpo i piercing, chiedono a qualcuno di farsi fotografare il corpo.

Ancora più corrispondente al concetto di usare il corpo senza curarsi della sua sofferenza come fosse un oggetto insensibile, , è la body modification, che consiste nell’usare ganci per appendersi. C’è chi lo fa per puro e semplice divertimento e chi per scaricare lo stress. Ci sono anche motivazioni più profonde, ovviamente, come la ricerca di un contatto più diretto con la propria corporeità e i propri limiti, compreso quello del dolore. E poi ci sono quelli che lo fanno semplicemente per dimostrare a se stessi o agli altri che sono in grado di farlo. In ogni caso la volontà di farlo c’è. E quindi non c’è oggettificazione.

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Michele Köbke, la ragazza che vuole il punto vita più stretto al mondo
“Non si capisce come mai Michele Köbke, una giovane berlinese di 24 anni, sia così tanto votata al restringimento straordinario del suo punto vita. Fatto è che da tre anni sottopone il suo fisico a delle tecniche di contrazione assurde, che hanno ridotto la sua circonferenza dai 64 centimetri iniziali alla misura surreale dei 40, in barba ai consigli medici che avvertono che a lungo andare potrebbe riscontrare seri danni alla salute.

Ma non è ancora soddisfatta la ragazza, e giorno e notte continua a fasciare il suo busto con corsetti sempre più stretti, affinchè possa scalzare dal podio del Guinnes dei primati l’americana Cathie Jung, che ha già raggiunto da tempo la circonferenza dei 38 centimetri.

Nemmeno la Barbie, di cui è stata studiata l’anatomia mostruosa di cui godrebbe se fosse vera, arriva a tanto: la circonferenza vita della bambola più ‘invidiata’ del mondo misurerebbe, infatti, 46 cm: troppo per la ragazza tedesca, che, con fierezza, esibisce su Facebook il risultato dei suoi sforzi.“

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“La tradizione kantiana in etica sostiene che gli esseri umani non devono essere trattati solo come “mezzi/cose” ma anche come “fini”. Io affermo provocatoriamente che gli esseri umani debbano essere trattati come “cose”, nel senso che devono essere rispettati come spesso – ormai – sono rispettate solo le cose: libri, reti e mezzi informatici, bandiere, dipinti, opere d’arte, sistemi ecologici, culture, istituzioni, che oggigiorno sono trattati come se avessero valore (morale) intrinseco”.

IPOTESI DEL MESSAGGIO DEL MONDO IMMAGINARIO CHE RAPPRESENTA L’IMMAGINE
Non è molto credibile che una immagine pubblicitaria abbia in sé un messaggio relativo alle donne, e non relativo alle merci o ai bisogni dei possibili consumatori, e che quindi invii questo messaggio sulle donne a chi la vede.
Questo messaggio ipotizzato sarebbe che nel mondo fantastico e inesistente dell’immagine quei corpi che danno l’illusione di un auto significhino “in questo mondo di fantasia gli oggetti e le persone (o esclusivamente le donne) non hanno differenze, e dunque possono essere trattati nel modo in cui si vede nell’immagine”.
Ma poiché è difficile immaginare che gli scopi di una pubblicità siano quelli di informare chi la vede che nel mondo inventato e realizzato da un team di persone “oggetti e persone”. Inviare questa informazione infatti ai possibili consumatori, è totalmente inutile ai profitti dell’impresa.
In ogni caso, se anche, per qualche motivo sconosciuto, fosse questo lo scopo dell’azienda, presentare un mondo irreale non è in sé un male. Questo forse lo credevano gli antichi, che essendo superstiziosi e credendo nella magia avevano paura che le immagini potessero avere effetti fisici sulla realtà. Ma non lo può credere un essere umano che vive nel 2013, circondato da tecnologie e saperi scientifici. Si crede che l’immagine affermi, nel mondo reale le donne sono come in quest’immagine, e le regole di quest’immagine valgono anche per il mondo reale. Si confonde fantasia con realtà.

CONCENTRAZIONE SULLA FORMA DEL CORPO ED ESCLUSIONE DEL CONTENUTO MENTALE
Quando si parla di oggettificazione in fotografia si fa spesso delle analogie. Con il manichino, la bambola, bambola gonfiabile o di silicone, il burattino e la marionetta.

Si mette in contrapposizione il concetto di “persona” al concetto di “manichino” e “bambola”, perché questi oggetti hanno una forma umana ma non hanno vita.

