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One million e la critica di parte che include la donna-oggetto ma esclude l’uomo-oggetto

Come spesso accade, le analisi del blog “Un altro genere di comunicazione” non sono approfondite, né spiegano i perché delle loro affermazioni e giudizi, dette/i in modo sicuro e autoritario.

Questa volta hanno criticato lo spot pubblicitario per il profumo One Million dedicato all’uomo.

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Nella scena c’è un uomo che entra nella sua casa da un portone blindato come quello di una banca, trova una donna seduta accanto al letto, lei si alza e prende la mano di lui muovendosi vero la direzione dalla quale lui è venuto, spinge a terra la mando di lui e se ne va dietro un separé, lui si siede sul letto e mostra poteri soprannaturali che lo rendono onnipotente, capace di ottenere quello che vuole semplicemente facendo schioccare le dita. E schioccandole lei si toglie tutto ciò che ha addosso, dagli anelli d’oro, alle collane d’oro, alla cintura d’oro e i vestiti lussuosi, rimanendo nuda e diventando improvvisamente dorata. Così si dirige da lui e lo abbraccia sensualmente.

Gli aspetti dello spot che criticano sono:

  1. Che non abbiano usato “qualcosa di veramente originale, o divertente, o simpatico, o intelligente.
  2. Che hanno attinto a mortificanti stereotipi che sviliscono anche gli uomini. 
  3. Di aver rappresentato la donna-oggetto.

Inoltre, imputano al pubblicitario/a, ma implicitamente anche a tutti quelli che hanno permesso l’esistenza di questo spot come lo stilista Paco Rabanne, il modello Mat Gordon, la modella Dree Hemingway, il regista Paul Gore, la fotografa Nathaniel Goldberg, i musicisti Chemical Brothers, di essere disinteressati :

  1. se con il loro spot rafforzano l’idea che le donne non abbiano desideri propri, ma siano solo l’oggetto a disposizione del desiderio sessuale (stereotipato anche quello) maschile
  2. se con il mio spot vado a nutrire la cultura dello stupro che giustifica le aggressioni sessuali nei confronti delle donne da parte di uomini.
  3. se con il loro spot offendono le donne, ridotte ad oggetto sessuale e anche gli uomini rappresentati sempre come in preda alle loro pulsioni sessuali e con il chiodo fisso della donna nuda a propria disposizione.

Inoltre, hanno aggiunto che si rappresenta un “maniaco sessuale, un porco”, cioè uno che “ha in mente solo il sesso”, “uno che considera le donne come oggetti sessuali” accusando la Stampa, la TV, e il linguaggio comune di chiamarlo invece “uomo focoso”, o  “uomo che non deve chiedere mai”, perché queste espressioni che “lo ingentiliscono”, “lo giustificano”, “lo rendono un modello vincente e ironico”, e il concetto di “ironia” viene così usato per “chiudere la bocca a tante femministe” dicendo: “E fatevi una risata, è IRONICO!”

Analizzare una grande quantità di giudizi è impegnativo, ma è importante per evitare che l’accettare passivamente o superficialmente certi giudizi che valgono per la propria persona o per un gruppo di persone, ma non per tutti, porti a compiere azioni sbagliate, come segnalazioni ingiustificate alle autorità, dato che le azioni esistono in funzione dei pensieri e delle emozioni che a loro volta sono provocate da pensieri. Infatti, si può anche inconsapevolmente, forzare il mondo reale con dei giudizi che hanno valore nella mente e non fuori di essa, che però vengono fatti passare per descrizioni, cioè rappresentazioni oggettive.
Questa forzatura può venire a causa dei propri desideri o necessità che prendono il sopravvento sul giudizio razionale e distaccato: ad esempio il desiderio di un mondo in cui non ci sia più discriminazione di diritti tra donne e uomini, in cui non ci siano più violenze psicologiche e sessuali sulle donne. Desideri legittimi.

L’USO DELLO STEREOTIPO

Lo stereotipo è una visione semplificata e largamente condivisa su un luogo, un oggetto, un avvenimento o un gruppo riconoscibile di persone accomunate da certe caratteristiche o qualità.
Il vantaggio degli stereotipi è che riducono la fatica di pensare, e lo svantaggio è che possono produrre comportamenti non aderenti alla realtà facendo confondere percezioni e realtà.
Si tratta di un concetto astratto e schematico che può avere un significato neutrale (ad es. lo stereotipo del Natale con la neve e il caminetto acceso), positivo (la cucina italiana è la più raffinata del mondo) o negativo (l’associazione tra consumo di droghe e la musica rock) e, in questo caso, rispecchia talvolta l’opinione di un gruppo sociale riguardo ad altri gruppi.