Il burattino è un tipo di pupazzo con il corpo di pezza e la testa di legno o altro materiale, che compare in scena a mezzo busto, mosso dal basso, dalla mano del burattinaio, che lo infila come un guanto. Il burattino va distinto dalla marionetta, tipo di pupazzo, in legno o altro materiale, che compare in scena a corpo intero ed è solitamente mosso dall’alto tramite dei fili.

mano e burattino

Molte persone credono che debba esserci un divieto di concentrarsi sulla forma di un essere umano escludendo il contenuto mentale. Il contenuto mentale di una persona non è percepibile, possiamo percepire il suo corpo e i suoni che produce con le corde vocali. Quindi tutti vivono la mente altrui attraverso delle interpretazioni, ma non la conoscono mai direttamente. In una fotografia mancano delle caratteristiche che nella realtà abitualmente si esperiscono. I suoni, e il tempo. Attraverso la parola gli esseri umani comunicano ciò che sentono e pensano, in un arco di tempo. Quindi, la fotografia parte come un supporto che elimina delle caratteristiche utili alla conoscenza del contenuto mentale di un essere umano. Per poter conoscere la mente della persona vista in foto rimane l’espressione del viso, e le simbologie attraverso il contesto. Ci si può disinteressare dell’espressione del viso come del contesto, e concentrarsi sull’immagine del corpo della persona rappresentata in una fotografia.

 

OFFESA

Lou Marinoff nel suo libro Plato, not Prozac! tradotto in Italia con “Platone è meglio del Prozac”:

“Ho lavorato filosoficamente con Vincent per definire la differenza tra offesa e nocumento. Se qualcuno o qualcosa ci fa del male – se, per esempio, produce una lesione fisica a dispetto della tua volontà – non sei corresponsabile del danno subito. Il principio formulato in merito da John Stuart Mill suona che l’unico scopo in vista del quale la forza possa essere esercitata su un membro di una comunità civilizzata legittimamente e contro la sua volontà, è quello di prevenire danni ad altri”. Ma l’offesa è qualcosa d’altro. Se qualcuno o qualcosa ci offende – cioè in qualche modo ci insulta – siamo senza dubbio corresponsabili. Perché? Perché ci si è offesi. Si può essere danneggiati da qualcosa come un urto fisico, ma sei parte attiva nel sentirti offeso da qualcosa come un dipinto. Rammenta i botta e risposta:
“Spiacente, non l’ho fatto apposta.”
“Lei è perfettamente scusato.”
Cortesie del genere sono state rese obsolete da una cultura della sbadataggine, che ha permesso che l’offesa venisse confusa con una lesione fisica. Marco Aurelio conosceva la differenza già nel secondo secolo, ma la nostra progredita cultura l’ha dimenticata. Oggi capita che le persone si offendano, e poi accusino altri di aver fatto loro del male, e il sistema avalla questo atteggiamento con metodi che minano le libertà individuali. Peggio ancora, il sistema rafforza questa confusione risarcendo finanziariamente le persone per essersi sentite offese.”

CORRELAZIONE TRA VISIONE DELLE IMMAGINI E VIOLENZE O FEMMINICIDI

In genere una persona che crede nell’esistenza del concetto di donna-oggetto e crede che sia molto frequente pensa trova una dimostrazione del suo pensiero nell’espressione “La storia della donna oggetto è reale,e ne sono prova stupri e femminicidi, che avvengono perché si pensa che la donna ci appartenga,che sia di nostra proprietà come un oggetto.”

Tuttavia, chi fa questo tipo di ragionamento omette una parte importante del ragionamento, cioè la dimostrazione che la prova portata a favore della tesi che qualcosa sia vero sia vera anche essa.
Hai detto “X è vero. La prova per questa affermazione è che Y esiste”.
X ed Y possono non avere nessuna relazione e quindi si può anche dire sostituendo a X l’espressione “donna-oggetto” e ad Y l’espressione “Ananas” e il risultato sarebbe “La donna oggetto è vera, perché esiste l’Ananas”. Quest’affermazione verrebbe subito rigettata perché la non correlazione tra i due elementi è evidente. Forse perché se ne senta palrare tantissimo, e infatti metti in contrapposizione il fatto che “non hai mai sentito parlare di persone che vedono l’immagine di una bambola fatta a pezzi” e l’infanticidio e invece hai sentito parlare della relazione tra donna-oggetto con gli stupri e i femminicidi.
Ma nel caso in cui invece si usa “stupri” e “femminicidi” non viene rigettata perché in generale si da per scontato che essi abbiano una relazione di causa-effetto con la donna-oggetto. Ma questo va dimostrato con delle spiegazioni.
La relazione tra l’esistenza di stupri e femminicidi con la donna oggetto non può essere data per scontata, e quindi non può essere utilizzata come prova dell’affermazione che la donna-oggetto è un problema reale. Si deve prima provare che c’è una relazione tra il concetto di donna-oggetto e gli stupri e i femminicidi, e poi affermare che questa relazione prova la realtà della donna oggetto. Se leggi i discorsi fatti nei media. Né Napolitano, né la Boldrini, né la Carfagna, né nessun altro politico che ha parlato del pericolo della donna-oggetto, hanno mai spiegato come fosse possibile la relazione tra una immagine con uno stupro e un femminicidio, lo hanno semplicemente assunto come vero e come base sulla quale partire.

non è il provocare eccitazione che produce direttamente violenza, ma sono certi atteggiamenti aggressivi e manipolatori nei confronti di chi recepisce la provocazione sessuale.

può capitare che in discoteca una ragazza si tiri su o giù la maglietta in modo da lasciare visibile il reggiseno, e a volte con dei movimenti bruschi fatti ballando si possano vedere porzioni di capezzoli. magari unendo a ciò sorrisi e sguardi verso maschi, se uno si avvicina a ballare accanto per vedere se la ragazza ci sta a baciare, strusciare, farsi toccare e poi magari appartarsi per fare sesso, e la ragazza risponde con una gomitata allo stomaco, o una spinta, e un urlo con un’espressione arrabbiata e aggressiva, la risposta è molto contraddittoria e strana. Questo può indispettire il ragazzo che se tendenzialmente violento o ubriaco o drogato può reagire in modo aggressivo difendendosi.
Inoltre, perché ci deve essere un terzo esterno a proteggere una ragazza da possibili conseguenze su sé stessa di suoi comportamenti, e non può essere la ragazza stessa a scegliere se rischiare mostrando nudità?
Si ha paura che la visione di donne sessualmente disponibili porti a pensare che le donne che si incontrano nella realtà siano disponibili sessualmente in modo perenne, ma questo sarebbe un sintomo di nevrosi, e inoltre non giustifichere gli stupri. Se si pensa che una donna sia sessualmente disponibile non si può pensare di stuprarla. Si stupra se non è sessualmente disponibile.

Affermare che è necessario eliminare corpi scoperti, o pose e sguardi sensuali per ridurre le molestie e le violenze equivale ad affermare che chi scopre il proprio corpo, o si pone in modo sensuale produce le violenze che può subire.

Riguardo l’abbigliamento, poiché è qualcosa che si vede, rientrano anche le fotografie, il modo in cui si sono fatte, e il contesto in cui sono state pubblicate.

Poiché esiste la causalità, cioè una relazione di dipendenza tra un evento attuale o futuro e un evento precedente nel tempo, le persone fanno collegamenti tra eventi diversi tra loro, e nel considerare l’esposizione del corpo nelle sue varie forme (abbigliamento provocante, fotografie) il passaggio dall’esposizione del corpo a uno stupro nel futuro sia automatico e sicuro, o quasi sicuro.

In base a questa credenza, poiché sapere è potere, molte persone arrivano alla conclusione che il vivere molestie, e violenze,  o è una scelta della ragazza, sebbene non un desiderio apprezzato, o è un dovere morale mancato, cioè essere intelligenti, e quindi fare collegamenti corretti tra cause ed effetti, o è disattenzione, e quindi un dovere mancato, e quindi si merita una sofferenza per i doveri inadempiuti, e inoltre la punizione è utile perché probabilmente il vivere una situazione di sofferenza potrà farle imparare, cioè acquisire e modificare le proprie conoscenze, valori, e preferenze, quindi i comportamenti, riguardo all’abbigliamento e alla sessualità, e portarla a prevedere il futuro e prevenire molestie e stupri.

Questa credenza è la stessa che viene usata quotidianamente per giudicare tante altre situazioni pericolose.

Se una persona si reca nel Bronx con una maglietta su cui è scritta una frase che inneggia all’odio razziale nei confronti degli afroamericani, gli afroamericani reagiranno, o poiché è risaputo che sono aggressivi nel Bronx, è prevedibile questa reazione ed evitabile attraverso l’inibizione del comportamento di andare nel Bronx con una maglietta del genere.

Così come chi fuma, poiché è risaputo che il fumo “nuoce gravemente alla salute” è prevedibile un tumore ed evitabile tramite l’inibizione del comportamento, cioè il fumare.