Ad esempio se si pensa a un utensile a mano e a un colore, è probabile pensare ad un martello e al colore rosso. Questo perchè il martello e il colore rosso sono stereotipi delle categorie “utensili a mano” e “colori”.

Utilizzare conoscenze come questa può rafforzare l’effetto icona di una fotografia. Cioè la velocità con la quale la percezione visiva si concentra su una immagine, e quindi la facilità con cui la memorizza.
Se le persone hanno solo una frazione di secondo di osservazione, quindi una soglia d’attenzione bassa, i fotografi scelgono di essere saggi ed utilizzate gli stereotipi, così la gente potrà facilmente individuare gli elementi della loro immagine.
Nella categoria dei ‘classici di bellezza femminile’, ad esempio, Marilyn Monroe sarebbe probabilmente un buon candidato per uno stereotipo.

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L’effetto icona indica che l’immagine che si ha in mente sarà ancora la stessa quando verrà visualizzata con le dimensioni di una piccola icona o se vista solo per un quarto di secondo. Si riuscirà ancora a decifrare cosa sta succedendo nella foto. Eccellenti scatti commerciali hanno questa caratteristica e usano illuminazione e colori differenti per creare contrasti tra gli elementi dell’immagine.
Nella vita quotidiana, in rapida evoluzione, è necessario creare immagini che vadano dritte al punto. Nella fotografia di stock, l’effetto “icona” è l’essenza per far risaltare l’immagine. Troppi ostacoli ed elementi di design faranno confusione riducendo di molto l’effetto “icona”.
Quindi, come visivamente i fotografi scelgono con cura ciò che vogliono in primo piano e i livelli di sfondo, in modo da non creare confusione e disordine, così fanno con il livello concettuale. E questo quindi non è un atto maschilista o con fini di sottomissione o in qualche modo negativi. Togliendo un sacco di elementi di distrazione si rende l’effetto “icona” in modo molto più forte.

Gli stereotipi usati per rappresentare il genere maschile sono più di uno. Infatti, lo stereotipo dominante del maschio è il cavernicolo. Ma c’è anche il suo opposto: l’uomo ricco, bello, e scaltro.

Questo tipo di stereotipo è più una fantasia e un desiderio che una rappresentazione. Poiché, la maggioranza degli uomini non sono ricchi, né ricchi e belli allo stesso tempo, né ricchi e belli e capaci di sedurre con lo schiocco delle dita allo stesso tempo.

Tuttavia, è più probabile che un maschio si senta offeso se lo definiscono “maniaco sessuale” o “porco” o se si negativizzi la predominanza della sessualità nei suoi interessi piuttosto che se lo si rappresenti come uomo elegante, bello, ricco e capace di sedurre una donna con lo schiocco delle dita.

Infatti, chi usa l’appellativo “porco” o “maniaco sessuale” e tutti i suoi sinonimi verso un uomo, riferendosi alla sua attività sessuale, sta negando a tutti gli uomini, e alle donne che hanno rapporti sessuali con loro, il diritto ad una sessualità e ad un ruolo autodeterminato, portando avanti tradizioni, secondo cui la dedizione alla famiglia formata da due persone monogame sono valori importanti per ritenersi veri uomini; o concetti per cui ci si deve dedicare a cose diverse dal sesso, o non con tale intensità o quantità di tempo, costringendo gli uomini, attraverso il senso di colpa e la vergogna, a doversi legare sentimentalmente in modo monogamico, e dunque dipendere soltanto da una donna per appagare i propri bisogni sessuali, senza venir considerati ragazzi o uomini da emarginare e denigrare se si fa il contrario.
Ma gli uomini hanno il diritto di fare sesso con tante persone e con la frequenza che vogliono, tanto quanto le donne. E hanno il dovere di fare molta introspezione prima di promettere fedeltà sessuale, ed è necessario che chiariscano al partner che questa promessa non può essere mantenuta con la forza, perché è una promessa scelta in libertà e diventerebbe una promessa imposta in modo autoritario.

Ipotizzare che il personaggio rappresentato nello spot pensi solo al sesso è impossibile, o non sarebbe vestito elegante né ricco, perché richiede tempo per esserlo, ma al massimo, che faccia il suo lavoro, i suoi acquisti in funzione del sesso. Ma non ci sono dati per ipotizzare una cosa del genere, dato che si può vedere solo una breve scena in cui avviene una seduzione, e non basta, oppure basterebbe che una persona viva una situazione di seduzione per dire che fa tutto ciò che fa in funzione del sesso. Questa negazione è ulteriormente confermata da un altro video della stessa campagna pubblicitaria in cui si mostra l’uomo in più situazioni: l’uso di auto di lusso, il gioco della roulette o dei dadi, l’esibizionismo attraverso l’esser fotografato in luoghi da star, la moda, e il sesso. Quindi, un spettro più generico rivolto al piacere edonistico e narcisistico e non solo sessuale.