O una ragazza che si ubriaca a un rave party, e perdendo la possibilità di controllarsi o difendersi, viene stuprata.

Per poter affermare che ci sia un collegamento tra l’aspetto, fatto di abbigliamento, cosmesi, stile di capelli e le molestie, lo stalking e lo stupro bisognerebbe verificare se le donne molestate e stuprate sono quelle che si vestono in modo da lasciare scoperte le zone più erotiche del corpo, oppure se invece non hanno niente a che fare con questo tipo di ragazze, e anche in che quantità siano quelle che usano un abbigliamento provocante e quante quelle che invece usano un abbigliamento morigerato.

Tuttavia, per falsificare l’assolutezza della teoria della colpa, è sufficiente un solo contro esempio a questa credenza, ed è che in spiaggia si sta in bikini, ma non per questo avvengono quotidianamente stupri durante l’estate.

In reazione al concetto di “gli sta bene, se l’è cercata” ci sono ragazze che protestano contro il concetto di colpa nell’agire in un modo in cui, in una società pericolosa, potrebbero provocare molestie, violenze e stupri, fotografandosi seminude con cartelli con su scritto: “Non cambieremo il nostro modo di vestire perché è più conveniente per la vostra mancanza di auto controllo. La colpa è degli stupratori non delle vittime!”.

Tuttavia, alcune femministe, nonostante critichino chi le invita a coprirsi per evitare molestie e stupri, favoriscono leggi e azioni sociali (premio immagini amiche, Boldrini) che portano a esporre soltanto immagini di corpi coperti. Questa è una contraddizione che indebolisce sia la protesta per rimanere scoperte, che la protesta per far coprire.  Questa contraddizione è uno dei motivi per il concetto di colpa si diffonde, e oltre alle molestie, e le violenze si aggiunge la sofferenza per il disprezzo sociale.

Se siamo d’accordo nel ritenere che i cittadini di un Paese civile non sono l’effetto del caso, bensì il frutto di un processo educativo, dobbiamo riconoscere che nessun processo formativo ha accompagnato questo potente cambiamento. La scuola, che avrebbe potuto e dovuto fornire percorsi di educazione alla relazione e alla sessualità, veniva sistematicamente resa sempre più impotente, l’altro importante agente di socializzazione, la televisione, agiva da indiscussa proponitrice di divertimento e abitudine al pensiero superficiale e al non ascolto delle emozioni negative. Piuttosto che pensare che gli uomini siano incapaci di accettare la libertà delle donne che li hanno amati sia dovuto a un loro pensarle come oggetti da possedere, o una supremazia naturale del genere maschile su quello femminile che facendosi forza attraverso relazioni e dispositivi culturali ha creato una mentalità e una società patriarcale e maschilista, causata dalla visione ripetuta del loro corpo, è necessario capire che molte violenze nascono dalla dipendenza dall’altro, dipendenza che esiste grazie a una personalità infantile, caratterizzata dalla mancanza di autonomia. Personalità che automaticamente si crea nei primi anni di vita, e che è protratta a causa dell’iperprotettività delle società industrializzate, oltre che da culture che esalta la dipendenza affettiva, il possesso nelle relazioni come dimostrazione di amore, la gelosia come dimostrazione d’amore.

Giulio Cesare Giacobbe nel suo libro “Alla ricerca delle coccole perdute” scrive:

“L’adulto è un bambino che ha imparato a procurarsi il cibo da solo, a difendersi da solo, a sopravvivere da solo, a dominare da solo l’ambiente reale e non più soltanto quello del gioco.

Elenca gli aspetti positivi dell’adulto

“domina il suo territorio, la libertà è il suo valore primario, ha sicurezza in sé stesso, sopporta il disagio, non dipende da nessuno, non ha bisogno dell’approvazione degli altri, ha una stima illimitata di sé, non ha paure immaginarie, non ha né aspettative né rifiuti, accetta la realtà com’è e vi si adatta, si gode la vita

è un cacciatore di piaceri, non gli interessa il possesso, ma l’uso, non chiede mai, prende quello che vuole,

è capace di amicizia (collaborazione, aiuto), ha una grande capacità di vita sociale”

In altri casi è dovuta a frustrazioni causate da precedenti colpevolizzazioni alla propria intimità sessuale, che provocando rabbie represse per anni si liberano improvvisamente. E tanti altri motivi, diversi dall’aspetto estetico, cioè abbigliamento e cosmesi.