Usando il profumo è possibile che qualche ragazza avvicinandosi al collo, per salutare o in posti come le discoteche dove per parlare è necessario avvicinarsi alle orecchie, avverta il profumo e faccia dei complimenti al ragazzo. Questo potrebbe aumentare le possibilità di un rapporto sessuale, o di una conoscenza, perché rompe il ghiaccio. Ma a parte queste di certo non permette di fare ciò che è possibile vedere nello spot. E chi crede che invece il profumo gli permetta di schioccare le dita e fare sesso ha dei problemi cognitivi seri, e quindi non può essere considerato per analizzare gli effetti di questo spot.

RAFFORZA L’IDEA CHE LE DONNE NON HANNO DESIDERI PROPRI

Prima di tutto, avere l’idea che le donne non abbiano desideri propri è molto difficile. Infatti, qualsiasi relazione, anche una relazione di violenza sessuale, informa della resistenza passiva alle proposte. Non perché un uomo prova a sedurre una donna la donna esegue la richiesta poiché è priva di desideri. Infatti, se fosse così non esisterebbero stupri, perché le donne accetterebbero qualsiasi proposta.
Quindi è posta male l’accusa.
In realtà si dovrebbe dire che rafforza il “far finta che le donne non abbiano desideri propri” o meglio ancora il “disinteressarsi e ignorare che abbiano desideri propri”.
Corretta l’accusa, si deve dire che la donna rappresentata indossa degli accessori lussuosi, e si dirige verso l’uomo e se ne va senza che lui glielo chieda, e questo dimostra un suo desiderio, oppure si dovrebbe considerare l’ipotesi che la donna rappresentata sia una schiava comprata da una tratta di schiave obbligata a vestirsi su ordine del padrone e a muoversi sempre su suo ordine, oppure che sia stata manipolata psicologicamente facendo leva sulle sue insicurezze, o che sia stata ricattata economicamente perché povera e bisognosa di soldi, ma queste ipotesi non sono confermate da nessun elemento nello spot, anche perché lo schiavismo è illegale ed è difficile ipotizzare che l’azienda del profumo usi un reato per pubblicizzarlo. Perciò, non essendo rappresentata un’assenza di desiderio non c’è motivo di non c’è motivo di pensare che lui è il “padrone” e lei è “sottomessa” e “vittima” dell’uso della forza psicologica di lui, e quindi pensare che la visione di questa rappresentazione possa rafforzare l’idea che gruppi ristretti di uomini potrebbero avere, cioè che le donne non abbiano desideri propri e che quindi accettano tutto.

DONNA-OGGETTO

Non è un concetto che tutti conoscono, e non è una parola usata da tutti quotidianamente. C’è chi infatti ricordandola malamente dice “oggettizzare” invece che “oggettificare”. Perciò è necessario spiegare cosa significhi.

Il filosofo Simone Regazzoni nel libro Pornosofia scrive: Per Lukacs la reificazione (dal latino res, “cosa”) è un processo in cui “un rapporto, una relazione tra persone riceve il carattere di cosalità” In altri termini, la reificazione sarebbe l’attribuzione del carattere di cosalità alle relazioni tra persone, la trasformazione degli altri o di sé in oggetti, in mere cose.”

Per comprendere qual’è il cambiamento che accade tra l’interpretare una relazione in modo oggettuale e l’interpretare una relazione in modo soggettuale, è necessario comprendere quali sono le caratteristiche che hanno gli oggetti ma che non hanno gli esseri umani, cioè i soggetti.
Quindi, si può cercare di paragonare le persone alle cose e trovare le differenze: Banalmente, le persone sono materia vivente e gli oggetti sono materia non vivente. 

In una frazione di secondo le persone sanno istintivamente distinguere un essere vivente da un oggetto e dire “ciao! quanto tempo! come stai?” a un soggetto ma non a un oggetto.

Una delle differenze tra esseri umani e cose è che non si possono violentare gli oggetti. Non hanno una volontà che può essere violata, e quindi non difendono questa volontà urlando, piangendo, scalciando o chiedendo aiuto. Invece chi violenta è consapevole di star violando la volontà di qualcuno e di faticare nel farlo, percepisce con i sensi urla, pianti, calci, e richiami d’aiuto. 

Infatti, bisogna specificare che la parola “oggetto” viene usata come metafora. La metafora (dal greco μεταφορά, da metaphérō, «io trasporto») è una figura retorica, cioè un artificio in un discorso, volto a creare un particolare effetto, che implica un trasferimento di significato. Si ha quando, al termine che normalmente, in una descrizione realistica occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui “essenza” o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Dunque ciò che si afferma non è realmente così, ma si può immaginare che sia così, e che sia una metafora è ulteriormente dimostrato dal fatto che in fisica non si possono trasformare esseri umani in oggetti se non uccidendoli.