Dunque, invece di far coprire le ragazze per strada, sui social network, in tv, o sui manifesti pubblicitari serve potenziare la scuola, dare agli insegnanti gli strumenti adeguati per educare i ragazzi alla relazione, ad ascoltare la frustrazione della perdita, dell’insoddisfazione, senza reagire con rabbia. Censurare la possibilità di godere della visione dei corpi, mostrandoli o vedendoli, incentiva a relegarla in ambito privato e segreto, e quindi all’insoddisfazione e quindi al possesso di una persona, perché il possesso da la sensazione di avere la sicurezza della soddisfazione.

C’è stata una polemica in Spagna perché nella Tve, televisione di Stato, si manda in onda una trasmissione di consigli ai genitori su come insegnare alle figlie a vestirsi in modo da non provocare, con suggerimenti per non fare girare le figlie troppo svestite, per insegnare la dignità e a vestirsi in modo non provocatorio.
Nel passaggio televisivo, trasmesso alle 3 del pomeriggio, parla una madre che pensa quasi di investirsi in una missione perché ritiene che in questa epoca bisogna insegnar tutto. Infine l’invito a non esprimere con l’abbigliamento la propria sessualità.
Tutto ciò si realizza in una nazione che dopo la vittoria del PP al governo sta riportando indietro la legge sull’aborto di 28 anni e l’influenza culturale che si avverte sembra essere giusto quella della trasmissione moralista.
Se quello che si insegna alle ragazze è di non provocare quante volte saranno criminalizzate quando subiranno una molestia o uno stupro?
Ci potrebbe essere un collegamento sul successo nelle campagne per ricoprire i corpi delle donne nelle pubblicità. Una variante del moralismo visibile in Spagna, il dire che lo si fa per le donne è un modo per fargli piacere qualcosa qualcosa che diversamente non piacerebbe proprio per niente alle donne. Il non poter esprimere la propria sensualità e sessualità.

qui il video: http://www.publico.es/455359/tve-explica-como-vestir-a-las-hijas-con-decoro-para-que-no-provoquen

Concita De Gregorio scrive: “La realtà virtuale lo consente, ed è talmente efficace da essere stata adottata come terapia nei corsi di riabilitazione per persone violente, generalmente uomini. Ho partecipato pochi giorni fa a un seminario all’università La Sapienza, Laboratorio di neuroscienze cognitive e sociali. Mari Sanchez Vives, che dirige un gruppo di ricerca a Barcellona, ha presentato i risultati di un lavoro sorprendente e incredibilmente innovativo. Detto in parole molto semplici: la sua equipe ha preso un gruppo di uomini condannati per maltrattamento e violenza e attraverso la realtà virtuale li ha messi nella condizione esatta in cui si sentono (si sono sentite) le loro vittime. Un piccolo casco in testa li mette nella condizione di vedere e sentire il proprio corpo come quello di una donna. Un’illusione ad altissimo tasso di verosimiglianza. Diventano avatar: il cervello vede un altro corpo e lo registra come proprio. Sono uomini violenti che all’improvviso si trovano nei panni delle donne che violentano. L’esperimento prevede che siano aggrediti, in un corridoio stretto, da un uomo che avanza verso di loro minaccioso, spaccando oggetti e insultando. Dice cose come ‘perché ti sei messa quel trucco in faccia, toglilo, come devo fare a farti capire le cose, eh? Come devo fare?”. La reazione fisica dei soggetti è di terribile stress: sudano, si accelera il battito cardiaco, reagiscono fisicamente, indietreggiano, si difendono, qualche volta si rannicchiano altre provano a reagire. Intervistati, dopo, confermano di essersi sentiti malissimo. Di aver avuto davvero l’impressione di essere in pericolo. Le persone che si sono sottoposte ad esperimento – i risultati sono già stati resi noti in  un importante convegno nordamericano – sono il campione pilota. Tredici uomini, tutti volontari, sottoposti al trattamento di riabilitazione che in Spagna è obbligatorio in casi di condanna per violenza. Da settembre, in collaborazione col dipartimento di Giustizia, l’esperienza di ‘trovarsi nei panni della vittima’ sarà un passaggio obbligatorio del corso riabilitativo, per tutti.”