Questo dimostra che pensare che l’oggettificazione è il trattare qualcuno pensando che sia un oggetto è falso, ma è il trattare qualcuno come si tratterebbe un oggetto, ovvero: senza chiedere il permesso, senza assicurarsi che l’altro sia d’accordo. Infatti, chi parla agli oggetti viene considerato “matto”, e nessuno direbbe “ciao” quanto tempo! come stai?” a un palo della luce.  Non si può neanche pensare che chi violenta psicologicamente e fisicamente creda che la donna che violenta non abbia percezioni sensoriali come non le ha un oggetto, oppure crederebbe che è in coma, ma sarebbe schizofrenico anche questo. è molto più sensato pensare che chi violenta sappia che la donna ha una volontà e una sensibilità. Perciò, la metafora dell’oggetto per descrivere la violenza psicologica e fisica è insensata. Sarebbe più aderente alla realtà il dire donna-animale, intendendo un certo tipo di animali la cui sofferenza viene ignorata, e non quelli domestici ai quali si compra anche il cappotto, o meglio ancora donna-insetto, dato che della sofferenza degli insetti nessuno si interessa. “Strumento” già spiega meglio della parola “oggetto”.

Dunque, questo dimostra che quando si parla di oggettificazione non si sta parlando di un fenomeno fisico, e che quando si dice che il corpo di una donna è oggettificato si aggiunge un’altra metafora alla parola metaforica “oggettificazione”, perché non è il corpo di una donna fotografata che viene oggettificato, ma è la relazione. Quindi non donna-oggetto ma relazione-oggetto, cioè strumentale.

Per non sbagliarsi quindi è meglio sostituire “donna-oggetto” con “sottomissione”, “prevaricazione”, “violenza” o qualsiasi altro concetto che vada in quella direzione.

Analizzando lo spot si può dire che la ragazza cammina, toglie la mano di lui dalla sua, si spoglia, lo guarda in modo seducente negli occhi, tutte azioni che si possono compiere soltanto con volontà.
Dunque, si confonde il desiderare sessualmente qualcuno e il soddisfare questo desiderio in modo reciproco con il concetto di sottomissione.

L’immaginazione contribuisce nel giudicare le pubblicità, portando a vedere caratteristiche non presenti nell’immagine che confermano le proprie interpretazioni. Ad esempio c’è chi, per rimarcare la presenza di oggettificazione, guardando la collana di lei  le “sembra un collare” cioè un simbolo di sottomissione. Interpretazione di una collana a cui si può credere solo se si da per scontato che lei non possa desiderare e fare volontariamente ciò che fa, e che per analogia la collana non sia semplicemente una collana, ma un collare. Perché dandolo per scontato non ci si accorge che non ci sono prove nelle azioni che lei compie che dimostrino che lei sia sottomessa.
Quindi, in assenza di dimostrazioni a favore di questa interpretazione, sarebbe necessario tenere a freno l’immaginazione attraverso la considerazione delle prove contrarie alle ipotesi immaginate.

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CRITICA DI PARTE O SESSISMO SUL SESSIMO

Uno degli errori principali che commette chi è interessato a denunciare la donna-oggetto è quello di disinteressarsi del lato maschile, e non usa i suoi stessi strumenti concettuali (l’oggettificazione) quindi per denunciare quello che secondo le premesse da loro credute dovrebbe essere l’uomo-oggetto. Infatti, la campagna pubblicitaria ha rappresentato gli stessi eventi con una protagonista femminile su un altro spot. Una donna schiocca le dita e ottiene auto di lusso, scarpe di lusso, e uomini di lusso (solo che in questo caso non è solo uno l’uomo, ma tanti, una decina).

Eppure il sottotitolo del blog è “UN BLOG CONTRO IL SESSISMO, L’OMOFOBIA E TUTTE LE DISUGUAGLIANZE DI GENERE” e quindi dovrebbe comprendere entrambi i sessi, e non concentrarsi esclusivamente, o prevalentemente (dato sul genere femminile).

Quindi, la critica del blog “Un altro genere di comunicazione” oltre a essere falsa nell’attribuire oggettificazione sulla donna, oltre a essere falsa nell’attribuire l’effetto di rafforzare l’idea che le donne non abbiano desideri propri, paradossalmente, critica un supposto sessismo nello spot facendolo in modo sessista.

Oltre al disinteresse maschile c’è un totale disinteresse nei confronti del messaggio consumista che promuove il lusso che in realtà è un problema reale per la sostenibilità dell’ambiente, e il dislivello economico per cui i ricchi pensano a consumare lusso ed evadono tasse che potrebbero servire ai più poveri.

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