CONTRORISPOSTA ALLE ANALISI RAZIONALI

Come controrisposta alle analisi razionali di giudizi rivolti contro molte pubblicità c’è chi suggerisce di “guardate la foto di una donna seminuda, carponi con le scarpe addosso (immagine della pubblicita’ realmente fatta) e sostituirci un uomo di colore nella stessa posa”. Se improvvisamente si sentirà nascere l’indignazione definita da alcuni “sacrosanta” allora si percepiscono le cose in modo corretto. Ma se non si sente nascere l’indignazione allora vuol dire che avete talmente introiettato la subalternita’ delle donne rispetto agli uomini da non sentire piu’ l’indignazione per quanto riguarda il genere femminile, ed e’ grave. Un perfetto esempio di affermazione senza spiegazione del perché. Come dire: “se il colore giallo via fa schifo, va bene, ed è sacrosanto, se non vi fa schifo è grave, e siete condizionati”.

FAR CONVIVERE DESIDERI OPPOSTI

In italia ci sono due visioni lontane nel tutelare il corpo delle donne. Così come in altri paesi come quelli Islamici, segno che in Italia come ovunque il modo migliore sta nel mezzo. Nel far convivere desideri opposti e permettere a chi vuole coprirsi fino al collo oppure oltre di farlo, e permettere di chi vuole scoprirsi di farlo.

In Tunisia c’è una doppia battaglia: dalle Femen come Amina alle studentesse sostenitrici del Niqab (il velo integrale).

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niqab
Entrambi i movimenti vogliono rivendicare la libertà della donna nell’usare il proprio corpo. Amina, conosciuta ai molti per la scritta sul seno “Il mio corpo mi appartiene e non è fonte di onore per gli altri” ha sollevato l’indignazione del suo popolo, tanto che la madre stessa ha chiesto mediaticamente scusa accusando la figlia di avere disturbi psichiatrici e ha preso le distanze dalle sue azioni. Le studentesse che hanno presidiato recentemente la facoltà di Scienze dell’Università di Tunisi hanno urlato a gran voce:”Il corpo e l’anima delle donne devono essere protetti contro le aggressioni”e hanno rivendicato il diritto di indossare il niqab.

Mi ha fatto molto pensare come in uno stesso Paese ci siano due visioni così lontane nel tutelare il corpo delle donne. Il Ministro degli Interni tunisino sta affrontando una battaglia personale per abolire il niqab suscitando la rabbia dei salafiti, anche se le motivazioni sono prettamente ristrette alla sicurezza del Paese. Donne che si sentono protette sotto un velo, private della propria esteriorità, del proprio corpo, di una parte dell’identità; dall’altra donne che rivendicano l’essere libera, spogliandosi anche perchè così la protesta è più forte. Due volti difficili da argomentare indubbiamente ma che mi fanno molto riflettere.

Nella nostra cultura alcune scelte sono ancora più difficili da capire, soprattutto nella nostra Era in cui la nudità è sinonimo di avvenenza, sensualità e non di comunicazione. Nel libro “Fresco sulle labbra,fuoco nel cuore” l’autrice Hanan Al-Shaykh spiega come la scelta di indossare il velo rappresenta un illusorio “rifiugio di libertà” per impedire agli uomini di guardarle come oggetto sessuale. Parlare di sesso è ancora un tabù tanto che libri come “Sex and the Citadel. Intimate Life in a Changing Arab World” suscitano scandalo parlando della sessualità dentro il mondo islamico. Testo già censurato in Egitto, contiene molti dati e interviste su vari fenomeni, come le mutilazioni genitali femminili e il dating on line.

PARITà UOMO DONNA NELLA VISIONE DEL CORPO IN PUBBLICITà

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COME REAGIRE AL CONCETTO DI DONNA-OGGETTO

Questo è l’errore di moltissime femministe. Il pensiero di quelle che giungono a conclusioni errate è schematico. Una parola significa sempre e soltanto un solo significato, nonostante le intenzioni di chi la pronuncia e le reazioni di chi reagisce, così come un gesto significa sempre e soltanto un solo significato, nonostante le intenzioni di chi lo compie e le reazioni di chi lo sperimenta. E il significato lo stabilisce sempre e soltanto lei. O i gruppi di persone che la pensano allo stesso modo.

Il problema più difficile da risolvere non è spiegare dove sta l’errore, anche se è molto difficile, perché chi non vuole capire ha sempre delle obiezioni da fare. Ma è fare in modo che le paure personali, e i parametri personali di certe persone non siano imposti alle altre che non li condividono. Un cittadino che vede discutere continuamente di cose che non condivide e vede impostare la società attraverso la creazioni di stati emotivi negativi con giudizi, critiche, offese, propagande d’idee, e soprattutto leggi dovrebbe avere il modo di far sentire la sua idea contraria.

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